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domenica 28 febbraio 2021
Beata l'acqua
domenica 14 febbraio 2021
come il fiore del Loto

lunedì 8 febbraio 2021
per coloro che vegliano la miniera del tempo
Città
Un pianto,
un pianto di donna
interminabile,
acquietato,
quasi tranquillo.
Nella notte, un pianto di donna mi ha svegliato.
Prima un rumore di una serratura,
dopo piedi che vacillano,
e poi, all'improvviso, il pianto.
Sospiri intermittenti
come scrosci di un’acqua interiore,
densa,
imperiosa,
inesauribile,
come una chiusa che accumula e libera le sue acque
o come un'elica segreta
che ferma e riprende il suo lavoro
travasando il bianco tempo della notte.
Tutta la città è andata riempiendosi di questo pianto,
fino ai retri dove si accumulano le immondizie,
sotto le cupole degli ospedali,
sulle terrazze dell’estate,
nelle celle discrete della prostituzione,
tra i fogli che scivolano lungo viali solitari,
con il vapore tiepido di certe cucine militari,
tra le medaglie che riposano nei cofanetti di teck,
un pianto di donna che ha pianto lungamente
nella stanza a fianco,
per tutti quelli che scavano la propria tomba nel sonno,
per coloro che vegliano la miniera del tempo,
per me che lo ascolto
senza conoscere altro
che il suo fragile rotolare all’intemperie
inseguendo le tacite sabbie dell’alba.
di Álvaro Mutis, traduzione di Fabio Rodriguez Amaya
Nella notte, da una stanza chiusa a chiave si alza il pianto di una donna. Sembra non finire mai, poi si acquieta, diventa quasi tranquillo, riprende, denso, inesauribile. Come una diga che riversa le sue acque, tutte. La città lentamente si riempie di questo pianto, fino ai luoghi dove non tutti vanno, dove non si spinge lo sguardo volentieri. Si alza tra le cartacce di un viale solitario, oltre le stanzette dove le monete comprano l'illusione della passione, tra le medaglie concesse per antiche imprese.
Non è solo per sé che piange questa donna eppure il suo pianto è come l'orazione di un'anacoreta che sfregia il silenzio del deserto. Il pianto della donna è per molti, ma solo un uomo sembra ascoltare. Si tratta di un personaggio conosciuto, il marinaio Maqroll, il Gabbiere, l'io poetico a cui Mutis ha affidato il compito di cantare le sue storie. E Maqroll è sveglio, ascolta il pianto che ora si arresta ora fluisce inarrestabile. Non sa nulla, se non il suo fragile rotolare. Strano movimento questo del rotolare, non dipende dai muscoli, né dal senso di orientamento, ma dalla gravità e dalla inclinazione della terra. Basta un sussulto e si comincia a girare su se stessi, nemmeno serve volerlo. Un rotolare fragile sembra una attività pericolosa; certo una cosa fragile che rotola andrà facilmente in frantumi, gli urti lasceranno cicatrici e toglieranno via qualche pezzo.
Nei versi finali di questa poesia i sensi vengono imprigionati da suoni e colori ora apollinei ora dionisiaci (secondo la bella espressione di Fabio Rodriguez Amaya), immagini di vita e di morte si confondono procedendo lungo traiettorie misteriose . Siamo di fronte all'epifania di un oracolo, nell'ora dell'estremo pericolo. Ma non abbiamo la vista sufficientemente aguzza, i sillogismi si arrestano impotenti sulle labbra.
Resta - e non è poco - il destino di ascoltare quel pianto. Forse è tutto quello che fa ancora la differenza: vegliare ed ascoltare.
mercoledì 27 gennaio 2021
nell'ossigeno di una Cracovia normale
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| The Holocaust Education & Archive Research Team |
Ruth
in memoriam di Ruth Buczynska
È scampata alla guerra a Tarnopol. All'ombra e alla penombra. Al dolore.
È scampata alla paura dei ratti e degli stivali, dei conciliabolo e delle urla.
Adesso è morta, al buio, in corsia, nel silenzio bianco di un ospedale.
Era ebrea. Non ha mai capito il significato di quella parola,
semplice, eppure del tutto incomprensibile, come l'algebra.
Talvolta lo intuiva. La Gestapo sapevo perfettamente cosa
volesse dire. Una grande tradizione filosofica in certi casi aiuta,
affila come coltelli le definizioni, precise come frecce buddiste.
Era bella. Doveva morire allora, insieme agli altri e alle altre,
sparire senza traccia, andarsene senza elegie, come tanti altri,
come l'aria, e invece è vissuta a lungo, alla luce del giorno,
nell'aria di tutti i giorni, nell'ossigeno di una Cracovia normale.
Spesso non capiva cosa significhi essere una bella donna.
Lo specchio taceva, avaro di definizioni filosofiche.
Non aveva dimenticato, eppure non parlava di quegli anni
quasi mai. Una volta sola raccontò questa storia:
la sua amata gattina non voleva stare nel ghetto, di notte
tornò due volte dalla parte ariana. La sua gatta non sapeva
chi sono gli ebrei, e che cos'è la parte ariana.
Non lo sapeva e perciò schizzava come una freccia dall'altra parte.
Ruth era avvocato, difendeva gli altri. Forse per questo è vissuta a lungo.
Perché gli altri sono tanti e hanno bisogno di essere difesi.
Di accusatori non ne mancheranno mai, ma i difensori sono pochi.
Era una persona buona. E aveva un'anima. Talora crediamo di sapere
che significhi.
domenica 24 gennaio 2021
Diciassette mesi che grido
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| Una prigione russa in una foto d'epoca |
Diciassette mesi che grido,
Ti chiamo a casa.
Mi gettavo ai piedi del boia,
Figlio mio e mio terrore.
Tutto s'è confuso per sempre,
E non riesco a capire
Ora chi sia la belva e chi l'uomo,
E se a lungo attenderò l'esecuzione.
E solo fiori polverosi, e il tintinnio
Del turibolo, e le tracce
Chissà dove del nulla.
E diritto negli occhi mi fissa
E una prossima morte minaccia
L'enorme stella.
Anna Achmatova, Requiem, traduzione di Carlo Riccio
La breve raccolta Requiem fu scritta dalla Achmatova dopo l'arresto di suo figlio nel 1938. Era quello il periodo che i russi chiamarono poi “ežovščina”, ovvero il periodo del regime di Nikolaj Ežòv, il principale organizzatore delle grandi purghe staliniane, in cui finirono stritolati veri dissidenti, intellettuali non allineati, dirigenti di partito scomodi, semplici cittadini lontani dalla vita politica. Si cominciò, in quegli anni, a diffidare di tutti, del vicino di casa come del collega di lavoro: si denunciava per non essere denunciati. I processi erano rapidi, le sentenze immediate.
Anche Anna Achmatova visse quello che molti Russi stavano soffrendo. Il suo primo marito era stato fucilato nel 1921 per attività controrivoluzionaria, alcuni dei suoi amici più cari avevano subito persecuzioni e condanne. come Osip Mandel’štam che verrà inghiottito in un gulag in Siberia. Nel 1938 tuttavia l'arresto di suo figlio è per la poetessa un colpo quasi insostenibile, in cui si confondono affetti e terrore e non c'è spazio per la dignità personale, tanto da arrivare a gettarsi ai piedi del boia.
Peggiore della paura è forse il pensiero che il regime bolscevico abbia voluto colpire lei attraverso suo figlio, di essere stata, in qualche modo, causa della miseria del figlio. In momenti come quelli, la mente stenta a definire la realtà, tutto s'è confuso per sempre; non è facile riconoscere la belva dall'uomo. Il pensiero prova ad interrogare il tempo che manca all'esecuzione. L' immagine di un turibolo dal quale sale l'incenso del rito funebre si confonde con quello di una nuda tomba senza nome.
Dei diciassette mesi nei quali Anna Achamatova si mise in fila, spesso per ore, di fronte alla prigione di Leningrado ci ha lasciato un testo meraviglioso, se è lecito usare questo termine, per parole tanto piene di afflizione. Si tratta della prefazione alla raccolta Requiem.
ecco il testo:
Nei terribili anni della “ežovščina” ho trascorso diciassette mesi a fare la coda presso le carceri di Leningrado. Una volta un tale mi riconobbe. Allora una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me, e che, certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridestò dal torpore proprio a noi tutti e mi domandò all’orecchio (lì tutti parlavano sussurrando):
– Ma lei può descrivere questo?
E io dissi:
– Posso.
Allora una specie di sorriso scivolò per quello che una volta era stato il suo volto.
1° aprile 1957. Leningrado
Solo mi sarebbe piaciuto averla vista l'ombra del sorriso che scivola sul volto di quella donna senza nome, anzi su quello che una volta era stato il suo volto, mi sarebbe piaciuto davvero.
martedì 12 gennaio 2021
persino all'inizio dell'amore
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| Edward Hopper, Cape Cod Evening |
Il Giardino
Non potrei rifarlo
riesco appena a guardarlo:
nel giardino, nella pioviggine
la giovane coppia che pianta
un solco di piselli, come se
nessuno l'avesse mai fatto prima,
le grandi difficoltà non fossero mai state
affrontate e risolte -
Non possono vedersi,
nel terriccio fresco, alzandosi
senza prospettiva,
con dietro le colline verde-pallido, annuvolate di fiori -
Lei vuol smettere;
lui vuole arrivare alla fine,
tenersi stretto all'oggetto -
Guardatela, gli tocca la guancia
per far la pace, le dita
fresche di pioggia primaverile;
nell'erba rada, esplosioni di crochi viola -
persino qui, persino all'inizio dell'amore,
la sua mano lasciando la faccia di lui compone
un'immagine di separazione
e pensano
che sono liberi di ignorare
questa tristezza.
di Louise Gluck, da "Iris selvatico", traduzione di Massimo Bagicalupo
Siete in un giardino della nuova Inghilterra, nel Vermont, una terra dove la bella stagione è breve e i campi spesso si coprono di neve. Louise Gluck nella raccolta Iris Selvatico dà voce ai fiori del suo giardino, che osservano la vita, il suo trascorrere dal loro punto di vista: la terra e la sua legge, il tempo breve della loro vita. Si rivolgono soprattutto a lei, alla poetessa-giardinera e con lei entrano in un dialogo costruito su un lessico molto semplice, carico tuttavia di forza evocativa.
Anche in questa poesia è così: una giovane coppia sta piantando qualcosa nel giardino come se nessuno l'avesse mai fatto prima. Forse con una cura tutta particolare, un'attenzione scrupolosa, forse inciampano su difficoltà che a loro paiono immense. Come sono diverse le cose guardate dalla prospettiva di un biancospino, di una viola, di un papavero rosso! La coppia ora sta discutendo: lei vuole smettere, lui no. Vuole finire ciò che ha iniziato. Un gesto spezza la tensione, la donna sfiora la guancia dell'uomo con le dita / fresche di pioggia primaverile. Un gesto di pace, mentre nell'erba rada esplodono i colori dei fiori. E' strana la percezione delle cose che hanno i fiori di questo giardino. La loro vita è breve come l'estate del Vermont, si ammantano di colori splendenti, poi trascorrono rapidi, deponendo le loro vesti divenute gualcite. Eppure ci deve essere una sapienza speciale nel loro sguardo.
La donna allontana la sua mano dalla guancia di lui ed anche se questo momento è solo il principio della loro storia, proprio all'inizio del'amore, non può fare a meno di disegnare un'immagine di separazione. Meraviglioso questo verso e questa immagine: una mano gentile si discosta dal volto amato sul quale ha lasciato impresse dolcezza e pace, ma quello stesso gesto disegna nell'aria la traccia di un destino.
I fiori continuano ad osservare: l'uomo e la donna credono di essere liberi di ignorare / questa tristezza.
Non lo saranno.
giovedì 31 dicembre 2020
misura bene lo stupore delle differenze
CREPA MATTUTINA
Scava la tua miseria,
sondala, scopri le sue caverne più nascoste.
Olia gli ingranaggi della tua miseria,
mettila sul tuo cammino, fatti strada al suo fianco
e bussa a ogni porta
con le cartilagini bianche della tua miseria.
Confrontala con quella di altre genti
e misura bene lo stupore delle differenze,
la singolare acutezza dei suoi bordi.
Riparati negli angoli lievi della tua miseria.
Tieni presente in ogni istante
che la sua materia è la tua materia,
l’unico porto di cui conosci ogni rada,
ogni boa, ogni segnale dalla terra tiepida
dove giungi a regnare come Crusoe
tra la moltitudine di ombre
che ti sfiorano e che urti
senza cogliere né il suo proposito né i costumi.
Coltiva la tua miseria,
rendila duratura,
nutriti della sua linfa,
avvolgiti nel manto tessuto coi suoi fili più segreti.
Impara a riconoscerla fra tutte,
non permettere che sia familiare agli altri
né prolungata abusivamente dai tuoi.
Sia per te come acqua battesimale
sgorgata dalle grandi fogne municipali,
come i rivoli che nascono nei mattatoi.
Si confonda con le tue viscere, la tua miseria;
contenga fin da ora i capitoli della tua morte,
gli elementi del tuo abbandono più certo.
Non lasciare mai da parte la tua miseria,
anche se riposassi ai suoi argini
come vicino al corpo bianco
da cui si è ritirato il desiderio.
Tieni sempre pronta la tua miseria
e non permettere che evada per distrazione o per inganno.
Impara a riconoscerla fin nei suoi segni più lievi:
l’accartocciarsi delle sottili foglie del carbonero,
l’aprirsi dei fiori al primo fresco della sera,
la solitudine di una gabbia da circo bloccata nel fango
del cammino, la fuliggine nei sobborghi,
la gavetta d’ottone che misura la minestra nelle caserme,
i vestiti disordinati dei ciechi,
le campanelle che disperdono il richiamo
sul retro seminato di eucalipti,
lo iodio delle navigazioni.
Non mescolare la tua miseria con le questioni di ogni giorno.
Impara a conservarla per le tue ore di svago
e intreccia con lei la vera,
la sola materia duratura
del tuo episodio sulla terra.
di Álvaro Mutis da “SUMMA DI MAQROLL IL GABBIERE”
Ci accingiamo in queste ore a salutare questo anno così difficile e mentre riguardavo le pagine del mio diario di bordo mi è venuto in mente Maqroll il gabbiere, un tipo che dovete assolutamente conoscere, sebbene i posti che ama frequentare non siano proprio raccomandabili.
Nelle navi a vela di un tempo il gabbiere era il marinaio che si arrampicava sugli alberi e sui pennoni più alti per manovrare le vele o stare di vedetta. Ora le cose sono un po' cambiate ma lui spesso è solo lassù, vede prima degli altri l'ombra della terra a lungo attesa, l'arrivo di un fortunale che oscura il cielo, il soffio di una balena che si alza a tribordo. Il poeta colombiano Álvaro Mutis ha fatto del marinaio Maqroll, un gabbiere appunto, il protagonista dei suoi romanzi, la voce principale della sua poesia.
Mentre veglia sull'albero più alto, Maqroll percorre con lo sguardo "profumi, case abbandonate", vede alzarsi il fumo degli alambicchi, ode il canto delle Terre Alte. Il gabbiere scorge e grida allegrie e miserie, la stoltezza degli uomini, la danza dell'allegria. Contempla insieme la vita sofferta a sorsi e il filo di una spada rosa dalla ruggine. Guardando le cose da lassù ha imparato che la vita è la presa di coscienza della sconfitta, ma la sua via non è quella della resa, ma quella gioiosa della disperanza, in cui ha ancora senso la parola del poeta:
Lo stesso Maqroll ci avverte al riguardo in un'altra poesia dal titolo "I lavori perduti" :
A nulla serve che il poeta lo dica ... la poesia è fatta da sempre. Vento solitario. Artiglio disseccato e friabile di un uccello potente e tranquillo, vecchio d'età e valoroso nel suo ultimo istante.
giovedì 24 dicembre 2020
le stelle accorrono
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| Giotto, la Natività (fonte Wikipedia) |
LA LUCE CHE VIENE
Perfino così tardi avviene:
l’amore che arriva, la luce che viene.
Ti svegli e le candele si sono accese forse da sé,
le stelle accorrono, i sogni entrano a fiotti nel cuscino,
sprigionano caldi bouquet l’aria.
Perfino così tardi gli ossi del corpo splendono
e la polvere del domani s’incendia in respiro.
di Mark Strand, traduzione di Damiano Abeni
Natale 2020 - Voglio fare gli auguri a tutti i lettori e i viaggiatori che incrociano quando possono le poesie di questo blog. Auguri con una poesia ovviamente, di pochi versi, ma preziosissimi per la loro capacità di illuminare - al modo di una stella tenue - una parte di quel mistero che oggi ci va interrogando. L'oscurità non ha l'ultima parola sui destini dell'uomo, la luce viene, persino quando ormai si è smesso di attenderla, persino così tardi, in modi del tutto inconsueti, come delle candele che danno luce senza che alcuno le abbia accese. Come la fanciulla di Nazareth che mescola insieme in questa notte le grida del parto e le preghiere che porta nel cuore.
E tutto, persino delle vecchie ossa, si riveste di splendore e fiamma.
mercoledì 16 dicembre 2020
unica voce il cui respiro sento
La notte è mia sorella, io nel profondo
dell’amore annegata, giaccio a riva,
acque ed alghe a fior d’onda mi lambiscono,
mi ferirà la draga, e c’è di più:
lei, solo braccio teso dalla sabbia,
unica voce il cui respiro sento
a sgelarmi le nari, ad aprirmi la mano,
lei potrebbe avvisarti, se tu udissi.
Ma di certo è impensabile che un uomo
in sí dura tempesta lasci il quieto
focolare e s’imbarchi al salvataggio
di un’annegata per portarla a casa,
sgocciolante conchiglie sul tappeto.
Buia è la notte, e per me piange al vento.
di Edna St. Vincent Millay, L’amore non è cieco (Crocetti, 2001), traduzione di Silvio Raffo
e questa è la versione originale:
Night is my sister, and how deep in love,
How drowned in love and weedily washed ashore,
There to be fretted by the drag and shove
At the tide's edge, I lie—these things and more:
Whose arm alone between me and the sand,
Whose voice alone, whose pitiful breath brought near,
Could thaw these nostrils and unlock this hand,
She could advise you, should you care to hear.
Small chance, however, in a storm so black,
A man will leave his friendly fire and snug
For a drowned woman's sake, and bring her back
To drip and scatter shells upon the rug.
No one but Night, with tears on her dark face,
Watches beside me in this windy place.
E' notte. Parla una donna, una donna annegata, cose che accadono nelle poesie. La corrente l'ha deposta sulla riva, il corpo lambito di acque e alghe, destinato ad un ultimo oltraggio: lo scempio che le prepara il braccio meccanico di una draga. Eppure a questo stesso braccio, al motore che lo solleva - unica voce il cui respiro sento -, la donna annegata affida uno scarto di speranza. Sarà lei, forse, la scavatrice a farsi messaggera per l'amato, a dirgli del suo pericolo.
Soli, sulla spiaggia, nella notte buia rimangono la donna annegata e la macchina d'acciaio. L'uomo non giungerà a soccorrerla, non certo in una notte di tempesta come questa. Non la porterà a casa sua in questo stato, a sgocciolare conchiglie sul tappeto.
Per lei sola intanto piange il vento.
Quale straordinaria forza evocativa in queste immagini: una notte di bufera, una donna annegata, sola su una spiaggia, la sua sola compagnia una gru di acciaio, immagino arrugginita dalla salsedine e questo struggente ultimo pensiero che scivola tra i denti con il suo ultimo respiro ... se tu udissi
Se volete leggere le poesie di Edna St. Vincent Millay e vi dico che ne vale la pena, le trovate pubblicate in italiano da Crocetti, uno degli editori più interessanti e coraggiosi del nostro panorama culturale. Sono andato a leggermi sul sito della casa editrice il ritratto di Edna: scopro così che è stata l’eroina dell’età del jazz, la poetessa più amata e più letta nell’America degli anni venti. Il suo sex appeal - dicevano - aveva l’effetto di una droga sulle persone. Thomas Hardy disse che c’erano soltanto due grandi cose negli Stati Uniti: i grattacieli e la poesia di Edna. Insomma davvero una che valeva la pena conoscere, "Interpretò una femminilità libera e spregiudicata - aggiunge il suo profilo - e raccontò l’amore romantico ma senza illusioni, la precarietà della vita e la tristezza senza rassegnazione. Le poesie di Edna conservano una forza che il tempo non ha scalfito. Incuriosito ed affascinato sono andato a cercare qualche notizia in più sulla poetica di Edna; il suo traduttore Silvio Raffo, in una intervista a Pangea News, (potete leggerla integralmente qui la-bad-girl-della-poesia-americana/) ci spiega che "le tematiche ricorrenti nella poesia di Edna St. Vincent Millay sono quelle della grande tradizione shakespeariana: la caducità del tempo, l’eternità della Bellezza, la fragilità della condizione umana. Un certo cinismo incrina il romanticismo di base, come accade anche nella poetessa a lei maggiormente affine, Sara Teasdale. Una voce femminile disincantata. Insomma, una bad girl che conquistò i giovani del Greenwich Village proprio in virtù della sua spregiudicatezza. I suoi testi parlano spesso d’amore, in toni che talvolta parrebbero intrisi di romanticismo, ma il fatto è che il suo “romanticismo” è un’erma bifronte, una sorta di amabile bluff. In Spring, una poesia in cui si ricollega all’Eliot di “Aprile è il mese più crudele”, lo dice chiaramente: “I know what I know” e questo potrebbe, a ben vedere, essere il suo motto. "lunedì 7 dicembre 2020
inchiostri leggeri di piume sottili
DELICATA FESSURA
Ti rovescio parole di carta,
cascate di lettere che esondano a terra.
Puoi farne origami di storie,
teatrini di ombre o alfabeti sonori,
puoi farne collage di momenti,
ritagli di pelle, timbri di baci.
Non sono pesanti le mie parole
ma inchiostri leggeri di piume sottili.
Scroscia la schiuma se bagna la sabbia
talmente potente che non fa rumore,
sussurro con voce pacata
allo spiraglio della tua mente.
In te, delicata fessura,
riverso parole tra i tagli imperfetti.
Puoi farne ciò che desideri
soltanto ti chiedo, abbine cura.
Preservale intatte a scaldare il tuo petto
Richiudi quel varco,
poi getta la chiave.
di Francesca Pardini
Così da Parigi scriveva Rainer Maria Rilke ad un giovane poeta che gli chiedeva un giudizio sulle sue poesie: "Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità."
Nel viaggio verso una stella tenue mi capita di incontrare molte persone diverse. Alcune hanno una mappa che conduce alla dimore di una poetessa che non conoscevo, altre mi mostrano una lente con la quale osservo nuove realtà in versi su cui a lungo avevo meditato invano. A volte ho percepito un grido, di aiuto o più semplicemente la richiesta di fare un tratto di strada insieme. Vi sono infine coloro che danno voce ad un'urgenza necessaria, ad un appello ineludibile: sono poeti giovani o che non hanno trovato ancora il loro spazio nel mondo dell'editoria. Ho deciso quindi di creare un angulus in questo blog dedicato a tutti loro, a tutti coloro che scrivono nell'ora più quieta della loro notte.
Il passo di Rilke che ho citato è tratto da una delle lettere pubblicate di recente in Italiano da Adelphi, in "Lettere ad un giovane poeta": "Le Lettere a un giovane poeta furono realmente indirizzate da Rilke al giovane scrittore Kappus fra il 1903 e il 1908. Pubblicate postume nel 1929, si diffusero in breve tempo nei paesi di lingua tedesca come una specie di breviario – non tanto d’arte quanto di vita. Oggi, nella generale riscoperta di Rilke, ormai sfrondato di quegli omaggi sensibilistici che per molti avevano a lungo impedito l’accesso alla sua grande poesia, queste pagine tornano a essere una guida preziosa. Fin dalle prime righe, esse ci danno l’accordo che poi sentiremo risuonare in ogni parola di Rilke: «La maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura». Scrivere, per Rilke, era al tempo stesso un atto che poneva esigenze assolute, mutando la vita intera, e un oscuro processo biologico, una fermentazione delicata dove alla coscienza spettava soprattutto di stare in ascolto, esercitando un’ardua «passività attiva». E proprio in queste lettere Rilke ha saputo illustrare la sua «via» alla letteratura con le parole più precise e più dense. Unite a due altri brevi testi di carattere affine (le Lettere a una giovane signora e Su Dio), le Lettere a un giovane poeta vengono qui proposte nella celebrata versione di Leone Traverso, che fu uno dei primi e più felici interpreti di Rilke in Italia" (dalla prefazione Adelphi)
martedì 1 dicembre 2020
sentirti destino intrecciato
alla mia sposa
![]() |
| Marc Chagall, Le tre candele |
Alcesti
Ma solo pensare a te.
Non è una figura che viene
una nitida traccia.
È come cadere in un posto
con un po’ di dolore.
Tu sei il mio tu piú esteso
deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è
un’altra forma del mondo
che si appoggi al mio cuore
con quel tocco, quell’orma.
Tu. Tu sei del mondo la piú cara
forma, figura, tu sei il mio essere a casa
sei casa, letto dove
questo mio corpo inquieto riposa.
E senza di te io sono lontana
non so dire da cosa ma
lontana, scomoda un poco
perduta, come malata,
un po’ sporco il mondo lontano da te,
piú nemico, che punge, che
graffia, sta fuori misura.
Mio vero tu, mio altro corpo
mio corpo fra tutti mio
piú vicino corpo, mio corpo destino
ch’eri fatto
per l’incastro con questo mio
essere qui in forma di femmina
umana. Mio tu. Antico suono
riverberante, antico
sentirti destino intrecciato
sentire che sei sempre stato,
promesso da ere lontane
da distanze cosí spaventose
cosí avventurose distanze da
lontananze sacre.
Tu sei sacro al mio cuore.
Il mio fuoco
brucia da sempre col tuo
il mio fiato.
Io parlo delle forze −
di correnti sul fondo del mio lago
sul fondo del tuo, oscure e potenti,
piú del tempo dure piú dello
spazio larghe, ma sottili
al nostro sentire,
afferrate appena
e poi perdute, nel loro gioco.
Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo
prima di questo nome? E ancora
saremo qualcosa, lo sappiamo e non
lo sappiamo, con un sentire
che non è intelligente lavorio cerebrale.
Nessuna parte di corpo che muore
nessun pezzo umano, nessun arto,
nessun flusso di sangue, nessun
cuore, nessuno, niente che sia
stretto nel giro del sole, niente
che sia solo terrestre umano muove
il tuo cuore al mio, il mio al tuo,
come fossero due parti di un uno.
Allora tu sei la mia lezione piú grande
l’insegnamento supremo.
Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste
l’uno solamente, senza il due.
Mariangela Gualtieri, da “Bestia di gioia”, Einaudi, Torino, 2010
domenica 29 novembre 2020
inaspettato ci raggiunge il timore
giovedì 19 novembre 2020
se c’è un precipizio del paesaggio
Ho un fiore in mano forse.
Strano.
Nella mia vita deve esserci
stato un giardino un tempo.
Nell’altra mano stringo
una pietra.
Con fiera grazia.
Nessun sospetto
per preavvisi di mutamenti,
sentore di difese piuttosto.
Nella mia vita deve esserci
stata ignoranza un tempo.
Sorrido.
La curva del sorriso,
il cavo del mio umore
somiglia a un arco ben teso,
pronto.
Nella mia vita deve esserci
stato un bersaglio un tempo.
E predisposizione a vincere.
Lo sguardo affondato
nel peccato originale:
assapora il frutto proibito
dell’attesa.
Nella mia vita deve esserci
stata fede un tempo.
La mia ombra, nient’altro che un gioco del sole.
Addosso un’uniforme d’incertezza.
Non ha ancora fatto in tempo ad essermi
compagna o delatrice.
Nella mia vita deve esserci
stata abbondanza un tempo.
Tu non ci sei.
Ma se c’è un precipizio del paesaggio
se io sto sull’orlo
con un fiore in mano
e sorrido,
vuol dire che da un momento all’altro arriverai.
Nella mia vita deve esserci
stata vita un tempo.
di Kiki Dimoula da L’adolescenza dell’oblio (Crocetti, 2000), trad. it. P. M. Minucci
Nel mio viaggio verso una stella tenue incontro a volte viaggiatori che mi mostrano una direzione sconosciuta. Questa volta devo ringraziare Caterina per avermi indicato la via che porta alla poetessa greca Kiki Dimoula.
Succede a volte che la poesia faccia sorgere in chi l'ascolta echi profondi: un suono o una musica che è difficile dire da dove venga. Arriva ed entra in una inattesa consonanza con grovigli di antiche emozioni, incide cicatrici dimenticate, risveglia e scuote.
In questa poesia mi sembra, che il tessuto emotivo fondamentale si costruisca attorno ad un "oggi", in cui alcune cose accadono: una mano stringe un fiore, l'altra una pietra, un volto che accenna un sorriso. Ed un "passato" che questi gesti richiamano alla memoria. A questa infine sembra che altro non sia concesso se non fare ipotesi, con una grazia del tutto speciale, su ciò che il tempo ha portato via:
Nella mia vita deve esserci
stata vita un tempo.
Solo l'amore, o l'illusione dell'amore, sembra poter sfuggire al potere dello scorrere della sabbia nella clessidra. Si può sorridere sull'orlo del precipizio, aspettando chi da un momento all'altro arriverà.
martedì 10 novembre 2020
Una voce mi chiama
domenica 25 ottobre 2020
Val la pena tornare, magari diverso
Paesaggio
Quest’è il giorno che salgono le nebbie dal fiume
nella bella città, in mezzo a prati e colline,
e la sfumano come un ricordo. I vapori confondono
ogni verde, ma ancora le donne dai vivi colori
vi camminano. Vanno nella bianca penombra
sorridenti: per strada può accadere ogni cosa.
Può accadere che l’aria ubriachi.
Il mattino
si sarà spalancato in un largo silenzio
attutendo ogni voce. Persino il pezzente,
che non ha una città né una casa, l’avrà respirato,
come aspira il bicchiere di grappa a digiuno.
Val la pena aver fame o esser stato tradito
dalla bocca più dolce, pur di uscire a quel cielo
ritrovando al respiro i ricordi più lievi.
Ogni via, ogni spigolo schietto di casa
nella nebbia, conserva un antico tremore:
chi lo sente non può abbandonarsi. Non può abbandonare
la sua ebrezza tranquilla, composta di cose
dalla vita pregnante, scoperte a riscontro
d’una casa o d’un albero, d’un pensiero improvviso.
Anche i grossi cavalli, che saranno passati
tra la nebbia nell’alba, parleranno d’allora.
O magari un ragazzo scappato di casa
torna proprio quest’oggi, che sale la nebbia
sopra il fiume, e dimentica tutta la vita,
le miserie, la fame e le fedi tradite,
per fermarsi su un angolo, bevendo il mattino.
Val la pena tornare, magari diverso.
Cesare Pavese da “Lavorare stanca”
sabato 17 ottobre 2020
così distanti dalle solitudini casuali
domenica 11 ottobre 2020
sotto il torrente dei raggi solari
Alla Musa
Come vigoroso il lavoratore afferra
la curva impugnatura dell'aratro,
lacera il fianco delle terre
e sotto il torrente dei raggi solari
i solchi aridi diventano fertili,
come il grano fulvo nell’aia
si ammassa e i mulini ruggiscono;
come trabocca dalla vasca la pasta lievitata,
e il contadino la cuoce in un forno
che è sempre acceso,
il piacere, il vigore creatore
che diffonde il Pane, il Pane consacrato,
tu insegnami, Musa dei miei padri;
insegnami, e incorona di spighe la mia lira,
perché sull’aia, alla fresca ombra del salice,
io mi possa sedere e generare
le mie canzoni.
di Daniel Varujan, traduzione di Antonia Arslan
Riprendo da Antonia Arslan, alla quale dobbiamo la ricezione della poesia di Varujan in Italia, una sintesi della sua vita. Daniel Varujian nasce a Perknik in Anatolia nel 1884. Nel 1896 si reca con la madre a Costantinopoli alla ricerca del padre, arruolato nell'esercito turco e imprigionato dal regime del "Sultano Rosso" Abdul Hamid. Tra il 1896 e il 1898 studiò nel collegio mechitarista a Costantinopoli e poi nella scuola media di Kadikoy, i padri lo inviarono a Venezia presso il collegio Mourad-Rafaelian, dove pubblicò la sua prima raccolta di poesie "Fremiti" (1906), tra il 1906 e il 1909 studiò presso l'Università di Gand nelle Fiandre. Qui scopre i simbolisti francesi e l’influenza del simbolismo europeo sará un carattere stilistico distintivo delle sue opere ed in particolare ne “Il canto del pane”.
Ritornato in Turchia, si sposa e la sua fama di poeta cresce dopo la pubblicazione del "Il cuore della stirpe" (1909) e "Canti Pagani" (1913); nel 1912 si trasferisce a Costantinopoli dove lavora come direttore di una scuola. Nascono due bambini; il terzo nasce proprio nel 1915; in questi anni Varujan si accosta al cristianesimo e inizia a scrivere "Il canto del pane" raccolta rimasta incompiuta.
Fra la notte del 23 e 24 aprile 1915 l'élite armena di Costantinopoli fu arrestata e deportata nel deserto; molti di loro vennero prelevati dalle loro case; Varujan verrà ucciso a colpi di pugnale il 26 agosto (muore a 31 anni) prima dell'arresto aveva in mente di proseguire "Il Canto del Pane" scrivendo una seconda raccolta che avrebbe intitolato "'Il Canto del Vino". Quando fu ucciso aveva in tasca Il Canto del Pane; questo testo fu creduto perduto per molti anni; ma alcuni amici superstiti, dopo la fine della prima guerra mondiale, cercarono di recuperarlo, affidandone la ricerca ad un agente segreto, Arshavir Esayan, che lo ritrovò fra i beni sequestrati agli armeni. Pubblicato postumo a Costantinopoli, nel 1921, Il Canto del Pane divenne il simbolo della vita del popolo.
La poesia che qui viene presentata è quella di apertura della raccolta, il titolo stesso, Alla musa e il tono dell'invocazione lo dimostrano con ogni evidenza. Sin dall'inizio siamo chiamati ad osservare una scena di vita campestre, il momento dell'aratura, quando si semina nell'attesa di raccogliere il frutto della propria fatica. Per molti di noi, abituati ai ritmi della città, al trascorrere del tempo scandito da orologi elettronici più che dal mutare della natura, si tratta di una visione inusuale, per molti versi lontana dalla nostra esperienza. E tuttavia la strofa di apertura di questa poesia arriva con forza, oltrepassa le barriere delle nostre abitudini e ci afferra stretti. Ecco che all'immagine del vigore del braccio che impugna l'aratro si salda l'annotazione precisa della sua forma ricurva. I fianchi della terra sono lacerati e ciò che è arido ora diviene fertile. Non c'è raccolto se il vigore dell'uomo non solleva la terra, se non smuove con fatica sassi e zolle per portare alla luce ciò che è fertile.
L'immagine non è edenica: Ci vuole vigore e anche τέχνη, l'aratro dovrà essere ben costruito, la curva del manico quella e non un'altra, la lama affilata il giusto; serve amore per quello che non si vede, che va portato alla luce. Ma al tempo stesso tutta la fatica dell'uomo non avviene sotto un cielo indifferente, ma sotto il torrente dei raggi solari. Un fluire generoso, ininterrotto di luce e calore che delinea un paesaggio, una forma storica della presenza dell'uomo, del suo rapporto con la terra.
Così dovrà essere la poesia ispirata dalla musa.
Della seconda stanza colpisce la vitalità dei colori e dei verbi: i mulini ruggiscono mentre il fulvo grano viene ammassato nell'aia. La pasta lavorata dalle mani operose trabocca dalla vasca, il fuoco riscalda un forno sempre acceso. Il biondo dorato del grano, il bianco della farina, il rosso del fuoco.
Così dovrà essere la poesia ispirata dalla musa.
Infine ecco l'ultima stanza: la mia poesia - chiede il poeta - sia come il Pane che diffonde piacere e vigore creatore. Certo il pane che sfama e ristora le forze, ma anche il Pane, quello consacrato con gesti antichi su un altare venerato con amore, in riti scanditi dal suono di cembali, circonfuso dal profumo dell'incenso.
insegnami, Musa dei miei padri
non una musa qualunque, non La Musa che ovunque ispira il canto, dal Caucaso al mare e oltre il mare. Tu - dice il poeta - Musa dei miei padri tu ispirami, tu che conosci queste valli e questi campi e queste fonti che noi contempliamo fin da bambini, anche se presto uomini violenti di qui ci scacceranno. Un paesaggio che è il nostro orizzonte, la fonte della nostra storia, perché noi ciò che guardiamo lo guardiamo con una vista a cui questo paesaggio ha dato la sua forma e la sua melodia.
Musa dei miei padri ... Quanto è prezioso questo verso e quanto è doloroso immaginarlo lì, su un taccuino ritrovato sul corpo senza vita del poeta, massacrato tra tanti altri, un corpo ammucchiato tra tanti altri, messo a tacere, ma solo per un po'.






















