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mercoledì 30 settembre 2026

cercare terre che nessun piede ha calcato


    Le strade




Sto sulle alture battute dal vento, fra le colline di Down,

e tutto il mondo mi si stende ai piedi: prati, mare e città,

e campi arati sui colli lontani, accesi d’un bruno caldo e familiare.


E sempre, attraverso la terra ondulata, fino alla lontana linea dell’orizzonte,

dove colline azzurre cingono l’Occidente velato di nebbia, vedo serpeggiare le strade bianche,

le strade remote, le belle strade che chiamano il mio cuore.


Le vedo scendere nelle valli e svanire e risalire e curvare,

dalla valle d’ombra all’altura nel vento, e sempre verso Occidente vanno

e oltre la fredda cresta azzurra, infine, fino all’estremo confine del mondo.


Sento su di me il richiamo delle strade; un desiderio è cresciuto nel mio animo:

andare errando per le vie maestre, solo fra terra e cielo,

e cercare terre che nessun piede ha calcato e mari che nessuna vela ha conosciuto:


le terre a occidente della sera e a oriente dei vagiti del mattino,

dove gli dèi invisibili, nelle loro verdi valli, sono lieti ai confini della terra

e non temono che il domani rechi dolore, né che la notte spenga la loro letizia.


The Roads


I stand on the windy uplands among the hills of Down

With all the world spread out beneath, meadow and sea and town,

And ploughlands on the far-off hills that glow with friendly brown.


And ever across the rolling land to the far horizon line,

Where the blue hills border the misty west, I see the white roads twine,

The rare roads and the fair roads that call this heart of mine.


I see them dip in the valleys and vanish and rise and bend

From shadowy dell to windswept fell, and still to the West they wend,

And over the cold blue ridge at last to the great world’s uttermost end.


And the call of the roads is upon me, a desire in my spirit has grown

To wander forth in the highways, ‘twixt earth and sky alone,

And seek for the lands no foot has trod and the seas no sail has known:


For the lands to the west of the evening and east of the morning’s birth,

Where the gods unseen in their valleys green are glad at the ends of the earth

And fear no morrow to bring them sorrow, nor night to quench their mirth.


C.S. Lewis, Spirits in Bondage. A Cycle of Lyrics, traduzione mia

The Roads appartiene a Spirits in Bondage. A Cycle of Lyrics, la prima raccolta poetica pubblicata da C. S. Lewis nel 1919, quando aveva vent’anni, con lo pseudonimo di Clive Hamilton. Sono poesie composte negli anni della formazione e della guerra, molto prima della conversione al cristianesimo. La raccolta è articolata in tre sezioni, significativamente intitolate The Prison House, Hesitation e The Escape. Lewis stesso aveva spiegato nel 1918 che il libro non andava considerato come una semplice successione di componimenti indipendenti, perché vi si sviluppava, pur liberamente, un’idea generale. The Roads è la trentaquattresima lirica e appartiene proprio all’ultima sezione, The Escape.

Questa collocazione aiuta a comprendere il significato delle strade che attraversano la poesia. L’«evasione» di cui parla il titolo della sezione non coincide infatti con una semplice fuga dalla realtà. In The Roads il movimento verso l’Altrove prende avvio dall’esperienza concreta di un paesaggio reale, quello delle colline della contea di Down, nell’Irlanda del Nord. Il luogo osservato possiede colori e forme riconoscibili: prati, mare, città, campi arati, colline. Eppure, fin dalla prima strofa, qualcosa sottrae questo panorama alla semplice descrizione naturalistica.

Il poeta si trova sulle alture, mentre tutto il mondo si distende sotto di lui.  Il mondo visibile appare per un istante raccolto entro lo sguardo. Anche i colori partecipano a questa trasformazione. Il bruno dei campi è friendly, amichevole, quasi che la terra possedesse una disposizione affettiva verso chi la contempla. La natura comincia così ad animarsi.

È però con l’apparizione delle strade che il paesaggio acquista pienamente il suo valore simbolico. Le strade bianche serpeggiano attraverso la campagna, scompaiono nelle valli, riemergono sulle alture, piegano e continuano verso Occidente. Lewis attribuisce loro una vera capacità di azione: sono le strade che chiamano il suo cuore e poco dopo il loro richiamo torna con maggiore forza, fino a far nascere un desiderio nello spirito del poeta. La personificazione è evidente. La strada diventa la forma visibile di un richiamo. Anche il loro andamento contribuisce a creare l'atmosfera sospesa e misteriosa della lirica, le strade scendono, svaniscono, risalgono, curvano. Non è possibile vederne interamente il percorso. Ogni tratto visibile presuppone qualcosa che rimane nascosto oltre una valle o dietro una cresta. La strada conduce verso qualcosa che ancora non si conosce, lungo sentieri che non hanno una meta precisa.  

In questo movimento l’Occidente assume un’importanza crescente: all’inizio è ancora una direzione geografica, poi l'io poetico nota le colline azzurre che confinano con un Occidente avvolto nella nebbia. E poco dopo tutte le strade sembrano dirigersi ostinatamente da quella parte, finché superano l’ultima cresta e raggiungono l’estremo confine del mondo. Lo spazio geografico si trasforma gradualmente in spazio mitico. 

L’Occidente possiede naturalmente una lunga storia simbolica. È il luogo dove il sole scompare e, proprio per questo, in molte tradizioni europee diventa la regione dell’oltre, delle isole remote, dei morti o degli immortali. Per Dante è il luogo oltre le Colonne d'Ercole, il mondo senza gente dove si innalza il monte del Purgatorio. Nell’immaginario celtico, particolarmente familiare al giovane Lewis, il viaggio verso Occidente può condurre verso terre sottratte al tempo umano. Non è necessario supporre qui un riferimento preciso a una singola leggenda: è sufficiente osservare come Lewis utilizzi quella geografia mitica per trasformare le colline di Down nella soglia di un mondo ulteriore. 

 Nella quarta strofa il movimento esteriore si trasferisce definitivamente nell’interiorità. Il richiamo delle strade fa nascere un desiderio nello spirito del poeta: egli vorrebbe partire, percorrere le vie maestre, rimanere solo fra terra e cielo e cercare terre mai calpestate e mari mai attraversati da una vela. Qui il viaggio ha ormai superato ogni possibile geografia reale. L’espressione fra terra e cielo colloca il viandante quasi in una zona intermedia: appartiene ancora al mondo conosciuto, ma è già rivolto verso ciò che lo oltrepassa.

L’ultima strofa compie la trasformazione. Le terre cercate si trovano  a occidente della sera e a est dei vagiti del mattino. Le normali coordinate spaziali sono definitivamente infrante: sera e mattino diventano quasi confini cosmici che possono essere oltrepassati.  

Lì abitano gli dèi invisibili, lieti nelle loro verdi valli ai confini della terra. La loro invisibilità è decisiva. Lewis avverte la presenza del mondo mitico, oltre il limite della percezione. Come le strade scomparivano dietro le colline, così gli dèi rimangono nascosti nelle loro valli. Il visibile sembra continuamente rimandare a qualcosa che non può essere del tutto ricondotto all'esperienza dell'umano.

Anche il tempo cambia natura. Gli dèi non temono che il domani porti dolore o che la notte spenga  la loro letizia. Il mondo verso cui tendono le strade è dunque sottratto alla precarietà che caratterizza l’esistenza umana. Al di là dell’orizzonte si immagina una regione dove la gioia non viene consumata dal tempo.

 

 

giovedì 20 agosto 2026

Prendi questo velo divino

 Il velo di Ino

                                     Leucotea appare a Ulisse nella tempesta, Friedrich Preller il Vecchio, 1863


    Ma  Ino dalle caviglie sottili lo vide -luminosa

Ino, figlia di Cadmo. Nata mortale, pura ragazza

dalla voce cristallina, aveva ottenuto grazia dagli 

dèi e ora dimorava tra gli abissi salati dell'oceano.

Provava compassione per Odisseo, travolto

dall'amgosica. Sinuos, come un gabbiano, volteggiò

sulle acque, posandosi sulla zattera, e disse:

"Uomo infelice, Poseidone piantuma il male 

sul tuo cammino, ma nonostante il suo odio non

ti ucciderà. Fai come ti dico. Strappati le vesti,

abbandona la zattera ai venti, nuota verso la terra

dei Feaci, dove sarai salvo. Prendi questo velo

divino, io l'ho fatto, e annodalo ai fianchi. Finché

lo indossi, nessun dolore ti toccherà, né morte:

quando sarai a terra, slega il velo e gettalo nel

mare oscuro colore del vino, volta le spalle e vai".

    Così disse la dea: gli diede il velo, poi, con gioia

di uccello, si distese, gettandosi tra le onde; la

tenebra dell'oceano si chiuse su di lei.

 Odissea tradotta da T.E. Lawrence, Magog 2022


C’è un momento, nel quinto libro dell’Odissea, in cui Odisseo sembra non avere più nulla. Calipso è ormai lontana, la zattera sulla quale ha lasciato l’isola è in balia della tempesta, Poseidone infuria contro di lui. Non ci sono compagni, armi, astuzie che possano soccorrerlo. Rimane un uomo solo nel mare.

È allora che appare Ino, la figlia di Cadmo che i Greci chiamavano anche Leucotea, la “dea bianca”. Era stata mortale e aveva conosciuto il dolore; accolta infine tra le divinità marine, continua a conservare qualcosa che agli dèi omerici non sempre appartiene: la compassione per la fragilità degli uomini. Vede Odisseo «travolto dall’angoscia» e affiora dalle acque assumendo per un istante la leggerezza di un uccello marino.

La sua apparizione occupa poche righe, eppure possiede la perfezione delle grandi scene dell’Odissea. Ino non combatte Poseidone e non placa il mare. Offre a Odisseo un velo e gli ordina di legarselo al corpo, abbandonare ciò che resta della zattera e affidarsi alle onde. Quel velo lo proteggerà finché non avrà raggiunto la terra dei Feaci. Allora dovrà scioglierlo, gettarlo nel mare «oscuro colore del vino» e proseguire senza voltarsi.

È difficile non avvertire qualcosa di misterioso in questo gesto. Il dono divino non diventa proprietà dell’eroe. Odisseo può servirsene soltanto durante il passaggio; raggiunta la riva, deve restituirlo all’elemento dal quale è venuto. Per salvarsi deve dunque accettare insieme due cose apparentemente opposte: l’aiuto degli dèi e la necessità di tornare, subito dopo, alla propria condizione mortale.

Forse anche per questo l’episodio dovette affascinare T. E. Lawrence, il Lawrence d’Arabia che nel 1932 pubblicò la propria traduzione dell’Odissea. La sua non fu l’impresa occasionale di un uomo celebre prestato alla letteratura. Lawrence amava profondamente il poema e vi riconosceva qualcosa che gli era intimamente congeniale: il viaggio, il mare, la resistenza fisica, l’intelligenza pratica, la capacità di sopportare la solitudine e soprattutto quella figura singolarissima di eroe che è Odisseo. Non l’eroe della forza smisurata, ma l’uomo che attraversa il mondo, ne subisce le prove e continua ostinatamente a cercare una via per tornare a casa.

Nella versione di Lawrence questa simpatia per il carattere concreto dell’Odissea si avverte continuamente. La lingua tende alla rapidità e all’immagine. Anche qui bastano pochi tratti: Ino è luminosa, la sua voce cristallina; appare «sinuosa, come un gabbiano», si posa sulla zattera e, terminato il suo breve discorso, torna al mare con una «gioia di uccello». Poi «la tenebra dell’oceano si chiuse su di lei». L’apparizione divina non viene appesantita da alcuna solennità. È improvvisa, quasi naturale, e proprio per questo conserva tutto il suo prodigio.

È questa forse la qualità più sorprendente della pagina. In poche righe convivono la violenza del mare e la delicatezza di un velo, la disperazione di un uomo e la leggerezza di un uccello, la tenebra dell’oceano e la luminosità di Leucotea. Lawrence comprende bene che Omero non ha bisogno di spiegare il mistero. Gli basta mostrarlo.

E così Ino scompare quasi nello stesso istante in cui è apparsa. Resta nelle mani di Odisseo soltanto quel fragile pezzo di stoffa che, in mezzo alla furia di Poseidone, separa per qualche tempo un uomo dalla morte. È un’immagine difficile da dimenticare: la salvezza non assume la forma della forza, ma quella leggerissima di un velo.

venerdì 31 luglio 2026

Quando la notte attendo il suo arrivo

 

La musa


 Esiodo e la Musa (1891) Gustave Moreau, Musée d'Orsay Parigi.


Quando la notte attendo il suo arrivo,

la vita sembra sia appesa a un filo.

Che cosa sono onori, libertà, giovinezza

di fronte all’ospite dolce

col flauto nella mano? Ed ecco è entrata.

Levato il velo, mi guarda attentamente.

Le chiedo: “Dettasti a Dante tu

le pagine dell’Inferno?” Risponde: “Io”.


            Anna Achmatova


C’è un momento, nella poesia di Anna Achmatova, in cui la notte sembra fermarsi e tutto ciò che appartiene alla vita quotidiana perde improvvisamente importanza. La poetessa attende un arrivo misterioso: «la vita sembra sia appesa a un filo». Di fronte a quell’ospite che sta per entrare, che cosa possono valere gli onori, la libertà, la giovinezza? Tutto appare fragile e provvisorio. Ciò che ha il sapore del prodigio del resto non può che avvenire quando la vita è appesa al filo.

Poi la porta si apre. Entra una figura dolce e silenziosa, con un flauto nella mano. Non è una presenza minacciosa: è la Musa, la forza segreta della poesia. Achmatova la immagina come qualcuno che arriva da un altro mondo per condurla più nelle profondità dell'essere.

La domanda che la poetessa le rivolge è sorprendente: «Dettasti a Dante tu / le pagine dell’Inferno?». E la risposta è una sola parola: «Io». In quel momento la Musa rivela il suo vero volto. È la stessa forza che ha guidato Dante nel viaggio attraverso il dolore, la colpa e la morte, trasformando l’abisso dell’esistenza in poesia.

Achmatova ci ricorda così che la vera  poesia nasce dalla ferita, dalla perdita, dall’incontro con ciò che spaventa l’uomo. Il poeta è colui che riesce a guardare anche ciò che sembra indicibile e a trovare una voce per raccontarlo.

 «La Musa» è allora una piccola meditazione sul mistero della poesia. Ci dice che i grandi versi  arrivano soltanto quando l’uomo si trova davanti alle domande più difficili. La poesia è quella voce che, proprio nel momento in cui la vita sembra appesa a un filo, riesce ancora a trasformare il dolore in canto.

lunedì 29 giugno 2026

in cima ad esse echeggia l’infinito

Noi siamo cetre…



Noi siamo cetre un poco sgangherate.

Il vento, quando passa sulle corde,

come catene sospese, risveglia

dei versi, dei rumori dissonanti.


Noi siamo antenne un poco singolari.

Come dita s’innalzano nel caos,

in cima ad esse echeggia l’infinito,

ma ben presto cadranno giù, spezzate.


Noi siamo sensazioni un po’ disperse

senza speranza di concentrazione.

Nei nostri nervi tutto si confonde.


Ci duole il corpo, duole la memoria.

Ci scacciano le cose, e la poesia

è il rifugio che sempre più invidiamo.


(da Elegie e satire, 1927)  (trad. Filippomaria Pontani) in Antologia della poesia greca contemporanea

a cura di Filippomaria Pontani. Introduzione di Maurizio De Rosa, Crocetti Editore 2004


il testo è tratto dal sito internet dell'editore.


Tra le figure più intense e tragiche della poesia europea del Novecento, Kostas Karyotakis occupa un posto del tutto particolare. Nato nel 1896 e morto suicida nel 1928, a soli trentadue anni, visse in un'epoca in cui la fiducia ottocentesca nel progresso e nella razionalità si era ormai incrinata sotto il peso della guerra, della crisi delle istituzioni e di un diffuso senso di smarrimento. La sua voce, pur attraversata da un dolore autentico, non indulge mai nell'autocommiserazione; al contrario, tenta di trasformare l'esperienza della frattura in una forma di conoscenza. Per questa ragione la sua opera ha esercitato un'influenza decisiva sulla poesia greca del secolo scorso ed è stata riconosciuta come una delle espressioni più alte della crisi spirituale dell'uomo moderno.

La lirica Noi siamo cetre un poco sgangherate rappresenta forse uno degli esempi più limpidi di questa poetica. Fin dai primi versi il poeta rinuncia a parlare in prima persona singolare. L'io diventa un "noi", quasi a suggerire che il disagio descritto non appartenga esclusivamente all'autore, ma costituisca la condizione di un'intera generazione, forse dell'uomo contemporaneo in quanto tale. 
L'immagine iniziale è di straordinaria efficacia: la cetra richiama immediatamente il mondo classico, lo strumento di Apollo e di Orfeo, simbolo della poesia capace di accordarsi con l'ordine del cosmo. Ma quella evocata dal poeta è una cetra malridotta, imperfetta, incapace di produrre una melodia limpida. Quando il vento passa sulle sue corde non nasce un'armonia, bensì una miscela di «versi» e «rumori dissonanti». In questa apparente contraddizione è racchiuso il nucleo dell'intera poesia: l'arte non nasce più dalla perfezione, ma dalla dissonanza. Il poeta moderno è colui che riesce a dare voce al disordine.

Nella seconda strofa la metafora cambia improvvisamente registro. Le cetre lasciano il posto alle antenne: Noi siamo antenne un poco singolari. L'immagine appartiene ormai al mondo della tecnica, ma il suo significato resta profondamente spirituale. Le antenne si innalzano nel caos e sembrano intercettare qualcosa che appartiene all'infinito. Esse sono il simbolo della sensibilità poetica, della capacità di percepire segnali che sfuggono alla percezione comune. E tuttavia questa apertura verso l'assoluto è fragile: le antenne sono destinate a spezzarsi. Il contatto con l'infinito resta un'intuizione fugace, una tensione continuamente minacciata dalla caduta.

L'ultima strofa introduce il motivo del dolore, che investe insieme il corpo e la memoria. La sofferenza fisica e quella spirituale sembrano fondersi in un'unica esperienza. Persino il mondo esterno assume un volto ostile: Ci scacciano le cose. Non è l'uomo a prendere le distanze dalla realtà; è la realtà stessa che sembra respingerlo, negandogli ogni possibilità di appartenenza. Eppure proprio nel momento di maggiore sconforto compare la parola conclusiva, «poesia», che acquista così il valore di un approdo. Colpisce tuttavia il fatto che essa non venga presentata come un rifugio posseduto, bensì come un rifugio che sempre più invidiamo. È una meta verso cui si tende senza poterla raggiungere pienamente. La poesia non elimina il dolore, non ricompone definitivamente la frattura, ma offre almeno la possibilità di darle una forma e, quindi, un significato.

venerdì 29 maggio 2026

nel giorno della mestizia

 







Ciò che rimane dopo di me?

Fiori in primavera,

l'uccello cuculo d'estate,

e l'acero in autunno.

                          Ryokan Daigu


Entrare nello spirito di questi versi di Ryōkan significa oltrepassare il significato letterale ed immediato che si offre alla mente attraverso le parole. Questa è una poesia che richiede una particolare forma di  respiro, come fossimo al cospetto di un uomo che si spegne, fissando la luce oltre la finestra. Un vecchio monaco, fragile e rannicchiato nella sua capanna di paglia sente il sangue farsi freddo e la terra reclamare il suo corpo; eppure, in quel momento supremo di solitudine, nei suoi occhi non c'è ombra di paura, ma una improvvisa commovente gratitudine. 

Chiedersi cosa resterà di noi è il tormento segreto di molti, la ferita che ci portiamo dentro. alcuni affidano alla fama o a un nome inciso su una pietra il compito di salvarli dall'oblio, altri impiegano grandi ricchezze per erigere un monumento che sfidi il tempo.

Ryōkan, invece, guarisce questa ferita indicando il mondo fuori: guardate, sembra  dirci, io me ne vado, ma guardate la meraviglia che vi  sta intorno. Non un libro, non una statua, ma il miracolo dei ciliegi che torneranno a fiorire a primavera, il canto struggente del cuculo nelle notti calde d'estate, il fuoco malinconico delle foglie d'acero che incendia i boschi in autunno. L'inverno è la grande verità che Ryōkan sceglie di non pronunciare nel suo addio, eppure è proprio l'inverno che rende così struggenti la primavera, l'estate e l'autunno. Tacendo la stagione del gelo, il monaco non vuole negarne la forza, né nasconderne il potere, semplicemente decide di  guardare a ciò che viene dopo.

C'è una dolcezza lacerante in questo addio, l'emozione purissima di chi si accorge che l'essenza della propria vita è iscritta nel trascorrere inevitabile di tutte le cose e che morire non significa scomparire, ma seguire un ritmo segreto che percorre la vita stessa e che rimane nascosto a chi si ferma alle apparenze. 


mercoledì 29 aprile 2026

L’impossibile accade.






Rassegnazione per principianti



Tu non cercare nulla. Non c’è niente da trovare,
Niente da capire. Accontentati.
Quando verrà il loro tempo fioriranno i tigli
Sopra la tomba scavata di fresco.

Quando verrà il suo tempo si dissiperà il buio,
Scintillerà la luce rinata.
Niente è concluso, tutto continua.
E tu sarai allegro. O forse no.

Tra sparire e ricominciare
L’impossibile accade.
Come e perché non è stato svelato.
Suona nuova al principiante l’antichissima melodia.

Per cercare il senso profondo, non sprofondare.
Tu non cercare. Così lo troverai.

di Mascha Kaléko


Mascha Kaléko (1907-1975) è stata una celebre poetessa tedesca di origine ebraica, nota per la sua poesia urbana e malinconica, spesso associata alla "Nuova Oggettività" (Neue Sachlichkeit) nella Berlino degli anni '20 e '30. Fuggita dalla Germania nazista nel 1938, visse tra gli USA e Gerusalemme, affrontando persecuzioni,  l'esilio e il dolore personale, prima di morire a Zurigo. 

Rassegnazione per principianti è un titolo magnifico, con leggerezza evoca un apprendistato dell'animo, un tirocinio interiore che separa il principiante della rassegnazione dall'esperto edotto dei segreti di una antichissima melodia.  

La poesia tuttavia non celebra la sfiducia o il disincanto, così diffuso ai giorni nostri, perché l'impossibile accade, anche se non è dato sapere in che modo o per quali motivi. E il senso profondo di questa vita, a volte così complicata, lo si trova infine. Basta non affannarsi a cercarlo.


lunedì 30 marzo 2026

Non è gran cosa questo tutto che mi resta.




Restituzione

Se della tua bocca non so che la tua voce
E dei tuoi seni solo il verde o l'arancione delle tue bluse, come posso avere la presunzione di
avere di te più della grazia di un'ombra che passa sull'acqua.
Nella memoria porto gesti, la moina che tanto felice mi faceva,
e questo modo di restartene in te stessa, con il curvo riposo
di un'immagine d’avorio.
Non è gran cosa questo tutto che mi resta.
In più opinioni, collere, teorie,
nomi di fratelli e sorelle,
l'indirizzo postale e il numero del telefono,
cinque fotografie, un profumo di capelli,
una pressione di mani piccole fra le quali nessuno direbbe
che mi si nasconde il mondo.
Questo tutto me lo porto senza sforzo, perdendolo poco a poco.
Non inventerò l'inutile menzogna della perpetuità,
meglio passare i ponti con le mani
piene di te,
tirando via a piccoli pezzi il mio ricordo.
Dandolo alle colombe, ai fedeli passeri,
che ti mangino fra canti, arruffio e svolazzi.


Si de tu boca no sé más que la voz
y de tus senos sólo el verde o el naranja de las blusas,
cómo jactarme de tener de ti
más que la gracia de una sombra que pasa sobre el agua.
En la memoria llevo gestos, el mohín
que tan feliz me hacía, y ese modo
de quedarte en ti misma, con el curvo
reposo de una imagen de marfil.
No es gran cosa ese todo que me queda.
Además opiniones, cóleras, teorías,
nombres de hermanos y de hermanas,
la dirección postal y telefónica,
cinco fotografías, un perfume de pelo,
una presión de manos pequeñitas donde nadie diría
que se me esconde el mundo.
Todo lo llevo sin esfuerzo, perdiéndolo de a poco.
No inventaré la inútil mentira de la perpetuidad,
mejor cruzar los puentes con las manos
llenas de ti
tirando a pedacitos mi recuerdo,
dándolos a las palomas, a los fieles
gorriones, que te coman
entre cantos y bullas y aleteos.

Julio Cortazar, Le ragioni della collera (Edizioni Fahrenheit 451)

Accade nella grande poesia d'amore ciò che accade in quella epica: in esse si riverbera qualcosa di più dello slancio della passione o dell'ebbrezza dell'attimo fatale. Questo qualcosa vive in ogni anima, si fa universale e supera il tempo. Ognuno può riconoscersi nei versi di Cortazar, indipendentemente dal fatto che giaccia ferito dalle frecce potenti di Eros o contempli quel che resta di un amore perduto.
Allo stesso modo viviamo il medesimo tormento interiore del principe Andrej sul campo di Borodino o tratteniamo il fiato quando infine Ettore si volge ad affrontare Achille.

La grande poesia insomma ci riguarda.

sabato 28 febbraio 2026

Ma l'anima secreta che non mente

 privilegio





Io sono un buon compagno. Agevolmente

mi si prende per mano e quello faccio

ch'altri mi chiede, bene e lietamente.


Ma l'anima secreta che non mente

a se stessa mormora sue parole.

Anche talvolta un Dio mi chiama e vuole

ch'io l'ascolti. Ai pensieri

che mi nascono allora, al cuor che batte

dentro, all'intensità del mio dolore,

ogni uguaglianza fra gli uomini spengo.


Ho questo privilegio e lo mantengo.


Una poesia di Umberto Saba  non molto nota, ma tra le mie preferite. Una specie di autoritratto o di riflessione su se stesso. C'è il suo carattere di buon compagno, benevolo ed amichevole e quel " ma" che apre la seconda parte della poesia... Meravigliosa l'ultima rima spengo /mantengo. 

martedì 20 gennaio 2026

Ah, lascia il mondo e vieni via!


Conosco un piccolo bosco di druidi





Conosco un piccolo bosco di druidi

dove potrei addormentarmi, se mi fosse concesso,

e udire il mormorio del ruscello

confondersi con un sogno di mezzanotte;

e dimorare sotto i sacri noccioli

che si muovono sopra di me nella brezza,

e respirare il profumo della spinosa eglantina.


Poiché là, per tutta la notte, i gufi bianchi,

nell’odorosa penombra divina,

ascoltano il canto selvaggio, strano, senza misura

delle voci fatate, sottili e acute

come il grido innaturale del pipistrello,

e il ritmo dei loro calzari

che danzano, danzano, sotto la luna,

finché, nel pallore dell’alba,

le stelle erranti cominciano a venir meno…


Ah, lascia il mondo e vieni via!


La gente del vento è nella radura,

e uomini hanno visto i loro festini, adagiati

in segreto su qualche prato fiorito,

sotto le volte dei faggi;

re d’altri tempi, così ho udito dire,

qui hanno trovato amanti fatate

che li hanno sottratti alla vita con incanto

e baciato le loro labbra

con labbra fredde, senza timore,

e intessuto intorno a loro un tale sortilegio

che sono passati oltre la nebbia

e hanno trovato la Terra-sotto-l’Onda…


Re d’altri tempi, che nessuno poté salvare!

                 

da C.S. Lewis "Spirits in Bondage", la traduzione è mia


la versione originale:


I know a little Druid wood 

Where I would slumber if I could 

And have the murmuring of the stream 

To mingle with a midnight dream, 

And have the holy hazel trees 

To play above me in the breeze, 

And smell the thorny eglantine; 

For there the white owls all night long

In the scented gloom divine 

Hear the wild, strange, tuneless song 

Of faerie voices, thin and high 

As the bat's unearthly cry, 

And the measure of their shoon 

Dancing, dancing, under the moon, 

Until, amid the pale of dawn 

The wandering stars begin to swoon. . . . 


Ah, leave the world and come away! 


The windy folk are in the glade, 

And men have seen their revels, laid 

In secret on some flowery lawn 

Underneath the beechen covers,

 Kings of old, I've heard them say, 

Here have found them faerie lovers 

That charmed them out of life and kissed 

Their lips with cold lips unafraid, 

And such a spell around them made T

hat they have passed beyond the mist 

And found the Country-under-wave. . . . 


Kings of old, whom none could save!


C.S. Lewis è noto al grande pubblico soprattutto per le sue opere in prosa, tra le quali le celebri "Cronache di Narnia" o "Le lettere a Berlicche", la sua raccolta di poesie tuttavia merita senza dubbio l'attenzione del lettore moderno e meriterebbe anche un'edizione italiana.

La poesia che oggi propongo nel blog è espressione della passione del suo autore per le leggende e i miti medievali, per il folklore celtico e per le atmosfere misteriose e sognanti che lo spirito moderno spesso relega tra le fantasie lontane dalla realtà e dai problemi concreti della nostra epoca e dalle reali condizioni dell'esistenza con cui tutti dobbiamo confrontarci. 

I sogni di mezzanotte, i sussurri del popolo del vento, il canto selvaggio delle voci fatate, l'incantamento emanato dai baci delle loro fredde labbra non sono che fole, inattuali divagazioni di spiriti incapaci di stare al cospetto del vero. 

Lewis, Tolkien e gli altri scrittori che si ritrovavano in quel sodalizio di dotti che sarà conosciuto come gli Inklings non la pensavano così, anzi vedevano nel disincanto dello spirito moderno uno dei maggiori responsabili dello stato miserevole della condizione umana. Diseredata dalla sua vocazione all'incanto e al mistero, essa appariva loro assoggettata all'imperio del numero, alla ferrea egemonia della quantità e della logica. Tale è rimasta fino ai giorni nostri.

L'invito che giunge al viandante che si addentri nel bosco fatato è chiaro:

Ah, lascia il mondo e vieni via !

Il bosco è abitato da presenze eteree che nei racconti popolari della tradizione irlandese sono affascinanti e pericolose  al tempo stesso. Le fate irretiscono allo stesso modo il contadino e il re, il marinaio ed il musicista. Inducono un sonno profondo e inebriante ed attirano verso luoghi da cui il più delle volte non si torna indietro, come la  Terra-sotto-l’Onda, una terra leggendaria,  il Tir na Nog, la variante celtica dell'altromondo dove non esiste  né morte né malattia.

Non è un invito alla diserzione, come crede lo spirito menomato dei nostri tempi, è piuttosto la voce  che annuncia l'inaspettato, il sussurro che rende muto l'arrogante e svela la legge del prodigio.


 




mercoledì 31 dicembre 2025

Non vedi le cicatrici dell'abbondanza, gli occhi senza luce


L'anno nuovo



 


È inverno, è l’anno nuovo.

Non ti conosce nessuno.

Lontano dalle stelle, dalla pioggia di luce,

giaci al maltempo delle pietre.

Non c’è alcun filo che ti riporti indietro.

I tuoi amici sonnecchiano al buio

del piacere e non possono ricordare.

Non ti conosce nessuno. Sei il vicino del nulla.

Non vedi la pioggia che scroscia e l’uomo che s’allontana a piedi,

il vento sporco che soffia le proprie ceneri per tutta la città.

Non vedi il sole che trascina la luna come un’eco.

Non vedi il cuore illividito andare in fiamme,

i crani degli innocenti farsi fumo.

Non vedi le cicatrici dell’abbondanza, gli occhi senza luce.

È finita. È inverno, è l’anno nuovo.

Gli umili portano la propria pelle in paradiso.

I disperati soffrono il freddo con quelli che non hanno nulla da nascondere.

È finita e non ti conosce nessuno.

C’è la luce delle stelle alla deriva sull’ acqua nera

Ci sono pietre nel mare che nessuno ha visto.

C’è una costa e la gente aspetta.

E non ritorna niente.

Perché è finita.

Perché c’è silenzio invece di un nome.

Perché è inverno ed è l’anno nuovo.

     Mark Strand da Elegia per mio padre in "La storia delle nostre vite" 

Lo so. Forse non è la poesia più allegra per chiudere l'anno, ma chi conosce le rotte che seguono la stella tenue ama i versi che incidono la carne, che gettano sale sulle ferite che aprono. E di questo genere sono i versi che Mark Strand compone nel 1971 e che dedica a suo padre Robert, morto pochi anni prima. Un groviglio di emozioni dure, dolore, riflessioni ed amari bilanci. Nulla sembra sfuggire alla forza dissolutrice del tempo e dell'inverno: I disperati soffrono il freddo con quelli che non hanno nulla da nascondere. L'impossibilità di vedere ricorre per più versi a segnare la distanza che si accumula tra chi si avvicina al limite ultimo della sua esistenza e la vita stessa con le sue ineliminabili contraddizioni.

In questo scenario di desolazione tuttavia rimane ciò che davvero conta: il poeta non è lontano da quella vita ferita e da quel che ne rimane. La forza evocativa dei versi scaturisce da una prossimità che è inerme, ma non indietreggia, né assume i toni del lamento. 

Inermi ma non arresi. Questo l'auspicio.

Buon anno nuovo

domenica 30 novembre 2025

Nel sovrano silenzio de la notte

 

La Naiade


John William Waterhouse, The Charmer, 1911



Pullula ne l'opaco bosco e lene

tremula e si dilata in suoi leggeri

cerchi l'acqua; ed or vela i suoi misteri,

ora per tutte le sue chiare vene

ha un brivido scoprendo all'imo arene

nuziali ove ancor restano intieri

i vestigi dei corpi che in piaceri

d'amor commisti riguardò Selene.


Morta è Selene; morte son le Argire;

i talami deserti; nel sovrano

silenzio de la notte l'acqua tace;

ma pur sembrami a quando a quando udire

il gorgoglio di un'urna che una mano

invisibile affonda in quella pace.


                    da Poema Paradisiaco 1893


Chi erano le Naiadi? Secondo i Greci erano ninfe delle acque ed in particolare delle sorgenti vivevano in grotte o in caverne, di loro gli antichi poeti raccontavano che fornirono a Perseo gli strumenti indispensabili per sconfiggere la Gorgone. Spesso le leggende si soffermavano sui loro amori - sempre complicati e tormentati - con gli uomini. 

La protagonista della bella poesia di D'Annunzio è una di queste creature misteriose che vivono presso le fonti o tra gli alberi; sembra vivere in una specie di tempo sospeso, contemplando un mondo in cui tempo addietro, sotto lo sguardo di Selene (che in Grecia è il nome che si dava alla della Luna), si svolgevano misteriosi riti nuziali  e  divampavano passioni amorose di cui solo rimangono incerte vestigia. Nel tempo passato, sottolineato dal passato remoto riguardò, la natura era abitata dagli dèi, ma nell'oscuro presente - ha un brivido  o una mano invisibile affonda  -  non rimane quasi traccia della loro presenza, rimangono solo i talami deserti. Questo è il tempo del sovrano silenzio, l'acqua tace e tutta l'antica energia della natura, vivificata da presenze numinose, sembra ridotta ad una mesta desolazione. Solo un leggero gorgoglio pare annunciare che qualcosa di celeste non ha smesso di lasciare labili tracce del suo passaggio.




giovedì 30 ottobre 2025

quel che la vita mi riserva

 


 Amleto 


Il mormorio s'è spento. Sono in scena.
Appoggiato allo stipite della porta,
cerco di cogliere nell'eco lontana
quel che la vita mi riserva.

Mi fissa il buio della notte
con mille binocoli puntati.
Se solo è possibile, Abba Padre,
allontana da me questo calice.

Amo il tuo progetto ostinato
e sono pronto a recitare questa parte.
Ma ora si svolge un altro dramma
e per questa volta dispensami.

Ma meditato è l'ordine degli atti
e ineluttabile la fine del cammino.
Sono solo, tutto sprofonda nel fariseismo.
Vivere una vita non è attraversare un campo.

         di Boris Pasternak, le poesie di Jurij Zivago


“Esistono poeti nati – Pasternak”: bastano poche parole a Marina Cvetaeva per ritrarre indelebilmente l’autore del Dottor Živago, romanzo dal successo “fragoroso” (A. M. Ripellino). “Un’opera che scrivo solo per la mia anima,” confidò il poeta in una lettera alla cugina Olga Freidenberg, e che diventerà, invece, un caso letterario mondiale e uno dei libri più rappresentativi del Novecento. Un romanzo dal respiro epico, sintesi della visione di Pasternak della storia russa, e colmo dei temi e delle esperienze che hanno ispirato la sua poesia, esito di un percorso cominciato nella composizione musicale. La sua caratteristica più evidente è la struttura in prosa e in versi; la sua conclusione è affidata alle poesie di Jurij Živago raccolte in un quaderno che i suoi amici, Gordon e Dudorov, sfogliano “in una quieta serata estiva”, seduti “accanto a una finestra aperta sull’immensa Mosca serale”. Poesie che non sono una mera appendice, ma la luce che richiama e rischiara l’esistenza del protagonista, come se l’intera narrazione costituisse la biografia del loro autore, l’introduzione all’opera di Jurij Živago, medico e poeta. E sono, soprattutto, l’estremo frutto della creatività di Boris Pasternak, “poeta stupendo, oltremarino” (V. Majakovskij).

(Dall’interno copertina) 

Noi siamo attori appena entrati in scena, incerti su ciò che attende e consapevoli che è ineluttabile la fine del cammino. 


martedì 30 settembre 2025

Ora che spunta il giorno della paga


Astianatte 





Ora che te ne vai prendi con te il bambino

che vide la luce sotto quel platano,

un giorno che squillavano le trombe e lampeggiavano armi

e i cavalli sudati si chinavano a lambire

con le umide froge nella vasca

la verde superficie dell'acqua.


Gli ulivi con le rughe dei nostri genitori 

le rocce con la saggezza dei nostri genitori

e il sangue del fratello, fresco nella terra,

erano una gioia viva, un assetto ricco

per le anime che conoscevano la preghiera.


Ora che te ne vai, ora che spunta il giorno della paga,

ora che nessuno conosce

la sua vittima né la propria fine,

prendi con te il bambino che vide la luce

sotto le foglie di quel platano

e insegnagli a studiare gli alberi.


             da Le poesie, Ghiorgos Seferis, Crocetti Editore



                                                                                      φροῦδαί σοι θυσίαι χορῶν τ'

                                                                                     εὔφημοι κέλαδοι κατ' ὄρφ-

                                                                                      ναν τε παννυχίδες θεῶν

                         non ci saranno più sacrifici

                         voci ben auguranti di cori

                       veglie per gli dèi nel buio delle notti  

(Le Troiane, vv. 1071-1074)


Una mattina assolata. L'alba sorge sulle mura della città di Troia: del fumo si alza dalle tende dei  principi greci e da quelle dei loro soldati, innumerevoli attorniano la città assediata. Come ormai da lungo tempo il suono dilamenti e pianti, laggiù nel campo dei nemici e tra le strade e le case vicine.  Nulla sarà risparmiato a chi il Fato avrà voluto abbandonare alla sconfitta. 

E' questo il momento in cui l'io lirico comincia:  ora che te ne vai. Si rivolge ad una donna che sta per lasciare la sua terra con il figlio sotto il braccio. Conoscendo il titolo della poesia, capiamo che la donna non può essere che Andromaca, moglie di Ettore. Il poeta si sforza qui  di sottrarla al destino funesto che l'attende nei racconti del mito: Seferis si ribella,  ha deciso che almeno nei suoi versi lei non vedrà la distruzione di tutto ciò che ha amato e non andrà schiava in terra straniera. La voce che parla potrebbe essere quella di Ettore che le indica il platano laggiù sotto la cui ombra è nato il figlio che porta in braccio. Era il tempo in cui lo squillare delle trombe e il clangore delle armi annunciavano che era ancora possibile sperare. 

La seconda strofa è attraversata da un altro respiro, quello della memoria. Lo sguardo abbraccia gli ulivi e le rocce dintorno. Su questo paesaggio dell'anima  gli anni hanno tracciato i loro segni: rughe, affanni, e sogni, insieme alla saggezza che ora sembra salire verso il cielo come il fumo dai roghi non spenti. Persino il sangue fraterno che abbeverava la terra mai sazia era una gioia viva per le anime che conoscevano la preghiera. Ma ora, in questa mattina, è chiaro a tutti che gli dei hanno distolto per sempre lo sguardo dalla sventura della città.

L'ultimo movimento della poesia coincide con lo sguardo che accompagna la Madre verso la nave in procinto di partire. Questo è il giorno della paga ! Ma che vuol dire questa espressione? A cosa allude? Misterioso questo verso e molto bello. Forse la mattina in cui Andromaca rifiuta l'ingiunzione del destino che l'aspetta e sceglie di salvarsi con suo figlio è anche il giorno in cui  per ciascuno si manifesta che il destino ha preparato qualcosa per ognuno: Ettore dovrà provare la vergogna della paura prima di morire da valoroso nel duello contro Achille e subito dopo sarà questo a cadere per mano dell'inetto e vile Paride; le armi di Achille non andranno ad Aiace che le meritava più di ogni altro, i moniti di Cassandra non saranno ascoltati e così via. Non c'è giustizia nel mondo di Omero, solo un'amara equità, struggente e nobilmente accolta. Alla fine di questa lunga storia, cominciata forse con una mela d'oro lasciata cadere durante un banchetto, ognuno avrà la sua paga, anche se forse non quella che aveva previsto. 

Sulla via dell'esilio si incamminano invece Andromaca con il figlio e le donne troiane, ma un ultimo ammonimento giunge, con un tono che a me pare profondo e premuroso: insegnagli a studiare gli alberi, quasi il responso di un oracolo. Altro non si dice. Non c'è tempo. Ecco le donne, salite sulle navi, già volgono lo sguardo al mare.

Che le madri ascoltino la voce del poeta: insegnagli a studiare gli alberi


Nel suo discorso al momento dell'accettazione del premio Nobel Seferis disse alcune cose che vale la pena riportare nei giorni che stiamo vivendo: " [...] credo che la poesia sia necessaria a questo mondo moderno in cui siamo affetti da ansia e paura. La poesia ha le sue radici nel respiro umano: e cosa mai saremmo se il nostro respiro dovesse venir meno? La poesia è un atto di fiducia: e chi sa se il nostro disagio non dipenda da una mancanza di fiducia?

Oggi dobbiamo ascoltare quella voce umana che chiamiamo poesia, quella voce che rischia sempre di andare estinta per mancanza di amore, ma che sempre rinasce. Minacciata, trova sempre un rifugio. Rifiutata, rimette sempre radice nei luoghi più impensabili. Non fa distinzione tra luoghi grandi o piccoli; la sua patria è nel cuore degli uomini di tutto il mondo; ha la forza di scongiurare il circolo vizioso dell'abitudine."

domenica 31 agosto 2025

Sullo scettro di Zeus dorme l'aquila

 

Per Ierone Etneo



Strofe I           Cetra d’oro, di Apollo e delle Muse dai ricci di viole

                      il bene più esclusivo, tu, che il passo della danza ascolta

                                               per dare inizio alla festa splendida,

                      

                        e gli aedi si sottomettono alla tua guida,

                       quando fai udire il tuo suono e dai l’avvio al preludio

                  che conduce il coro: 


tu spegni al lampo guerriero la vampa

dell’eterno fuoco, e sullo scettro di Zeus dorme l’aquila

                entrambe le rapide ali abbandona,

 

Antistrofe            

              la regina degli uccelli, ché una nube dall’apparenza

             oscura hai versato

             sul suo capo adunco, chiudendole mite le palpebre; nel sonno

         si culla il dorso reso docile, preso

        tuo ritmo. Così anche Ares violento: la punta feroce della lancia

         lascia riposare e ristora l’animo

         nel sonno. Tu incanti le armi e le anime degli dei

 con la maestria del figlio di Latona

 e delle Muse dal cinto profondo.

 

Pindaro, Pitica I, prima strofe


Il testo che oggi vi propongo di leggere -  o rileggere - è molto antico, chi lo ha scritto, il poeta Pindaro, visse infatti tra l'ultimo quarto del VI secolo a.C. e la metà del V; Le sue poesie sono essenzialmente odi destinate a celebrare le vittorie ottenute in una delle feste panelleniche che si tenevano periodicamente in Grecia: ad essere innalzati dalla poesia e dal canto ad una fama immortale erano gli atleti oppure i signori delle città da cui essi provenivano Nel caso dell'ode qui riportata la vittoria era stata ottenuta, attorno al 470,  nelle Pitiche, le feste in onore dell' Apollo di Delfi. Durante questo genere di feste, come è noto, si sospendevano le guerre e venivano indette competizioni sportive o gare di musica e poesia. Per i Greci, si sa, l'esistenza stessa era una gara, una tensione verso il gesto perfetto, una spinta ad eccellere con cui l'uomo mirava ad elevarsi al cospetto dei suoi dèi. 

Di questa tensione inesausta alla perfezione Nietzche aveva perfettamente colto lo spirito quando - in Umano troppo umano - scriveva "L'uomo pensa nobilmente di sé quando si dà dei simili" e quando ammoniva: "Dove gli dèi olimpici arretravano, anche la vita era più fosca e piena di paura". La visione greca sapeva bene che il momento della vittoria era destinato in breve a trascorrere, pure, in quel momento contemplava la rivelazione dei regni dell'essere che lì manifestavano la pienezza e la molteplicità della vita. 

Oltre all'enorme distanza temporale che ci separa da questi versi, un aspetto soprattutto è motivo di difficoltà per il lettore moderno, il fatto che la destinazione celebrativa di queste odi fa sì che da una parte esse siano strettamente legate ad episodi concreti, a vittorie precisamente datate, alle storie familiari degli atleti o dei signori delle città dei vincitori, dall'altra in esse sono continui i richiami a varianti di miti locali o a quelle espressioni ricercate, alte, preziose che sole possono essere usate per descrivere le potenze numinose da cui ogni vittoria nasce. Insomma si tratta di una poesia al cospetto della quale noi moderni richiamo di trovarci spaesati; invano cercheremo - ad esempio - quella disponibilità a svelare la propria interiorità che oggi consideriamo ingrediente necessario e insostituibile di ogni espressione poetica.

La prima pitica, di cui oggi propongo solo la prima strofe,  celebra la vittoria nella gara delle quadrighe del re di Siracusa, ma l'occasione dell'impresa quasi scompare all'inizio del canto, tutto intessuto attorno alla potenza dell'armonia e della musica. Non la propria arte eternatrice vuole elogiare qui il poeta, quanto la cetra d'oro che appartiene ad Apollo e alle Muse: il bene più esclusivo, atteso con premura nell'istante irripetibile del primo passo di danza; la guida alla quale gli aedi si sottomettono al vibrare dell'accordo che rompe il silenzio. La potenza aurea della cetra  qui è colta nell'abbacinante luce dorica: ogni divenire sembra arrestarsi, la vampa del lampo guerriero si spegne e sullo scettro di Zeus dorme l’aquila, abbandonando al riposo le proprie ali; sul suo capo adunco infatti l'armonia del canto numinoso ha versato una nube dall’apparenza oscura. Persino Ares violento: la punta feroce della lancia lascia riposare e ristora l’animo nel sonno. Il potere della cetra di Apollo si manifesta come una forza che ogni cosa sovrasta, seduce ed avvince. Non c'è nulla di vivente che non debba piegarsi alla voce delle Muse.

Ma oggi chi farà risuonare ancora le corde sulla loro cetra ? Ares intanto infuria scatenato.

domenica 27 luglio 2025

La notte, per placare un'aspra rissa

 L'osteria "All'isoletta"



 La notte, per placare un'aspra rissa,

e più feroce quanto è solo interna, 

penso lotte più estranee: penso Lissa


i Bàlcani, Trieste, il vecchio ghetto;

infine mi rifugio a una taverna;

dal suo solo ricordo il sonno aspetto.


Deserta com'è lungo il caldo giorno,

sulle pareti un'isoletta è pinta,

verde smeraldo, e il mar con pesci ha intorno.


Ma di fumi e di canti a notte è piena

un dalmata ha con sé la più discinta;

ritrova il marinaio la sirena.


Io ascolto. e godo della compagnia,

godo di non pensare a un paradiso, 

diverso troppo da quest'allegria,


che arrochisce i cori e infiamma il viso.


La poesia che leggete oggi è tratta da una sezione del Canzoniere intitolata  La serena disperazione, vi sono raccolte poesie degli anni dal 1913 al 1915. Non è la più famosa tra quelle che di solito si leggono a scuola, ma a me piace molto molto. Mi trasporta forse a quel mio anno vissuto a Trieste, a quelle frequentazioni notturne nelle quali si abbandonavano i libri seri per ascoltare in silenzio i racconti di marinai o le storie appassionate di sirene discinte e le avventure dei contrabbandieri e delle loro gare a guardie e ladri. Io ascoltavo, i versi di Alceo nel tascapane e il vino di Cavana sul tavolo.

Anche per noi allora era bella quell' allegria che arrochisce i cori e infiamma il viso. Né smetteva in noi il richiamo di quel troppo diverso paradiso.


domenica 29 giugno 2025

una lampada deserta

 


Edvard Munch, Morte nella camera di una ammalata, 


Una lampada deserta

nel calmo vestibolo.

Un'ombra è desta

dove sorge il catafalco.


Sul catafalco è posto

un feretro ornato di fiori.

Nel vestibolo è esposto

il corpo fatale.


Non si dice chi fosse

nel sogno che egli ebbe.

E l'ombra in attesa

è la vita che fu.


Fernando Pessoa, Poesie esoteriche, Guanda 2000,a cura di Francesco Zambon


L'interesse di Fernando Pessoa per la ricerca interiore e metafisica, guidato da dottrine e pratiche esoteriche è il centro di irradiazione della raccolta curata da Francesco Zambon e della quale oggi  presento una di quelle che fin dalla prima lettura hanno attirato la mia attenzione.

L' introduzione a questo aspetto meno conosciuto della attività del grande poeta portoghese è ben documentata e chiarisce la centralità dei suoi interessi spiritualistici: oggi sappiamo che  in questa sua opera incessante e illusionistica, Pessoa molto attinse a fonti esoteriche, e di tale ricerca sussistono ricche testimonianze fra le migliaia di sue pagine manoscritte alla Biblioteca Nazionale di Lisbona. «In primo luogo sentire i simboli,  sentire che i simboli hanno vita e anima – che i simboli sono come noi» troviamo scritto in uno dei frammenti della sua filosofia ermetica.

La poesia che oggi il blog della stella tenue presenta, va letta in questa chiave eminentemente simbolica, ma è anche molto bella per le immagini che propone, tanto che, a mio avviso, essa può affascinare e coinvolgere anche chi di questa ricerca spirtualistica di Pessoa non sappia nulla. A me sono piaciuti soprattutto i versi della strofa finale: 

Non si dice chi fosse / nel sogno che egli ebbe. / E l'ombra in attesa / è la vita che fu.

Il nome del defunto, quindi tutto ciò che associamo comunemente alla storia di un individuo, che leghiamo alla sua identità, a quello che riteniamo irripetibile e prezioso (ed ovviamente lo è) non è che un sogno che dilegua, accanto alla lampada, il catafalco, i fiori. Di un'ombra, lì accanto, si dice prima che essa è desta, poi che è in attesa, ma altro non è dato sapere, almeno fintanto che non apprendiamo un'altra arte del vedere, un'altra disciplina del conoscere.