Noi siamo cetre…
Noi siamo cetre un poco sgangherate.
Il vento, quando passa sulle corde,
come catene sospese, risveglia
dei versi, dei rumori dissonanti.
Noi siamo antenne un poco singolari.
Come dita s’innalzano nel caos,
in cima ad esse echeggia l’infinito,
ma ben presto cadranno giù, spezzate.
Noi siamo sensazioni un po’ disperse
senza speranza di concentrazione.
Nei nostri nervi tutto si confonde.
Ci duole il corpo, duole la memoria.
Ci scacciano le cose, e la poesia
è il rifugio che sempre più invidiamo.
(da Elegie e satire, 1927) (trad. Filippomaria Pontani) in Antologia della poesia greca contemporanea
a cura di Filippomaria Pontani. Introduzione di Maurizio De Rosa, Crocetti Editore 2004
il testo è tratto dal sito internet dell'editore.
Tra le figure più intense e tragiche della poesia europea del Novecento, Kostas Karyotakis occupa un posto del tutto particolare. Nato nel 1896 e morto suicida nel 1928, a soli trentadue anni, visse in un'epoca in cui la fiducia ottocentesca nel progresso e nella razionalità si era ormai incrinata sotto il peso della guerra, della crisi delle istituzioni e di un diffuso senso di smarrimento. La sua voce, pur attraversata da un dolore autentico, non indulge mai nell'autocommiserazione; al contrario, tenta di trasformare l'esperienza della frattura in una forma di conoscenza. Per questa ragione la sua opera ha esercitato un'influenza decisiva sulla poesia greca del secolo scorso ed è stata riconosciuta come una delle espressioni più alte della crisi spirituale dell'uomo moderno.
La lirica Noi siamo cetre un poco sgangherate rappresenta forse uno degli esempi più limpidi di questa poetica. Fin dai primi versi il poeta rinuncia a parlare in prima persona singolare. L'io diventa un "noi", quasi a suggerire che il disagio descritto non appartenga esclusivamente all'autore, ma costituisca la condizione di un'intera generazione, forse dell'uomo contemporaneo in quanto tale.
L'immagine iniziale è di straordinaria efficacia: la cetra richiama immediatamente il mondo classico, lo strumento di Apollo e di Orfeo, simbolo della poesia capace di accordarsi con l'ordine del cosmo. Ma quella evocata dal poeta è una cetra malridotta, imperfetta, incapace di produrre una melodia limpida. Quando il vento passa sulle sue corde non nasce un'armonia, bensì una miscela di «versi» e «rumori dissonanti». In questa apparente contraddizione è racchiuso il nucleo dell'intera poesia: l'arte non nasce più dalla perfezione, ma dalla dissonanza. Il poeta moderno è colui che riesce a dare voce al disordine.
Nella seconda strofa la metafora cambia improvvisamente
registro. Le cetre lasciano il posto alle antenne: Noi siamo antenne un poco
singolari. L'immagine appartiene ormai al mondo della tecnica, ma il suo
significato resta profondamente spirituale. Le antenne si innalzano nel caos e
sembrano intercettare qualcosa che appartiene all'infinito. Esse sono il
simbolo della sensibilità poetica, della capacità di percepire segnali che
sfuggono alla percezione comune. E tuttavia questa apertura verso l'assoluto è
fragile: le antenne sono destinate a spezzarsi. Il contatto con l'infinito resta un'intuizione fugace, una tensione continuamente
minacciata dalla caduta.
L'ultima strofa introduce il motivo del dolore, che investe insieme il corpo e la memoria. La sofferenza fisica e quella spirituale sembrano fondersi in un'unica esperienza. Persino il mondo esterno assume un volto ostile: Ci scacciano le cose. Non è l'uomo a prendere le distanze dalla realtà; è la realtà stessa che sembra respingerlo, negandogli ogni possibilità di appartenenza. Eppure proprio nel momento di maggiore sconforto compare la parola conclusiva, «poesia», che acquista così il valore di un approdo. Colpisce tuttavia il fatto che essa non venga presentata come un rifugio posseduto, bensì come un rifugio che sempre più invidiamo. È una meta verso cui si tende senza poterla raggiungere pienamente. La poesia non elimina il dolore, non ricompone definitivamente la frattura, ma offre almeno la possibilità di darle una forma e, quindi, un significato.
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