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mercoledì 11 marzo 2020




Bisanzio VII

Qualcuno, forse, nella sapiente compagnia delle anime nostre
passeggerà sopra il filo di queste mura dove abbiamo
guardato il sole pieno di rame chino sulla misura della notte;
secernerà il mare argento e ondate sulla ghiaia
abbracciata da futura tenerezza; l’aria sarà turchina
del fumo dei nostri nomi;
ma chi ci capirà?
perché sarà spostato il centro, le immagini diverse,
– unite forse con lo stelo: forse il fiore -
e le azioni d’amore unite nel discorso, nella lingua;
ma chi allora vorrà comporre il racconto
da queste sillabe sparse, dai gridi
ritratti a caso in un vetusto specchio,
nel muoversi dell’onda? E perché?
E c’è domani posto per questa rottura
nel tranquillo ricordo degli angeli, nel liscio
ricordo di acqua giovane? Nel ricordo dell’amante?
E ci vorranno forse i quadri traditi
del nostro amore, e guardie del deserto 
con sabbia nei polmoni, questa lingua scarsa di sventura,
rapida pena alla maturità, sconfitta decretata?
O sarà senza noi più preciso l’equilibrio,
e più bella senza nostre voci la lingua degli amanti
miste con la morte come il vento con la fiamma,
come la sorgente con la foce?

di Ivan V. Lalić, traduzione di Eros Sequi


E' sulla sommità delle mura di Bisanzio - la città che visse tre volte - che le parole di Ivan Lalić ci portano: qualcuno vi passeggerà, accompagnato dalla sapiente compagnia delle nostre anime. Un pronome indefinito, un uomo sconosciuto di un futuro incerto e un noi, le anime nostre, che qui venivano a guardare il sole chino sulla misura della notte. La visione del sole e del mare d'argento non ha cessato di diffondere il suo incanto,  l’aria sarà turchina del fumo dei nostri nomi.  Un verso spettacolare. La voce indistinta che sale da quel noi preannuncia il colore azzurro di cui l'aria si tingerà a causa del fumo dei nomi di quelli che non ci sono più. Ma come può nascere l'azzurro dal grigio del fumo? l'allegrezza di quel cielo dalla mestizia di quella memoria che svanisce? Come è possibile che quella pienezza del vivere sotto il sole del Corno d'Oro abbia a che fare con l'evanescenza di un ricordo in sui si sperdono i nomi del passato?

Un arcano, un misterioso legame deve pur esserci, se no il poeta serbo non farebbe dire a quel noi

ma chi ci capirà?

Il ma infatti è di grande importanza, collega le due preposizioni mostrandoci il legame avversativo che le tiene insieme, il contrasto che le lega. Chi ci capirà del resto implica che il noi della poesia stia parlando o abbia provato a farlo in uno sforzo tenace/di vestire di carne l’astrazione, come Lalić scrive in una delle sue liriche più conosciute, Nota sulla poetica. Credo che il poeta abbia voluto rappresentare con queste voci di fumo, che parlano dal passato, il significato stesso del poetare. Mi sembra che lo confermino i versi seguenti, dove vediamo addensarsi le espressioni che richiamano l'arte poetica: le immagini sono unite con lo stelo o con un fiore (una metafora?), le azioni d’amore sono unite nel discorso, nella lingua; chi allora - si chiede la voce del noi - vorrà comporre il racconto / da queste sillabe sparse, dai gridi / ritratti a caso in un vetusto specchio ?  Non è certo un caso che questa straordinaria e preziosa immagine dello specchio compaia anche nel componimento che abbiamo già avuto modo di citare, Nota sulla poetica, nel quale Lalić paragona l'arte poetica a uno stare innanzi allo specchio, privo di timore / dell’immagine riflessa ...

Le domande, gli interrogativi si fanno serrati, incalzanti; le parole, le immagini hanno una forza evocativa che scaturisce da accostamenti inconsueti di parole spesso comuni: serviranno ancora i quadri traditi / del nostro amore, la lingua scarsa di sventura

Non vuole distribuire facili certezze, il poeta serbo e sa che il futuro, quello in cui qualcuno passeggerà sulle antiche mura della città, potrebbe anche essere un futuro senza quelle voci, senza i racconti che da sempre hanno reso bella la lingua degli amanti. Parole depositate dai miti e dalle leggende che hanno attraversato confini e secoli, che sono miste con la morte come il vento con la fiamma, / come la sorgente con la foce. 




domenica 22 settembre 2019

Ciò Che Ogni Albero Sa





foto di Axel Bernstorff

Ciò Che Ogni Albero Sa 

Impara, cuore, ciò che ogni albero sa:
Disporre la radice, infliggerla con giusto orientamento
Nel buio sparso; non dentro il sasso, bensì
Attorno al sasso; non dentro l’argilla
Bensì verso l’acqua non lontana;
Non nella ripulsa, ma nell’amore pronto
A rendere alla pressione di radice angusta ascesa
Fu per l’asse anulare, dritto, fino alla forcella,
E oltre, per l’erta obliqua delle fronde ripetente
L’ordine della sete sottostante nella luce, nel vento,
In simmetria, nell’equilibrio che accoppia
Nadir e zenit; e infine sino al frutto
Che vorrebbe arrotondare col suo peso
Movimento in misura appassionata. Così non agendo
Vantaggio del suo danno, rachitica sarà la chioma
Gibboso lo sforzo di rizzarsi, brutta la corteccia,
Partito il frutto e rado. Ogni albero lo sa.
Non imparare, cuore, dal folle albero di olivo
Che ricorda gli dei ellenici, innamorato della pietra
E del serpe che custodisce alla radice.



                          di Ivan Lalić da Poesie (Jaca Book, 1991), trad. it. Eros Sequi.


Ivan V. Lalic (Belgrado, 8 giugno 1931 – Rovigno, 28 luglio 1996) è uno dei massimi esponenti della poesia iugoslava nel vero senso del termine, essendo nato a Belgrado ed avendo studiato a Zagabria, le due capitali di quelle che erano le repubbliche iugoslave della Serbia e della Croazia, fra le quali ha diviso la maggior parte della sua vita.
Lalic ha iniziato la sua carriera nel 1955 ed ha pubblicato 14 raccolte di poesie, oltre a svolgere un’intensa attività di critico letterario e di traduttore da Hölderlin a Rilke, da Whitman a Pierre-Jean-Jouve, fino a rendere in versi persino La Divina Commedia. 
La sua poesia, definita «protogiovane» per via "dell'istante che, nonostante il suo manifestarsi innumerevoli volte ripetuto nella storia umana, e a dispetto della sua infinita ripetibilità, serba in sé, per chi giunge in una lunga serie di generazione di uomini, la giovinezza e l'originalità dell'esperienza viva” (Vlada Urosevic, citata in L'anno di poesia, 1987, Jaca Book), riflette l'interculturalità della propria vita, tanto da apparire un poeta mediterraneo prima ancora che un poeta Iugoslavo (da https://letteratura.tesionline.it/letteratura/article.jsp?id=24295).