Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta Gabriele D'Annunzio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gabriele D'Annunzio. Mostra tutti i post

domenica 30 novembre 2025

Nel sovrano silenzio de la notte

 

La Naiade


John William Waterhouse, The Charmer, 1911



Pullula ne l'opaco bosco e lene

tremula e si dilata in suoi leggeri

cerchi l'acqua; ed or vela i suoi misteri,

ora per tutte le sue chiare vene

ha un brivido scoprendo all'imo arene

nuziali ove ancor restano intieri

i vestigi dei corpi che in piaceri

d'amor commisti riguardò Selene.


Morta è Selene; morte son le Argire;

i talami deserti; nel sovrano

silenzio de la notte l'acqua tace;

ma pur sembrami a quando a quando udire

il gorgoglio di un'urna che una mano

invisibile affonda in quella pace.


                    da Poema Paradisiaco 1893


Chi erano le Naiadi? Secondo i Greci erano ninfe delle acque ed in particolare delle sorgenti vivevano in grotte o in caverne, di loro gli antichi poeti raccontavano che fornirono a Perseo gli strumenti indispensabili per sconfiggere la Gorgone. Spesso le leggende si soffermavano sui loro amori - sempre complicati e tormentati - con gli uomini. 

La protagonista della bella poesia di D'Annunzio è una di queste creature misteriose che vivono presso le fonti o tra gli alberi; sembra vivere in una specie di tempo sospeso, contemplando un mondo in cui tempo addietro, sotto lo sguardo di Selene (che in Grecia è il nome che si dava alla della Luna), si svolgevano misteriosi riti nuziali  e  divampavano passioni amorose di cui solo rimangono incerte vestigia. Nel tempo passato, sottolineato dal passato remoto riguardò, la natura era abitata dagli dèi, ma nell'oscuro presente - ha un brivido  o una mano invisibile affonda  -  non rimane quasi traccia della loro presenza, rimangono solo i talami deserti. Questo è il tempo del sovrano silenzio, l'acqua tace e tutta l'antica energia della natura, vivificata da presenze numinose, sembra ridotta ad una mesta desolazione. Solo un leggero gorgoglio pare annunciare che qualcosa di celeste non ha smesso di lasciare labili tracce del suo passaggio.




venerdì 4 novembre 2022

Quando si leva l'alba dei guerrieri











Quando si leva l'alba dei guerrieri

su la città di cenere ove il passo

dei primi artieri

è come d'avanguardia scalpitare,

e tu ansi nel mare

dei sogni con un'ansia in cuor confusa,

e all'anima socchiusa

ecco t'appare

più vicina dei sogni

la trincea tetra, la penosa bolgia,

tra maceria e steccaia

il fango imputridito

le piaghe non fasciate

i morti non sepolti

gli smorti vólti

dei vivi senza sonno

fitti nel limo sino all'anguinaia,

e il cuor ti morde l'onta,

e balzi in piedi, e l'anima t'è pronta

ad ogni evento

ad ogni prova

ad ogni dono,

e tutto armato di dolor t'avanzi

ed imprendi, nel giorno che t'è innanzi,

il taciturno tuo combattimento:

            quivi è l'Iddio verace,

           e sia lodato.



Gabriele d'Annunzio, Laudi Libro quinto - Canti della guerra latina



in memoriam di quelli che sono caduti, 
in ricordo quelli che hanno combattuto e sofferto, 
in ricordo di quanti, armati di dolore, sono comunque avanzati,  
tra maceria e steccaia
l'anima pronta ... ad ogni dono.
Per i miei nonni, per i loro fratelli di sangue e di trincea, 
per coloro che furono coraggiosi, anche nel fango imputridito
per quelli che provarono il morso della paura e si nutrirono del coraggio dei loro compagni, 
per coloro che ebbero paura e nella paura rimasero imprigionati, 
per tutti coloro di cui nemmeno il nome è rimasto, 

IV novembre 2022.

martedì 25 febbraio 2020

per iscoprire la fenditura della pietra


Essere un bel pino italico
sopra un colle romano,
quando la luna è colma;
e sentire il vento della notte
muovere le tenere cime
che rinascono in mezzo ai vecchi aghi
in sommo dei vecchi rami
rosee come dita di pargoli.

Essere il più alto e il più fosco cipresso
della Villa d’Este,
dopo il crepuscolo,
quando la fontana
rimuove il velo del capelvenere
dalla sua orecchia stillante
per ispiare il romore remoto
della cascata tiburtina;
e palpare la grazia della sera
con il chiaro verde sensibile
che orla il fogliame funerario.

Essere nel Fòro
lo spirito di una cieca erba
e penare paziente
per iscoprire la fenditura della pietra
veneranda
su cui scalpitarono i Trionfi;
e alfine trovarla,
e far forza con l’esile capo,
e spuntare, e inverdire, e gioire del sole
che mai vide alcuna cosa più grande di Roma.

di Gabriele D'Annunzio da Notturno