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giovedì 26 settembre 2019
nella forte solitudine di rupi senza sole
Δώρια
Sii in me come l'eterno corruccio
del vento gelido, e non
come sono le cose fuggitive....
allegrezza di fiori.
Tienimi nella forte solitudine
di rupi senza sole
E d'acque grige.
Fa' che gli dei parlino di noi serenamente
Nei giorni a venire,
i fiori ombrosi dell'Orco
Abbiano memoria di te.
di Ezra Pound
grazie mille a Nicoletta per la segnalazione...
martedì 24 settembre 2019
La foresta
Dovresti sdraiarti ora e ricordare la foresta,
perché sta sparendo –
no, la verità è che è scomparsa ormai
e così qualsiasi dettaglio tu possa richiamare alla memoria
potrebbe avere una specie di vita.
Non quella che avevi sperato, ma una vita
-dovresti sdraiarti ora e ricordare la foresta-
tuttavia, potresti chiamarla “nella foresta,”
no la verità è, che è scomparsa ormai,
cominciando in qualche posto vicino all’inizio, a quel bordo,
O invece al primo strato, al posto che ricordi
( non quella che avevi sperato, ma una vita )
quasi fosse solido sotto i piedi, perché quel posto è un mare,
tuttavia, potresti chiamarlo “nella foresta,”
sul quale non possiamo mai andare alla deriva, essendo lì o no,
Rasenti a nessuna superficie. E anche al nulla nella vita,
o invece al primo strato, al posto che ricordi,
mentre gli strati si piegano nel tempo, nell’humus nero,
quasi fosse solido sotto i piedi, perché quel posto è un mare,
come una mano sinistra che scende leggera, sempre sulle stesse chiavi.
I variopinti uccelli della foresta cantano di là da te
rasenti a nessuna superficie. E anche al nulla nella vita,
cantano senza una musica dove non ci può essere armonia,
mentre gli strati si piegano nel tempo, nell’humus nero,
dove vasti panneggi di luce si stagliano fra i tronchi grigi,
Dove l’aria è intessuta di muschio che s’asciuga,
i variopinti uccelli della foresta cantano di là da te:
un aroma di muschio dai funghi e dalle trine di muffe.
Cantano senza una musica dove non ci può essere armonia,
benché qualcosa cada dall’alto nelle foglie secche,
Niente che scenda qui da noi.
Dove l’aria è intessuta di muschio che s’asciuga,
(in quel posto dove son cresciuta) la foresta in un groviglio,
un aroma di muschio dai funghi e dalle trine di muffe,
dolce-stellato andare, in un groviglio di rovi, di felci
E lente cordicelle di cinquefoglia, falsa fragola, sommàcco-
niente che scenda qui da noi,
macchiato. Un ramo basso che dondola sopra un torrente
in quel posto dove son cresciuta, la foresta in un groviglio,
e uno spazio cavo proprio dell’ampiezza delle scapole.
.
Puoi capire quel che faccio se penso al varco-
e alle lente cordicelle di cinquefoglia, falsa fragola, sommàcco-
come a una specie di limite. A volte immagino noi che camminiamo lì
(…fitolacche, macchiati. Un ramo basso che dondola sopra un torrente)
in un posto che è qualcosa di simile a una foresta.
Ma forse d’altro tipo, dove il suolo è sotto una coltre
( puoi capire quel che faccio se penso al varco)
di verdi aghi cedevoli, lì sotto le fronde di pino,
una specie di limite. A volte immagino noi che camminiamo lì.
E affrettandosi di sotto brune s’adagiano le affilate foglie,
La nerezza che si sfigura, poi la bulbosa fosforescenza delle radici.
Ma forse d’altro tipo, dove il suolo è sotto una coltre,
così stranamente simile eppure anche così originale, sotto
i verdi aghi cedevoli, le fronde di pino.
Una volta eravamo perduti nella foresta, così stranamente simile eppure anche così originale,
ma la verità è, che essa è, ormai perduta per noi.
Susan Stewart, Columbarium e altre poesie (1981-2003), Ares 2006, traduzione e cura di Maria Cristina Biggio
Susan Stewart vive tra Filadelfia e Princeton. Poetessa e traduttrice, si è occupata anche di critica d'arte. Nel 2005 ha ottenuto il titolo di chancellor dall'Academy of American Poets ed è membro dell'American Academy of Arts and Sciences. Docente di discipline umanistiche presso la Princeton University, in Italia sono stati pubblicati due libri, Columbarium e altre poesie, (Ares 2006) e Red Rover, (Jaca Book 2011), a cura di Maria Cristina Biggio.
Per l'analisi della poesia di Susan Stewart lascio la parola a Maria Cristina Biggio che della poetessa americana ha curato le edizioni italiane. L'intervento completo lo trovate in
http://poesia.blog.rainews.it/2012/01/susan-stewart-due-poesie/
La poesia La foresta apre la raccolta Columbarium, ma in realtà "l'intero volume si avvolge tenacemente attorno a questo inizio, raccontando la poetica dell’attraversamento per strati consci e inconsci del passato e della memoria (dell’umano e della foresta). Se il suo fitto e buio groviglio rifiuta d’essere esplorato se non per lo spazio impervio dell’esperienza “proprio dell’ampiezza delle spalle”, il “dolce-stellato andare”, il trasumanar della poesia scaverà fino nelle profondità più nascoste e sarà continuamente sostenuto dalla nostalgia delle origini e dal desiderio che ciò che è stato e ciò che è siano ancora, sempre e in ogni dove, casa, luogo dove si è cresciuti.O invece al primo strato, al posto che ricordi,
Scandita nei suoi movimenti figurativi e conoscitivi dal contrasto, ottico e mentale, tra un punto più luminoso e uno più scuro – tra seme e cenere, morte naturale e rigenerazione, “nerezza che si sfigura” e “bulbosa fosforescenza delle radici”, musica e silenzio – essa tenterà continuamente di far riemergere i più piccoli dettagli di tutto quel che è forestis, che è al di là di noi, affinché essi possano avere una specie di vita. "
Nel suo attraversamento fino alla “svolta” che apre la seconda sezione del libro, - nota ancora Maria Cristina Biggio - Stewart sembra volerci consegnare il fardello di un passato collettivo segnato dagli orrori della storia che non si possono e non si vogliono dimenticare. La disturbante massa di fatti rubati alle atrocità del vero – macellazioni, stupri, violenze, cannibalismi – in cui tragicamente “ciascuno potrebbe essere il soggetto”, diventa prolungata allegoria di veritade ascosa sotto bella menzogna (secondo l'espressione usata da Dante in Convivio II,4).
"Il neo-residente della foresta-metropoli-labirinto, che ha dolorosamente conquistato una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie azioni ascoltando e prendendosi cura dell’altro da sé, sarà richiamato al luogo del suo principio, alla radura luminosa cui ogni sentiero conduce, dove qualcosa di nuovo comincerà finalmente a essere, nell’atrofia spirituale e a svelarsi alla conoscenza [...]
La foresta si rivela così complessa e potente metafora di tutto quel che è forestis, di quel che sta al di là da noi e ci trascende. Con le parole della Stewart, la foresta è “risorsa della natura, di tutto ciò che è oltre i fatti della storia, oltre i nostri concetti di spazio e tempo e le categorie e il nostro modo di conoscere e che, in quanto tale, precede la memoria e l’invenzione. La natura è l’indefinibile, l’illimitata risorsa al di sopra della quale la conoscenza si innalza – proprio come l’invisibilità sta al di là del visibile – non in senso mistico ma come un reale riconoscimento del limite dei nostri poteri analogo alla finitudine sancita dalle nostre morti individuali”.
L’amato modo della ripetizione assume in questo testo un particolare potere incantatorio. Via via che la poesia cresce e cambia forma pur restando sempre uguale, essa delinea una struttura non-lineare e spaziale del tempo che resiste allo sviluppo narrativo. Procedendo con le ripetizioni i versi svelano i propri limiti e le proprie frontiere, e tendono a farsi casa (del linguaggio, del ritmo, della metafora, del mito, della conoscenza, della nostalgia) le cui mura confinano con la luce e i suoi “vasti panneggi”, con la musica e il silenzio. I variopinti uccelli che cantano di là da noi “senza una musica” si appellano al non-essere o al pre-essere delle melodie non udite di Keats, ovvero al silenzio primordiale dal quale e nel quale ogni musica sorge e rifluisce. Rivelando i propri limiti e la proprie frontiere la poesia riesce a farci sperimentare la certezza di qualcosa d’altro che supera e avvolge l’edificio della parola. "
domenica 22 settembre 2019
Ciò Che Ogni Albero Sa
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| foto di Axel Bernstorff |
Ciò Che Ogni Albero Sa
Impara, cuore, ciò che ogni albero sa:
Disporre la radice, infliggerla con giusto orientamento
Nel buio sparso; non dentro il sasso, bensì
Attorno al sasso; non dentro l’argilla
Bensì verso l’acqua non lontana;
Non nella ripulsa, ma nell’amore pronto
A rendere alla pressione di radice angusta ascesa
Fu per l’asse anulare, dritto, fino alla forcella,
E oltre, per l’erta obliqua delle fronde ripetente
L’ordine della sete sottostante nella luce, nel vento,
In simmetria, nell’equilibrio che accoppia
Nadir e zenit; e infine sino al frutto
Che vorrebbe arrotondare col suo peso
Movimento in misura appassionata. Così non agendo
Vantaggio del suo danno, rachitica sarà la chioma
Gibboso lo sforzo di rizzarsi, brutta la corteccia,
Partito il frutto e rado. Ogni albero lo sa.
Non imparare, cuore, dal folle albero di olivo
Che ricorda gli dei ellenici, innamorato della pietra
E del serpe che custodisce alla radice.
di Ivan Lalić da Poesie (Jaca Book, 1991), trad. it. Eros Sequi.
Ivan V. Lalic (Belgrado, 8 giugno 1931 – Rovigno, 28 luglio 1996) è uno dei massimi esponenti della poesia iugoslava nel vero senso del termine, essendo nato a Belgrado ed avendo studiato a Zagabria, le due capitali di quelle che erano le repubbliche iugoslave della Serbia e della Croazia, fra le quali ha diviso la maggior parte della sua vita.
Lalic ha iniziato la sua carriera nel 1955 ed ha pubblicato 14 raccolte di poesie, oltre a svolgere un’intensa attività di critico letterario e di traduttore da Hölderlin a Rilke, da Whitman a Pierre-Jean-Jouve, fino a rendere in versi persino La Divina Commedia.
La sua poesia, definita «protogiovane» per via "dell'istante che, nonostante il suo manifestarsi innumerevoli volte ripetuto nella storia umana, e a dispetto della sua infinita ripetibilità, serba in sé, per chi giunge in una lunga serie di generazione di uomini, la giovinezza e l'originalità dell'esperienza viva” (Vlada Urosevic, citata in L'anno di poesia, 1987, Jaca Book), riflette l'interculturalità della propria vita, tanto da apparire un poeta mediterraneo prima ancora che un poeta Iugoslavo (da https://letteratura.tesionline.it/letteratura/article.jsp?id=24295).
venerdì 20 settembre 2019
Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta
Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta.
di Fernardo Pessoa
lunedì 16 settembre 2019
La strada è una ferita aperta nel cielo
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ULTIMO SOLE A VILLA ORTÙZAR
Sera come di Giudizio Finale.
La strada è una ferita aperta nel cielo.
Non so più se fu Angelo o un occaso la chiarezza che
[bruciò nel profondo.
Insistente, come un incubo, pesa su di me la distanza.
All'orizzonte un reticolato gli duole.
Il mondo è come inservibile e gettato.
Nel cielo è giorno, ma la notte è traditrice nei fossati.
Tutta la luce è nei muretti azzurri e in quello
[schiamazzare di ragazze.
Non so più se è un albero o è un dio, quello che sporge
[dal cancello arrugginito.
Quanti paesi in una volta: il campo, il cielo, i dintorni.
Oggi sono stato ricco di strade e di occaso affilato e
[della sera fatta stupore.
Lontano, mi restituirò alla mia povertà.
di Jorge Luis Borges
venerdì 13 settembre 2019
Il fuoco e la rosa
a Pino che infine è giunto là onde partimmo attraversando il cancello, ignoto eppure rammemorato, là dove tutto sarà bene...
Il fuoco e la rosa
Noi non cesseremo l’esplorazione
e la fine di tutto il nostro esplorare
sarà giungere là onde partimmo
e conoscere il luogo per la prima volta.
Attraverso l’ignoto, rammemorato cancello
quando l’ultima terra da conoscere
sia quella che era il principio;
alle sorgenti del fiume più lungo
la voce della cascata nascosta
e i bambini tra i rami del melo
non noti, poiché non attesi
ma uditi, uditi appena nel silenzio
tra due onde di mare. Su
presto, qui, ora, sempre -
Una condizione di completa semplicità
(che costa non meno di ogni cosa)
e tutto sarà bene e
ogni sorta di cose sarà bene,
quando le lingue di fiamma si incurvino
nel nodo incoronato di fuoco
e il fuoco e la rosa siano uno.
di T.S.Eliot
lunedì 9 settembre 2019
ASSENZA
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| San Telmo, Buenos Aires |
Dovrò rialzare la vasta vita
che ancora adesso è il tuo specchio:
ogni mattina dovrò ricostruirla.
Da quando ti allontanasti,
questi luoghi sono diventati vani
e senza senso, uguali
a lumi del giorno.
Sere che furono nicchia della tua immagine,
musiche in cui sempre mi attendevi,
parole di quel tempo,
io dovrò frantumarle con le mani.
In quale profondità nasconderò la mia anima
perché non veda la tua assenza
che come un sole terribile, senza occaso,
brilla definitiva e spietata?
La tua assenza mi circonda
come la corda la gola
il mare chi sprofonda.
di Jorge Luis Borges
venerdì 6 settembre 2019
Mentire con grazia
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| Office in a Small City, 1953 by Edward Hopper |
Riprendo a mentire con grazia,
mi inchino rispettoso allo specchio
che riflette il mio collo e la cravatta.
Credo d’essere questo signore che esce
tutti i giorni alle nove.
Gli dei sono morti uno a uno in lunghe file
di carta e cartone.
Niente mi manca, neanche tu
mi manchi. Sento un buco, però è facile
un tamburo: pelle ai due lati.
A volte torni la sera, quando leggo
cose che tranquillizzano: bollettini,
il dollaro e la sterlina, i dibattiti
delle Nazioni Unite. Mi sembra
che la tua mano mi pettina. Non mi manchi!
Solo cose minute all’improvviso mi mancano
e vorrei ricercarle: la contentezza
e il sorriso, questo animaletto furtivo
che ormai non vive più fra le mie labbra.
di Julio Cortàzar
dal sito https://www.einaudi.it/:
Julio Cortázar è nato a Bruxelles nel 1914, figlio di un funzionario dell'ambasciata argentina in Belgio. È considerato fra i maggiori autori di lingua spagnola del XX secolo. Morì di leucemia nel 1984 a Parigi, dove è sepolto. Tra i suoi libri pubblicati da Einaudi, oltre a Bestiario (1965) e al Gioco del mondo. Rayuela (1969, 2013), Storie di cronopios e di famas (1971), Ottaedro (1979), Il viaggio premio (1983), Il persecutore (ultima edizione nelle «Letture Einaudi», 2017), il volume complessivo dei Racconti a cura di Ernesto Franco, nella «Biblioteca della Pléiade» (1994), Fine del gioco (2003), Carte inaspettate (2012), Gli autonauti della cosmostrada ovvero Un viaggio atemporale Parigi-Marsiglia (2012), diario di viaggio scritto a quattro mani con la moglie Carol Dunlop, Animalia (2013) e Lezioni di letteratura (2014).
domenica 1 settembre 2019
Vincendo me col lume del sorriso
Nella poesia Il sorriso di lei , pubblicata qualche giorno fa, Emily Dickinson elabora un'immagine particolarmente coinvolgente: una donna il cui viso non è diverso da tanti altri sorride, ma questo sorriso stringe in una morsa il cuore con una trafittura della gioia (secondo la felice espressione di C. S. Lewis),
... come quando
un uccello si alza in volo, vuole cantare,
poi ricorda il Proiettile che l'ha ferito
Lo spirito vorrebbe cantare, è per questo che si vola, ma una ferita dolorosa sopraggiunge...
Allora si aggrappa a un ramo sottile,
convulso, e la musica intanto si schianta
come perle finite in un pantano.
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| Leonardo da Vinci, Sant'Anna, particolare |
Leonardo da Vinci ha colto nel volto di Sant'Anna questa particolare qualità che il sorriso di una donna assume talvolta, quasi velata da un presentimento di dolore o da una pensosa consapevolezza.
Maria tende le braccia verso suo figlio che gioca con un agnello (prefigurazione della sua futura Passione), mentre Anna osserva la scena con un sorriso indimenticabile: presagisce che la vita di quella sua figlia non sarà come quella delle altre fanciulle, vede forse la spada che le trafiggerà il cuore? l'angoscia della Via dolorosa e del Golgota ? Sorride Anna, di fronte a un mistero che le sfugge o forse già intuisce che quella storia non finirà in un sepolcro vuoto?
La suggestione che ci spinge dietro a questo strano sorriso, in cui convivono dolore e felicità ci conduce ora ad una delle cose più belle della letteratura italiana: il sorriso di Beatrice nell'opera poetica di Dante.Tra i numerosi luoghi in cui il poeta fiorentino si sofferma su tale immagine, è in questa terzina, tratta dal canto XVIII del Paradiso che essa appare espressa in modo mirabile:
Vincendo me col lume del sorriso
ella mi disse: "Volgiti e ascolta
chè non pur ne' miei occhi è paradiso.
Si tratta, a mio personalissimo avviso, della più intensa, struggente e potente visione della gentilissima. Non a caso a proposito di questi versi il Momigliano ha scritto che la terzina "è scritta con una mano d'incomparabile leggerezza, e conserva alla Beatrice beata, insieme con la luminosità del paradiso, un'ombra, meno di un'ombra, di compiacimento femminile".
Già nella Vita Nuova tuttavia, al capitolo XXI nella parte finale del sonetto Ne li occhi porta la mia donna Amore, Dante si soffermava sul riso della donna:
Quel ch'ella par quando un poco sorride
non si può dicer né tenere a mente,
sì è novo miracolo e gentile
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| Gabriel Rosettti, Dante’s Dream at the Time of the Death of Beatrice |
Il sorriso della gentilissima è ineffabile, la mente non può trattenerlo, è una cosa miracolosa, diversa da tutte le altre alle quali l'uomo è abituato. Non è un caso tuttavia che proprio questo sorriso sia collocato da Dante in una sezione particolare della Vita Nuova, immediatamente prima del racconto della morte del padre di lei, del suo dolore amarissimo e del suo pianto pietoso. Episodio seguito immediatamente da quello di un'esperienza personale di infermità fisica ed interiore del poeta, che culmina nel sogno-visone della morte dell'amata.
Non è possibile, nell'esperienza esistenziale ed artistica di Dante, separare il sorriso di Beatrice dalla sua morte prematura, il suo potere miracoloso dalla disperazione che la sua scomparsa terrena produce. L'alzarsi in volo dallo schianto del canto.
Il novo miracolo di questo sorriso è lo stesso a cui allude William Blake quando in una sua poesia scrive che esso:
... a fondo nel profondo del cuore penetra,
E affonda nelle midolla delle ossa -
E mai nessun Sorriso fu sorriso,
Ma solo quel sorriso solo,
Sorriso che dalla culla alla fossa
Sorridere si può una volta sola,
Ha fine ogni miseria.
Proprio così ... ha fine ogni miseria.
venerdì 30 agosto 2019
Il sorriso di lei
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| Leonardo da Vinci, Sant'Anna con la Vergine, il Bambino e l'agnello |
Il sorriso di lei non era diverso dagli altri
Stessa
forma, fossette ai lati
Eppure
ti faceva stare male,
come
quando un uccello
si
alza in volo, vuole cantare,
poi
ricorda il proiettile che l'ha ferito
Allora
si aggrappa a un ramo sottile,
convulso
e la musica intanto si schianta
di E. Dickinson
mercoledì 28 agosto 2019
Cieco ero, nulla più...
di Iosif Brodskij
Io ero solamente ciò
che tu toccavi, quello
su cui - notte fonda, corvina -
la fronte reclinavi tu.
Io ero solamente ciò
che tu là in basso distinguevi:
sembiante vago, prima, e poi
molto più tardi, tratti.
Sei tu, ardente, che
sussurrando hai creatola conchiglia dell'udito
a destra, a a manca, là, qui.
Tu che nell'umida cavità,
tirando quella tenda,
hai messo voce, perché
potesse te chiamare.
Cieco ero, nulla più.
Tu, sorgendo, celandoti,
hai dato a me la facoltà
di vedere. Si lasciano scie
così, e si creano così
mondi. Spesso, creati,
si lasciano ruotare così,
elargendo regali.
E, gettata così
in caldo, in freddo, in ombra, in luce,
persa nell'universo,
ruota la sfera e va.
1980
Chi siamo? Lo abbiamo forse chiesto al filosofo, allo scienziato, al teologo, poche volte al poeta. Josif Brodskij prova a dircelo con i suoi versi: saremmo privi di consistenza, di solidità e volume, come meduse senza scheletro. Nessuna capacità di udire o di parlare, ciechi incapaci di distinguere le cose intorno a noi... Così saremmo, nulla più, se non ci costituisse come persone in carne e ossa lo sguardo di chi ci ama e che noi amiamo. Il gesto delicato del viso che su di noi reclina, il sussurro, il sorgere e e il celarsi. Solo da tale incontro, che innanzitutto è dono gratuito, nascono mondi, universi che trovano la propria ragione d'essere nell'elargire regali, a nient'altro sono destinati.
Chi è Josif Brodskij?
Il giorno 4 di giugno del 1972 abbandonava la Russia, con una piccola edizione delle poesie di John Donne in tasca e quasi nient’altro. La prima persona che Brodskij cercò in Occidente fu W.H. Auden. Su un prato del villaggio austriaco di Kirchstetten, il delfino dell’Achmatova e l’anziano poeta inglese, troppo chiaro per essere capito dai suoi contemporanei, si intesero in una communicatio idiomatum che non si sarebbe più interrotta, come testimonia la mirabile orazione funebre pronunciata da Brodskij nel decennale della morte del poeta: scritta in inglese, «per compiacere un’ombra». Da quel giorno Iosif Brodskij è diventato anche Joseph Brodsky, residente a New York ma di ascendenza tutta pietroburghese, se non vi è luogo come Pietroburgo «dove i pensieri si distacchino altrettanto volentieri dalla realtà». Così, «è con l’emersione di San Pietroburgo che la letteratura russa è entrata nell’esistenza». Molti dei tratti stilistici peculiari di Brodskij sembrano derivati, per osmosi, dalla città: la disciplina dei colonnati illusionistici, la luce pallida e diffusa, «dove occhio e memoria operano con inusuale acuità», l’onnipresenza dell’acqua, questa «forma addensata del Tempo», il soffio di vento saturo di alghe. In questo microclima alessandrino, dove l’Europa venne a riflettersi in uno specchio gigantesco, si è compiuta una prodigiosa eruzione di letteratura moderna, da Puškin a Mandel’štam, nel segno di un classicismo allucinatorio. E oggi quel luogo, che è un linguaggio, continua a vivere proprio in Brodskij, nelle schegge delle sue immagini, nei suoi metri sapienti, magari celati da una temeraria sprezzatura. In questo volume sono state raccolte, in accordo con l’autore, poesie degli anni 1972-1985, anni di un esilio che preesisteva alla partenza e al tempo stesso non sarà mai, perché Brodskij ha la sua patria nella lingua russa. Così ci accorgiamo di leggere i suoi versi, dopo Mandel’štam, la Cvetaeva, l’Achmatova, come parte di un’unica storia (dal risvolto del volume Poesie, Adelphi 1986).Arrestato nel novembre del 1963, Iosif Brodskij, il poeta, fu processato il 18 febbraio 1964. Naturalmente, l’esito del processo era dato per ovvio: “Al processo non poterono assistere tutti coloro che lo avrebbero desiderato in quanto i posti furono occupati da lavoratori convocati dalle autorità per ingiuriare l’imputato nel corso delle udienze” (Marco Clementi, Storia del dissenso sovietico, Odradek Edizioni 2007, p.46). Il processo divenne emblematico: nonostante le promesse di apertura, l’Urss stritolava i dissidenti, mandava al confino i poeti. La trascrizione del dialogo tra il giudice e l’imputato, il poeta – il poeta per sua natura è sempre l’imputato, colui che è messo all’indice – ci è giunta, clandestinamente, grazie a Frida Vigdorova. Eccone alcuni passaggi.
Giudice: Qual è la sua specializzazione?
Brodskij: Sono poeta. Poeta e traduttore.
G: E chi l’ha riconosciuta come poeta? Chi ha inserito il suo nome tra quello dei poeti?
B: Nessuno. E chi ha inserito il mio nome tra quello degli uomini?
G: Avete studiato per questo?
B: Per cosa?
G: Per diventare poeta. Non avete frequentato un istituto dove preparano… dove insegnano…
B: Non credo che questo si possa ottenere con un’istruzione.
G: Ma con cosa, allora?
B: Io credo che… venga da Dio
Nel maggio 1972 Brodskij fu chiamato dall'ОVIR, il dipartimento per i visti e gli stranieri dell'Unione Sovietica. Lì viene posto davanti alla scelta: emigrazione immediata oppure prepararsi a subire quotidiani interrogatori, carcerazioni e reclusioni in ospedali psichiatrici. Intanto nel 1964 gli era già capitato due volte di essere ricoverato negli ospedali psichiatrici e questo era stato per Brodskij, stando ai suoi stessi scritti, molto peggio dell'esilio o del carcere. Brodskij non esita, a questo punto, a lasciare l'Unione Sovietica.
Un
ottimo articolo, caldamente consigliato, su Iosif Brodskij e la sua resistenza
contro il Male lo trovate qui http://www.pangea.news/iosif-brodskij-poesie-carcere/.
domenica 25 agosto 2019
NEL CREPUSCOLO
di William Butler Yeats
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| Fotografia di George Karbus |
Logoro cuore in un tempo che si consuma
Lìberati dalla rete del torto e della ragione;
E ridi ancora, cuore, nel crepuscolo grigio,
Sospira ancora, cuore, nella rugiada del mattino
Tua madre Irlanda è giovane sempre,
La rugiada sempre riscintillante e il crepuscolo
grigio;
Sebbene ti abbandoni la speranza e l'amore perisca,
Bruciando nei fuochi di una lingua calunniatrice.
Vieni, cuore, dove i colli si addossano ai colli:
perché laggiù la fratellanza mistica
Di sole e luna e bosco e valle
E fiume e rivo compie la sua legge;
E Dio suona il suo corno solitario,
E il tempo e il mondo sono sempre in fuga;
E l'amore è meno gentile del crepuscolo grigio,
E la speranza è meno cara della rugiada del mattino.
Tua madre Irlanda è giovane sempre,
E fiume e rivo compie la sua legge;
traduzione di Giuseppe Sardelli
venerdì 23 agosto 2019
sabato 17 agosto 2019
Sorpreso dalla gioia
Sorpreso dalla gioia
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| Foto di Steve Harrington |
Sorpreso dalla gioia - impaziente come il vento
mi voltai per condividere il mio rapimento - Oh con chi
ma con te, sepolta profondamente nella silente tomba
quel posto che nessuna vicissitudine può trovare?
Amore, fedele amore, ti richiamo alla mente -
ma come potrei dimenticarti? - Attraverso quale potere,
anche per la parte più breve di un'ora,
sono stato così ingannato da essere cieco
alla mia perdita più atroce! - Il ritorno di quel pensiero
fu la peggiore fitta che il dolore mi inflisse mai,
salvarne uno, uno soltanto, quando mi trovavo desolato
sapendo che il più grande tesoro del mio cuore non c'era più
che né il tempo presente, né gli anni a venire
potranno restituire alla mia vista quel viso celeste
William Wordsworth
Mi sono imbattuto in questo sonetto di Wordsworth grazie a C. S. Lewis che scelse di intitolare la sua 'autobiografia spirituale' proprio con il verso Surprised by joy.
Il poeta romantico ricorda il momento in cui è afferrato da una gioia improvvisa, subito dopo vorrebbe condividere questa sensazione, impaziente come il vento, ma il ricordo della morte della figlia rapido lo afferra e lo tiene stretto nelle sue mani, rinnovando sgomento e dolore e la consapevolezza che il tempo non potrà mai lenire una sofferenza tanto grande.
Wordsworth appare stupito dalla sensazione di una gioia che non sa da dove provenga, tanto più che un'angoscia feroce gli opprime l'animo, la silente tomba, dove giace sua figlia, un luogo che nessuna vicissitudine può raggiungere. La condizione interiore del poeta, dominata da afflizione e lutto, per quanto sia il frutto di un'esperienza soggettiva, è in fondo paradigma di quella umana, poiché tutti siamo sottoposti allo stesso destino di dolente finitezza. È quello che Giacomo Leopardi ci fa sentire nei versi de L'ultimo canto di Saffo: Arcano è tutto/fuor che il nostro dolor. Negletta prole/ nascemmo al pianto... le parole che pronuncia la poetessa di Lesbo prima di morire.
Eppure la gioia ci sorprende, come un nemico in un'imboscata, pur trovandoci nella sventura, lì dove il pensiero non potrebbe dare ragione di alcuna speranza. Il poeta inglese è consapevole che la ferita che gli morde il cuore non la guarirà il tempo, eppure la gioia, inspiegabilmente, lo ha trovato, quando non era più attesa. L'inizio della poesia possiede il vigore di un fumo d'incenso che sale verso il cielo: la gioia che sorprende è associata all'impazienza di condividerla, come in un riflesso automatico, indipendente dalla volontà. Non è una cosa che possiamo trattenere o chiudere in un recinto questa gioia, perché non è nostra davvero se non la condividiamo.
C'è un punto all'esordio della poesia su cui mi sembra opportuno soffermare l'attenzione ed è quando la voce del poeta dice mi voltai. Perché dice così? E perché merita che ci soffermiamo su questa immagine? Questo voltarsi è spostare lo sguardo dalla fonte della gioia verso qualcuno che sia un testimone della improvvisa felicità che ci ha trovato. È troppo diversa tale gioia da ciò che abbiamo sperimentato per essere vera, non assomiglia a nulla di quello che conosciamo, c'è bisogno di qualcuno che ce lo confermi. Nella poesia di Wordsworth tuttavia quel qualcuno è perduto, è in un luogo inaccessibile, lontano da ogni vicissitudine ma anche irraggiungibile da ogni richiamo. Ci si volta verso ciò che si ama, come Orfeo verso la sua sposa Euridice o verso qualcosa che mai penseremmo di poter perdere come Dante verso il suo maestro Virgilio nell'imminenza dell'incontro con Beatrice, sulla cima del Purgatorio. Wordsworth si volta indietro verso colei che ha amato di più e che la morte gli ha portato via. La gioia che lo ha toccato, come una scossa di luce, ha per un attimo lenito la piaga che non può guarire.
Quanto è umano e delicato questo voltarsi, quanta poesia nasconde sotto la sua ombra.
Quando dunque il poeta inglese scrive mi voltai non distoglie lo sguardo da una presenza numinosa, la cui luce sfolgorante la vista umana non può sostenere, ma cerca un testimone di ciò che Milton, sforzandosi di rappresentare l'Eden, chiama l'enorme beatitudine (dove enorme deve essere inteso nel suo antico e pieno significato di "fuori dalla norma").
A delucidare il significato profondo della gioia di cui parla il sonetto è ancora C.S. Lewis. Nel primo capitolo della sua autobiografia (pp.17-19) egli descrive tre diversi momenti della sua infanzia in cui aveva sperimentato tale sensazione e collega il sentimento della gioia ad un desiderio intenso e indefinibile, che rapidamente dispare lasciando nell'animo insieme a turbamento e stupore la brama di riaccedervi e il senso di una vicenda incommensurabile. La gioia, nella prospettiva di Lewis ha poi nella sua natura il fatto che non è troppo diversa da una particolare forma di infelicità, da un dolore "di genere particolare", di un genere desiderabile, qualcosa di simile a ciò che in tedesco è chiamato sehnsucht. Se seguiamo ciò che scrive Lewis, al quale morì la madre quando aveva sette anni, negli stessi tempi in cui aveva vissuto quella prima trafittura della goia, tale esperienza si distingue da ogni altro piacere, in quanto si manifesta come una fitta, uno spasmo, un'inconsolabile nostalgia. L'essere che la prova può perdersi - come a lui capitò - anche in un deserto esistenziale di ghiaccio millenario, non importa: all'istante si ritroverà "in un'unica, intollerabile sensazione di desiderio e di perdita", che d'un tratto diventa tutt'uno con la dissoluzione dell'emozione stessa. Infine questa particolare tipologia di gioia "non è mai in nostro potere": ci imbattiamo in essa, da lei siamo sorpresi, ma non potremmo mai possederla né anticipare la sua venuta, giunge come un ladro nella notte, quando meno ce lo aspettiamo.
In che relazione si trovano allora, nella poesia di Wordsworth, la gioia che sorprende e la desolata consapevolezza del dolore per cui pare non esserci rimedio? E non sembra forse che l'autore del sonetto consideri il rapimento della gioia come un inganno, come un'improvvisa perdita della vista?
In tal caso, il vedere, la consapevolezza, la realtà sarebbero solo nel distacco pieno di afflizione dal suo più grande tesoro. La gioia che sorprende, in questo senso, se non coincide con l'oscuramento della verità o con il suo impossibile oblio, nel suo dileguarsi è in relazione evidente con il ritorno del pensiero, che riporta il poeta alla condizione di desolazione in cui gli è impossibile persino salvare un solo pensiero: tutto torna - in un istante - sotto il dominio della necessità. Forse non è oscuramento né oblio, ma non dovremmo allora pensare alla gioia come una sospensione, provvisoria e infine più dolorosa, della consapevolezza?
Spesso è così e forse poté essere questa l'esperienza di Wordsworth la cui poesia si chiude con una commovente ammissione di un vuoto incolmabile. Tuttavia un'altra strada ci viene indicata dal momento in cui comprendiamo che la natura propria di questa particolare gioia, diversa da tutte le altre, non sta in ciò che essa è, ma in ciò che essa addita: "una nuda alterità, ignota, indefinita, desiderata" secondo quanto scrive Lewis. Lungi da essere un obnubilamento della coscienza, la gioia che sorprende si rivela piuttosto la sua espressione più limpida e lucida.
Et unde hoc mihi ?
"A che debbo che la madre del Signore venga presso di me ?". Con queste parole, lo racconta l'evangelista Luca, Elisabetta saluta sua cugina Maria, che porta in grembo il figlio della promessa : sono parole che sgorgano impetuose suggerite dallo Spirito che la riempie. Da dove, perché giunge tutto questo a me ? sembra dire Elisabetta, lei la donna anziana e sterile che già aveva assaporato l'inattesa, impensabile, inesprimibile gioia di aspettare un figlio.
La gioia ci viene incontro, è lei a trovarci là dove non ci aspetteremmo di vederla. Tutte le trafitture della gioia non sono infine che tracce che immettono nei territori dello stupore.
Il poeta romantico ricorda il momento in cui è afferrato da una gioia improvvisa, subito dopo vorrebbe condividere questa sensazione, impaziente come il vento, ma il ricordo della morte della figlia rapido lo afferra e lo tiene stretto nelle sue mani, rinnovando sgomento e dolore e la consapevolezza che il tempo non potrà mai lenire una sofferenza tanto grande.
Wordsworth appare stupito dalla sensazione di una gioia che non sa da dove provenga, tanto più che un'angoscia feroce gli opprime l'animo, la silente tomba, dove giace sua figlia, un luogo che nessuna vicissitudine può raggiungere. La condizione interiore del poeta, dominata da afflizione e lutto, per quanto sia il frutto di un'esperienza soggettiva, è in fondo paradigma di quella umana, poiché tutti siamo sottoposti allo stesso destino di dolente finitezza. È quello che Giacomo Leopardi ci fa sentire nei versi de L'ultimo canto di Saffo: Arcano è tutto/fuor che il nostro dolor. Negletta prole/ nascemmo al pianto... le parole che pronuncia la poetessa di Lesbo prima di morire.
Eppure la gioia ci sorprende, come un nemico in un'imboscata, pur trovandoci nella sventura, lì dove il pensiero non potrebbe dare ragione di alcuna speranza. Il poeta inglese è consapevole che la ferita che gli morde il cuore non la guarirà il tempo, eppure la gioia, inspiegabilmente, lo ha trovato, quando non era più attesa. L'inizio della poesia possiede il vigore di un fumo d'incenso che sale verso il cielo: la gioia che sorprende è associata all'impazienza di condividerla, come in un riflesso automatico, indipendente dalla volontà. Non è una cosa che possiamo trattenere o chiudere in un recinto questa gioia, perché non è nostra davvero se non la condividiamo.
C'è un punto all'esordio della poesia su cui mi sembra opportuno soffermare l'attenzione ed è quando la voce del poeta dice mi voltai. Perché dice così? E perché merita che ci soffermiamo su questa immagine? Questo voltarsi è spostare lo sguardo dalla fonte della gioia verso qualcuno che sia un testimone della improvvisa felicità che ci ha trovato. È troppo diversa tale gioia da ciò che abbiamo sperimentato per essere vera, non assomiglia a nulla di quello che conosciamo, c'è bisogno di qualcuno che ce lo confermi. Nella poesia di Wordsworth tuttavia quel qualcuno è perduto, è in un luogo inaccessibile, lontano da ogni vicissitudine ma anche irraggiungibile da ogni richiamo. Ci si volta verso ciò che si ama, come Orfeo verso la sua sposa Euridice o verso qualcosa che mai penseremmo di poter perdere come Dante verso il suo maestro Virgilio nell'imminenza dell'incontro con Beatrice, sulla cima del Purgatorio. Wordsworth si volta indietro verso colei che ha amato di più e che la morte gli ha portato via. La gioia che lo ha toccato, come una scossa di luce, ha per un attimo lenito la piaga che non può guarire.
Quanto è umano e delicato questo voltarsi, quanta poesia nasconde sotto la sua ombra.
Quando dunque il poeta inglese scrive mi voltai non distoglie lo sguardo da una presenza numinosa, la cui luce sfolgorante la vista umana non può sostenere, ma cerca un testimone di ciò che Milton, sforzandosi di rappresentare l'Eden, chiama l'enorme beatitudine (dove enorme deve essere inteso nel suo antico e pieno significato di "fuori dalla norma").
A delucidare il significato profondo della gioia di cui parla il sonetto è ancora C.S. Lewis. Nel primo capitolo della sua autobiografia (pp.17-19) egli descrive tre diversi momenti della sua infanzia in cui aveva sperimentato tale sensazione e collega il sentimento della gioia ad un desiderio intenso e indefinibile, che rapidamente dispare lasciando nell'animo insieme a turbamento e stupore la brama di riaccedervi e il senso di una vicenda incommensurabile. La gioia, nella prospettiva di Lewis ha poi nella sua natura il fatto che non è troppo diversa da una particolare forma di infelicità, da un dolore "di genere particolare", di un genere desiderabile, qualcosa di simile a ciò che in tedesco è chiamato sehnsucht. Se seguiamo ciò che scrive Lewis, al quale morì la madre quando aveva sette anni, negli stessi tempi in cui aveva vissuto quella prima trafittura della goia, tale esperienza si distingue da ogni altro piacere, in quanto si manifesta come una fitta, uno spasmo, un'inconsolabile nostalgia. L'essere che la prova può perdersi - come a lui capitò - anche in un deserto esistenziale di ghiaccio millenario, non importa: all'istante si ritroverà "in un'unica, intollerabile sensazione di desiderio e di perdita", che d'un tratto diventa tutt'uno con la dissoluzione dell'emozione stessa. Infine questa particolare tipologia di gioia "non è mai in nostro potere": ci imbattiamo in essa, da lei siamo sorpresi, ma non potremmo mai possederla né anticipare la sua venuta, giunge come un ladro nella notte, quando meno ce lo aspettiamo.
In che relazione si trovano allora, nella poesia di Wordsworth, la gioia che sorprende e la desolata consapevolezza del dolore per cui pare non esserci rimedio? E non sembra forse che l'autore del sonetto consideri il rapimento della gioia come un inganno, come un'improvvisa perdita della vista?
In tal caso, il vedere, la consapevolezza, la realtà sarebbero solo nel distacco pieno di afflizione dal suo più grande tesoro. La gioia che sorprende, in questo senso, se non coincide con l'oscuramento della verità o con il suo impossibile oblio, nel suo dileguarsi è in relazione evidente con il ritorno del pensiero, che riporta il poeta alla condizione di desolazione in cui gli è impossibile persino salvare un solo pensiero: tutto torna - in un istante - sotto il dominio della necessità. Forse non è oscuramento né oblio, ma non dovremmo allora pensare alla gioia come una sospensione, provvisoria e infine più dolorosa, della consapevolezza?
Spesso è così e forse poté essere questa l'esperienza di Wordsworth la cui poesia si chiude con una commovente ammissione di un vuoto incolmabile. Tuttavia un'altra strada ci viene indicata dal momento in cui comprendiamo che la natura propria di questa particolare gioia, diversa da tutte le altre, non sta in ciò che essa è, ma in ciò che essa addita: "una nuda alterità, ignota, indefinita, desiderata" secondo quanto scrive Lewis. Lungi da essere un obnubilamento della coscienza, la gioia che sorprende si rivela piuttosto la sua espressione più limpida e lucida.
Et unde hoc mihi ?
"A che debbo che la madre del Signore venga presso di me ?". Con queste parole, lo racconta l'evangelista Luca, Elisabetta saluta sua cugina Maria, che porta in grembo il figlio della promessa : sono parole che sgorgano impetuose suggerite dallo Spirito che la riempie. Da dove, perché giunge tutto questo a me ? sembra dire Elisabetta, lei la donna anziana e sterile che già aveva assaporato l'inattesa, impensabile, inesprimibile gioia di aspettare un figlio.
La gioia ci viene incontro, è lei a trovarci là dove non ci aspetteremmo di vederla. Tutte le trafitture della gioia non sono infine che tracce che immettono nei territori dello stupore.
domenica 11 agosto 2019
Un'inattesa felicità
Felicità
di Raymond CarverTalmente presto che fuori è ancora quasi buio.
Sto alla finestra con il caffè
E le solite cose della mattina presto
Che passano per pensieri.
A un tratto vedo il ragazzo e il suo amico
Venire su per la strada
Per consegnare il giornale.
Portano il berretto e il maglione
E uno la borsa a tracolla.
Sono così felici
Che non dicono niente, questi ragazzi.
Mi sa che se potessero, si prenderebbero sottobraccio.
Il mattino è appena sorto
E stanno facendo questa cosa insieme.
Avanzano lentamente.
Il mattino si fa più luminoso,
anche se la luna pende ancora pallida sul mare.
Una tale bellezza che per un attimo
La morte e l’ambizione, perfino l’amore
Non riescono a intaccarla.
Felicità. Arriva
Inaspettata. E va al di là, davvero,
di qualsiasi chiacchiera mattutina sull’argomento.
La poesia di Carver non ha tra i suoi punti di forza la musicalità. Il ritmo, piuttosto, appare piano, appena modulato qui e là da un'accelerazione o da una pausa che di raro assumono l'intensità di un canto. Felicità non fa eccezione a questa tendenza generale: le immagini appaiono nitide, illuminate dalla luce del mattino appena sorto; lo sguardo si sofferma su oggetti consueti, una strada in salita, due ragazzi che la percorrono lentamente, un berretto, un maglione, una cartella, la luna che pende ancora pallida sul mare.
Due giovani amici felici, che se potessero camminerebbero abbracciati, non c'è niente che valga la pena dire, essere insieme basta. Qualcosa di miracoloso accade nella poesia di Carver: felicità e bellezza si rivelano al di là dei pensieri della mattina presto, al di là delle parole astratte con cui cerchiamo di dare senso alle cose, la morte, l'ambizione, perfino l’amore. Ogni tentativo di fermare la vita in una definizione convincente, ogni sforzo di conteggio e bilancio della nostra allegria di naufragi si rivela inutile, una vana chiacchiera, perché la felicità giunge così, da una strada in salita, portata sulle spalle da due ragazzi sconosciuti, arriva inaspettata...
Una inattesa felicità.
Cosa intende Carver con questa espressione? Da dove scaturisce la fonte della gioia improvvisa di cui è testimone?
Inatteso è un aggettivo che possiamo usare in senso positivo, come quando ci riferiamo a "un inatteso colpo di fortuna" o per connotare, al contrario, una situazione spiacevole come "un inatteso voltafaccia". Anche rimanendo alla sua valenza positiva il termine assume sfumature significative: una vittoria inattesa di una squadra contro un'altra da tutti ritenuta imbattibile è cosa diversa rispetto alla vincita inattesa alla lotteria nazionale. Sebbene in tutti e due i casi l'aggettivo inatteso valga come imprevedibile, nel primo esempio la vittoria è frutto - anche - di un impegno agonistico straordinario, di un'ambizione determinata, nel secondo non vi è implicata, invece alcuna virtù, alcun merito.
Vi è poi una terza Valenza nell'uso del termine inatteso; mentre nei casi precedenti è in evidenza, pure se in forme diverse, l'agire umano che produce risultati imprevedibili, lo stesso termine circoscrive a volte un esperienza esistenziale del tutto differente. Tale esperienza è simile, per continuare con esempi tratti dalla vita quotidiana, a quella di chi riceva una cospicua eredità da un lontano parente sconosciuto o a quella di una madre alla quale dopo molti anni recapitino una lettera di un figlio dato per morto.
In casi di questo genere ciò che non è aspettato, non è nemmeno immaginabile e la sua apparizione è in definitiva una rivelazione che ha i tratti della assoluta sorpresa, dello stupore illuminante. È proprio secondo questa prospettiva che Dante Alighieri descrive nelle pagine della Vita Nuova la prima volta in cui vede Beatrice.
La felicità inattesa è l'incontro con l'assolutamente altro e la poesia che ne deriva ci raggiunge, per usare un'espressione di Cristina Campo, come una professione di incredulità nell' onnipotenza del visibile.
venerdì 9 agosto 2019
In ogni ora
In ogni ora,
in ogni parola
continua sanguina
la ferita della creazione,
mutando la terra
e stillando il miele
al cuore del divenire
e in sé ritorna.
Diede ali a tutto
ciò che Dio creò,
agli Sciti le staffe,
all’unno lo zoccolo —
solo non far domande
e non voler capire;
è chi non si ferma
che regge il cielo,
solo quest’ora,
la sua luce di saga,
e poi la ferita,
di più non c’è.
I campi sbiancano,
il pastore chiama,
e questo è il segno:
bevi, dissetati,
lo sguardo nell’azzurro,
una vista lontana:
questa è la fedeltà,
di più non c’è,
fedeltà ai regni
che sono tutto,
fedeltà al segno
anche se passa,
uno scambio, una danza,
una luce di saga,
un silenzio che inebria,
di più non c’è.
Gottfried Benn
(Traduzione di Anna Maria Carpi)
mercoledì 7 agosto 2019
QUEI DUE ABBRACCIATI
di Izet Sarajlic
Quei due abbracciati sulla riva del Reno a Gottlieben
potevamo essere anche tu ed io,
ma noi due non passeggeremo mai più
su nessuna riva abbracciati.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia
Ci sono persone che la vita ci porta via, un amico ce lo strappa un brutto male, una parola tinta di menzogna conduce via un amore. A volte prendiamo strade diverse, che si allontanano senza mai fermarsi.
Nella poesia di oggi un uomo osserva una coppia che passeggia lungo le rive del Reno, l'abbraccio di quei due amanti fa presente una possibilità: potevamo essere noi, quella felicità poteva essere come la nostra, dice il poeta rivolgendosi alla sua amata.
Il verso successivo chiarisce ciò che l'uso del tempo imperfetto aveva preparato con pudore:
ma noi due non passeggeremo mai più... non c'è nessuno accanto al poeta, ma qualcuno può ancora ascoltare la sua voce, che ha un tono affettuoso, composto e delicato, che trova nella poesia il luogo di un umano miracolo.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia
Izet Sarajlic è nato a Doboj, Bosnia settentrionale, nel 1930. Si è trasferito a Sarajevo a quindici anni e lì ha vissuto fino alla morte, nel 2002. Poeta popolarissimo nella ex Jugoslavia, le sue opere complete sono stampate in tre volumi dall'editore Rabic. In italiano sono stati pubblicati quattro libri di poesie: Il libro degli addii (Magma 1996), 30 febbraio (San Marco dei Giustiniani 1999), Qualcuno ha suonato (Multimedia 2001), Un'altra volta saprei (Multimedia 2004); e il carteggio con Erri De Luca, Lettere fraterne (Libreria Dante & Descartes 2007).
Nel 2012 Einaudi ha pubblicato Chi ha fatto il turno di notte, con prefazione di Erri De Luca.
Nel 2012 Einaudi ha pubblicato Chi ha fatto il turno di notte, con prefazione di Erri De Luca.
domenica 4 agosto 2019
Del più bello dei viaggi
Tornando a casa...
Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento,
e messi in un vasel ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio,
sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ’l disio.
E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch’è sul numer de le trenta
con noi ponesse il buono incantatore:
e quivi ragionar sempre d’amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
sì come i’ credo che saremmo noi.
Dante si rivolge a Guido Cavalcanti, il suo primo amico (così lo definisce nella Vita Nuova), per condividere con lui un desiderio: insieme all'amico Lapo, essere presi per incantamento e messi in un vascello che navighi per ogni mare, guidato solo dalla loro volontà. Nessuna tempesta o tempo cattivo in questo viaggio, anzi avrebbero vissuto secondo un unico comune sentimento del piacere, sentendo crescere in loro 'l disio di essere insieme.
Con Dante, Guido e Lapo, la magia del buono incantatore avrebbe posto le tre donne amate dagli amici e ragionando sempre d'amore (espressione densissima di significati, per i quali il rimando più immediato è forse la canzone Donne ch'avete intelletto d'amore), con queste avrebbero trovato nuovi significati alla felicità.
Il sonetto di Dante Alighieri, uno dei più noti della sua produzione giovanile, ha il suo nucleo espressivo più forte in un'esigenza comune anche ai nostri giorni, quella di ricreare una speciale corte di spiriti uniti da affinità elettive, con i quali ritrovarsi nell'aspirazione a viaggiare evitando tempeste e nubi oscure e cariche di pioggia. Tale forma di amicizia, rara e preziosa, è resistente e fragile al tempo stesso, necessita di cure e ha un suo proprio stile che la distingue tra tutte le altre. Navigare - ma qui il senso del verbo si carica di ovvie valenze metaforiche - con amici di tal genere è un'esperienza straordinaria, senza la quale la vita rischia di diventare un ammucchiare i giorni, uno sull'altro.
Nell'atmosfera di questa poesia, rarefatta e sognante, intessuta di simboli e richiami a temi fiabeschi tipici della letteratura cortese e cavalleresca, è possibile che il lettore moderno intraveda uno scarto con il nostro presente, segnato dall'eclissi dell'idea stessa di amicizia spirituale. E poi non si tratta in fondo di un sogno ? di un viaggio vissuto nell'immaginazione più che nella realtà?
Forse è bene riflettere sulla contrapposizione tra immaginazione e realtà. Secondo Carl Gustav Jung, ad esempio, nella attività dell'artista e nella vita psichica (ma il discorso in realtà va allargato a fenomeni di più ampia rilevanza) "ciò che dobbiamo al gioco dell'immaginazione è incalcolabile" e sarebbe segno di miopia trattare con disprezzo le fantasie a causa "del loro carattere singolare o inammissibile". In effetti anche secondo James Hillmann il legame tra le forme di interpretazione e conoscenza della realtà e l'attività immaginativa e simbolica è molto forte tanto che arriva a scrivere che la coscienza dipende dall’immaginazione.
Tramite il sonetto di Dante dunque non solo viviamo una risolutiva esperienza estetica (chi volesse ascoltare il sonetto letto da Aroldo Foà può farlo qui: https://www.youtube.com/watch?v=2AcBJ7Ol3zI), ma sperimentiamo una diversa via di conoscenza del mondo e di noi stessi.
E' vero: quanto più il mondo moderno si allontana, o crede di allontanarsi, da questa forma di sympatheia tanto più si diffonde il tipo umano del cinico e del beffardo. Non certo uno che Dante, Guido e Lapo, o le loro donne, avrebbero gradito sul loro vascello. In questo senso è possibile che rispetto alla forza evocativa del sonetto qualcuno sia preso da un sentimento di estraneità assoluta o peggio di disillusione. La poesia di Dante, tuttavia, non è una bilancia sulla quale pesare ciò che ci manca, essa è piuttosto il sestante indispensabile a tracciare la rotta futura.
Il più bello dei viaggi è quello che abbiamo fatto con i nostri amici più cari e fidati oppure quello che stiamo per fare, anche solo con la forza dell'immaginazione, insieme ad un equipaggio che via via si va formando.
Forse non ci vorrà così tanto...
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