verso una stella tenue, sotto la volta di una bruma
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lunedì 30 marzo 2026
Non è gran cosa questo tutto che mi resta.
sabato 28 febbraio 2026
Ma l'anima secreta che non mente
privilegio
Io sono un buon compagno. Agevolmente
mi si prende per mano e quello faccio
ch'altri mi chiede, bene e lietamente.
Ma l'anima secreta che non mente
a se stessa mormora sue parole.
Anche talvolta un Dio mi chiama e vuole
ch'io l'ascolti. Ai pensieri
che mi nascono allora, al cuor che batte
dentro, all'intensità del mio dolore,
ogni uguaglianza fra gli uomini spengo.
Ho questo privilegio e lo mantengo.
Una poesia di Umberto Saba non molto nota, ma tra le mie preferite. Una specie di autoritratto o di riflessione su se stesso. C'è il suo carattere di buon compagno, benevolo ed amichevole e quel " ma" che apre la seconda parte della poesia... Meravigliosa l'ultima rima spengo /mantengo.
martedì 20 gennaio 2026
Ah, lascia il mondo e vieni via!
Conosco un piccolo bosco di druidi
Conosco un piccolo bosco di druidi
dove potrei addormentarmi, se mi fosse concesso,
e udire il mormorio del ruscello
confondersi con un sogno di mezzanotte;
e dimorare sotto i sacri noccioli
che si muovono sopra di me nella brezza,
e respirare il profumo della spinosa eglantina.
Poiché là, per tutta la notte, i gufi bianchi,
nell’odorosa penombra divina,
ascoltano il canto selvaggio, strano, senza misura
delle voci fatate, sottili e acute
come il grido innaturale del pipistrello,
e il ritmo dei loro calzari
che danzano, danzano, sotto la luna,
finché, nel pallore dell’alba,
le stelle erranti cominciano a venir meno…
Ah, lascia il mondo e vieni via!
La gente del vento è nella radura,
e uomini hanno visto i loro festini, adagiati
in segreto su qualche prato fiorito,
sotto le volte dei faggi;
re d’altri tempi, così ho udito dire,
qui hanno trovato amanti fatate
che li hanno sottratti alla vita con incanto
e baciato le loro labbra
con labbra fredde, senza timore,
e intessuto intorno a loro un tale sortilegio
che sono passati oltre la nebbia
e hanno trovato la Terra-sotto-l’Onda…
Re d’altri tempi, che nessuno poté salvare!
da C.S. Lewis "Spirits in Bondage", la traduzione è mia
la versione originale:
I know a little Druid wood
Where I would slumber if I could
And have the murmuring of the stream
To mingle with a midnight dream,
And have the holy hazel trees
To play above me in the breeze,
And smell the thorny eglantine;
For there the white owls all night long
In the scented gloom divine
Hear the wild, strange, tuneless song
Of faerie voices, thin and high
As the bat's unearthly cry,
And the measure of their shoon
Dancing, dancing, under the moon,
Until, amid the pale of dawn
The wandering stars begin to swoon. . . .
Ah, leave the world and come away!
The windy folk are in the glade,
And men have seen their revels, laid
In secret on some flowery lawn
Underneath the beechen covers,
Kings of old, I've heard them say,
Here have found them faerie lovers
That charmed them out of life and kissed
Their lips with cold lips unafraid,
And such a spell around them made T
hat they have passed beyond the mist
And found the Country-under-wave. . . .
Kings of old, whom none could save!
C.S. Lewis è noto al grande pubblico soprattutto per le sue opere in prosa, tra le quali le celebri "Cronache di Narnia" o "Le lettere a Berlicche", la sua raccolta di poesie tuttavia merita senza dubbio l'attenzione del lettore moderno e meriterebbe anche un'edizione italiana.
La poesia che oggi propongo nel blog è espressione della passione del suo autore per le leggende e i miti medievali, per il folklore celtico e per le atmosfere misteriose e sognanti che lo spirito moderno spesso relega tra le fantasie lontane dalla realtà e dai problemi concreti della nostra epoca e dalle reali condizioni dell'esistenza con cui tutti dobbiamo confrontarci.
I sogni di mezzanotte, i sussurri del popolo del vento, il canto selvaggio delle voci fatate, l'incantamento emanato dai baci delle loro fredde labbra non sono che fole, inattuali divagazioni di spiriti incapaci di stare al cospetto del vero.
Lewis, Tolkien e gli altri scrittori che si ritrovavano in quel sodalizio di dotti che sarà conosciuto come gli Inklings non la pensavano così, anzi vedevano nel disincanto dello spirito moderno uno dei maggiori responsabili dello stato miserevole della condizione umana. Diseredata dalla sua vocazione all'incanto e al mistero, essa appariva loro assoggettata all'imperio del numero, alla ferrea egemonia della quantità e della logica. Tale è rimasta fino ai giorni nostri.
L'invito che giunge al viandante che si addentri nel bosco fatato è chiaro:
Ah, lascia il mondo e vieni via !
Il bosco è abitato da presenze eteree che nei racconti popolari della tradizione irlandese sono affascinanti e pericolose al tempo stesso. Le fate irretiscono allo stesso modo il contadino e il re, il marinaio ed il musicista. Inducono un sonno profondo e inebriante ed attirano verso luoghi da cui il più delle volte non si torna indietro, come la Terra-sotto-l’Onda, una terra leggendaria, il Tir na Nog, la variante celtica dell'altromondo dove non esiste né morte né malattia.
Non è un invito alla diserzione, come crede lo spirito menomato dei nostri tempi, è piuttosto la voce che annuncia l'inaspettato, il sussurro che rende muto l'arrogante e svela la legge del prodigio.
mercoledì 31 dicembre 2025
Non vedi le cicatrici dell'abbondanza, gli occhi senza luce
L'anno nuovo
È inverno, è l’anno nuovo.
Non ti conosce nessuno.
Lontano dalle stelle, dalla pioggia di luce,
giaci al maltempo delle pietre.
Non c’è alcun filo che ti riporti indietro.
I tuoi amici sonnecchiano al buio
del piacere e non possono ricordare.
Non ti conosce nessuno. Sei il vicino del nulla.
Non vedi la pioggia che scroscia e l’uomo che s’allontana a piedi,
il vento sporco che soffia le proprie ceneri per tutta la città.
Non vedi il sole che trascina la luna come un’eco.
Non vedi il cuore illividito andare in fiamme,
i crani degli innocenti farsi fumo.
Non vedi le cicatrici dell’abbondanza, gli occhi senza luce.
È finita. È inverno, è l’anno nuovo.
Gli umili portano la propria pelle in paradiso.
I disperati soffrono il freddo con quelli che non hanno nulla da nascondere.
È finita e non ti conosce nessuno.
C’è la luce delle stelle alla deriva sull’ acqua nera
Ci sono pietre nel mare che nessuno ha visto.
C’è una costa e la gente aspetta.
E non ritorna niente.
Perché è finita.
Perché c’è silenzio invece di un nome.
Perché è inverno ed è l’anno nuovo.
Mark Strand da Elegia per mio padre in "La storia delle nostre vite"
Lo so. Forse non è la poesia più allegra per chiudere l'anno, ma chi conosce le rotte che seguono la stella tenue ama i versi che incidono la carne, che gettano sale sulle ferite che aprono. E di questo genere sono i versi che Mark Strand compone nel 1971 e che dedica a suo padre Robert, morto pochi anni prima. Un groviglio di emozioni dure, dolore, riflessioni ed amari bilanci. Nulla sembra sfuggire alla forza dissolutrice del tempo e dell'inverno: I disperati soffrono il freddo con quelli che non hanno nulla da nascondere. L'impossibilità di vedere ricorre per più versi a segnare la distanza che si accumula tra chi si avvicina al limite ultimo della sua esistenza e la vita stessa con le sue ineliminabili contraddizioni.
In questo scenario di desolazione tuttavia rimane ciò che davvero conta: il poeta non è lontano da quella vita ferita e da quel che ne rimane. La forza evocativa dei versi scaturisce da una prossimità che è inerme, ma non indietreggia, né assume i toni del lamento.
Inermi ma non arresi. Questo l'auspicio.
Buon anno nuovo
domenica 30 novembre 2025
Nel sovrano silenzio de la notte
La Naiade
![]() |
| John William Waterhouse, The Charmer, 1911 |
Pullula ne l'opaco bosco e lene
tremula e si dilata in suoi leggeri
cerchi l'acqua; ed or vela i suoi misteri,
ora per tutte le sue chiare vene
ha un brivido scoprendo all'imo arene
nuziali ove ancor restano intieri
i vestigi dei corpi che in piaceri
d'amor commisti riguardò Selene.
Morta è Selene; morte son le Argire;
i talami deserti; nel sovrano
silenzio de la notte l'acqua tace;
ma pur sembrami a quando a quando udire
il gorgoglio di un'urna che una mano
invisibile affonda in quella pace.
da Poema Paradisiaco 1893
Chi erano le Naiadi? Secondo i Greci erano ninfe delle acque ed in particolare delle sorgenti vivevano in grotte o in caverne, di loro gli antichi poeti raccontavano che fornirono a Perseo gli strumenti indispensabili per sconfiggere la Gorgone. Spesso le leggende si soffermavano sui loro amori - sempre complicati e tormentati - con gli uomini.
La protagonista della bella poesia di D'Annunzio è una di queste creature misteriose che vivono presso le fonti o tra gli alberi; sembra vivere in una specie di tempo sospeso, contemplando un mondo in cui tempo addietro, sotto lo sguardo di Selene (che in Grecia è il nome che si dava alla della Luna), si svolgevano misteriosi riti nuziali e divampavano passioni amorose di cui solo rimangono incerte vestigia. Nel tempo passato, sottolineato dal passato remoto riguardò, la natura era abitata dagli dèi, ma nell'oscuro presente - ha un brivido o una mano invisibile affonda - non rimane quasi traccia della loro presenza, rimangono solo i talami deserti. Questo è il tempo del sovrano silenzio, l'acqua tace e tutta l'antica energia della natura, vivificata da presenze numinose, sembra ridotta ad una mesta desolazione. Solo un leggero gorgoglio pare annunciare che qualcosa di celeste non ha smesso di lasciare labili tracce del suo passaggio.
giovedì 30 ottobre 2025
quel che la vita mi riserva
Amleto
“Esistono poeti nati – Pasternak”: bastano poche parole a Marina Cvetaeva per ritrarre indelebilmente l’autore del Dottor Živago, romanzo dal successo “fragoroso” (A. M. Ripellino). “Un’opera che scrivo solo per la mia anima,” confidò il poeta in una lettera alla cugina Olga Freidenberg, e che diventerà, invece, un caso letterario mondiale e uno dei libri più rappresentativi del Novecento. Un romanzo dal respiro epico, sintesi della visione di Pasternak della storia russa, e colmo dei temi e delle esperienze che hanno ispirato la sua poesia, esito di un percorso cominciato nella composizione musicale. La sua caratteristica più evidente è la struttura in prosa e in versi; la sua conclusione è affidata alle poesie di Jurij Živago raccolte in un quaderno che i suoi amici, Gordon e Dudorov, sfogliano “in una quieta serata estiva”, seduti “accanto a una finestra aperta sull’immensa Mosca serale”. Poesie che non sono una mera appendice, ma la luce che richiama e rischiara l’esistenza del protagonista, come se l’intera narrazione costituisse la biografia del loro autore, l’introduzione all’opera di Jurij Živago, medico e poeta. E sono, soprattutto, l’estremo frutto della creatività di Boris Pasternak, “poeta stupendo, oltremarino” (V. Majakovskij).
(Dall’interno copertina)
Noi siamo attori appena entrati in scena, incerti su ciò che attende e consapevoli che è ineluttabile la fine del cammino.
martedì 30 settembre 2025
Ora che spunta il giorno della paga
Astianatte
che vide la luce sotto quel platano,
un giorno che squillavano le trombe e lampeggiavano armi
e i cavalli sudati si chinavano a lambire
con le umide froge nella vasca
la verde superficie dell'acqua.
Gli ulivi con le rughe dei nostri genitori
le rocce con la saggezza dei nostri genitori
e il sangue del fratello, fresco nella terra,
erano una gioia viva, un assetto ricco
per le anime che conoscevano la preghiera.
Ora che te ne vai, ora che spunta il giorno della paga,
ora che nessuno conosce
la sua vittima né la propria fine,
prendi con te il bambino che vide la luce
sotto le foglie di quel platano
e insegnagli a studiare gli alberi.
da Le poesie, Ghiorgos Seferis, Crocetti Editore
φροῦδαί σοι θυσίαι χορῶν τ'
εὔφημοι κέλαδοι κατ' ὄρφ-
ναν τε παννυχίδες θεῶν
non ci saranno più sacrifici
voci ben auguranti di cori
veglie per gli dèi nel buio delle notti
(Le Troiane, vv. 1071-1074)
Una mattina assolata. L'alba sorge sulle mura della città di Troia: del fumo si alza dalle tende dei principi greci e da quelle dei loro soldati, innumerevoli attorniano la città assediata. Come ormai da lungo tempo il suono dilamenti e pianti, laggiù nel campo dei nemici e tra le strade e le case vicine. Nulla sarà risparmiato a chi il Fato avrà voluto abbandonare alla sconfitta.
E' questo il momento in cui l'io lirico comincia: ora che te ne vai. Si rivolge ad una donna che sta per lasciare la sua terra con il figlio sotto il braccio. Conoscendo il titolo della poesia, capiamo che la donna non può essere che Andromaca, moglie di Ettore. Il poeta si sforza qui di sottrarla al destino funesto che l'attende nei racconti del mito: Seferis si ribella, ha deciso che almeno nei suoi versi lei non vedrà la distruzione di tutto ciò che ha amato e non andrà schiava in terra straniera. La voce che parla potrebbe essere quella di Ettore che le indica il platano laggiù sotto la cui ombra è nato il figlio che porta in braccio. Era il tempo in cui lo squillare delle trombe e il clangore delle armi annunciavano che era ancora possibile sperare.
La seconda strofa è attraversata da un altro respiro, quello della memoria. Lo sguardo abbraccia gli ulivi e le rocce dintorno. Su questo paesaggio dell'anima gli anni hanno tracciato i loro segni: rughe, affanni, e sogni, insieme alla saggezza che ora sembra salire verso il cielo come il fumo dai roghi non spenti. Persino il sangue fraterno che abbeverava la terra mai sazia era una gioia viva per le anime che conoscevano la preghiera. Ma ora, in questa mattina, è chiaro a tutti che gli dei hanno distolto per sempre lo sguardo dalla sventura della città.
L'ultimo movimento della poesia coincide con lo sguardo che accompagna la Madre verso la nave in procinto di partire. Questo è il giorno della paga ! Ma che vuol dire questa espressione? A cosa allude? Misterioso questo verso e molto bello. Forse la mattina in cui Andromaca rifiuta l'ingiunzione del destino che l'aspetta e sceglie di salvarsi con suo figlio è anche il giorno in cui per ciascuno si manifesta che il destino ha preparato qualcosa per ognuno: Ettore dovrà provare la vergogna della paura prima di morire da valoroso nel duello contro Achille e subito dopo sarà questo a cadere per mano dell'inetto e vile Paride; le armi di Achille non andranno ad Aiace che le meritava più di ogni altro, i moniti di Cassandra non saranno ascoltati e così via. Non c'è giustizia nel mondo di Omero, solo un'amara equità, struggente e nobilmente accolta. Alla fine di questa lunga storia, cominciata forse con una mela d'oro lasciata cadere durante un banchetto, ognuno avrà la sua paga, anche se forse non quella che aveva previsto.
Sulla via dell'esilio si incamminano invece Andromaca con il figlio e le donne troiane, ma un ultimo ammonimento giunge, con un tono che a me pare profondo e premuroso: insegnagli a studiare gli alberi, quasi il responso di un oracolo. Altro non si dice. Non c'è tempo. Ecco le donne, salite sulle navi, già volgono lo sguardo al mare.
Che le madri ascoltino la voce del poeta: insegnagli a studiare gli alberi
Nel suo discorso al momento dell'accettazione del premio Nobel Seferis disse alcune cose che vale la pena riportare nei giorni che stiamo vivendo: " [...] credo che la poesia sia necessaria a questo mondo moderno in cui siamo affetti da ansia e paura. La poesia ha le sue radici nel respiro umano: e cosa mai saremmo se il nostro respiro dovesse venir meno? La poesia è un atto di fiducia: e chi sa se il nostro disagio non dipenda da una mancanza di fiducia?
Oggi dobbiamo ascoltare quella voce umana che chiamiamo poesia, quella voce che rischia sempre di andare estinta per mancanza di amore, ma che sempre rinasce. Minacciata, trova sempre un rifugio. Rifiutata, rimette sempre radice nei luoghi più impensabili. Non fa distinzione tra luoghi grandi o piccoli; la sua patria è nel cuore degli uomini di tutto il mondo; ha la forza di scongiurare il circolo vizioso dell'abitudine."
domenica 31 agosto 2025
Sullo scettro di Zeus dorme l'aquila
Per Ierone Etneo
Strofe I Cetra d’oro, di Apollo e delle Muse dai ricci di viole
il bene più esclusivo, tu, che il passo della danza ascolta
per dare inizio alla festa splendida,
e gli aedi si sottomettono alla tua guida,
quando fai udire il tuo suono e dai l’avvio al preludio
che conduce il coro:
tu spegni al lampo guerriero la vampa
dell’eterno fuoco, e sullo scettro di Zeus dorme l’aquila
entrambe le rapide ali abbandona,
Antistrofe
la regina degli uccelli, ché una nube dall’apparenza
oscura hai versato
sul suo capo adunco, chiudendole mite le palpebre; nel sonno
si culla il dorso reso docile, preso
tuo ritmo. Così anche Ares violento: la punta feroce della lancia
lascia riposare e ristora l’animo
nel sonno. Tu incanti le armi e le anime degli dei
con la maestria del figlio di Latona
e delle Muse dal cinto profondo.
Pindaro, Pitica I, prima strofe
Il testo che oggi vi propongo di leggere - o rileggere - è molto antico, chi lo ha scritto, il poeta Pindaro, visse infatti tra l'ultimo quarto del VI secolo a.C. e la metà del V; Le sue poesie sono essenzialmente odi destinate a celebrare le vittorie ottenute in una delle feste panelleniche che si tenevano periodicamente in Grecia: ad essere innalzati dalla poesia e dal canto ad una fama immortale erano gli atleti oppure i signori delle città da cui essi provenivano Nel caso dell'ode qui riportata la vittoria era stata ottenuta, attorno al 470, nelle Pitiche, le feste in onore dell' Apollo di Delfi. Durante questo genere di feste, come è noto, si sospendevano le guerre e venivano indette competizioni sportive o gare di musica e poesia. Per i Greci, si sa, l'esistenza stessa era una gara, una tensione verso il gesto perfetto, una spinta ad eccellere con cui l'uomo mirava ad elevarsi al cospetto dei suoi dèi.
Di questa tensione inesausta alla perfezione Nietzche aveva perfettamente colto lo spirito quando - in Umano troppo umano - scriveva "L'uomo pensa nobilmente di sé quando si dà dei simili" e quando ammoniva: "Dove gli dèi olimpici arretravano, anche la vita era più fosca e piena di paura". La visione greca sapeva bene che il momento della vittoria era destinato in breve a trascorrere, pure, in quel momento contemplava la rivelazione dei regni dell'essere che lì manifestavano la pienezza e la molteplicità della vita.
Oltre all'enorme distanza temporale che ci separa da questi versi, un aspetto soprattutto è motivo di difficoltà per il lettore moderno, il fatto che la destinazione celebrativa di queste odi fa sì che da una parte esse siano strettamente legate ad episodi concreti, a vittorie precisamente datate, alle storie familiari degli atleti o dei signori delle città dei vincitori, dall'altra in esse sono continui i richiami a varianti di miti locali o a quelle espressioni ricercate, alte, preziose che sole possono essere usate per descrivere le potenze numinose da cui ogni vittoria nasce. Insomma si tratta di una poesia al cospetto della quale noi moderni richiamo di trovarci spaesati; invano cercheremo - ad esempio - quella disponibilità a svelare la propria interiorità che oggi consideriamo ingrediente necessario e insostituibile di ogni espressione poetica.
La prima pitica, di cui oggi propongo solo la prima strofe, celebra la vittoria nella gara delle quadrighe del re di Siracusa, ma l'occasione dell'impresa quasi scompare all'inizio del canto, tutto intessuto attorno alla potenza dell'armonia e della musica. Non la propria arte eternatrice vuole elogiare qui il poeta, quanto la cetra d'oro che appartiene ad Apollo e alle Muse: il bene più esclusivo, atteso con premura nell'istante irripetibile del primo passo di danza; la guida alla quale gli aedi si sottomettono al vibrare dell'accordo che rompe il silenzio. La potenza aurea della cetra qui è colta nell'abbacinante luce dorica: ogni divenire sembra arrestarsi, la vampa del lampo guerriero si spegne e sullo scettro di Zeus dorme l’aquila, abbandonando al riposo le proprie ali; sul suo capo adunco infatti l'armonia del canto numinoso ha versato una nube dall’apparenza oscura. Persino Ares violento: la punta feroce della lancia lascia riposare e ristora l’animo nel sonno. Il potere della cetra di Apollo si manifesta come una forza che ogni cosa sovrasta, seduce ed avvince. Non c'è nulla di vivente che non debba piegarsi alla voce delle Muse.
Ma oggi chi farà risuonare ancora le corde sulla loro cetra ? Ares intanto infuria scatenato.
domenica 27 luglio 2025
La notte, per placare un'aspra rissa
L'osteria "All'isoletta"
![]() |
La notte, per placare un'aspra rissa,
e più feroce quanto è solo interna,
penso lotte più estranee: penso Lissa
i Bàlcani, Trieste, il vecchio ghetto;
infine mi rifugio a una taverna;
dal suo solo ricordo il sonno aspetto.
Deserta com'è lungo il caldo giorno,
sulle pareti un'isoletta è pinta,
verde smeraldo, e il mar con pesci ha intorno.
Ma di fumi e di canti a notte è piena
un dalmata ha con sé la più discinta;
ritrova il marinaio la sirena.
Io ascolto. e godo della compagnia,
godo di non pensare a un paradiso,
diverso troppo da quest'allegria,
che arrochisce i cori e infiamma il viso.
La poesia che leggete oggi è tratta da una sezione del Canzoniere intitolata La serena disperazione, vi sono raccolte poesie degli anni dal 1913 al 1915. Non è la più famosa tra quelle che di solito si leggono a scuola, ma a me piace molto molto. Mi trasporta forse a quel mio anno vissuto a Trieste, a quelle frequentazioni notturne nelle quali si abbandonavano i libri seri per ascoltare in silenzio i racconti di marinai o le storie appassionate di sirene discinte e le avventure dei contrabbandieri e delle loro gare a guardie e ladri. Io ascoltavo, i versi di Alceo nel tascapane e il vino di Cavana sul tavolo.
Anche per noi allora era bella quell' allegria che arrochisce i cori e infiamma il viso. Né smetteva in noi il richiamo di quel troppo diverso paradiso.
domenica 29 giugno 2025
una lampada deserta
![]() |
| Edvard Munch, Morte nella camera di una ammalata, |
Una lampada deserta
nel calmo vestibolo.
Un'ombra è desta
dove sorge il catafalco.
Sul catafalco è posto
un feretro ornato di fiori.
Nel vestibolo è esposto
il corpo fatale.
Non si dice chi fosse
nel sogno che egli ebbe.
E l'ombra in attesa
è la vita che fu.
Fernando Pessoa, Poesie esoteriche, Guanda 2000,a cura di Francesco Zambon
L' introduzione a questo aspetto meno conosciuto della attività del grande poeta portoghese è ben documentata e chiarisce la centralità dei suoi interessi spiritualistici: oggi sappiamo che in questa sua opera incessante e illusionistica, Pessoa molto attinse a fonti esoteriche, e di tale ricerca sussistono ricche testimonianze fra le migliaia di sue pagine manoscritte alla Biblioteca Nazionale di Lisbona. «In primo luogo sentire i simboli, sentire che i simboli hanno vita e anima – che i simboli sono come noi» troviamo scritto in uno dei frammenti della sua filosofia ermetica.
La poesia che oggi il blog della stella tenue presenta, va letta in questa chiave eminentemente simbolica, ma è anche molto bella per le immagini che propone, tanto che, a mio avviso, essa può affascinare e coinvolgere anche chi di questa ricerca spirtualistica di Pessoa non sappia nulla. A me sono piaciuti soprattutto i versi della strofa finale:
Non si dice chi fosse / nel sogno che egli ebbe. / E l'ombra in attesa / è la vita che fu.
Il nome del defunto, quindi tutto ciò che associamo comunemente alla storia di un individuo, che leghiamo alla sua identità, a quello che riteniamo irripetibile e prezioso (ed ovviamente lo è) non è che un sogno che dilegua, accanto alla lampada, il catafalco, i fiori. Di un'ombra, lì accanto, si dice prima che essa è desta, poi che è in attesa, ma altro non è dato sapere, almeno fintanto che non apprendiamo un'altra arte del vedere, un'altra disciplina del conoscere.
domenica 25 maggio 2025
Un presagio sacrilego
![]() |
| Sibilla palmifera, Dante Gabriel Rossetti, Lady Lever Art Gallery. |
Sibilla
La mia lingua si mosse, un cardine che ruota e si distende.
Le dissi, «Che ne sarà di noi?»
E come acqua scordata in un pozzo si scrolla
a un’esplosione mattutina
o una crepa fila al culmine del tetto,
lei cominciò a parlare.
«Credo che la nostra essenza sia destinata a cambiare.
Cani assediati. Regressi al rango di sauri. Vite formicolanti.
Salvo che il perdono trovi nerbo e voce,
salvo che l’albero elmato e sanguinante
rinverdisca e apra gemme come pugni d’infanti,
e il magma infetto covi
ninfe splendenti… . La mia gente pensa ai soldi
e parla del tempo. Trivelle cullano il suo avvenire
su singoli avidi steli. Il silenzio
si è addensato nelle eco-sonde dei pescherecci.
La terra su cui a lungo abbiamo posato l’orecchio
è spellata o callosa, nelle sue viscere
bivacca un presagio sacrilego.
La nostra isola è piena di rumori sconsolati.»
traduzione di Leonardo Guzzo e Marco Sonzogni, da Lavoro sul campo, Milano, Biblion Edizioni, 2020
Sibyl
My tongue moved, a swung relaxing hinge.
I said to her, ‘What will become of us?’
And as forgotten water in a well might shake
At an explosion under morning
Or a crack run up a gable,
She began to speak.
«I think our very form is bound to change.
Dogs in a siege. Saurian relapses. Pismires.
Unless forgiveness finds its nerve and voice,
Unless the helmeted and bleeding tree
Can green and open buds like infants’ fists
And the fouled magma incubate
Bright nymphs… . My people think money
And talk weather. Oil-rigs lull their future
On single acquisitive stems. Silence
Has shoaled into the trawlers’ echo-sounders.
The ground we kept our ear to for so long
Is flayed or calloused, and its entrails
Tented by an impious augury.
Our island is full of comfortless noises.»
Quella che leggete qui sopra non è la prima poesia di Seamus Heaney, che compare sul blog della stella tenue, se vi è piaciuta questa, frugando tra le vecchie pagine del blog, troverete dell'altro. Ne vale la pena, credetemi. Ai versi del poeta irlandese, premiato con il Nobel nel 1995, mi piace tornare quando posso, soprattutto in tempi come questi (lo so, è troppo tempo che lo ripeto). Nella poesia di Heaney sembra descritta un'umanità non diversa da quella con cui conviviamo: è vero che i tempi in cui fu scritta Sibilla erano quelli dei troubles, allora le strade di Belfast o di Derry erano insanguinate da violenza e ferocia, ma oggi? Non è lo stesso anche in queste mattine di Maggio? Se provo a volgere lo sguardo un po' più lontano dal mio cortile, ecco che mi appare un'affollarsi di persone, di volti come cani assediati. Regressi al rango di sauri. Vite formicolanti.
E il desolato paesaggio di vite a pezzi, mescolate a quelle di sicofanti e soverchiatori
E' in tempi simili dunque che sento il richiamo dei canti che giungono da un altrove sconosciuto, versi che di certo riescono a rendere il mondo un posto ancora degno di essere - per lo meno - attraversato.
Ma poi c'è Dante all'esordio di questa poesia: quel momento straordinario della Vita Nuova, in cui per descrivere il sopraggiungere misterioso di una nuova ispirazione, il poeta della Commedia usa un'immagine indimenticabile:
Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per sé stessa mossa
Come nei versi di Heaney: La mia lingua si mosse ...
Al cospetto di Beatrice come sulla soglia della dimora della Sibilla non agisce più la sola creatività dell'uomo, non è questione di aver appreso un arte più o meno sublime. Ad un impulso irresistibile ed immemoriale piuttosto siamo ammessi ad assistere, al dischiudersi immediato di un istinto, di un appello ineludibile e salvifico.
Mi piacerebbe scoprire il sentiero che ha portato Heaney al cospetto di quella voce numinosa, mi piacerebbe anche soltanto vedere da lungi che il ramo d'oro ancora viene concesso a chi ne sia degno, che un regno è aperto per quanti non si rassegnano al presagio sacrilego che bivacca nelle viscere della terra.
sabato 15 marzo 2025
finché il sangue muoverà nel petto la tua oscura stella
Il messaggio del professor Cogito
Va’ dove andarono quelli fino al limite oscuro
in cerca del vello d’oro del nulla tuo ultimo premio
va’ fiero tra quelli che sono in ginocchio
fra chi volta le spalle e chi è rovesciato nella polvere
ti sei salvato non per vivere
hai poco tempo bisogna dare testimonianza
sii coraggioso quando la ragione viene meno sii coraggioso
alla fine è la sola cosa che conta
e la Collera tua impotente sia come il mare
ogniqualvolta udrai la voce di umiliati e percossi
non ti abbandoni il tuo fratello Disprezzo
per spie carnefici vigliacchi – saranno loro a vincere
e verranno al tuo funerale gettando con sollievo una zolla
e il tarlo scriverà la tua biografia addomesticata
e non perdonare invero non è in tuo potere
perdonare in nome di chi è stato tradito all’alba
guardati tuttavia dall’inutile orgoglio
osserva allo specchio la tua faccia da giullare
ripeti: sono stato chiamato – non ce n'erano di migliori?
guardati dall’aridità del cuore ama la fonte mattutina
l’uccello dal nome ignoto la quercia d’inverno
la luce sul muro lo splendore del cielo
ad essi non serve il tuo caldo respiro
ci sono soltanto per dire: nessuno ti consolerà
veglia – quando la luce sui monti darà il segnale – alzati e va’
finché il sangue muoverà nel petto la tua oscura stella
ripeti gli antichi scongiuri dell’umanità fiabe e leggende
perché così raggiungerai il bene che non raggiungerai
ripeti le grandi parole ripetile con ostinazione
come quelli che avanzavano nel deserto e perivano nella sabbia
e ti premieranno con ciò di cui dispongono
con sferzate di riso l'uccisione su un immondezzaio
va’ perché solo così sarai accolto nella cerchia dei freddi crani
nel manipolo dei tuoi avi: Gilmameš Ettore Rolando
difensori del regno senza confini e della città delle ceneri
Sii fedele Va’.
di Zbigniev Herbert, traduzione di Pietro Marchesani (Adelphi 1993)
Scritta nei giorni difficili di anni segnati da feroci lotte e crudeltà inumane, questa poesia non è meno adatta gli scuri giorni che ci stanno davanti. La ruota della storia compie un'altra giravolta e il coraggioso, il carnefice, il sicofante si muovono lungo traiettorie già cantate: chi Ettore, chi Efialte, chi Falaride.
Come alla voce poetante di questa bella poesia di Herbert, un combattimento attende anche noi, tutto interiore, a noi solamente destinato. E tutto ciò che c'è di necessario in questi versi, tutto ciò che serve, quella voce lo rivolge al proprio animo, a se stesso: in forma di anafora ricorre l'imperativo, l'invito ad andare verso limiti oltre i quali in pochi hanno osato dirigersi, oppure va’ fiero tra quelli che sono in ginocchio / fra chi volta le spalle e chi è rovesciato nella polvere e poi ancora sii coraggioso quando la ragione viene meno, in effetti è davvero l'unica cosa che conta.
Tra i diversi ammonimenti di questi versi, mi è particolarmente caro quello che così dice:
ripeti gli antichi scongiuri dell’umanità fiabe e leggende
... come a dire che ogni grandezza dell'animo sorge dagli antichi riti nei i quali siamo stati cresciuti e dalle leggende che ci hanno nutrito con aurei insegnamenti.
Non so il futuro cosa preveda per la nostra generazione e per quella dei nostri figli e - per certi versi - la devastazione delle guerre presenti è solo la manifestazione sensibile della generale devastazione dello spirito umano, in ogni caso, la poesia di oggi si rivela un viatico portentoso ed inevitabile. Da portare con sè.
mercoledì 5 febbraio 2025
senza lasciare traccia
INSONNIA INVERNALE
La mente non può dormire, può solo giacere sveglia,
ingolfata, ad ascoltare la neve che si aduna
come per l’assalto finale.
Vorrebbe che venisse Cechov a somministrarle
qualcosa – tre gocce di valeriana, un bicchiere
d’acqua di rose – qualunque cosa, non importa.
La mente vorrebbe uscire di qui
fuori sulla neve. Vorrebbe correre
con un branco di bestie irsute, tutte denti,
sotto la luna, in mezzo alla neve, senza
lasciare traccia, neanche un’impronta, nulla.
E’ malata, stasera, la mente.
traduzione di Francesco Durante, Edizioni minimum fax
Winter Insomnia
The mind can’t sleep, can only lie awake and
gorge, listening to the snow gather as
for some final assault.
It wishes Checkov were here to minister
something—three drops of valerian, a glass
of rose water—anything, it wouldn’t matter.
The mind would like to get out of here
onto the snow. It would like to run
with a pack of shaggy animals, all teeth,
under the moon, across the snow, leaving
no prints or spoor, nothing behind.
The mind is sick tonight.
Una poesia per questo periodo di notti invernali, quando la mente rimane sveglia e l'orecchio si tende ad ascoltare le neve che si aduna, con un suo fare minaccioso, quasi ostile. In notti come queste urge un desiderio di pace interiore - non importa come ottenuto - e a questo desiderio un altro si sovrappone d'un tratto, diverso, se non contrario: uscire di qui / fuori sulla neve e correre / con un branco di bestie irsute, tutte denti, come lupi selvaggi e feroci, mossi dal puro istinto, fedeli solo alla propria natura.
Correre sotto la luna, in mezzo alla neve, senza / lasciare traccia, neanche un’impronta, nulla. L'immagine d'istinto mi piace molto, non so bene perché: correre nella neve, sotto la luna, vuol dire lasciare tracce di sé, impronte del proprio passaggio, orme che segnano un percorso, quindi una storia, con le sue conseguenze, memorie, ricordi, ferite e gioie. Non si può correre nella neve e non lasciare tracce, se non nei versi di una poesia o nell'anelito di una mente che non trova requie in una notte d'inverno.
Lo sappiamo che non è necessario cercare sempre un significato nelle immagini delle poesie, eppure in questa particolare immagine indugio, ritorno, ne percorro le possibilità, tortuose come stretti corridoi di labirinti, ma il filo di Arianna è perduto. Notte d'inverno, passa veloce per favore.
domenica 29 dicembre 2024
nei potentati delle chiome brune
| Icona russa de "La fuga in Egitto" |
Fuga in Egitto
…un cammelliere, spuntato chissà mai da dove.
Nel deserto, scelto per il miracolo dal cielo,
si trovarono insieme, per via di affinità,
sotto un ricovero notturno, e accesero il falò.
Nella spelonca, tra cumuli di neve, e senza presentire
il proprio ruolo, sonnecchiava il piccino in un’aureola
di capelli d’oro che con irruenza avevano fatto pratica
di luminescenza non solo ora, nei potentati
delle chiome brune, ma per davvero, al pari
di una stella che brilla ovunque: finché dura la terra.
25 dicembre 1988
Iosif Brodskij, da "Poesie di Natale" Adelphi
Tra le diverse storie che hanno dato vita alla tradizione cristiana del Natale, mi ha sempre affascinato quella della fuga in Egitto; è una piccola parte, in effetti, di un racconto più vasto ed importante, appena tre versetti (13-15) del capitolo 2 del vangelo di Matteo. Gli altri evangelisti non ne hanno conservato la memoria. Eppure quei pochi versetti hanno dato vita ad una straordinaria fioritura di leggende e racconti che oggi chiamiamo "vangeli apocrifi". Il razionalista spesso guarda a tale tradizione con malcelata diffidenza, a lui non piacciono certo le palme che, nel deserto, piegano i loro rami per donare i propri frutti alla sacra famiglia, allo stesso modo disdegna il corteo di leoni e leopardi che secondo il vangelo dello pseudo-Matteo (un testo che risale probabilmente al secolo X della nostra era) si accompagnano, portentosa e splendida scorta al re bambino, a Giuseppe e Maria. A me invece piace perdermi nell'incanto favoloso di quelle narrazioni, così ricche di immagini e simboli, volti a destare i sensi più profondi dell'uomo interiore. Di questo piccolo episodio della buona novella mi ha sempre colpito anche un altro aspetto: esso mostra - da una parte - il volto feroce e crudele del potere, che non esita di fronte a nulla pur di difendersi, nemmeno a massacrare bambini innocenti; dall'altra svela la sua intima debolezza, il carattere illusorio della sua invulnerabilità. Erode è ossessionato dal fatto che qualcuno possa prendere il suo posto, si rivolge alla scienza di astrologi e sapienti, tesse la sua trama di insidie, dissemina il suo regno di informatori e spie, ma i suoi disegni sono destinati ad andare in fumo, tutti: prima gli sfuggono tra le dita i sapienti Magi venuti da Oriente, poi - e soprattutto - l'erede della promessa, l'albero di Jesse, il bimbo nato in una stalla.
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| Rembrandt, paesaggio con riposo durante la fuga in Egitto -1647 |
Segno evidente di una energia germinativa la cui azione perdura nei secoli, attraversando culture e popoli differenti. Il fatto che un poeta come Iosif Brodskij, nato in una famiglia di cultura ebraica e cresciuto nei dogmi dell'ateismo di Stato sovietico, abbia sentito la potenza emotiva dei racconti sul Natale può sorprendere a prima vista, ma in realtà è stato lo stesso poeta russo ad aver rivelato - in un'intervista degli anni Novanta - che il suo interesse per questo tema è nato fin dal primo momento in cui prese seriamente a comporre poesie. E in effetti Brodskij ha cominciato a scrivere sul Natale fin dal 1962, quando aveva ventidue anni ed ha continuato fino al dicembre del 1995, un anno prima di morire. Queste poesie, tradotte da Anna Raffetto, sono confluite in una raccolta pubblicata in Italia da Adelphi nel 2004. Proprio da questo libro è tratta la poesia di cui oggi vi propongo la lettura.
giovedì 28 novembre 2024
per la morte di Tersi
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| Rilievo di Krito e Kameiros, probabilmente V sec. a. C. , Museo archeologico di Rodi |
Invece del talamo felice e degli imenei rituali
tua madre pose sopra questa tomba di marmo
una fanciulla con la tua statura e la tua bellezza,
o Tersi: anche se sei morta, ti si può parlare.
Ἀντί τοι εὐλεχέος θαλάμου σεμνῶν θ’ ὑμεναίων
μάτηρ στῆσε τάφῳ τῷδ’ ἐπὶ μαρμαρίνῳ
παρθενικὰν μέτρον τε τεὸν καὶ κάλλος ἔχοισαν,
Θερσί· ποτιφθεγκτὰ δ’ ἔπλεο καὶ φθιμένα.
A.P. 7.649 traduzione di A. Presta
Ho ripreso in mano, oggi, un vecchio libro, segnato da annotazioni e da commenti scritti in tempi lontani: cercavo proprio questo epigramma, tra tanti: mi aveva colpito allora e continua a coinvolgermi anche oggi, in questa fredda giornata di fine novembre. Il componimento è opera di Anite, una poetessa vissuta a Tagea, una città dell'Arcadia, fra IV e III secolo a.C. . Doveva essere molto brava se Antipatro di Tessalonica la chiamò “Omero donna” e la inserì nel novero delle principali poetesse greche. Di lei ci rimangono 22 epigrammi, nei quali due istanze espressive mi sembrano prevalere: quella dell'epitaffio, reale o fittizio, dedicato a guerrieri o a giovani fanciulle, a volte anche ad animali, e quella della rappresentazione della natura, attraverso nitidi squarci bucolici o immagini istantanee e folgoranti.
L'epitaffio che avete appena letto è dedicato alla memoria di una giovane, di nome Tersi, morta ante diem, prima del tempo. I quattro versi che compongono l'epigramma sono attraversati da una straziante antitesi tra le gioie del talamo nuziale e del canto felice dell'imeneo (il canto con cui si accompagnavano le giovani donne alle nozze) alla quali la vita di Tersi era destinata e la realtà inerte e fredda della tomba di marmo. Attraverso tale contrapposizione irrompe l'emozione dolorosa, nutrita del contrasto tra le speranze giovanili venute meno e l'ingiusta sorte della morte prematura toccata alla ragazza; il tono di questo canto funebre appare amaro e al tempo stesso sobrio e ammirabile.
Sulla tomba della giovane ormai scesa nell'Ade, è presente sua madre ed è una presenza significativa, in sintonia con le numerose evidenze, archeologiche e letterarie, nelle quali la fanciulla morta anzitempo è accompagnata dalla madre, che assume ruoli e funzioni diverse (ne vediamo uno straordinario esempio nel rilievo del V secolo, qui sopra riportato). Nell'epitaffio di Anite la madre svolge un ruolo contrastivo rispetto all'azione dissolutrice della morte: ha infatti collocato una statua, della stessa statura e bellezza, una statua dunque che sembra promettere la possibilità di uno scambio di affetti, di un estremo colloquio. Si tratta di un motivo già presente nell’Alcesti euripidea, quando Admeto, in risposta alle parole di addio della sua sposa, dichiara che non prenderà altra moglie e che metterà nel proprio letto un simulacro di lei, effigiato da mano sapiente di artista (vv. 348 ss.):
fredda gioia, lo so, ma pure
capace di alleviare il peso dell'anima .
La fredda gioia in cui Admeto confida per attenuare il dolore della morte della sua Alcesti proietta la sua forza simbolica sulla presenza della madre accanto alla tomba di sua figlia nell'epigramma di Anite: la statua ha la stessa bellezza, la stessa altezza di Tersi, certo le mani che l'hanno scolpita sono le mani di un artista valente ed esperto, se no la poetessa non pronuncerebbe quell'ultima frase, anche se sei morta, ti si può parlare. E tuttavia non possiamo evitare di sentire lo scarto, immenso e invincibile, tra l'azione riparatrice della madre e la ferrea legge che separa il confine tra i viventi e l'oscuro Tartaro. L'impossibilità di quella riparazione rivela qui la sua composta nobiltà e consegna a noi, attraverso i secoli, la memoria di una grammatica del dolore di cui non cessiamo di avere bisogno.
domenica 20 ottobre 2024
è un rullo di tamburo
Il nuovo cammino
che sto per cominciare
corre in ogni direzione
traversa monti e mari.
Ma se devo dire
quale ne sia la forma,
è un rullo di tamburo, uno squillo di tromba.
Musō Sōseki, 1351 - da "Jisei -Poesie dell'addio" SE editore
Nel suo jisei l'incombere della morte è rappresentato come un cammino sconosciuto che si apre tra monti e mari, senza una meta precisa, mosso non più da traguardi prestabiliti, ma dall'anelito alla Via, all'esperienza dell'illuminazione; del nuovo viaggio - avverte il poeta - non è facile definire i caratteri, ma se proprio si deve ricorrere alle parole, esso può essere paragonato al rullo di un tamburo o ad uno squillo di tromba. Un suono dunque, dotato di una sua vibrante energia, tutta spirituale: si innalza al di là delle rupi scoscese, oltre il fragore delle onde, al di là dei ripidi passi battuti dal vento. Il suono della tromba, il rullare del tamburo evocano il viaggio dell'io, finalmente liberato dal giogo della necessità (secondo il poeta greco Eschilo tale è la condizione umana), nulla rimpiangendo ma tutto amando.





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