Il velo di Ino
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Ma Ino dalle caviglie sottili lo vide -luminosa
Ino, figlia di Cadmo. Nata mortale, pura ragazza
dalla voce cristallina, aveva ottenuto grazia dagli
dèi e ora dimorava tra gli abissi salati dell'oceano.
Provava compassione per Odisseo, travolto
dall'amgosica. Sinuos, come un gabbiano, volteggiò
sulle acque, posandosi sulla zattera, e disse:
"Uomo infelice, Poseidone piantuma il male
sul tuo cammino, ma nonostante il suo odio non
ti ucciderà. Fai come ti dico. Strappati le vesti,
abbandona la zattera ai venti, nuota verso la terra
dei Feaci, dove sarai salvo. Prendi questo velo
divino, io l'ho fatto, e annodalo ai fianchi. Finché
lo indossi, nessun dolore ti toccherà, né morte:
quando sarai a terra, slega il velo e gettalo nel
mare oscuro colore del vino, volta le spalle e vai".
Così disse la dea: gli diede il velo, poi, con gioia
di uccello, si distese, gettandosi tra le onde; la
tenebra dell'oceano si chiuse su di lei.
Odissea tradotta da T.E. Lawrence, Magog 2022
C’è un momento, nel quinto libro dell’Odissea, in cui Odisseo sembra non avere più nulla. Calipso è ormai lontana, la zattera sulla quale ha lasciato l’isola è in balia della tempesta, Poseidone infuria contro di lui. Non ci sono compagni, armi, astuzie che possano soccorrerlo. Rimane un uomo solo nel mare.
È allora che appare Ino, la figlia di Cadmo che i Greci chiamavano anche Leucotea, la “dea bianca”. Era stata mortale e aveva conosciuto il dolore; accolta infine tra le divinità marine, continua a conservare qualcosa che agli dèi omerici non sempre appartiene: la compassione per la fragilità degli uomini. Vede Odisseo «travolto dall’angoscia» e affiora dalle acque assumendo per un istante la leggerezza di un uccello marino.
La sua apparizione occupa poche righe, eppure possiede la perfezione delle grandi scene dell’Odissea. Ino non combatte Poseidone e non placa il mare. Offre a Odisseo un velo e gli ordina di legarselo al corpo, abbandonare ciò che resta della zattera e affidarsi alle onde. Quel velo lo proteggerà finché non avrà raggiunto la terra dei Feaci. Allora dovrà scioglierlo, gettarlo nel mare «oscuro colore del vino» e proseguire senza voltarsi.
È difficile non avvertire qualcosa di misterioso in questo gesto. Il dono divino non diventa proprietà dell’eroe. Odisseo può servirsene soltanto durante il passaggio; raggiunta la riva, deve restituirlo all’elemento dal quale è venuto. Per salvarsi deve dunque accettare insieme due cose apparentemente opposte: l’aiuto degli dèi e la necessità di tornare, subito dopo, alla propria condizione mortale.
Forse anche per questo l’episodio dovette affascinare T. E. Lawrence, il Lawrence d’Arabia che nel 1932 pubblicò la propria traduzione dell’Odissea. La sua non fu l’impresa occasionale di un uomo celebre prestato alla letteratura. Lawrence amava profondamente il poema e vi riconosceva qualcosa che gli era intimamente congeniale: il viaggio, il mare, la resistenza fisica, l’intelligenza pratica, la capacità di sopportare la solitudine e soprattutto quella figura singolarissima di eroe che è Odisseo. Non l’eroe della forza smisurata, ma l’uomo che attraversa il mondo, ne subisce le prove e continua ostinatamente a cercare una via per tornare a casa.
Nella versione di Lawrence questa simpatia per il carattere concreto dell’Odissea si avverte continuamente. La lingua tende alla rapidità e all’immagine. Anche qui bastano pochi tratti: Ino è luminosa, la sua voce cristallina; appare «sinuosa, come un gabbiano», si posa sulla zattera e, terminato il suo breve discorso, torna al mare con una «gioia di uccello». Poi «la tenebra dell’oceano si chiuse su di lei». L’apparizione divina non viene appesantita da alcuna solennità. È improvvisa, quasi naturale, e proprio per questo conserva tutto il suo prodigio.
È questa forse la qualità più sorprendente della pagina. In poche righe convivono la violenza del mare e la delicatezza di un velo, la disperazione di un uomo e la leggerezza di un uccello, la tenebra dell’oceano e la luminosità di Leucotea. Lawrence comprende bene che Omero non ha bisogno di spiegare il mistero. Gli basta mostrarlo.
E così Ino scompare quasi nello stesso istante in cui è apparsa. Resta nelle mani di Odisseo soltanto quel fragile pezzo di stoffa che, in mezzo alla furia di Poseidone, separa per qualche tempo un uomo dalla morte. È un’immagine difficile da dimenticare: la salvezza non assume la forma della forza, ma quella leggerissima di un velo.










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