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domenica 23 ottobre 2022

... quando Amor mi spira







Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore 

trasse le nove rime, cominciando 

‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».                            


E io a lui: «I’ mi son un che, quando 

Amor mi spira, noto, e a quel modo 

ch’e’ ditta dentro vo significando».                                


«O frate, issa vegg’io», diss’elli, «il nodo 

che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne 

di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!                               


Io veggio ben come le vostre penne 

di retro al dittator sen vanno strette, 

che de le nostre certo non avvenne;                             


e qual più a gradire oltre si mette, 

non vede più da l’uno a l’altro stilo»; 

e, quasi contentato, si tacette.    


Ma dimmi se io vedo qui colui che trasse fuori

la nuova poesia, cominciando (la canzone)

"Donne ch'avete intelletto d'amore".


Ed io a lui: "Io sono uno che quando             

Amor mi ispira, annoto, e tutto ciò che             

egli detta nel cuore, vado trascrivendo.


 Oh fratello, ora vedo - disse egli - il nodo che

 trattenne il Notaio (Jacopo de' Lentini), Guittone e me

  al di là dello stile nuovo e dolce che io ascolto !

 Io vedo bene come le vostre penne (la vostra poesia)

 si tengono strette dietro a colui che detta

 cosa che con le nostre penne non accadde.


e chi più si inoltra a comprendere questa differenza, 

non  può vedere differenza maggiore 

tra l'uno e l'altro modo di  fare poesia", e come appagato, tacque.



            Dante, Purgatorio XXIV canto


Il passo è molto noto: sulle scoscese vie del monte del Purgatorio si incontrano due poeti, Dante e l'anima di Bonagiunta da Lucca, un poeta della generazione precedente a quella degli stilnovisti, un poeta stimato ed apprezzato. Questi appare desideroso di interpellare il fiorentino con una domanda che dà l'avvio ad uno dei dialoghi più famosi della Commedia: sei proprio tu ? sei colui che ha aperto la strada a nove rime, ad una nuova poesia, quando hai composto la canzone ’Donne ch’avete intelletto d’amore’ ?  

Sia detto per inciso, il lettore moderno dovrebbe soffermarsi di più su questo prodigioso endecasillabo, in cui le donne smettono di essere lo specchio meraviglioso della creatività divina e si svincolano dal ruolo, pur nobilissimo del miracolo degno delle più grandi lodi, rivelando infine che proprio nella natura femminile risiede, in forma specialissima, la facoltà di intendere la virtù d'Amore. 

Ma torniamo alla domanda di Bonagiunta, nella quale scorgiamo il carattere di un'urgenza non solo intellettuale, dal momento che subito ci si fa chiaro che non si tratta di una mera curiosità: capire, sciogliere il garbuglio di dubbi non ancora lasciati alle spalle vuol dire infatti trovare il senso autentico dell'impegno di un'intera esistenza. Non di dotte ed astratte discussioni di letterati quindi si tratta, ma del bilancio del proprio faticoso cammino.  La risposta di Dante, come sanno coloro che su questi versi hanno affinato, in faticose veglie, la propria vocazione, ha sollecitato l'indagine di molti studiosi. Di questi troppo lungo sarebbe anche trascrivere l'elenco dei nomi, figuriamoci dare conto dei loro contributi. E tuttavia proviamo anche noi a comprendere cosa si celi nei versi  dell'exul inmeritus a proposito delle sue nove rime. 

Lo facciamo oggi attraverso le riflessioni di una scrittrice piuttosto nota, Elena Ferrante. L'autrice de L'Amore molesto si è soffermata sull'episodio della Commedia nel saggio che chiude "I margini e il  dettato", un suo recente libro, nel quale sono raccolte alcune lezioni attorno alla "smania di scrivere", ovvero alle difficoltà, alla necessità e all'impegno di scrivere. Il saggio si intitola significativamente La costola di Dante, in riferimento all'importante ruolo svolto da Beatrice nell'ordito strutturale del poema: a lei infatti non solo è affidato il compito di salvare Dante dalla selva oscura, ma soprattutto sono le sue parole vere, sulla cima del Purgatorio, a prendere il posto delle ornate parole di Virgilio come via di salvezza.

Secondo la scrittrice nell'episodio di Bonagiunta si deve vedere soprattutto la "messinscena di un fallimento": i versi del XXIV canto pongono in luce il fatto che l'esperienza umana dell'alfabeto è un'arte esposta alle delusioni più cocenti. La portata di tale insuccesso, inoltre, finisce per provocare nel lettore una speciale commozione per le parole pronunciate dal rimatore Bonagiunta. Nel dialogo tra i due poeti  si manifesta la dote più stupefacente del poeta fiorentino, l'immedesimazione; è vero che egli si pone come l'orgoglioso fondatore di un nuovo stile, ma è anche nel contempo il sorpassato Bonagiunta, ne veste le intime contraddizioni, fa sue le esitazioni dell'altro. Una descrizione nella Commedia - sottolinea Elena Ferrante - non è mai solo questo, ma sempre un "trapianto di sé, un salto rapidissimo del cuore dall'interno all'esterno"
Mi sembra che tale linea interpretativa getti una luce nuova e molto interessante sull'episodio della Commedia. Indizi della sua validità sono a mio avviso il fervore concitato della domanda, ma dimmi... e il vigore espressivo di quell'avverbio: issa, ora, che colloca la presa di coscienza in un sentimento che potremmo 'tradurre' nella formula solo adesso, un hic et nunc che giunge pur sempre oltre il tempo della vita mortale. Nello stesso modo forse è da considerare l'espressione quasi contento, nella quale il valore attenuativo di quasi sottolinea il carattere drammatico dell'esperienza del poeta lucchese, appagato nella sua richiesta di verità, eppure non del tutto quietato. Grato per la luce ricevuta ed insieme non ancora del tutto libero da un'ombra di pensoso rammarico.

La malinconica constatazione di incapacità confessata da Bonagiunta - nota Elena Ferrante - ci pone una domanda: "perché uno riesce e altri falliscono?" A leggere i versi del canto sembrerebbe soprattutto una questione di velocità: coloro che rimasero al di là del nodo, fallirono non per il fatto che mostrarono poca attenzione a ciò che Amore spira e detta, ma in quanto non riuscirono a stargli dietro, come un segretario al quale il suo signore detti le sue parole troppo velocemente. In effetti, il prestare orecchio allo spirare e al dittare dentro, perché la penna significhi e noti, è sì l'enunciazione di una poetica, ma soprattutto l'esplicitazione di una difficoltà. Necessari sono forse una pratica assidua, un esercizio estenuante, l'acribia dello studium, oppure la tensione che sempre comporta ogni ars? Sono queste cose che vanno apprese e coltivate? Insomma quale natura possiede il vincolo che impedì a Bonagiunta di tener dietro alla dettatura di Amore? 

Secondo la scrittrice per rispondere a questa domanda è necessario ritornare a quel XIX capitolo della Vita Nuova, in cui Dante racconta di come in lui si manifestò, per la prima volta, la volontade di scrivere in una forma nuova, nuove poesie, nove rime appunto. Quel momento è descritto come il sopraggiungere di un'intuizione in base alla quale - è il poeta della Commedia a parlare - " la mia lingua parlò quasi come per se stessa mossa". Questo dunque il nodo che trattenne i rimatori precedenti al di qua del dolce stile, il motivo del cruccio dell'anima di Bonagiunta, il fardello in cui è avvolto il suo camminare quasi contento verso la cima del monte, dove potrà finalmente deporlo per sempre. 

Lo voglio sottolineare di nuovo: i versi del canto non ci chiamano, sul ciglio impervio di quel sentiero, a fare da spettatori ad una disputa accademica, a lambiccamenti eruditi. Ben altro è in gioco: la poesia per Dante, in quel frangente in cui la lingua parlò quasi come per se stessa mossa, si è manifestata come strumento volto a salvare l'uomo, emancipandolo dalla condizione di miseria ed afflizione morale per condurlo alla pienezza di sé. Il coinvolgimento del lettore, la sua partecipazione esistenziale, a cui abbiamo prima accennato, è  di continuo ricercata, ma in quanto essenziale alla possibilità di una svolta nella conduzione della sua vita. Mario Luzi, a questo proposito, ha notato come la poesia per Dante è costantemente mossa da un principio essenziale di rigenerazione. Dalla lettura del poema si deve ricavare un modello attivo di comportamento, la decisione di una condotta futura, che guidi il lettore ad uno stato di grazia. Lo stesso Pietro, il figlio maggiore di Dante, nel suo commento ha lasciato scritto che l'ammaestramento tratto dalla Commedia è diretto "ad aprire gli occhi della mente per considerare dove ci troviamo, se sulla giusta via verso la patria celeste, oppure no". Né bisogna dimenticare che la coscienza del proprio ruolo, quello cioè di profeta (nel senso originario di colui che parla per un altro) investito da Dio di una missione vitale, è connessa con il dolore dell'esilio, anzi nasce dall'esperienza dell'ingiusto esilio. Come ha notato, con straordinaria sensibilità, Attilio Momigliano, Dante fa dell'esilio "il malinconico piedistallo del giudice solenne dell'umanità".

Se tuttavia la nuova poesia, ispirata da Beatrice, è quella che nasce quando la lingua prende a parlare quasi per se stessa mossa, quale rilievo possono avere allora le disciplina, lo studio, il tirocinio di chi è chiamato a significare ciò che l'Amore rivela? Come tenere insieme l'alto compito affidato alla missione del poeta-profeta e questo carattere spontaneo del suo parlare in poesia? Non c'è dubbio - ha ragione Elena Ferrante - che Dante è diverso dai poeti precedenti (e in ciò risiede parte del suo successo) perché aveva riconosciuto l'insufficienza della scrittura, ne comprendeva i limiti, i rischi, consapevole com'era che tale insufficienza è parte della caducità dell'umano. 

Grati davvero ad Elena Ferrante per aver richiamato l'attenzione sul dialogo tra Dante e Bonagiunta, mi sembra che ci si possa spingere ancora un po' nella fatica di intellegere. Siamo lì, sulle balze del Purgatorio, indugiando ad ascoltare le parole appassionate dei due poeti ed ecco, ciò che possiamo portarci via è la presa di coscienza della penuria delle possibilità espressive della scrittura? A prima vista un misero bottino. Se non che abbiamo cominciato a sospettare che solo a partire dal riconoscimento di questa penuria, solo costruendo sugli effimeri pilastri su cui si regge, è possibile far vivere la poesia che ci salva dai quieti sobborghi dell'appagamento, l'espressione è di Emily Dickinson, che ha, a mio avviso colto perfettamente la natura della poesia nei versi che qui riporto.

Potesse un Labbro mortale intuire

Il Carico primordiale

Di una Sillaba pronunciata

Si sgretolerebbe sotto quel peso -


La Preda di Zone Sconosciute -

Il Saccheggio del Mare

I Tabernacoli della Mente

Che hanno detto a me la Verità -

Proprio di recente qualcosa del genere ce lo ha mostrato anche la poesia The secret Muse di Roy Campell, di cui ci siamo occupati da poco (potete leggerla insieme al mio commento nel blog): nei versi del poeta sudafricano appare chiaro lo scarto inevitabile tra ciò che la Musa vuole svelare e ciò che il pensiero può trattenere, così come avviene nella nuova poesia della Commedia, tra ciò che Amore ditta dentro (quanto è essenziale questo dentro!) e la penna dello scrivano che prova invano a stargli dietro.  Non ci si può accostare alla comprensione delle nove rime a mio avviso, se non a partire dalla comprensione che l'irruzione di tale poesia ha in sé qualcosa di inaccessibile, di abissale persino. 

La poetica del Paradiso, la sua drammaticità è in questa tensione tra l'irruzione dell'eterno ed i limiti dell'umano, tra il desiderio di raggiungere la luce e la constatazione che solo un'ombra è quella che si può ridire. Infine solo guardando negli occhi dell'amata Beatrice, solo nello sguardo di Uno che ci ama,  è possibile fissare gli occhi al sole oltre nostr'uso (potete scrivere uno con la minuscola e l'idea funziona lo stesso).

Nel momento in cui ci apprestiamo a concludere, lasciamo la parola a Dante che queste cose, enormi e sconvolgenti, le dice proprio all'inizio della cantica del Paradiso, in due terzine tra le più belle dell'intero poema:

Nel ciel che più de la sua luce prende 

fu’ io, e vidi cose che ridire 

né sa né può chi di là sù discende;                                 


perché appressando sé al suo disire, 

nostro intelletto si profonda tanto, 

che dietro la memoria non può ire.    

martedì 12 novembre 2019

Non vi rincresca il nome di fratelli



La gloria di colui che tutto move 
per l’universo penetra, e risplende 
in una parte più e meno altrove.  

E' la terzina con cui comincia la cantica del Paradiso, non una terzina qualunque in effetti, ma quella con cui Dante apre  il racconto dell'ultima e più importante tappa del suo viaggio tra i tre regni. Eppure se consultate i libri di scuola o le spiegazioni più usuali troverete qualcosa di simile a questo:

"La potenza di Dio (colui che muove tutte le cose)
si diffonde in tutto l'Universo, e splende
più in alcune parti e meno in altre"

Il senso sarebbe dunque che l'onnipotenza di Dio raggiunge tutto l'Universo e ogni cosa a lui deve obbedienza. Gloria in questa prospettiva è pertanto sinonimo di dominio. E' una spiegazione tuttavia che non mi convince. 

Il termine gloria infatti, in ebraico kāḇôḏ e nel linguaggio biblico, ha due significati molto diversi se associato a realtà materiali, terrene e laiche o associato a Dio. In quest'ultimo caso “Gloria” indica la sintesi, la somma di tutti gli attributi di Dio, quindi la Sua perfezione, lo splendore e la luminosità che è inseparabilmente collegata con tutte le virtù di Dio e con la sua auto-rivelazione. Dunque gloria è il carattere peculiare di Dio, la bellezza, ciò che è eccellente, straordinario. La gloria di Dio comunica ciò che Dio è. La Sua natura intrinseca e la Sua essenza. 

Se così stanno le cose, la terzina ha un senso molto più profondo e drammatico.

Perché se è vero che non c'è luogo dell'Universo che  non sia abitato da una scintilla di luce, se persino nelle profondità degli abissi di ciò che l'uomo ha potuto compiere vive la Sua bellezza ... tutto cambia.

Ma è davvero così?

Davvero l''impronta dell'essenza di Dio penetra nelle profondità di ogni esperienza dell'umano? Anche nell'acido dove il mafioso ha sciolto un bambino ? Nello sputo rancido del razzista ? Nel letto d'ospedale in cui un bambino malato è stato abbandonato dai genitori? Perché o ciò che Dante ha scritto è vero fino in fondo oppure è solo una bella frase consolatoria e dolciastra, qualcosa di più di un bigliettino in un biscotto della fortuna...

Mi fido di Dante.

Fëdor Dostoevskij
Così come non c'è luogo sulla terra in cui non si nasconda l'impronta della Sua luce non c'è uomo che io non sarei potuto diventare e nel mio sangue c'è lo stesso sangue di tutti gli aguzzini del mondo. Come dice lo starec Zosima, parlando ai suoi confratelli, ne I fratelli Karamazov :

Noi non siamo più santi degli uomini che abitano il mondo solo perché siamo venuti qui e ci siamo chiusi tra queste mura; al contrario, chiunque è venuto qui, fosse solo per questo fatto, ha riconosciuto di essere peggiore di ogni laico, di tutti e di tutto sulla terra… E quanto più un monaco vivrà tra le sue mura, tanto più a fondo dovrà esserne cosciente. Perché se così non fosse, sarebbe venuto qui invano. Quando poi comprenderà di essere non solo peggiore di ogni laico, ma anche colpevole di ogni cosa di fronte a tutti gli uomini, di ogni peccato umano, universale e individuale, solo allora sarà raggiunto il fine di questo nostro ascetismo. Sappiate infatti, miei cari, che noi tutti siamo indubitabilmente colpevoli di ogni cosa su questa terra, non solo a causa della colpa universale che ci accomuna: ciascuno di noi assume su di sé le colpe di tutti gli uomini e di ogni individuo che vive sulla terra. 

Secondo Eraldo Affinati  «Dostoevskij ci fa capire che il caos non è fuori di noi: appare piuttosto celato dentro la personalità di ognuno. Al termine dei suoi romanzi spunta spesso una vocina misteriosa che fa così: stai attento, questo potrebbe capitare anche a te. Nessuno può dire: io non c’entro. Quando un uomo commette un delitto, piccolo o grave, si accende una luce rossa intermittente che non riguarda soltanto lui» (E. Affinati,  Il peso dell’altro ne I fratelli Karamazov).

Oggi tuttavia sempre più fa sentire la sua voce un altro tipo umano, qualcuno lo ha chiamato l'intransigente del bene. E' l''uomo morale, sicuro di trovarsi al di là del confine tra il giusto e l'ingiusto, l'uomo che punta il dito per accusare e addita il male da lontano, con un certo imbarazzo.

Gli integralisti del bene si sarebbero certo tenuti alla larga da tipi come François Villon, che attorno al 1462 scriveva il suo testo più famoso, La ballata degli impiccati, che qui presento nella traduzione di Antonio Garibaldi per i tipi di Einaudi:

Fratelli umani, che ancora vivete,
Non siate duri di cuore con noi!
Se di noi miseri avrete pietà,
Più presto l'avrà Dio anche di voi.
Qui ci vedete in cinque o in sei appesi:
La nostra carne anche troppo nutrita
Da un pezzo è divorata e imputridita,
cenere noi, le ossa, siamo  e polvere.
Del nostro male non rida nessuno,
Ma Dio pregate che ci voglia assolvere!

 Non vi rincresca il nome di fratelli, 
Che, benché giustiziati, noi vi diamo...
Sapete bene, tuttavia, che a posto
Non hanno tutti gli uomini la testa.
Per noi, che siamo morti, intercedete
Col  figlio della Vergine Maria !
La sua grazia per noi non sia estinta,
E ci salvi dai fulmini infernali.
Noi siamo morti, non ci sbeffeggiate,,
Ma Dio pregate che ci voglia assolvere!

La pioggia ci ha lavati e ripuliti,
E il sole ci ha seccati ed anneriti;
Gazze e cornacchie ci han cavato gli occhi ,
E strappato la barba e i sopraccigli.
Non stiamo fermi mai, neanche un attimo,
Di qui, di là, il vento appena varia,
Ci fa a suo piacere dondolare,
Resi come ditali dagli uccelli.
Non siate della nostra compagnia,
Ma Dio pregate che ci voglia assolvere!

O Gesù, che su tutti hai signoria,
Salva l'anima nostra dall’Inferno,
Con cui niente vogliamo da spartire.
Qui non c'è niente da scherzare, Umani;

Ma Dio pregate che ci voglia assolvere!

C'è un verso in questa ballata degli impiccati che negli anni mi è continuato a risuonare dentro ed è quando la voce dei condannati dice: non vi rincresca il nome di fratelli. Lo sanno che sono dei tagliagole, dondolano insieme, puttane, truffatori e ladri, per questo dice, non dispiacetevi se vi chiamiamo fratelli. Sì lo sappiamo che non siete come noi, non diamo la colpa a nessuno per i becchi degli uccelli che ci tormentano, per il sole che ci ha seccati, per il vento che di qui e di là ci scuote. Abbiamo avuto quello che ci meritavamo, ma non tutti hanno la testa a posto... Badate bene, non siate della nostra compagnia ...

Io non riderò di voi, non punterò il dito, quel che siete avrei potuto essere io.

homo sum, humani nihil a me alienum puto



mercoledì 2 ottobre 2019

Tu m’hai di servo tratto a libertate


Roma, un venerdì sera da Feltrinelli. Io e Gabriele, un collega di Filosofia presentiamo il libro che Edoardo ha da poco pubblicato su Dante Alghieri. Edoardo è stato un nostro allievo, bravissimo, in tutte le materie; ora studia Fisica all'Università, Dante è il suo poeta preferito.
Al momento delle domande dal pubblico si alza Luca - un suo compagno - e fa ad Edoardo una domanda su una delle questioni centrali della Commedia, la libertà. Cos'è la libertà per Dante? e cosa è per te? Edoardo risponde, cita dei versi, coinvolge il pubblico. Poi la bellissima serata finisce, torniamo a casa, ma un'immagine mi torna in mente. Va, viene, scompare e ritorna ...

Siamo nel 1933 nella Russia di Stalin, un poeta Osip Mandel'stam recita una poesia che ha da poco composto.  E' questa qui:

Noi viviamo senza avvertire sotto di noi il paese,
i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza, 
ma dove c’è soltanto una mezza conversazione
ci si ricorda del montanaro del Cremlino.
Le sue grosse dita sono grasse come vermi
e le sue parole sicure come fili a piombo.
Ridono i suoi baffi da scarafaggio,
e brillano i suoi gambali.
Intorno a lui c’è una masnada di ducetti dal collo sottile
e lui si diletta dei servigi dei semiuomini.
Chi fischietta, chi miagola, chi piagnucola
se soltanto lui ciarla o punta il dito.
Come ferri da cavallo egli forgia un ukaz dietro l’altro,     
a uno l’appioppa nell’inguine, a uno sulla fronte,                                
a chi sul sopracciglio, a chi nell’occhio.
Non c’è esecuzione che non sia per lui una cuccagna...

                                                  (un "ukaz" è un proclama dello zar o di un patriarca che ha validità di legge)

Non si sa chi fu la spia ma nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1934 due agenti della polizia sovietica si presentano in casa di Mandel'stam a Mosca, perquisiscono la casa, sequestrando grandi quantità di manoscritti.

Osip viene arrestato.

I poliziotti lo conducono alla Lubianka, con sé porta via soltanto una copia della Divina Commedia.  Mandel'stam è condannato al confino: tre anni a Cherdyn, una remota località degli Urali, lungo il fiume Kolva, alle porte della Siberia. Non sarà quella l'ultima volta che il poeta conoscerà la prigione; nel 1938 viene nuovamente arrestato e condannato ai lavori forzati. Questa volta viene trasferito all’estremo oriente della Siberia dove muore a fine dicembre nel gulag di Vtoraja rečka. 

Mi piace immaginarlo così, scortato da due sgherri, sottobraccio e nel cuore la Commedia... E mi piace immaginare che nei suoi ultimi disperati momenti questi versi siano scesi a consolarlo: 

... i versi della libertà che nessuno potrà mai togliere all'uomo ... l'ultimo sorriso di Beatrice

Beatrice e Dante salgono al quinto cielo, Gustav Doré
O donna in cui la mia speranza vige, 
e che soffristi per la mia salute 
in inferno lasciar le tue vestige,                                       
di tante cose quant’i’ ho vedute, 
dal tuo podere e da la tua bontate 
riconosco la grazia e la virtute.                                        
Tu m’hai di servo tratto a libertate 
per tutte quelle vie, per tutt’i modi 
che di ciò fare avei la potestate.                                      
La tua magnificenza in me custodi, 
sì che l’anima mia, che fatt’hai sana, 
piacente a te dal corpo si disnodi».                               
Così orai; e quella, sì lontana 
come parea, sorrise e riguardommi; 
poi si tornò a l’etterna fontana.   

martedì 24 settembre 2019

La foresta





Dovresti sdraiarti ora e ricordare la foresta,
perché sta sparendo –
no, la verità è che è scomparsa ormai
e così qualsiasi dettaglio tu possa richiamare alla memoria
potrebbe avere una specie di vita.

Non quella che avevi sperato, ma una vita
-dovresti sdraiarti ora e ricordare la foresta-
tuttavia, potresti chiamarla “nella foresta,”
no la verità è, che è scomparsa ormai,
cominciando in qualche posto vicino all’inizio, a quel bordo,

O invece al primo strato, al posto che ricordi
( non quella che avevi sperato, ma una vita )
quasi fosse solido sotto i piedi, perché quel posto è un mare,
tuttavia, potresti chiamarlo “nella foresta,”
sul quale non possiamo mai andare alla deriva, essendo lì o no,

Rasenti a nessuna superficie. E anche al nulla nella vita,
o invece al primo strato, al posto che ricordi,
mentre gli strati si piegano nel tempo, nell’humus nero,
quasi fosse solido sotto i piedi, perché quel posto è un mare,
come una mano sinistra che scende leggera, sempre sulle stesse chiavi.

I variopinti uccelli della foresta cantano di là da te
rasenti a nessuna superficie. E anche al nulla nella vita,
cantano senza una musica dove non ci può essere armonia,
mentre gli strati si piegano nel tempo, nell’humus nero,
dove vasti panneggi di luce si stagliano fra i tronchi grigi,

Dove l’aria è intessuta di muschio che s’asciuga,
i variopinti uccelli della foresta cantano di là da te:
un aroma di muschio dai funghi e dalle trine di muffe.
Cantano senza una musica dove non ci può essere armonia,
benché qualcosa cada dall’alto nelle foglie secche,

Niente che scenda qui da noi.
Dove l’aria è intessuta di muschio che s’asciuga,
(in quel posto dove son cresciuta) la foresta in un groviglio,
un aroma di muschio dai funghi e dalle trine di muffe,
dolce-stellato andare, in un groviglio di rovi, di felci

E lente cordicelle di cinquefoglia, falsa fragola, sommàcco-
niente che scenda qui da noi,
macchiato. Un ramo basso che dondola sopra un torrente
in quel posto dove son cresciuta, la foresta in un groviglio,
e uno spazio cavo proprio dell’ampiezza delle scapole.
.
Puoi capire quel che faccio se penso al varco-
e alle lente cordicelle di cinquefoglia, falsa fragola, sommàcco-
come a una specie di limite. A volte immagino noi che camminiamo lì
(…fitolacche, macchiati. Un ramo basso che dondola sopra un torrente)
in un posto che è qualcosa di simile a una foresta.

Ma forse d’altro tipo, dove il suolo è sotto una coltre
( puoi capire quel che faccio se penso al varco)
di verdi aghi cedevoli, lì sotto le fronde di pino,
una specie di limite. A volte immagino noi che camminiamo lì.
E affrettandosi di sotto brune s’adagiano le affilate foglie,

La nerezza che si sfigura, poi la bulbosa fosforescenza delle radici.
Ma forse d’altro tipo, dove il suolo è sotto una coltre,
così stranamente simile eppure anche così originale, sotto
i verdi aghi cedevoli, le fronde di pino.
Una volta eravamo perduti nella foresta, così stranamente simile eppure anche così originale,
ma la verità è, che essa è, ormai perduta per noi.


                                          Susan Stewart, Columbarium e altre poesie (1981-2003), Ares 2006, traduzione e cura di Maria Cristina Biggio


Susan Stewart vive tra Filadelfia e Princeton. Poetessa e traduttrice, si è occupata anche di critica d'arte. Nel 2005 ha ottenuto il titolo di chancellor dall'Academy of American Poets ed è membro dell'American Academy of Arts and Sciences. Docente di discipline umanistiche presso la Princeton University, in Italia sono stati pubblicati due libri, Columbarium e altre poesie, (Ares 2006) e Red Rover, (Jaca Book 2011), a cura di Maria Cristina Biggio.

Per l'analisi della poesia di Susan Stewart lascio la parola a Maria Cristina Biggio che della poetessa americana ha curato le edizioni italiane. L'intervento completo  lo trovate in
 http://poesia.blog.rainews.it/2012/01/susan-stewart-due-poesie/


La poesia La foresta apre la raccolta Columbarium, ma in realtà  "l'intero volume si avvolge tenacemente attorno a questo inizio, raccontando la poetica dell’attraversamento per strati consci e inconsci del passato e della memoria (dell’umano e della foresta). Se il suo fitto e buio groviglio rifiuta d’essere esplorato se non per lo spazio impervio dell’esperienza “proprio dell’ampiezza delle spalle”, il “dolce-stellato andare”, il trasumanar della poesia scaverà fino nelle profondità più nascoste e sarà continuamente sostenuto dalla nostalgia delle origini e dal desiderio che ciò che è stato e ciò che è siano ancora, sempre e in ogni dove, casa, luogo dove si è cresciuti.
Cominciando in qualche posto vicino all’inizio, a quel bordo 
 O invece al primo strato, al posto che ricordi,

Scandita nei suoi movimenti figurativi e conoscitivi dal contrasto, ottico e mentale, tra un punto più luminoso e uno più scuro – tra seme e cenere, morte naturale e rigenerazione, “nerezza che si sfigura” e “bulbosa fosforescenza delle radici”, musica e silenzio – essa tenterà continuamente di far riemergere i più piccoli dettagli di tutto quel che è forestis, che è al di là di noi, affinché essi possano avere una specie di vita. "

Nel suo attraversamento fino alla “svolta” che apre la seconda sezione del libro, - nota ancora Maria Cristina Biggio - Stewart sembra volerci consegnare il fardello di un passato collettivo segnato dagli orrori della storia che non si possono e non si vogliono dimenticare.  La disturbante massa di fatti rubati alle atrocità del vero – macellazioni, stupri, violenze, cannibalismi – in cui tragicamente “ciascuno potrebbe essere il soggetto”, diventa prolungata allegoria di veritade ascosa sotto bella menzogna (secondo l'espressione usata da Dante in Convivio II,4).

"Il neo-residente della foresta-metropoli-labirinto, che ha dolorosamente conquistato una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie azioni ascoltando e prendendosi cura dell’altro da sé, sarà richiamato al luogo del suo principio, alla radura luminosa cui ogni sentiero conduce, dove qualcosa di nuovo comincerà finalmente a essere, nell’atrofia spirituale e a svelarsi alla conoscenza [...]

La foresta si rivela così complessa e potente metafora di tutto quel che è forestis, di quel che sta al di là da noi e ci trascende. Con le parole della Stewart, la foresta è “risorsa della natura, di tutto ciò che è oltre i fatti della storia, oltre i nostri concetti di spazio e tempo e le categorie e il nostro modo di conoscere e che, in quanto tale, precede la memoria e l’invenzione. La natura è l’indefinibile, l’illimitata risorsa al di sopra della quale la conoscenza si innalza – proprio come l’invisibilità sta al di là del visibile – non in senso mistico ma come un reale riconoscimento del limite dei nostri poteri analogo alla finitudine sancita dalle nostre morti individuali”.

L’amato modo della ripetizione assume in questo testo un particolare potere incantatorio. Via via che la poesia cresce e cambia forma pur restando sempre uguale, essa delinea una struttura non-lineare e spaziale del tempo che resiste allo sviluppo narrativo. Procedendo con le ripetizioni i versi svelano i propri limiti e le proprie frontiere, e tendono a farsi casa (del linguaggio, del ritmo, della metafora, del mito, della conoscenza, della nostalgia) le cui mura confinano con la luce e i suoi “vasti panneggi”, con la musica e il silenzio. I variopinti uccelli che cantano di là da noi “senza una musica” si appellano al non-essere o al pre-essere delle melodie non udite di Keats, ovvero al silenzio primordiale dal quale e nel quale ogni musica sorge e rifluisce. Rivelando i propri limiti e la proprie frontiere la poesia riesce a farci sperimentare la certezza di qualcosa d’altro che supera e avvolge l’edificio della parola. "



domenica 1 settembre 2019

Vincendo me col lume del sorriso


Nella poesia Il sorriso di lei , pubblicata qualche giorno fa, Emily Dickinson elabora un'immagine particolarmente coinvolgente: una donna il cui viso non è diverso da tanti altri sorride, ma questo sorriso stringe in una morsa il cuore con una trafittura della gioia (secondo la felice espressione di C. S. Lewis),

... come quando
un uccello si alza in volo, vuole cantare,
poi ricorda il Proiettile che l'ha ferito

Lo spirito vorrebbe cantare, è per questo che si vola, ma una ferita dolorosa sopraggiunge...

Allora si aggrappa a un ramo sottile,
convulso, e la musica intanto si schianta
come perle finite in un pantano.   

Leonardo da Vinci, Sant'Anna, particolare
L'uccello si tiene ad un ramo sottile mentre si agita in modo convulso e il suo canto si schianta giù, come qualcosa di prezioso e raro che finisce nel fango. Tutta la forza della poesia si gioca sull'istante in cui convivono insieme, sul sorriso di lei, il desiderio del canto e la consapevolezza del dolore che sopraggiunge.

Leonardo da Vinci ha colto nel volto di Sant'Anna questa particolare qualità che il sorriso di una donna assume talvolta, quasi velata da un presentimento di dolore o da una pensosa consapevolezza.
Maria tende le braccia verso suo figlio che gioca con un agnello (prefigurazione della sua futura Passione), mentre Anna osserva la scena con un sorriso indimenticabile: presagisce che la vita di quella sua figlia non sarà come quella delle altre fanciulle, vede forse la spada che le trafiggerà il cuore? l'angoscia della Via dolorosa e del Golgota ? Sorride Anna, di fronte a un mistero che le sfugge o forse già intuisce che quella storia non finirà in un sepolcro vuoto?

La suggestione che ci spinge dietro a questo strano sorriso, in cui convivono dolore e felicità ci conduce ora ad una delle cose più belle della letteratura italiana: il sorriso di Beatrice nell'opera poetica di Dante.Tra i numerosi luoghi in cui il poeta fiorentino si sofferma su tale immagine, è in questa terzina, tratta dal canto XVIII del Paradiso che essa appare espressa in modo mirabile:

Vincendo me col lume del sorriso
ella mi disse: "Volgiti e ascolta
chè non pur ne' miei occhi è paradiso.

Si tratta, a mio personalissimo avviso, della più intensa, struggente e potente visione della gentilissima. Non a caso a proposito di questi versi il Momigliano ha scritto che la terzina "è scritta con una mano d'incomparabile leggerezza, e conserva alla Beatrice beata, insieme con la luminosità del paradiso, un'ombra, meno di un'ombra, di compiacimento femminile".
Già nella Vita Nuova tuttavia, al capitolo XXI nella parte finale del sonetto Ne li occhi porta la mia donna Amore, Dante si soffermava sul riso della donna:

Quel ch'ella par quando un poco sorride
non si può dicer né tenere a mente,
sì è novo miracolo e gentile

Gabriel Rosettti, Dante’s Dream at the Time of the Death of Beatrice

Il sorriso della gentilissima è ineffabile, la mente non può trattenerlo, è una cosa miracolosa, diversa da tutte le altre alle quali l'uomo è abituato. Non è un caso tuttavia che proprio questo sorriso sia collocato da Dante in una sezione particolare della Vita Nuova, immediatamente prima del racconto della morte del padre di lei, del suo dolore amarissimo e del suo pianto pietoso. Episodio seguito immediatamente da quello di un'esperienza personale di infermità fisica ed interiore del poeta, che culmina nel sogno-visone della morte dell'amata.
Non è possibile, nell'esperienza esistenziale ed artistica di Dante, separare il sorriso di Beatrice dalla sua morte prematura, il suo potere miracoloso dalla disperazione che la sua scomparsa terrena produce. L'alzarsi in volo dallo schianto del canto.

Il novo miracolo di questo sorriso è lo stesso a cui allude William Blake quando in una sua poesia scrive che esso:

... a fondo nel profondo del cuore penetra,
E affonda nelle midolla delle ossa -
E mai nessun Sorriso fu sorriso,
Ma solo quel sorriso solo,

Sorriso che dalla culla alla fossa
Sorridere si può una volta sola,
Quando è sorriso,
Ha fine ogni miseria.

Proprio così ... ha fine ogni miseria.


domenica 4 agosto 2019

Del più bello dei viaggi


Tornando a casa...



Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento,
e messi in un vasel ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio,

sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ’l disio.

E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch’è sul numer de le trenta
con noi ponesse il buono incantatore:

e quivi ragionar sempre d’amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
sì come i’ credo che saremmo noi.

Dante si rivolge a Guido Cavalcanti, il suo primo amico (così lo definisce nella Vita Nuova), per condividere con lui un desiderio:  insieme all'amico Lapo, essere presi per incantamento e messi in un vascello che navighi per ogni mare, guidato solo dalla loro volontà. Nessuna tempesta o tempo cattivo in questo viaggio, anzi avrebbero vissuto secondo un unico comune sentimento del piacere, sentendo crescere in loro 'l disio di essere insieme.
Con Dante, Guido e Lapo, la magia del buono incantatore avrebbe posto le tre donne amate dagli amici e ragionando sempre d'amore (espressione densissima di significati, per i quali il rimando più immediato è forse la canzone Donne ch'avete intelletto d'amore), con queste avrebbero trovato nuovi significati alla felicità.

Il sonetto di Dante Alighieri, uno dei più noti della sua produzione giovanile, ha il suo nucleo espressivo più forte in un'esigenza comune anche ai nostri giorni, quella di ricreare una speciale corte di spiriti uniti da affinità elettive, con i quali ritrovarsi nell'aspirazione a viaggiare evitando tempeste e nubi oscure e cariche di pioggia. Tale forma di amicizia, rara e preziosa, è resistente e fragile al tempo stesso, necessita di cure e ha un suo proprio stile che la distingue tra tutte le altre. Navigare - ma qui il senso del verbo si carica di ovvie valenze metaforiche - con amici di tal genere è un'esperienza straordinaria, senza la quale la vita rischia di diventare un ammucchiare i giorni, uno sull'altro.

Nell'atmosfera di questa poesia, rarefatta e sognante, intessuta di simboli e richiami a temi fiabeschi tipici  della letteratura cortese e cavalleresca, è possibile che il lettore moderno intraveda uno scarto con il nostro presente, segnato dall'eclissi dell'idea stessa di amicizia spirituale. E poi non si tratta in fondo di un sogno ? di un viaggio vissuto nell'immaginazione più che nella realtà?

Forse è bene riflettere sulla contrapposizione tra immaginazione e realtà. Secondo Carl Gustav Jung, ad esempio, nella attività dell'artista e nella vita psichica (ma il discorso in realtà va allargato a fenomeni di più ampia rilevanza) "ciò che dobbiamo al gioco dell'immaginazione è incalcolabile" e sarebbe segno di miopia trattare con disprezzo le fantasie a causa "del loro carattere singolare o inammissibile". In effetti anche secondo James Hillmann il legame tra le forme di interpretazione e conoscenza della realtà e l'attività immaginativa  e simbolica è molto forte tanto che arriva a scrivere che la coscienza dipende dall’immaginazione.

Tramite il sonetto di Dante dunque non solo viviamo una risolutiva esperienza estetica (chi volesse ascoltare il sonetto letto da Aroldo Foà può farlo qui: https://www.youtube.com/watch?v=2AcBJ7Ol3zI), ma sperimentiamo una diversa via di conoscenza del mondo e di noi stessi.

E' vero: quanto più il mondo moderno si allontana, o crede di allontanarsi, da questa forma di  sympatheia tanto più si diffonde il tipo umano del cinico e del beffardo. Non certo uno che Dante, Guido e Lapo, o le loro donne, avrebbero gradito sul loro vascello. In questo senso è possibile che rispetto alla forza evocativa del sonetto qualcuno sia preso da un sentimento di estraneità assoluta o peggio di  disillusione. La poesia di Dante, tuttavia, non è una bilancia sulla quale pesare ciò che ci manca, essa è piuttosto il sestante indispensabile a tracciare la rotta futura.

Il più bello dei viaggi è quello che abbiamo fatto con i nostri amici più cari e fidati oppure quello che stiamo per fare, anche solo con la forza dell'immaginazione, insieme ad un equipaggio che via via si va formando.

Forse non ci vorrà così tanto...

lunedì 22 luglio 2019

TIME ... Thought I’d something more to say





Scorrono via i momenti che rendono un giorno noioso
Sciupi e sprechi le ore in modo insolito
Tirando calci a un pezzo di terra nella tua città natale
Aspettando qualcuno o qualcosa che ti mostri la via.

Stanco di vivere al sole, resti a casa a guardare la pioggia
Sei giovane e la vita è lunga e c’è tempo da ammazzare oggi
E poi un giorno scopri che ti sei lasciato dietro dieci anni
Nessuno ti ha detto quando correre, hai perso lo sparo di partenza.

E' la traduzione del testo di Time, una canzone dei Pink Floyd scritta da Roger Waters e contenuta nell'album The Dark Side of the Moon (se volete sentirla in versione 'remastered' mentre leggete queste righe eccola qui https://www.youtube.com/watch?v=JwYX52BP2Sk  e non dimenticate di usare un buon paio di cuffie).

Non ci siamo forse noi in queste parole? Noi che misuriamo il tempo con le date del calendario? Il primo giorno di ferie, il compleanno dell'amico, l'ultimo appello della sessione estiva. Un elenco che potrebbe allungarsi con facilità, un pi greco dell'umano sforzo di "segnare" il tempo. Che ne sappiamo noi del "silenzioso cuore del non-tempo" di cui ha parlato Mario Polia a proposito dello haiku di Onitsura?


Ogni poeta che abbia scelto di percorrere la linea d'ombra, che corre tra le cose che ci sono attorno e la nostra esperienza di esse, ci invita a passare - per usare un'espressione di Cristina Campo - dalla vista alla percezione. C'è infatti uno sguardo di tutti i giorni, utile e necessario nelle faccende di tutti i giorni: è lo sguardo che pesa, misura, definisce tempi e spazi; fa bilanci, mette in ordine, classifica, distingue, a volte elimina oppure compra. Ciò che chiamiamo vista è ciò che si usa nelle relazioni di lavoro, tra conoscenti e vicini di casa. Tale senso agisce essenzialmente attraverso un meccanismo di 'riduzione' dell'ignoto (nel tempo e nello spazio) al fruibile. Non è usato tale termine nell'accezione meramente negativa di manipolazione o di appropriazione utilitaristica, in quanto l'orientamento nel tempo e nello spazio è una capacità fondamentale non solo per la sopravvivenza, ma anche per poter agire ed esercitare un accettabile livello di libertà.

La riduzione che la vista opera dell'ignoto al fruibile presuppone tuttavia il rischio della perdita, a volte dello smarrimento, fino alla dissipazione. Ciò è in particolare evidenza nel celebre carme in cui Orazio invita al carpe diem a cogliere l'attimo propizio, poiché il tempo è un invida aetas, un essere invidioso ed ostile, qualcuno di cui non ci si può fidare. A volte non dipende nemmeno da noi, il tempo fugge e inganna, come la canzone Time dei Pink Floyd mostra molto bene.

 Come allora  afferrare il punto di intersezione tra l’eterno e il tempo? E' davvero possibile tenere insieme il primo giorno dell'anno, quello in cui tutto è possibile perché tutto comincia, e il vento che da mille anni spira tra i pini? Come passare dunque dalla vista  alla percezione ?

Dobbiamo seguire il personaggio di Dante smarritosi nella selva oscura, per cogliere nitidamente tale differenza: è di certo grazie alla vista che l'exul immeritus può muoversi nella selva selvaggia orientandosi nei suoi meandri tortuosi e aspri: scorge un colle le cui balze gli appaiono vestite già de’ raggi del pianeta/che mena dritto altrui per ogne calle e verso quel colle muove i suoi passi con lena affanata. Avverte l'alba incipiente, quando il sole si appresta a scacciare le tenebre, decifra il dileguarsi dell'oscurità e il lento, ancora incerto,  avanzare della luce. Finché è dentro la selva la vista è ciò che gli serve, ciò che lo fa sopravvivere. Ma non basta.

Temp’era dal principio del mattino, 
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle 
ch’eran con lui quando l’amor divino 
       mosse di prima quelle cose belle; 

Su quel preciso momento dell'anno (la notte del Venerdì Santo, la notte della apparente sconfitta del Bene, in cui nulla ha significato) e su quell'ora indimenticata in cui tutto è in gioco si sofferma ora la mente del Dante narratore, dopo che è tornato dal suo viaggio attraverso i tre regni. E' lui che con sguardo ormai diverso percepisce, ricorda e vuole dircelo ... che in quella notte il sole si trovava in compagnia di quelle stelle/ch’eran con lui quando l’amor divino/mosse di prima quelle cose belle, ovvero quando le stelle si trovavano nella stessa posizione in cui erano quando, agli inizi dei tempi, Dio aveva creato l'Universo. L'inizio del viaggio di Dante è in consonanza con l'inizio della vita stessa; la energia irradiata in quel momento, in cui la Natura stessa non era ancora, è la stessa che ora si riverbera nel Cosmo per il suo viaggio. Entrambe le vicende sono guidate da un identico principio di amore che con la stessa intensità ha a cuore il dispiegarsi dell'Universo e la salvezza del poeta.

Ecco, la percezione nasce dall'essersi messo in viaggio e sopratutto dall'aver creduto ad un poeta come lui, Virgilio, l'amato maestro, la cui voce lo ha guidato al sentimento che la propria storia, il proprio tempo non è solo la notte oscura


Quanto ad afferrare il punto di intersezione tra l’eterno e il tempo,

si tratta di un’occupazione da santo,

non tanto un’occupazione ma qualcosa che è donato e ricevuto,

in un morire d’amore durante la vita,

nell’ardore, nell’abnegazione e nell’abbandono di sé.


                         Thomas S. Eliot, da: Quattro Quartetti



lunedì 15 luglio 2019

Ci sono al mondo esseri superflui





Ci sono al mondo esseri superflui,

creature in più, aggiunte senza peso.

(Assenti dagli elenchi e dai prontuari,

inquilini dei pozzi più neri.)


Ci sono al mondo esseri cavi, esseri presi

a spinte, muti: letame

e chiodo per gli strascichi di seta.

Ripugnano anche al fango delle ruote.


Ci sono al mondo diafani, invisibili:

(screziati dal marchio della lebbra!)

Ci sono Giobbe, che potrebbero invidiare

Giobbe… ma ai poeti, a noi poeti,


noi paria e pari a Dio –

è dato, straripando dalle rive,

rotti gli argini, rubare

anche le vergini agli dèi.


22 aprile 1923

                                                                                       di  Marina Cvetaeva