Le strade
Sto sulle alture battute dal vento, fra le colline di Down,
e tutto il mondo mi si stende ai piedi: prati, mare e città,
e campi arati sui colli lontani, accesi d’un bruno caldo e familiare.
E sempre, attraverso la terra ondulata, fino alla lontana linea dell’orizzonte,
dove colline azzurre cingono l’Occidente velato di nebbia, vedo serpeggiare le strade bianche,
le strade remote, le belle strade che chiamano il mio cuore.
Le vedo scendere nelle valli e svanire e risalire e curvare,
dalla valle d’ombra all’altura nel vento, e sempre verso Occidente vanno
e oltre la fredda cresta azzurra, infine, fino all’estremo confine del mondo.
Sento su di me il richiamo delle strade; un desiderio è cresciuto nel mio animo:
andare errando per le vie maestre, solo fra terra e cielo,
e cercare terre che nessun piede ha calcato e mari che nessuna vela ha conosciuto:
le terre a occidente della sera e a oriente dei vagiti del mattino,
dove gli dèi invisibili, nelle loro verdi valli, sono lieti ai confini della terra
e non temono che il domani rechi dolore, né che la notte spenga la loro letizia.
The Roads
I stand on the windy uplands among the hills of Down
With all the world spread out beneath, meadow and sea and town,
And ploughlands on the far-off hills that glow with friendly brown.
And ever across the rolling land to the far horizon line,
Where the blue hills border the misty west, I see the white roads twine,
The rare roads and the fair roads that call this heart of mine.
I see them dip in the valleys and vanish and rise and bend
From shadowy dell to windswept fell, and still to the West they wend,
And over the cold blue ridge at last to the great world’s uttermost end.
And the call of the roads is upon me, a desire in my spirit has grown
To wander forth in the highways, ‘twixt earth and sky alone,
And seek for the lands no foot has trod and the seas no sail has known:
For the lands to the west of the evening and east of the morning’s birth,
Where the gods unseen in their valleys green are glad at the ends of the earth
And fear no morrow to bring them sorrow, nor night to quench their mirth.
The Roads appartiene a Spirits in Bondage. A Cycle of Lyrics, la prima raccolta poetica pubblicata da C. S. Lewis nel 1919, quando aveva vent’anni, con lo pseudonimo di Clive Hamilton. Sono poesie composte negli anni della formazione e della guerra, molto prima della conversione al cristianesimo. La raccolta è articolata in tre sezioni, significativamente intitolate The Prison House, Hesitation e The Escape. Lewis stesso aveva spiegato nel 1918 che il libro non andava considerato come una semplice successione di componimenti indipendenti, perché vi si sviluppava, pur liberamente, un’idea generale. The Roads è la trentaquattresima lirica e appartiene proprio all’ultima sezione, The Escape.
Questa collocazione aiuta a comprendere il significato delle strade che attraversano la poesia. L’«evasione» di cui parla il titolo della sezione non coincide infatti con una semplice fuga dalla realtà. In The Roads il movimento verso l’Altrove prende avvio dall’esperienza concreta di un paesaggio reale, quello delle colline della contea di Down, nell’Irlanda del Nord. Il luogo osservato possiede colori e forme riconoscibili: prati, mare, città, campi arati, colline. Eppure, fin dalla prima strofa, qualcosa sottrae questo panorama alla semplice descrizione naturalistica.
Il poeta si trova sulle alture, mentre tutto il mondo si distende sotto di lui. Il mondo visibile appare per un istante raccolto entro lo sguardo. Anche i colori partecipano a questa trasformazione. Il bruno dei campi è friendly, amichevole, quasi che la terra possedesse una disposizione affettiva verso chi la contempla. La natura comincia così ad animarsi.
È però con l’apparizione delle strade che il paesaggio acquista pienamente il suo valore simbolico. Le strade bianche serpeggiano attraverso la campagna, scompaiono nelle valli, riemergono sulle alture, piegano e continuano verso Occidente. Lewis attribuisce loro una vera capacità di azione: sono le strade che chiamano il suo cuore e poco dopo il loro richiamo torna con maggiore forza, fino a far nascere un desiderio nello spirito del poeta. La personificazione è evidente. La strada diventa la forma visibile di un richiamo. Anche il loro andamento contribuisce a creare l'atmosfera sospesa e misteriosa della lirica, le strade scendono, svaniscono, risalgono, curvano. Non è possibile vederne interamente il percorso. Ogni tratto visibile presuppone qualcosa che rimane nascosto oltre una valle o dietro una cresta. La strada conduce verso qualcosa che ancora non si conosce, lungo sentieri che non hanno una meta precisa.
In questo movimento l’Occidente assume un’importanza crescente: all’inizio è ancora una direzione geografica, poi l'io poetico nota le colline azzurre che confinano con un Occidente avvolto nella nebbia. E poco dopo tutte le strade sembrano dirigersi ostinatamente da quella parte, finché superano l’ultima cresta e raggiungono l’estremo confine del mondo. Lo spazio geografico si trasforma gradualmente in spazio mitico.
L’Occidente possiede naturalmente una lunga storia simbolica. È il luogo dove il sole scompare e, proprio per questo, in molte tradizioni europee diventa la regione dell’oltre, delle isole remote, dei morti o degli immortali. Per Dante è il luogo oltre le Colonne d'Ercole, il mondo senza gente dove si innalza il monte del Purgatorio. Nell’immaginario celtico, particolarmente familiare al giovane Lewis, il viaggio verso Occidente può condurre verso terre sottratte al tempo umano. Non è necessario supporre qui un riferimento preciso a una singola leggenda: è sufficiente osservare come Lewis utilizzi quella geografia mitica per trasformare le colline di Down nella soglia di un mondo ulteriore.
Nella quarta strofa il movimento esteriore si trasferisce definitivamente nell’interiorità. Il richiamo delle strade fa nascere un desiderio nello spirito del poeta: egli vorrebbe partire, percorrere le vie maestre, rimanere solo fra terra e cielo e cercare terre mai calpestate e mari mai attraversati da una vela. Qui il viaggio ha ormai superato ogni possibile geografia reale. L’espressione fra terra e cielo colloca il viandante quasi in una zona intermedia: appartiene ancora al mondo conosciuto, ma è già rivolto verso ciò che lo oltrepassa.
L’ultima strofa compie la trasformazione. Le terre cercate si trovano a occidente della sera e a est dei vagiti del mattino. Le normali coordinate spaziali sono definitivamente infrante: sera e mattino diventano quasi confini cosmici che possono essere oltrepassati.
Lì abitano gli dèi invisibili, lieti nelle loro verdi valli ai confini della terra. La loro invisibilità è decisiva. Lewis avverte la presenza del mondo mitico, oltre il limite della percezione. Come le strade scomparivano dietro le colline, così gli dèi rimangono nascosti nelle loro valli. Il visibile sembra continuamente rimandare a qualcosa che non può essere del tutto ricondotto all'esperienza dell'umano.
Anche il tempo cambia natura. Gli dèi non temono che il domani porti dolore o che la notte spenga la loro letizia. Il mondo verso cui tendono le strade è dunque sottratto alla precarietà che caratterizza l’esistenza umana. Al di là dell’orizzonte si immagina una regione dove la gioia non viene consumata dal tempo.

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