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sabato 28 ottobre 2023

Come nelle tempeste fosse pace!

 


La vela


Biancheggia vela solitaria

Del mare nell'azzurra bruma ...

Cosa in lontana terra cerca?

Al paese natio cosa ha lasciato?


Fremono l'onde, il vento fischia

L'albero piega e geme ...

Ahimè ! felicità non cerca

E da felicità non viene!


Sott'essa il flutto più chiaro del cielo

Sopra, del sole d'oro il raggio ...

Ed essa inquieta chiede la tempesta,

Come nelle tempeste fosse pace !


                Michail Jur'evič Lermontov (traduzione di Tommaso Landolfi)


Una vela solitaria naviga sotto un cielo limpido, tracciando la sua misteriosa rotta su acque più limpide ancora. Non sappiamo cosa l'abbia spinta a mettersi per mare, di cosa vadano in cerca gli uomini che si affannano tra alberi, gomene e cime; nessuno di quelli che sono qui a terra ci sa dire cosa abbiano lasciato nel loro paese. La vela si gonfia, le onde fremono, mentre il mondo intorno sembra sereno, luminoso, rassicurante. Una bella giornata, fatta apposta - sembrerebbe - per stendere le gambe al sole e lasciarsi andare. 

Non così però è quella barca. Che non ha conosciuto molta felicità e neppure la cerca più. Inquietudine la spinge, inquietudine le dà forza e vigoria, cancellando rimpianti od abitudini. Chiede la tempesta e fugge il mare tranquillo, anela a correnti impetuose, disprezza gli approdi sicuri e va a caccia di passaggi perigliosi. Si illude forse che solo lì, dove tutto viene messo in gioco, solo nella sfida del vento di burrasca le cose riacquistino un loro ordine, un loro senso. Almeno per un po'...

Il poeta tuttavia conosce quel che al navigante ora sfugge. Il suo ultimo verso non è che un sospiro, pieno di partecipazione: Come nelle tempeste fosse pace!

sabato 30 settembre 2023

Se il sonno fosse...

 

Hypnos, il dio del sonno



Se il sonno fosse (c’è chi dice) una
tregua, un puro riposo della mente,
perché, se ti si desta bruscamente,
senti che t’han rubato una fortuna?

Perché è triste levarsi presto? L’ora
ci deruba d’un dono inconcepibile,
intimo al punto da esser traducibile
solo in sopore, che la veglia dora

di sogni, forse pallidi riflessi
interrotti dei tesori dell’ombra,
d’un mondo intemporale, senza nome,

che il giorno deforma nei suoi specchi.
Chi sarai questa notte nell’oscuro
sonno, dall’altra parte del tuo muro?



Il testo originale è così bello in spagnolo che merita di essere letto in originale:

Si el sueño fuera (como dicen) una
tregua, un puro reposo de la mente,
¿por qué, si te despiertan bruscamente,
sientes que te han robado una fortuna?

¿Por qué es tan triste madrugar? La hora
nos despoja de un don inconcebible,
tan íntimo que sólo es traducible
en un sopor que la vigilia dora

de sueños, que bien pueden ser reflejos
truncos de los tesoros de la sombra,
de un orbe intemporal que no se nombra

y que el día deforma en sus espejos.
¿Quién serás esta noche en el oscuro
sueño, del otro lado de su muro?


Nella poetica di Jorge Luis Borges alcuni temi ed immagini ricorrono con una frequenza significativa: l'orologio, lo specchio, l'ombra, il labirinto ed - appunto - il sueño che in spagnolo vuol dire al tempo stesso "sonno" e "sogno". A questo tema lo scrittore ha anche dedicato un piccolo studio, una storia generale dei sogni, che attinge ai suoi scritti e alle sue letture sterminate, da Plutarco a Mircea Eliade, passando da William Butler Yeats e l'epopea di Gilgamesh. Questo piccolo gioiello è stato pubblicato nella Piccola Biblioteca Adelphi con il titolo "Libro dei sogni", un'esperienza di lettura straordinaria, un viaggio tra i secoli, le civiltà più lontane e i luoghi più suggestivi.

La poesia di Borges prende avvio da un'ipotesi, da un interrogativo: se il sonno è solo una pausa, una tregua rispetto alla vita e alle sue faticose battaglie, come mai, se qualcuno ci sveglia in modo brusco, ci sembra di essere stati derubati di una misteriosa ricchezza, di un bene inestimabile, intimamente nostro.  

Il risveglio a cui allude il poeta  non è quello dell'ozioso, forzatamente sottratto alla sua inerzia, né quello del melanconico, prigioniero incatenato alle proprie angosce. E' piuttosto un'altra l'esperienza che è al centro delle immagini  evocate dai versi di Borges. Ciò si può cogliere alla fine della seconda quartina, lì dove si prova a descrivere il dono del quale siamo derubati. Questo dono sfugge innanzitutto ad ogni tentativo di rappresentazione razionale, è inconcepibile, nel senso che il pensiero non è capace di descriverne la natura. Siamo, al tempo stesso, consapevoli della straordinaria fortuna che nel sonno ci viene consegnata e del tutto incapaci di misurarne i caratteri o le forme. 
Un'altra qualità, tuttavia, il poeta intuisce come propria di tale dono: esso è talmente intimo - ovvero così connaturato alla profondità della nostra anima (in quel luogo dove abbiamo spesso difficoltà noi stessi a spingere lo sguardo) che le parole sono insufficienti, non bastano a tracciare una definizione. E se proprio volessimo dargli un nome - ci avverte Borges - potremmo usare la parola sopore, ma si tratterebbe pur sempre di un azzardo, di un maldestro tentativo, di un'approssimazione scivolosa. 

Non sembra proprio una  gran cosa questo dono ... non è forse il sopore uno stato di obnubilamento dei sensi? un ottenebramento della coscienza? In verità questa impressione immediata si svela subito fallace non appena leggiamo ciò che il sopore realizza, cioè ricoprire la materia umile e dimessa dello stato di veglia con il pregiato oro dei sogni. Siamo di fronte ad un ribaltamento deciso del normale sistema di valori secondo cui i sogni sono ombre evanescenti, mentre è sulla realtà del giorno che si possono costruire certezze affidabili. Al contrario i versi del poeta argentino ci spingono in una direzione diversa: sono i sogni - ciò che in essi si riesce a scorgere - ad essere la cosa più importante. Certo, non sono che pallidi riflessi di tesori più grandi, che abitano nell'ombra, in un mondo senza tempo e senza nome. E tuttavia ciò che nei sogni si riflette - forse in modo imperfetto - è ciò che più ci avvicina all'essenza stessa delle cose. Se questa non può che sfuggirci, non cesseremo di cercarla, seguendo quelle tracce labili e interrotte che intravediamo di tanto in tanto quando abbiamo gli occhi aperti.


domenica 13 agosto 2023

Fuge, tace, quiesce



Mentre il silenzio fasciava la terra

e la notte era a metà del suo corso,

tu sei disceso, o Verbo di Dio,

in solitudine e più alto silenzio.


La creazione ti grida in silenzio,

la profezia da sempre ti annuncia,

ma il mistero ha ora una voce,

al tuo vagito il silenzio è più fondo.


E pure noi facciamo silenzio,

più che parole il silenzio lo canti,

il cuore ascolti quest'unico Verbo

che ora parla con voce di uomo.


A te, Gesù, meraviglia del mondo,

Dio che vivi nel cuore dell'uomo,

Dio nascosto in carne mortale,

a te l'amore che canta in silenzio.


                            di David Maria Turoldo

L'estate può essere un periodo complicato: cerchiamo la tranquillità e sperimentiamo inquietudine, desideriamo compagnia eppure nei luoghi affollati siamo a disagio, ecco il rumore della musica, le chiacchere dei benpensanti che si mischiano con il vociare dei saccenti... 

Ho cominciato a scrivere queste note in un posto tranquillo ed ombroso, lungo la costa lucana; d'un tratto da un invisibile altoparlante suona una musica a me del tutto sconosciuta, le canzoni si susseguono uguali l'una all'altra, parlano di spacciatori, di macchine di lusso e di belle tipe, di pistole e di sbirri da cui scappare. Il ritmo è ossessivo, come un tamburo di orchi nell'oscurità. Per uno di quei casi che capitano a chi viaggia verso una stella tenue, cullato dal rap criminale, sprofondo nelle parole del libro di fronte a me. E da una citazione procedo ad un verso poetico, da quel verso giungo ad una Sura del Corano e da questa sura sono come trascinato alla storia del profeta Elia, il quale, per le minacce della moglie di Acab Jezebel, si inoltrò nel deserto e andò a sedersi sotto una ginestra, in preda allo sconforto. Ma proprio lì - nel deserto, nel silenzio, nella solitudine, nell'apparente sconfitta di tutti i suoi progetti -  fece l'esperienza più profonda della tenerezza di Dio, che si rivela a lui non nei tuoni e nei lampi e nei terremoti, ma come sussurro di una brezza leggera. Il rap dei gangster per un attimo mi fa andare fuori rotta, ma infine ecco l'approdo salutare alla poesia di David Maria Turoldo, quella riportata qui sopra, nella quale la parola silenzio ritorna per sette volte in sedici versi. I tamburi sono ormai un'eco lontana. Vi racconto dunque il mio vagabondaggio, voi mettetevi comodi. 

Il viaggio comincia nel IV secolo della nostra era, sugli avamposti della spiritualità contemplativa cristiana, al limite del deserto, tra l'Egitto e la Siria. Voltate le spalle alla civiltà, alle città ricche raffinate e colte del mediterraneo, eremiti e monaci scelgono di abitare l'inabitabile e dei loro eremi fanno il luogo per conoscere se stessi, anzi per divenire se stessi: lì "il temibile faccia a faccia con il proprio io reale (oltre i fantasmi del proprio narcisismo) può trasformarsi - secondo Adalberto Mainardi - nello strumento per una dilatazione della propria umanità. Certo, l'elogio della vita solitaria, trascorsa nel silenzio e nella ricerca interiore non è un'invenzione dei cristiani, percorre tratti importanti della filosofia della Grecia e dell'India; è tra gli ammonimenti dell'oracolo delfico, addirittura Filone di Alessandria, nel suo trattato sulla vita contemplativa, non si limita a farne l’elogio, ma arriva a dire che “la divina  Sapienza è amica del deserto (philéremos)”.

Abba Arsenio è uno di questi santi monaci, forse - da quanto capiamo - il meno adatto alla solitudine; dopo aver abbandonato gli sfarzi della corte imperiale, dove svolgeva la funzione di precettore dei figli dell’imperatore Teodosio, sceglie la strada del deserto, ma  si tratta di una scelta difficile, piena di ostacoli. Ad un certo punto lo vediamo nel pieno di un combattimento interiore, allora domanda a Dio di condurlo in una via in cui possa salvarsi. La risposta gli giunge attraverso una voce che dal cielo lo esorta: fuge, tace, quiesce !  Ovvero: fuggi, rimani in silenzio, riposa nel tuo cuore.

Il misterioso imperativo interiore udito da Abba Arsenio indica un rigoroso itinerario ad Deum, scandito da ostacoli ardui, da avversari ben identificabili. A partire dal primo, l'invito alla vita solitaria, probabilmente oggi il più difficile, se guardiamo allo stato di smarrimento del mondo moderno, nel quale segno inconfutabile di una vita pienamente realizzata è la socialità spontanea, l'essere connessi sempre, l'ampiezza della rete di contatti-conoscenze-ammiratori, ora anche digitali. Ciò che accade di importante è soprattutto ciò che può essere visto dagli altri, ciò che diciamo o facciamo presuppone un pubblico, pena l'assoluta irrilevanza. Fuge! invece impone l'ammonimento oltremondano: fuggi dalla folla, tieniti lontano dalla ressa, rimani in disparte dall'accorrere della moltitudine. Cerca piuttosto la solitudine interiore, tendi l'orecchio alla voce del cuore. La strada intrapresa da Arsenio ha avuto un enorme seguito nella storia della spiritualità occidentale ed indicazioni dello steso tenore si possono leggere ancora oggi negli statuti dell'ordine della Certosa, espressi con limpida grazia : "L'anima del monaco sia dunque nella solitudine come un lago tranquillo le cui acque, scaturendo dalla purissima fonte dello spirito e non essendo agitate dall’ascolto di nessun rumore venuto dall’esterno, riflettano, quale nitido specchio, la sola immagine di Cristo."

Il secondo invito ci appare anch'esso in assoluta controtendenza rispetto alla propensione diffusa nei nostri giorni per la quale siamo  di continuo incitati a prendere la parola, ad intervenire, a "dire la nostra",  a volte con una qualche trascuratezza rispetto alle competenze o alle nozioni specifiche che sarebbero necessarie. Si tratta di un fenomeno che ci coinvolge tutti e a cui assistiamo di continuo: la nostra civiltà sembra aborrire il silenzio, lo ha ridimensionato ad una forma di indecisione dell'animo; in modo simile la meditazione assorta si riduce a rinuncia e la disposizione ad ascoltare assume i tratti della condiscendenza. Mi sembra che abbiano ragione quegli studiosi, ad esempio Vito Mancuso, per i quali il timore moderno di fronte all'esperienza del silenzio ha a che fare con il fatto che esso ci ricorda da vicino il grande silenzio, quello estremo della morte. Il silenzio immette al cospetto del sacro e della morte.

Dal punto di vista della vita interiore il silenzio ha ovviamente un valore del tutto diverso, costituendo di questa esperienza la via privilegiata; tutte le scuole spirituali - induismo, buddhismo, sapienza greca, la via del deserto nel cristianesimo -  mostrano a tal riguardo la medesima consapevolezza. Pitagora imponeva cinque anni di silenzio a chi volesse essere accolto come suo discepolo, Isacco di Ninive scrive che il silenzio profondo introduce l’anima nel mondo spirituale, essendo il silenzio "mistero del mondo futuro e la lingua organo del mondo presente". La più alta virtù spirituale è individuata da Simone Weil nella προσοχή, nell'attenzione e per essere attenti occorre saper fare silenzio, innanzitutto dentro se stessi.

Il terzo comando ha la forza del vento boreale che sgombra le nubi dal cielo: quiesce! In prima battuta potremmo tradure semplicemente come "riposa!" o "resta nel riposo", ma - di nuovo - il significato del termine, nell'ordine spirituale, non potrebbe essere più lontano dalla moderna considerazione del riposo. In effetti è difficile credere che sia mai esistita una civiltà più della nostra ossessionata dalla necessità di riposare e al tempo stesso più incapace di sperimentare questo riposo; anche questa - credo - è esperienza comune: più si desidera il riposo e più questo pare sfuggire, più si cerca un tempo in cui vivere l'assenza di preoccupazioni e più queste ci stanno da presso. Sovente il riposo è rappresentato nelle nostre conversazioni con termini che evocano lo staccare la mente oppure la spina; il desiderio evocato con tale espressioni fa riferimento ad una macchina che ha bisogno di essere scollegata dalle ansie, dalle difficoltà, dalle ferite. Una specie di camera iperbarica ben arredata in cui vivere per qualche tempo in uno stato di sospensione dalla vita.

Se ora volgiamo lo sguardo alla voce salvifica che giunse a soccorso di Arsenio nella sua originale forma greca ci avviciniamo al senso profondo di tale ammonimento. Il verbo usato, all'imperativo, infatti deriva da  ἡσυχάζω, che ci rimanda al sostantivo esichia, cioè assenza di agitazione, pace, riposo, tranquillità: il termine esichia poi corrisponde al "silenzio di tutte le cose", all’abbandono di qualunque pensiero, anche dei concetti più divini. Il pensiero deve dunque cadere nel silenzio, deve essere superato, affinché si possa avere esperienza del divino. Si tratta di un vuoto nel quale si è totalmente aperti al divino, che così può comunicarsi in pienezza. Il comando imposto al nostro monaco presuppone dunque non l'oblio della mente, ma una disciplina dell'animo, la cura dell'attenzione (nel senso che Simone Weil ha dato a questo termine), la  fatica del cuore in un combattimento interiore contro le passioni che rendono invivibili le relazioni umane: invidia, superbia, arroganza, presunzione, ira. Occorre un paziente itinerario per rendere abitabile lo spazio interiore del cuore.

La via del silenzio è al centro anche della poesia di David Maria Turoldo. Nella prima strofa si trattiene quasi il respiro, non si sa per quale motivo accada, ma siamo convocati al cospetto di qualcosa d'importante. Lo intuiamo d'istinto: è una notte speciale nella quale tutto tace di un silenzio più alto, in una solitudine carica di un'attesa diversa dal solito. La seconda strofa comincia con un ossimoro di grande forza espressiva, La creazione ti grida in silenzio; nel verso risuonano diverse immagini bibliche, tra cui quella della Lettera ai Romani (8,22) in cui l'apostolo Paolo così esprime l'anelito alla salvezza che coinvolge tutto il creato nell'attesa della redenzione: sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Il cosmo è pervaso da una tensione fortissima perché anch'esso, al pari dell'uomo attende la propria liberazione. Che significato dunque possiamo attribuire al fatto che la creazione - nell'imminenza del compimento delle antiche profezie - gridi in silenzio al verbo di Dio? La ragione essenziale  -  a mio avviso - ha a che fare con le immagini della Lettera ai Romani ora richiamata: tutto il creato attende di essere sciolto dalle catene che lo tengono soggiogato tramite la paura della morte. La natura geme e soffre come al momento del parto, nel suo grido vi è il dolore della sofferenza e l'attesa per la liberazione e questo grido tuttavia è anche silenzio attonito, pieno di gratitudine di fronte al Mistero che sta per compiersi. C'è dunque il grido ma anche il respiro sospeso, uno stupore che toglie la parola. Cose in effetti che possono succedere solo nella poesia... La strofa prosegue ora con la congiunzione ma; il tempo dell'aspettare è alle spalle, il mistero adesso ha una voce per quanto fragile ed indifesa. E di nuovo la natura non ha una voce adatta ad esprimere quello che è accaduto. Un silenzio più fondo risponde al vagito del bambino.

Con la terza strofa lo sguardo si sposta dal piano 'cosmico' all'esperienza umana, me è bene osservare che tra i due piani non sussiste una differenza ontologica, anzi ciò che succede sul piano della creazione  accade - o può accadere, o è bene che accada - tra gli uomini: e pure noi facciamo silenzio. Così come accade alla natura che non può ricorrere ad alcuna forma di linguaggio per esprimere il miracolo dell'incredibile, ma con questo entra in relazione con un silenzio più fondo, allo stesso modo la via che la poesia ci propone è quella del silenzio: più che le parole il silenzio lo canti. Anche in quest'ultima espressione è opportuno vedere qualcosa di più di una semplice strategia retorica, piuttosto essa allude alla profonda esperienza spirituale di quanti scoprono che è soprattutto nel silenzio  che l'anima scopre l'essenziale. Scopre infatti che il luogo tanto anelato dell'incontro con Dio altro non è che l'intimità del proprio io interiore, poiché è nel cuore dell'uomo che Egli vive.


giovedì 27 luglio 2023

su quanti abissi ho cantato

 


Primo preavviso


In fondo che cosa c'importa 

Che tutto si tramuti in cenere,

Su quanti abissi ho cantato, 

In quanti  specchi ho vissuto?

Che io non sia né sonno né gioia

E, meno di tutto, grazia beatificante,

Ma, forse, più di quanto necessiti

Ti toccherà rammentare 

E il rombo dei versi smorzantisi,

E l'occhio che al fondo nasconde

Quel rugginoso serto pungente

Nel suo silenzio angoscioso.

Mosca, 6 giugno 1963


                        Anna Achmàtova, da "Poema senza eroe" (traduzione di Carlo Riccio)


Riprendo a scrivere dopo un po' di tempo,  sollecitato dalla lettura del libro "Vi avverto che vivo per l'ultima volta" dedicato ad Anna Achmatova da Paolo Nori. Un libro acceso di passione, cupo senza essere disperato,  bello di una bellezza non consolatoria. Nelle sue  pagine la vita difficile della poetessa russa si mescola alle tragedie dei nostri giorni: le persecuzioni politiche, la guerra, l'importanza della poesia, la temerarietà disinvolta di chi sfida il potere. In un continuo oscillare tra passato e presente.


Poche poetesse mi coinvolgono come Anna Achmàtova. Lo confesso. Prendete questa poesia, dodici versi bellissimi, un linguaggio che vibra della forza incandescente delle immagini subito dai primi due versi: 
In fondo che cosa c'importa / Che tutto si tramuti in cenere. Un incipit straordinario, seguito da altri due versi impressionanti,  Su quanti abissi ho cantato.  Si coglie in questi versi, in modo limpido, il senso di ciò Cristina Campo ha chiamato "il coraggio dell'attenzione" e che coincide con il nocciolo stesso della poesia.

C'è  un aneddoto  tra quelli  che Paolo Nori racconta nel suo libro che ha a che fare con l'intensità dolente di questa espressione. Nel 1965, un anno prima di morire, Anna Achmatova accetta di incontrare un professore americano che vuole sapere da lei che cosa sia la cosiddetta anima russa. La poetessa prova più  volte, gentilmente, a cambiare discorso, ma l'americano non demorde,  insiste,  insiste fino a farla irritare. Esasperata esplode:  "Non lo sappiamo cos'è l'anima russa!" Il professore ribatte alzando la voce: "Dostoevskij lo sapeva!". La risposta di Anna è  profonda e raggelante. La immagino così, il volto ricomposto in un'espressione di regale benevolenza. "Dostoevskij sapeva molte cose"  - dice  - "ma non tutto. Per esempio pensava che se uccidi  una persona, diventi Raskol'nikov. (Sta parlando del protagonista di Delitto e castigo) Ma noi adesso sappiamo che puoi ucciderne cinquanta, cento, e la sera andare a teatro beato e tranquillo". 
Quando Anna rivolge queste parole al professore americano sa di cosa parla: i bolscevichi le hanno ucciso il primo marito nel 1921, il regime staliniano ha fatto morire il secondo in carcere, ha imprigionato suo figlio per quindici anni, i suoi amici poeti anche loro hanno conosciuto l'orrore del gulag, alcuni come Mandel štam vi sono morti. Nel 1946  Anna Achmatova viene espulsa dall'Unione degli scrittori: "la sua poesia - dicono - non è  tollerabile nella letteratura sovietica". Viene privata di ogni  sovvenzione ridotta alla fame, a vivere negli stenti. Non smette mai di scrivere poesia.

Se cerco nella mia biblioteca mentale una definizione di cosa sia un dittatore o un despota, mi sa che questa risposta dell'Achmatova al professore americano è la cosa migliore che trovo: uno che può uccidere cinquanta o cento uomini e poi andare a teatro beato e tranquillo.
È così che voglio  spiegare la dittatura ai miei studenti.





domenica 30 aprile 2023

Ognuno è il suo inizio; ognuno, in sé, un fine...

 


E ora a valle, te stesso, e l’ombra di te stesso,

tutto quello che porti indietro.

Eppure, è abbastanza: cassa di risonanza, corrimano,

apparecchio acustico e occhio introspettivo...

indietro dalla montagna delle sette caverne, la sua croce

dove è inchiodato il serpente; indietro

dal ceppo di querce e dalla rosa, il loro rivolo

ricercato dai ciechi col loro tocco asciutto; indietro

dagli Innocenti, quella tinozza dove il sole e la luna

s’immergono nel loro bagno rosso...

l’Eco è arbitraria: fiamma, vento, diluvio

e suolo, ognuno un sopravvissuto, ognuno

erede dell’impronta digitale, il lapsus linguae.

Ognuno è il suo inizio; ognuno, in sé, un fine...


Charles Wright, Breve storia dell'ombra, Crocetti Editore. Traduzione di Antonella Francini

Ed ecco anche  il testo originale :

And so down river, yourself, and yourself’s shadow,

All that you bring back.

Still, it’s enough: sounding board, handhold,

Ear rig and in-seeing eye . . .

Back from the seven-caved mountain, its cross

Where the serpent is nailed; back

From the oak-stock and rose, their rivulet

Sought by the blind with their dry touch; back

From the Innocents, that vat where the sun and the moon

Dip to their red bath . . .

The Echo is arbitrary: flame, wind, rainwrack

And soil; each a survivor, each one

An heir to the fingerprint, the slip of a tongue.

Each is where you begin; each one an end in itself. . .


Tornare giù. Dopo essere salito in vetta, lì dove ciò che è dell'uomo pare così lontano, così insignificante. Di cosa succede quando si scende a valle - forse la cosa più difficile - di questo parla la poesia di Charles Wright. Di ciò che portiamo giù: te stesso, e l'ombra di te stesso. Non molto sembrerebbe, ma abbastanza dice il poeta, mentre indica qualcosa: cassa di risonanza, corrimano e poi ancora apparecchio acustico e occhio introspettivo. Metto in fila queste immagini stasera, il legno di una chitarra che trasmette onde sonore di armonia, un appiglio per non cadere, uno strumento giapponese, minuscolo, che mi riveli il diverso suono dell'inganno e della verità, un occhio che trapassi le apparenze. Il quadro ora si fa più nitido; per chi scenda dall'esperienza della vetta questo il destino: essere voce di un'armonia che non gli appartiene, un appiglio per chi rischia il precipizio, ascoltare senza perdere né una sillaba, né un sussurro, infine spingere la vista al cuore delle cose, all'intimo nascondiglio dell'anima o lì dove giace prigioniera.

indietro... la poesia insiste su questo movimento, indietro ... un ritorno è qui evocato dai versi di Wright, un ritorno da luoghi ricchi di memorie sacre, abitati da arcane presenze. La montagna con le sue sette caverne, il serpente inchiodato alla croce, il sangue degli Innocenti; il linguaggio è allusivo, evoca l'esperienza di un altrove assoluto, dove non si può sfuggire al rischio di perdere o vincere tutto. 

A proposito dell'immagine dell'Eco che domina i versi finali,  l'autore ha lasciato detto che "è un eufemismo per "Whatever's-out-There" , ovvero "qualunque cosa ci sia là fuori". Prodigiosa allegoria di un dio che sfugge ad ogni definizione ad ogni legge di necessità.

l’Eco è arbitraria: fiamma, vento, diluvio e suolo

Strana eco questa. Tu gridi il nome di un affanno e lei risponde con una parola di inaspettata leggerezza, tu sollevi nell'aria parole di letizia e ti restituisce un monito grave.  L’Eco è arbitraria, è  voce che non sta alle nostre regole, voce che infiamma e consuma, che scuote, inonda, sommerge e nutre. Al suo cospetto ognuno può infine riconoscersi (che sia questo il segreto del viaggio verso la vetta?)

ognuno un sopravvissuto ... 

ognuno è il suo inizio.

domenica 26 marzo 2023

le scissioni, la crepa ed i passaggi

 


Celati


Cela te stesso con maschere e trucchi

stringi gli occhi come chi vede male,

che dal tuo volto mai si distingua 

dove sono il tuo essere, il tuo crollo.


Ultime luci, lungo bui giardini

il cielo un rovinio di notti e incendi -

celati: dove lacrimi e resisti

la carne ove ciò si compie non si veda.


Le scissioni, la crepa ed i passaggi,

il nocciolo dentro cui vieni annientato

celali, come se i tuoi canti di lontano

venissero da una gondola vicina.


Gottfried Benn, Frammenti e distillazioni, traduzione di Anna Maria Carpi


Una poesia per questi tempi, segnati dalle grida dei venditori di almanacchi e dal brusio pieno di fervore degli zelanti. 

E' a se stesso che il poeta parla. La prima strofa ha il gusto della sollecitudine: nasconditi avverte, cela il tuo volto con maschere e trucchi, come un giullare di fronte al suo pubblico o come il fuggitivo al cospetto della ronda che lo va cercando. L'invito è poi ripetuto con l'esortazione - di uguale urgenza - a stringere gli occhi come chi vede male: che nessuno possa distinguere dove è la sua essenza, ciò che lo costituisce come essere irripetibile, creatura diversa da ogni altra. Soprattutto, che nessuno possa intuire dove sia il suo crollo. Questo sta a cuore alla voce che ammonisce. Già... non siamo che identità singolari, imperfette, preziose ed irregolari, ma inevitabilmente destinate a sgretolare in macerie.

La strofa successiva si apre nel segno della visione, un paesaggio tra luce ed ombra. Il cielo è un rovinio di notti e incendi. L'immagine è potente e piena di una fascinazione misteriosa: la natura del cielo è spesso associata alla liberazione dai vincoli della materia o all'ascesi salvifica, non qui. Qui non è altro che il luogo della caduta rovinosa, il cui tratto distintivo è il buio della notte o la feroce allegria dell'incendio.

Celati, ammonisce dunque la voce e pare di avvertire la  premura del comando. Celati, là dove ti concedi alle lacrime o dove tenti l'ultima disperata resistenza. Non veda occhio umano la tua carne, là dove si sparge il suo destino irrimediabile.

Nell'ultima strofa di nuovo torna l'invito al nascondimento e tuttavia precedono il verbo alcune immagini significative: le scissioni, la crepa ed i passaggi. Sono l'oggetto che va nascosto, il segreto che deve essere celato. In tutte e tre mi sembra scorrere la stessa forza allusiva: c'è una superficie, solida come il granito e resistente come pietra d'angolo, ma ecco, si aprono impreviste scissioni, subitanee crepe, passaggi stretti ed impervi. Non siamo forse noi qui ad essere rappresentati? mura ben difese su cui si aprono crepe, bastioni indeboliti da nascosti passaggi, densa materia segnata da imperdonabili scissioni.  

Ben altro poi sia nascosto, comanda l'io poetico: il nocciolo dentro cui vieni annientato. Subito dopo le immagini inziali delle scissioni, delle crepe e dei passaggi, un'altra dunque si sovrappone ed esige la nostra attenzione. Benn qui si muove lungo una traiettoria dell'emozione volutamente ambigua. Da un lato infatti ciò che accade dentro il tegumento del seme non può che richiamare il processo di generazione del mondo vegetale: una nuova pianta è destinata a sorgere dall'annientamento delle strutture vitali presenti all'interno del nocciolo, una forma nuova prende così vita dalla distruzione di un'altra. Né possiamo ignorare che tale processo nel corso del tempo si è progressivamente caricato di profondi significati allegorici, persino spirituali, come nella parabola del vangelo di Giovanni secondo cui il chicco di grano che se non muore non può fare frutto. Nulla di tutto questo nella poesia di Benn. L'immagine su cui ci siamo soffermati è sottratta a qualunque vocazione sacrificale, ad ogni prospettiva salvifica. Il nocciolo è solo il luogo più segreto che custodisce la fragile esistenza umana, la potenzialità germinativa rimane inerte e nulla sembra poter sorgere dall'estremo annientamento.

Ho l'impressione però che questo invito a celare se stessi e quanto di più prezioso viva in noi non esorti alla fuga del disertore, ma all'occultamento necessario in vista dell'unica forma di rivolta ormai possibile, quella estetica, che si può realizzare nell'arte in genere e ovviamente nella poesia. Sono gli ultimi versi a indurmi a questa ipotesi:

come se i tuoi canti di lontano

venissero da una gondola vicina.

Se non è difficile vedere nei canti la metafora della poesia, più impegnativa si rivela la riflessione attorno al nesso sintattico "come se" che fa da collegamento con l'esortazione al nascondersi. Cela tutto ciò che hai più caro  - dice insomma il poeta - come se la tua arte fosse la canzone di un barcaiolo...

Cosa ci sta dicendo il poeta? 

La locuzione scelta da Benn ci immette in una terra incognita, ci sollecita ad una maggiore vigilanza intellettiva, ad uno sforzo interpretativo in grado di discernere l'apparenza - i canti che provengono da una gondola vicina - da una realtà altra, altrimenti sfuggente. E' qui che mi sembra di scorgere in azione quella strategia del nascondimento che opera in tutta la lirica, una strategia che non è rinuncia, ma intenzione lucidamente messa in atto. Se l'intento è quello di dissimulare le potenzialità della poesia sotto l'aspetto più modesto della melodia popolare, del canto umile e dimesso, alieno da ogni pretesa di rivelazione vaticinante, qual è la ragione di tale stratagemma? Credo che la risposta vada cercata in quel clima di devastazione materiale e spirituale della civiltà europea della quale, finita la seconda guerra mondiale, il poeta era testimone. Il precipizio in cui la condizione umana è sprofondata da un lato esclude ogni progettualità nell'ambito del politico, dall'altro ogni possibile ricerca di riscatto personale. Solo nell'arte si dischiude l'estrema forma di resistenza al ferreo dominio del regno della quantità. Inevitabile strumento dell'artista è tuttavia il ricorso all'accorta strategia della dissimulazione, in virtù della quale - come si è detto - il poeta traveste i suoi canti con gli abiti semplici della canzone popolare, prossima e familiare - in apparenza -  a colui che ascolta. E' solo per mezzo di tale operazione di mascheramento che il poeta può fare ancora la sua parte, vinto dallo scatenamento dell'ultima era ma non renitente, annientato ma non per questo incapace di alzare nella notte il suo canto di lontano.

giovedì 9 febbraio 2023

Musa diversa

 



Uno dei criteri con cui sono solito distinguere la buona poesia da quella che "non fa per me" l'ho pescato in un piccolo scritto di Rilke, "Lettera ad un giovane poeta" di cui ho già avuto modo di parlare. Si tratta di un mio personale modo di vedere le cose, senza alcuna pretesa di oggettività o di rigore accademico. E' solo che, leggendo le parole  indirizzate da Rilke ad uno scrittore che gli chiedeva consigli e giudizi - siamo nei primi anni del 900 - ho sentito subito una spontanea consonanza; quelle parole mi sono sembrate subito illuminanti, come nessun'altra. Una via precisa indica Rilke a chi gli domandava consigli, una via essenziale: esaminare se la ragione che chiama a scrivere "estenda le sue radici nel più profondo del cuore". E poi aggiunge: "Questo anzitutto: domandatevi nell'ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere?"  Secondo Rilke dunque c'è una poesia che nasce come un impulso che non può essere soffocato, che si manifesta come bisogno, o come destino avrebbero forse detto gli antichi; "un'opera d'arte è buona - ci viene spiegato - s'è nata da necessità. In questa maniera della sua origine risiede il suo giudizio".

Uno dei pregi delle poesie contenute nella raccolta "Di madre nuda" di Simona Mancini mi pare
proprio questo: è un'arte "nata da necessità". E credo anche  che la maniera della sua origine sia del tutto evidente  in alcuni versi-aforismi contenuti nella sezione Imperfezioni, come ad esempio quando scrive:

La poesia è il castigo per chi scampa alla vita

oppure, con una leggera variazione di tono:

Sono poeta per scelta altrui.

La natura "necessitata" della poesia di Simona Mancini è riconoscibile nei versi di un componimento tra i più significativi della raccolta appena pubblicata: Musa diversa


Poesia,
tu mi svegli come un cane di notte:
mi aggiro tra i vicoli sordi,
i balordi assoldati dall'oscurità.

Poesia
che ci fai sul mio pane tostato,
sul coltello affilato?

E non so se spalmarti
o ammazzarci qualcuno
con te: io sono nessuno, o poco di più.

Sei tu nell'armadio?
Nell'acqua corrente che mi spegne
le fiamme da cento e una ruga
che ho qui sulla fronte?
Io sono Caronte che invoca pietà.

Tu m'inganni Musa diversa.
Mi attraversa solo un pensiero
ma è l'ultima sillaba di un verso ipermetro.

Torno indietro e riscrivo il finale.


Colpisce la prima similitudine: i versi accostano la Poesia ad un cane randagio che nel cuore della notte faccia esplodere i suoi latrati, forse un avviso allarmato. Allo stato di apparente quiete del sonno, in cui si trova l'io poetico, fa riscontro l'abbaiare del cane. La Musa non è certo il segno distintivo di un animo speciale, sigillo di un privilegio, magari scomodo, ma pur sempre gratificante. La sua voce non ha il timbro melodioso della lira pizzicata con arte, è piuttosto un grido inquieto, l'urgenza di un sospetto. 

Parleremo di questa e di altre poesie domani sera alla libreria eli di Roma, in viale Somalia 50/a a partire dalle 18.30. Le poesie di Simona Mancini meritano davvero; di colui che le presenterà sapete che troppi danni non dovrebbe farli. Vi aspetto

sabato 21 gennaio 2023

Qualcosa ci è sempre mancato



L'amicizia

Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
che, perduti nel tempo, c’incontrammo,
alla nostra incresciosa intimità.
Ci siamo sempre lasciati
senza salutarci,
con pentimenti e scuse da lontano.
Ci siam riaspettati al passo,
bestie caute,
cacciatori affinati,
a sostenere faticosamente
la nostra parte di estranei.
Ritrosie disperanti,
pause vertiginose e insormontabili,
dicevan, nelle nostre confidenze,
il contatto evitato e il vano incanto.
Qualcosa ci è sempre rimasto,
amaro vanto,
di non ceduto ai nostri abbandoni,
qualcosa ci è sempre mancato. 

di Vincenzo Cardarelli

L'opera poetica di Vincenzo Cardarelli è  forse caduta in una colpevole ed affrettata dimenticanza. Eppure non mancano ai suoi versi slanci che aprono porte inaspettate all'immaginazione.
In questa poesia sull'amicizia, ad esempio, la voce che ci parla ci disorienta: comincia con un'asserzione categorica "noi non ci conosciamo", ma pochi versi dopo ci sorprende riferendosi al rapporto che lega il noi della poesia come ad una incresciosa intimità. 
Che amicizia strana siamo chiamati a considerare! Intravediamo due anime che si aprono l'una all'altra e che al tempo stesso si sorvegliano con la cautela di un cacciatore esperto. Si aspettano, eppure faticano a rimanere estranee. Ora,  su di loro, incombe un incanto evanescente, ora il pentimento da lontano. Le pause sono occasione di vertigine, ma sembrano anche innalzare mura insormontabili, tracciare confini che non verranno mai varcati.
L'incontro scolora nella lontananza di ritrosie disperanti. L'abbraccio, incurante del pudore e dimentico di ogni comoda prudenza, si scioglie ancor prima di stringersi.

giovedì 29 dicembre 2022

Canta, mio cuore, i giardini che non sai



Canta, mio cuore, i giardini che non sai; giardini
come fusi fossero nel vetro, chiari, irraggiungibili.
Acqua e rose di Ispahan o di Shiraz,
cantali beato, loda loro, ineguagliabili.

Mostra, mio cuore, come essi siano a te irrinunciabili.
Che a te pensano, i loro fichi che maturano.
Che tu con loro, come brezze divenute volto
tra i fiorenti rami, in rapporto ti trattieni.

Fuggi quell'errore che porta alla rinuncia
dell'avvenuta decisione, questa: d'essere!
Filo di seta t'intrecciasti nell'ordito.

A qualunque immagine tu ti sia intimamente unito
(fosse pure un momento da pena di vita generato)
senti che tutto il tappeto di lode vi è generato.


da "I sonetti a Orfeo" di Rainer Maria Rilke


Aggiungo poche righe, scritte in circostanze più complicate del solito, a commento di questa poesia, tratta dalla seconda parte de "I sonetti a Orfeo", la raccolta di liriche nella quale il poeta praghese sembra seguire con maggiore consapevolezza la via inaugurata nelle " Elegie di Duino". E' stato scritto che Rilke aveva trovato nelle Elegie il compito per la sua arte: "rappresentare le cose, le semplici cose, in modo tale che in questa rappresentazione fosse possibile scorgere l'amore che era nello sguardo di chi le aveva guardate e rese nella forma incancellabili per la nostra esperienza."  Tuttavia a questo disegno si opponeva sin da subito la sensazione della caducità connaturata alla vita stessa, e delle cose e di chi le osserva. Che senso può avere scrivere versi, anche i più straordinari, mentre il mondo muta ed è sottoposto alle ingiurie del tempo? Come dunque rispondere alla coscienza del carattere transitorio ed effimero dell'esistenza?

Rilke nelle sue lettere, a questo riguardo, descriverà la propria svolta come opera di un turbine creativo, il cui centro di propagazione è il mito di Orfeo, il dio-cantore che con la sua lira (immagine dell'arte poetica) disegna figure nella volta del cielo, simili a costellazioni celesti: segno delle cose caduche che supera la caducità. 

Nella lirica Canta mio cuore, i giardini che non sai possiamo riconoscere alcune di queste figure: la prima occupa le due quartine, nelle quali è evocato lo splendore dei giardini persiani di Shiraz e Ispahan. Tutto è bellezza ed armonia qui, ma anche lontananza: i giardini sono infatti magnifici, come fusi fossero nel vetro, e al tempo stesso irraggiungibili, ineguagliabili e infine irrinunciabili. Il protagonista lirico non li conosce tramite i sensi, ma in una dimensione più profonda ed intima: i fichi maturando pensano a lui e le brezze con lui si trattengono volentieri. 

La seconda figura giunge dopo l' esortazione a fuggire l'errore, di fronte alla bellezza dei giardini - pur nella loro drammatica irraggiungibilità - non si deve rinunciare a ciò che si è deciso: l'inaudito sì alla vita, l'amore per ciò che è più vivo, l'accettazione del trascorrere delle cose.  

Veniamo infine alla seconda figura orfica della lirica. La prima terzina si chiude con l'immagine di un filo che si è intrecciato con l'ordito di un tappeto; si tratta di una metafora di valore esistenziale, essa riguarda il poeta, il dio-cantore, noi lettori infine. Così come il filo di un tappeto si lega e si annoda secondo modi e disegni non sempre chiari, persino quando intreccia disegni segnati da pena e affanno, quel singolo filo canta la bellezza di tutto il tappeto, ne significa tutta la bellezza.




martedì 20 dicembre 2022

Che tutto desidera accoglierla





No, non lasciate chiuse

le porte della notte,

del fulmine, del vento,

di ciò che mai si è visto.

Restino aperte sempre

esse, le ben note.

E tutte, quelle ignote,

che si aprono

sui lunghi percorsi

da tracciare, nell’aria,

sulle rotte che stanno

cercandosi un varco

con volontà oscura

e ancora non l’hanno trovato

in punti cardinali.

Mettete alti segnali,

astri, meraviglie;

che si veda chiaramente

che è qui, che tutto

desidera accoglierla.

Perchè può venire.

Oggi o domani, o fra mille

anni, o il giorno

penultimo del mondo.

E tutto

dev’essere così piano

come la lunga attesa.


Eppure so che è inutile.

Che è un gioco mio, tutto,

aspettarla così

come folata o brezza,

temendo che inciampi.

Perchè quando lei verrà

sfrenata, implacabile,

a raggiungere me,

muraglie, nomi, tempi,

si frangeranno tutti,

travolti, penetrati

irresistibilmente

dall’immensa tempesta del suo amore,

ormai presenza.

    

              di Pedro Salinas

giovedì 24 novembre 2022

alle riviere di Smirne

Il Neckar 



François Antoine Bossuet, A view of Heidelberg and the river Neckar


Nelle sue valli si destò il mio cuore

alla vita: giocavano le onde

intorno: dei dolci colli che salutano

il viandante, nessuno mi è straniero.


Più volte quelle cime mi affrancarono

dal dolore che asservisce. A valle

era una coppa fervida di vita

l'argento cilestrino delle acque.


Le fonti ti cercavano dal monte

come il mio cuore. Tu ci rapivi

giù verso il grave Reno con le sue

città e le sue isole ridenti;


e mi pareva bello il mondo. Gli

occhi fuggivano ai richiami della terra,

all'oro del Pattòlo, alle riviere

di Smirne, al bosco d'Ilio. Molte volte


vorrei sbarcare al Sunio per cercare

sul tacito sentiero le colonne

dell'Olimpieo, prima che la bufera

e gli anni lo seppelliscano col tempio


di Pallade e le statue degli Dei;

da troppo tempo, orgoglio d'un mondo

che non è più, si leva solitario.

Isole della Ionia! L'alito del mare


ristora le rive ardenti e anima i lauri

e il sole scalda il ceppo della vite;

il lamento di un popolo di poveri

all'oro dell'autunno si fa canto,


matura il melograno, l'arancio

guarda nel verde della notte, il lentisco

stilla resina. Allora il tamburello

invita al labirinto della danza. 


E forse a voi o isole di Ionia

mi porterà uno spirito benigno.

Ma sempre avrò nel cuore te, mio Neckar,

tra i dolci prati e i salici sull'acqua.


 di Friedrich Hölderlin, traduzione di Enzo Madruzzato


Poesia meravigliosa e difficile quella di Hölderlin. Quel che accade in essa accade come per un arcano sortilegio, per una litania in una lingua dimenticata: la magia si compie lo stesso, anche quando non afferriamo tutto. Lo sfondo di questa lirica si delinea attorno ad un cuore che si desta alla vita, nella contemplazione della Natura. Tra valli, colli e fonti, là dove scorre il fiume Neckar, qualcosa si manifesta in modo sorprendente. Tutto qui appare segnato da una segreta armonia: i colli salutano il viandante, le acque trasparenti del fiume sono una coppa fervida di vita, le cime dei monti sanno liberare l'uomo dal dolore che asservisce. Ma ecco che l'animo si volge rapito, come da un richiamo irrinunciabile, ad un altro paesaggio, lontano nello spazio e nel tempo. La luce è diversa nei luoghi evocati dalla magia dei versi: il promontorio di Sunio dove sorgevano gli antichi templi di Atena e Poseidone, il fiume Pattòlo che scorreva nella Lidia trascinando con la sua corrente sabbia ed oro fino alle dimore di Creso, il bosco di Ilio, le riviere di Smirne... Colori e profumi sconosciuti afferrano i sensi, la musica di un tamburello chiama alla danza sui passi di Dioniso. Poi, all'improvviso la visione sfuma, si scolora ed il cuore del poeta torna alla propria terra, al rumore consueto delle acque del suo fiume.

Uno dei paradossi più affascinanti della lirica di Hölderlin - è stato detto - sta nel fatto che, parlando della sua patria, egli rappresenta sempre un paesaggio lontano e immaginario, come se questa patria non fosse altro che la nostalgia di un altrove. Per il poeta la Grecia costituisce in tutti i sensi un punto di fuga rispetto alla desolazione dell'età presente, ma a sua volta tale movimento di fuga può divenire il punto iniziale di un nuovo peregrinare, in un infinito movimento dialettico/mistico che rende estranea la patria e fa apparire patria ciò che è estraneo. Questo vagabondaggio dello spirito sembra muoversi, nella sua traiettoria circolare, da luoghi solitari e poco battuti (le fonti, le cime amiche, i boschi) verso luoghi altrettanto solitari, abbandonati e dimenticati (il tacito sentiero, le colonne di un tempio sul punto di essere seppellito dagli anni).  E' dunque nella Natura che si svolge la ricerca del poeta, di lei il poeta cerca la confidenza.

Non pare tuttavia che siano diffidenza o disprezzo dell'uomo a spingere Hölderlin lungo la sua strada solitaria, ma allora come interpretare questa ricerca? Secondo me si dovrebbe cercarne il senso in uno dei versi più commentati e citati del poeta tedesco: “Chi ha pensato le cose più profonde, ama ciò che è più vivo”. 

Secondo il critico (e poeta lui stesso) Antonio Prete, pensare il più profondo, amare il più vivo indica un ritmo che unisce conoscenza e amore. La poetica di Hölderlin si muove in una continua tensione volta a bruciare ogni opposizione tra il sapere e l’amore, tra la conoscenza e la bellezza. Il pensiero, nella sua essenza, è amore della bellezza. In questa prospettiva è possibile vedere nelle acque del Neckar, come nelle riviere di Smirne le fonti dalle quali il poeta ha appreso la lingua della propria arte. La poesia - nelle parole di Antonio Prete - è la lingua che accoglie questo incontro tra amore della sapienza e amore del vivente. Ciò si può vedere in modo quanto mai chiaro nell’Iperione, una delle opere più celebri di Holderlin; lì c'è un passaggio straordinario in cui troviamo queste parole: essere uno con il tutto, questo è il vivere degli dei; questo è il cielo per l’uomo. Essere uno con tutto ciò che vive e ritornare, in una felice dimenticanza di se stessi, al tutto della natura, questo è il punto più alto del pensiero e della gioia, è la sacra cima del monte, è il luogo dell’eterna calma, dove il meriggio perde la sua afa, il tuono la sua voce e il mare che freme e spumeggia assomiglia all’onde di un campo di grano.

una felice dimenticanza di se stessi 

E risuona subito d'intorno l'ammonimento di Zarathustra: "E' necessario imparare a distogliere lo sguardo da se stessi, per vedere molto.









venerdì 4 novembre 2022

Quando si leva l'alba dei guerrieri











Quando si leva l'alba dei guerrieri

su la città di cenere ove il passo

dei primi artieri

è come d'avanguardia scalpitare,

e tu ansi nel mare

dei sogni con un'ansia in cuor confusa,

e all'anima socchiusa

ecco t'appare

più vicina dei sogni

la trincea tetra, la penosa bolgia,

tra maceria e steccaia

il fango imputridito

le piaghe non fasciate

i morti non sepolti

gli smorti vólti

dei vivi senza sonno

fitti nel limo sino all'anguinaia,

e il cuor ti morde l'onta,

e balzi in piedi, e l'anima t'è pronta

ad ogni evento

ad ogni prova

ad ogni dono,

e tutto armato di dolor t'avanzi

ed imprendi, nel giorno che t'è innanzi,

il taciturno tuo combattimento:

            quivi è l'Iddio verace,

           e sia lodato.



Gabriele d'Annunzio, Laudi Libro quinto - Canti della guerra latina



in memoriam di quelli che sono caduti, 
in ricordo quelli che hanno combattuto e sofferto, 
in ricordo di quanti, armati di dolore, sono comunque avanzati,  
tra maceria e steccaia
l'anima pronta ... ad ogni dono.
Per i miei nonni, per i loro fratelli di sangue e di trincea, 
per coloro che furono coraggiosi, anche nel fango imputridito
per quelli che provarono il morso della paura e si nutrirono del coraggio dei loro compagni, 
per coloro che ebbero paura e nella paura rimasero imprigionati, 
per tutti coloro di cui nemmeno il nome è rimasto, 

IV novembre 2022.

domenica 23 ottobre 2022

... quando Amor mi spira







Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore 

trasse le nove rime, cominciando 

‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».                            


E io a lui: «I’ mi son un che, quando 

Amor mi spira, noto, e a quel modo 

ch’e’ ditta dentro vo significando».                                


«O frate, issa vegg’io», diss’elli, «il nodo 

che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne 

di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!                               


Io veggio ben come le vostre penne 

di retro al dittator sen vanno strette, 

che de le nostre certo non avvenne;                             


e qual più a gradire oltre si mette, 

non vede più da l’uno a l’altro stilo»; 

e, quasi contentato, si tacette.    


Ma dimmi se io vedo qui colui che trasse fuori

la nuova poesia, cominciando (la canzone)

"Donne ch'avete intelletto d'amore".


Ed io a lui: "Io sono uno che quando             

Amor mi ispira, annoto, e tutto ciò che             

egli detta nel cuore, vado trascrivendo.


 Oh fratello, ora vedo - disse egli - il nodo che

 trattenne il Notaio (Jacopo de' Lentini), Guittone e me

  al di là dello stile nuovo e dolce che io ascolto !

 Io vedo bene come le vostre penne (la vostra poesia)

 si tengono strette dietro a colui che detta

 cosa che con le nostre penne non accadde.


e chi più si inoltra a comprendere questa differenza, 

non  può vedere differenza maggiore 

tra l'uno e l'altro modo di  fare poesia", e come appagato, tacque.



            Dante, Purgatorio XXIV canto


Il passo è molto noto: sulle scoscese vie del monte del Purgatorio si incontrano due poeti, Dante e l'anima di Bonagiunta da Lucca, un poeta della generazione precedente a quella degli stilnovisti, un poeta stimato ed apprezzato. Questi appare desideroso di interpellare il fiorentino con una domanda che dà l'avvio ad uno dei dialoghi più famosi della Commedia: sei proprio tu ? sei colui che ha aperto la strada a nove rime, ad una nuova poesia, quando hai composto la canzone ’Donne ch’avete intelletto d’amore’ ?  

Sia detto per inciso, il lettore moderno dovrebbe soffermarsi di più su questo prodigioso endecasillabo, in cui le donne smettono di essere lo specchio meraviglioso della creatività divina e si svincolano dal ruolo, pur nobilissimo del miracolo degno delle più grandi lodi, rivelando infine che proprio nella natura femminile risiede, in forma specialissima, la facoltà di intendere la virtù d'Amore. 

Ma torniamo alla domanda di Bonagiunta, nella quale scorgiamo il carattere di un'urgenza non solo intellettuale, dal momento che subito ci si fa chiaro che non si tratta di una mera curiosità: capire, sciogliere il garbuglio di dubbi non ancora lasciati alle spalle vuol dire infatti trovare il senso autentico dell'impegno di un'intera esistenza. Non di dotte ed astratte discussioni di letterati quindi si tratta, ma del bilancio del proprio faticoso cammino.  La risposta di Dante, come sanno coloro che su questi versi hanno affinato, in faticose veglie, la propria vocazione, ha sollecitato l'indagine di molti studiosi. Di questi troppo lungo sarebbe anche trascrivere l'elenco dei nomi, figuriamoci dare conto dei loro contributi. E tuttavia proviamo anche noi a comprendere cosa si celi nei versi  dell'exul inmeritus a proposito delle sue nove rime. 

Lo facciamo oggi attraverso le riflessioni di una scrittrice piuttosto nota, Elena Ferrante. L'autrice de L'Amore molesto si è soffermata sull'episodio della Commedia nel saggio che chiude "I margini e il  dettato", un suo recente libro, nel quale sono raccolte alcune lezioni attorno alla "smania di scrivere", ovvero alle difficoltà, alla necessità e all'impegno di scrivere. Il saggio si intitola significativamente La costola di Dante, in riferimento all'importante ruolo svolto da Beatrice nell'ordito strutturale del poema: a lei infatti non solo è affidato il compito di salvare Dante dalla selva oscura, ma soprattutto sono le sue parole vere, sulla cima del Purgatorio, a prendere il posto delle ornate parole di Virgilio come via di salvezza.

Secondo la scrittrice nell'episodio di Bonagiunta si deve vedere soprattutto la "messinscena di un fallimento": i versi del XXIV canto pongono in luce il fatto che l'esperienza umana dell'alfabeto è un'arte esposta alle delusioni più cocenti. La portata di tale insuccesso, inoltre, finisce per provocare nel lettore una speciale commozione per le parole pronunciate dal rimatore Bonagiunta. Nel dialogo tra i due poeti  si manifesta la dote più stupefacente del poeta fiorentino, l'immedesimazione; è vero che egli si pone come l'orgoglioso fondatore di un nuovo stile, ma è anche nel contempo il sorpassato Bonagiunta, ne veste le intime contraddizioni, fa sue le esitazioni dell'altro. Una descrizione nella Commedia - sottolinea Elena Ferrante - non è mai solo questo, ma sempre un "trapianto di sé, un salto rapidissimo del cuore dall'interno all'esterno"
Mi sembra che tale linea interpretativa getti una luce nuova e molto interessante sull'episodio della Commedia. Indizi della sua validità sono a mio avviso il fervore concitato della domanda, ma dimmi... e il vigore espressivo di quell'avverbio: issa, ora, che colloca la presa di coscienza in un sentimento che potremmo 'tradurre' nella formula solo adesso, un hic et nunc che giunge pur sempre oltre il tempo della vita mortale. Nello stesso modo forse è da considerare l'espressione quasi contento, nella quale il valore attenuativo di quasi sottolinea il carattere drammatico dell'esperienza del poeta lucchese, appagato nella sua richiesta di verità, eppure non del tutto quietato. Grato per la luce ricevuta ed insieme non ancora del tutto libero da un'ombra di pensoso rammarico.

La malinconica constatazione di incapacità confessata da Bonagiunta - nota Elena Ferrante - ci pone una domanda: "perché uno riesce e altri falliscono?" A leggere i versi del canto sembrerebbe soprattutto una questione di velocità: coloro che rimasero al di là del nodo, fallirono non per il fatto che mostrarono poca attenzione a ciò che Amore spira e detta, ma in quanto non riuscirono a stargli dietro, come un segretario al quale il suo signore detti le sue parole troppo velocemente. In effetti, il prestare orecchio allo spirare e al dittare dentro, perché la penna significhi e noti, è sì l'enunciazione di una poetica, ma soprattutto l'esplicitazione di una difficoltà. Necessari sono forse una pratica assidua, un esercizio estenuante, l'acribia dello studium, oppure la tensione che sempre comporta ogni ars? Sono queste cose che vanno apprese e coltivate? Insomma quale natura possiede il vincolo che impedì a Bonagiunta di tener dietro alla dettatura di Amore? 

Secondo la scrittrice per rispondere a questa domanda è necessario ritornare a quel XIX capitolo della Vita Nuova, in cui Dante racconta di come in lui si manifestò, per la prima volta, la volontade di scrivere in una forma nuova, nuove poesie, nove rime appunto. Quel momento è descritto come il sopraggiungere di un'intuizione in base alla quale - è il poeta della Commedia a parlare - " la mia lingua parlò quasi come per se stessa mossa". Questo dunque il nodo che trattenne i rimatori precedenti al di qua del dolce stile, il motivo del cruccio dell'anima di Bonagiunta, il fardello in cui è avvolto il suo camminare quasi contento verso la cima del monte, dove potrà finalmente deporlo per sempre. 

Lo voglio sottolineare di nuovo: i versi del canto non ci chiamano, sul ciglio impervio di quel sentiero, a fare da spettatori ad una disputa accademica, a lambiccamenti eruditi. Ben altro è in gioco: la poesia per Dante, in quel frangente in cui la lingua parlò quasi come per se stessa mossa, si è manifestata come strumento volto a salvare l'uomo, emancipandolo dalla condizione di miseria ed afflizione morale per condurlo alla pienezza di sé. Il coinvolgimento del lettore, la sua partecipazione esistenziale, a cui abbiamo prima accennato, è  di continuo ricercata, ma in quanto essenziale alla possibilità di una svolta nella conduzione della sua vita. Mario Luzi, a questo proposito, ha notato come la poesia per Dante è costantemente mossa da un principio essenziale di rigenerazione. Dalla lettura del poema si deve ricavare un modello attivo di comportamento, la decisione di una condotta futura, che guidi il lettore ad uno stato di grazia. Lo stesso Pietro, il figlio maggiore di Dante, nel suo commento ha lasciato scritto che l'ammaestramento tratto dalla Commedia è diretto "ad aprire gli occhi della mente per considerare dove ci troviamo, se sulla giusta via verso la patria celeste, oppure no". Né bisogna dimenticare che la coscienza del proprio ruolo, quello cioè di profeta (nel senso originario di colui che parla per un altro) investito da Dio di una missione vitale, è connessa con il dolore dell'esilio, anzi nasce dall'esperienza dell'ingiusto esilio. Come ha notato, con straordinaria sensibilità, Attilio Momigliano, Dante fa dell'esilio "il malinconico piedistallo del giudice solenne dell'umanità".

Se tuttavia la nuova poesia, ispirata da Beatrice, è quella che nasce quando la lingua prende a parlare quasi per se stessa mossa, quale rilievo possono avere allora le disciplina, lo studio, il tirocinio di chi è chiamato a significare ciò che l'Amore rivela? Come tenere insieme l'alto compito affidato alla missione del poeta-profeta e questo carattere spontaneo del suo parlare in poesia? Non c'è dubbio - ha ragione Elena Ferrante - che Dante è diverso dai poeti precedenti (e in ciò risiede parte del suo successo) perché aveva riconosciuto l'insufficienza della scrittura, ne comprendeva i limiti, i rischi, consapevole com'era che tale insufficienza è parte della caducità dell'umano. 

Grati davvero ad Elena Ferrante per aver richiamato l'attenzione sul dialogo tra Dante e Bonagiunta, mi sembra che ci si possa spingere ancora un po' nella fatica di intellegere. Siamo lì, sulle balze del Purgatorio, indugiando ad ascoltare le parole appassionate dei due poeti ed ecco, ciò che possiamo portarci via è la presa di coscienza della penuria delle possibilità espressive della scrittura? A prima vista un misero bottino. Se non che abbiamo cominciato a sospettare che solo a partire dal riconoscimento di questa penuria, solo costruendo sugli effimeri pilastri su cui si regge, è possibile far vivere la poesia che ci salva dai quieti sobborghi dell'appagamento, l'espressione è di Emily Dickinson, che ha, a mio avviso colto perfettamente la natura della poesia nei versi che qui riporto.

Potesse un Labbro mortale intuire

Il Carico primordiale

Di una Sillaba pronunciata

Si sgretolerebbe sotto quel peso -


La Preda di Zone Sconosciute -

Il Saccheggio del Mare

I Tabernacoli della Mente

Che hanno detto a me la Verità -

Proprio di recente qualcosa del genere ce lo ha mostrato anche la poesia The secret Muse di Roy Campell, di cui ci siamo occupati da poco (potete leggerla insieme al mio commento nel blog): nei versi del poeta sudafricano appare chiaro lo scarto inevitabile tra ciò che la Musa vuole svelare e ciò che il pensiero può trattenere, così come avviene nella nuova poesia della Commedia, tra ciò che Amore ditta dentro (quanto è essenziale questo dentro!) e la penna dello scrivano che prova invano a stargli dietro.  Non ci si può accostare alla comprensione delle nove rime a mio avviso, se non a partire dalla comprensione che l'irruzione di tale poesia ha in sé qualcosa di inaccessibile, di abissale persino. 

La poetica del Paradiso, la sua drammaticità è in questa tensione tra l'irruzione dell'eterno ed i limiti dell'umano, tra il desiderio di raggiungere la luce e la constatazione che solo un'ombra è quella che si può ridire. Infine solo guardando negli occhi dell'amata Beatrice, solo nello sguardo di Uno che ci ama,  è possibile fissare gli occhi al sole oltre nostr'uso (potete scrivere uno con la minuscola e l'idea funziona lo stesso).

Nel momento in cui ci apprestiamo a concludere, lasciamo la parola a Dante che queste cose, enormi e sconvolgenti, le dice proprio all'inizio della cantica del Paradiso, in due terzine tra le più belle dell'intero poema:

Nel ciel che più de la sua luce prende 

fu’ io, e vidi cose che ridire 

né sa né può chi di là sù discende;                                 


perché appressando sé al suo disire, 

nostro intelletto si profonda tanto, 

che dietro la memoria non può ire.    

lunedì 26 settembre 2022

a spartire con me veglie tardive e solitarie

 




La musa nascosta



Tra la mezzanotte ed il mattino

A spartire con me veglie tardive e solitarie

Sopraggiunge una presenza di tal natura che solo

Può esser nata da un perfetto silenzio.

Su una pergamena immacolata cade il raggio

Di qualcosa di più dell'alba: ed un regale

Pensiero, come ombra di aquila,

Sfiora la levigatezza della sua neve.

Sebbene mi abbia celato quel suo volto dei volti

E quella forma ancora eluda la mia arte, 

Tuttavia i doni tutti che la mia fede ha portato

Lungo la scala nascosta del pensiero

Da me sono giunti con quei passi silenziosi

La cui cadenza è il mio cuore che batte.


        di Roy Campbell, la traduzione è mia


ecco la versione originale:

Between the midnight and the morn

To share my watches late and loney,

There dawns a presence such as only

Of perferct silence can be born.

On the blank parchment falls the glow

Of more than daybreak: and one regal

Thought, like the shadow of an eagle,

Grazes the smoothness of its snow.

Though veiled to me that face of faces

And still that form eludes my art,

Yet all the gifts my faith has brought

Along the secret stair of thought

Have come to me on those hushed paces

Whose footfall is my beating heart.


Roy Campbell,  poeta importante del primo novecento, è oggi ingiustamente dimenticato. Era nato in Sudafrica, da  famiglia  facoltosa che lo aveva però diseredato, forse per via delle sue posizioni antirazziste e  la sua ammirazione per la cultura degli Zulù. Un poeta dimenticato dunque. Eppure il suo primo libro di poesie fu pubblicato da T.S. Eliot, eppure ebbe amicizie importanti: Dylan Thomas, il compositore William Walton, lo scrittore Robert Graves. Si era guadagnato la stima  di J. R.R. Tolkien, a cui forse ispirò il personaggio di Aragorn, e di Edith Sitwell, poetessa e saggista inglese, la quale ebbe a definire i versi di Campbell "puro fuoco compresso in forme sacre". In Italia l'opera di questo poeta è rimasta inedita, cosicché la lirica che qui viene presentata è il frutto della mia personale traduzione e del soccorso di alcune carissime amiche.

La musa nascosta esplora il momento in cui la poesia si rivela e prende contatto con la vita  (l'arte ed il cuore) dell'uomo che la riceve come dono. C'è un tempo in cui il mistero sceglie l'occasione di farsi spazio fino a trovare un'anima in ascolto: è il tempo della notte solitaria, quello che non si può abbandonare al sonno, il tempo prezioso della veglia d'armi, della preghiera incessante, della cura scrupolosa dell'artigiano. Qualcosa sopraggiunge a spartire veglie tardive e solitarie e la natura di questa presenza è tale che non può nascere se non da un perfetto silenzio. Le ore notturne, le veglie solitarie, il perfetto silenzio sono le pietre confinarie  di un locus absconditus, nel quale, solo, l'imprevedibile può accadere.

Ecco come Roy Campbell descrive questo momento: la notte oscura lascia d'un tratto il posto a qualcosa di più dell'alba, irrompe una potenza che la parola umana stenta a nominare, tanto che deve accontentarsi di un'approssimazione insicura (ma poeticamente straordinaria). Su una pergamena candida cade un raggio di luce. Il poeta coglie la dignità regale del pensiero disceso di fronte a lui, riconosce gli indizi del suo nobile lignaggio, ma le parole che ha a disposizione sembrano non essere del tutto sufficienti: il pensiero infatti è come ombra di aquila, un residuo dai contorni incerti, una testimonianza labile, il riflesso velato di un'eredità che trascende la natura umana o la sua capacità di esprimersi.

Il carattere provvisorio ed insufficiente dell'esperienza poetica è mediato da diverse spie verbali: il pensiero disceso dall'alto infatti sfiora appena la levigatezza del supporto scrittorio, il volto di tale pensiero è sì magnifico e numinoso , ma rimane pur sempre celato ed infine ogni potenzialità e ogni vigoria possibile nell'arte non restano forse impotenti rispetto alla natura elusiva di ciò che è stato appena intravisto?

Gli ultimi quattro versi sembrano proporci un diverso movimento interiore. Che si tratti di uno scarto del cuore appare evidente dal fatto che questa sezione finale della poesia comincia con una svolta decisa: tuttavia. Se il momento misterioso dell' incontro con l'ispirazione poetica si manifesta secondo forme e figure in cui convivono il prodigioso e l'umbratile, ora vengono chiamate in causa altre potenze, ugualmente decisive. L'epifania della musa nascosta per diventare esperienza creatrice ha bisogno dei doni della fede, nei quali potremmo forse vedere un'allusione ai doni dello άγιο πνεύμα della tradizione cristiana. Tali doni, dice il poeta, sono giunti - tutti - da me, a passi silenziosi, lungo la scala, anch'essa nascosta, del pensiero. Più che il senso della vista entra in gioco quello dell'udito, non la luce ma il suono; c'è un ritmo che viene battuto, una cadenza che segna il passo ed è quella del cuore.

Nelle immagini scelte da Campbell a conclusione della sua lirica mi sembra sia di rilevo il valore simbolico della scala: questa, in numerose tradizioni spirituali, implica la funzione di ponte "verticale" tra i diversi stadi dell'essere, in senso più generale nella letteratura mistica  esprime una certa tenacia dell'ascesi o il procedere faticoso del viaggiatore dell'anima. L'immagine della scala segreta è senza dubbio una citazione della più famosa poesia di San Giovanni della Croce, la celebre Notte Oscura, nella quale il poeta ricorre proprio a tale immagine: l'anima procede lungo il suo "iter ad Deum" por la secreta escala. Campbell conosceva bene l'opera di San Giovanni della Croce, ne aveva fatto esperienza nelle tragiche giornate dell'assedio di Toledo, durante la guerra civile spagnola. E lì che ora dobbiamo spostarci per un po'.

Nel Marzo del 1936 una serie di violente sommosse anti-clericali scoppiano a Toledo, dove il poeta aveva stabilito la sua dimora con sua moglie e i suoi due figli. Furono date alle fiamme alcune chiese e religiosi e monache vennero fatti segno di attacchi nelle strade. Nel contesto di queste violenze Roy Campbell per qualche tempo offrì un sicuro rifugio ad alcuni monaci carmelitani. Dopo alcuni mesi, mentre le forze repubblicane si avvicinavano alla città, i Carmelitani mandarono a chiamare il poeta sudafricano per affidargli le carte personali e gli scritti originali di San Giovanni della Croce. Nei giorni seguenti i miliziani entrarono in città, attaccarono il convento ormai indifeso, trascinarono fuori diciassette monaci e li fucilarono sul selciato della strada, poi diedero fuoco a tutto. Alcuni giorni dopo la casa di Campbell fu perquisita da una pattuglia di repubblicani. Il poeta raccontò anni dopo che durante la perquisizione, si era affidato alla protezione del santo ed aveva fatto voto di tradurre le sue poesie in inglese se la sua famiglia fosse stata risparmiata; i soldati se ne andarono senza aver trovato nulla. Il voto fatto in quei drammatici  frangenti non fu dimenticato e le poesie di San Giovanni della Croce furono tradotte in un modo ancor oggi da molti ammirato.

Roy Cambell dunque, nella sua poesia Musa segreta, attinge alle immagini e alle suggestioni di un poeta che conosceva bene e che era stato molto importante per la sua stessa vita. San Giovanni della Croce si sofferma a più riprese a spiegare il simbolismo della scala segreta: egli chiama in tal modo l'attività di contemplazione attraverso cui l'anima perviene all'unione di amore con l'Amato, cioè con Dio. Questa contemplazione è "segreta" perché attiene a ciò che i teologi chiamano sapienza segreta, una sapienza che viene infusa nell'anima all'insaputa dell'intelletto, al di là delle sue categorie conoscitive. A questo, secondo il mio parere, allude il poeta sudafricano quando parla dei passi silenziosi con cui i doni della fede lo raggiungono. 

Giovanni della Croce spiega di seguito che la scala può essere chiamata segreta anche per gli effetti che produce nell'anima: l'azione della sapienza d'amore è a tal punto segreta in ogni aspetto del suo agire, che l'anima non sa cosa dirne, non ha gli strumenti linguistici per esprimerne l'esperienza. Il carattere segreto di tale azione perdura anche in seguito, poiché l'anima, anche dopo essere stata illuminata, non ne discerne i tratti distintivi, né può ricorrere a termini adatti alle sue necessità espressive. La sapienza interiore - sottolinea ancora il poeta carmelitano - non entra nell'intelletto rivestita da alcuna forma accessibile ai sensi e questi non possono conoscerne l'aspetto, né possono in alcun modo immaginarla. Ciò nonostante "l'anima intende e gusta questa misteriosa sapienza" secondo modi che sfuggono al pensiero. Tale aspetto ineffabile del linguaggio di Dio, intimo con i recessi più profondi dell'anima, possiamo ritrovare, a mio avviso, nei versi in cui Campbell nomina il ritmo dei passi scandito dal battito del cuore.

Nella poesia La musa nascosta è in evidenza la tensione dell'autore nell'esprimere ciò che accade quando la poesia si rivela e viene raccolta dall'anima. Campbell descrive questo momento come il risultato di un incontro: il movimento della luce che cade dall'alto e quello che l'anima compie percorrendo la scala segreta, scala di amore e sapienza, sconosciuta all'intelletto, dal momento che questa sapienza trascende ogni possibilità di comprensione e di espressione nelle forme del linguaggio. Sorprende solo in parte, dunque, che la poesia di Campbell faccia sentire in tutta la sua urgenza la questione dell'insufficienza delle possibilità espressive dell'uomo. Né si deve credere che tale penuria sia in relazione con l'altezza della materia del poetare o con gli inciampi così frequenti nel cammino interiore di ognuno. E' vero piuttosto che ogni grande poesia nasce su una terra di confine dove discende sì, secondo traiettorie imponderabili, la musa nascosta, ma dove si apre anche il rischio di precipizi taciturni e di abissi di silenzi.