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domenica 10 luglio 2022

non è abbastanza moderno il suono che fa il vento

 


Margherite


Avanti di' quel che pensi. Il giardino

non è il mondo vero. le macchine

sono il mondo vero. Di' francamente ciò che ogni sciocco

potrebbe leggerti in faccia: è logico

evitarci, opporsi 

alla nostalgia. Non è

abbastanza moderno, il suono che fa il vento

agitando un campo di margherite: la mente

non può brillare seguendolo. E la mente 

vuole brillare, scopertamente, come

brillano le macchine e non 

crescere in profondità, come, per esempio, radici. E' commovente,

lo stesso, vederti avvicinare

cautamente il bordo dei prati di primo mattino, 

quando certo nessuno potrebbe

osservarti. Più stai ferma al limite, 

più sembri nervosa. Nessuno vuol sentire

impressioni del mondo naturale: sarai

derisa di nuovo; ti prenderanno in giro.

Quanto a ciò che stai davvero

ascoltando stamattina: pensaci due volte

prima di riferire cosa fu detto in questo campo

e da chi.


di Louise Gluck, L'iris selvatico, Il Saggiatore 2020 traduzione di Massimo Bagicalupo


Ed ecco la versione originale:


Daisies


Go ahead: say what you're thinking. The garden

is not the real world. Machines

are the real world. Say frankly what any fool

could read in your face: it makes sense

to avoid us, to resist

nostalgia. It is

not modern enough, the sound the wind makes

stirring a meadow of daisies: the mind

cannot shine following it. And the mind

wants to shine, plainly, as

machines shine, and not

grow deep, as for example, roots. It is very touching,

all the same, to see you cautiously

approaching the meadow's border in early morning,

when no one could possibly

be watching you. The longer you stand at the edge,

the more nervous you seem. No one wants to hear

impressions of the natural world: you will be

laughed at again; scorn will be piled on you.

As for what you're actually

hearing this morning: think twice

before you tell anyone what was said in this field

and by whom.


Nelle poesie può accadere di tutto, questo è il bello. Può accadere anche che i fiori dei campi o dei giardini del Vermont (e lì che vive la poetessa e che sono ambientate le poesie della raccolta L'iris selvatico) prendano la parola o almeno ci provino. I fiori vedono le nostre case, le nostre esistenze: soprattutto come ingarbugliamo le vite degli altri o come mandiamo in rovina le nostre. Insomma pur dalla loro prospettiva, dal basso, o forse proprio per quello, per la loro santa e preziosa vicinanza alla terra, vedono molto di quello che gli uomini non riescono a vedere, afferrano ciò che ci sfugge, prendono infine la parola. Come in questa poesia di oggi, Margherite.

E' mattina presto, l'ora in cui sono in pochi ad avviarsi al lavoro, prima che si accompagnino i figli a scuola, ma pur sempre un tempo in cui si va di fretta; per alcuni addirittura a quell'ora si torna a casa, magari dopo un turno di notte. Non proprio l'ora adatta a fermarsi accanto ad un campo di margherite. Eppure eccola lì, una donna, che cautamente si avvicina al bordo di un campo di fiori. Non sappiamo nulla di lei, potrebbe essere la poetessa stessa, ma è solo una supposizione.

All' inizio la voce delle margherite sembra prendere un tono provocatorio: go ahead, avanti !! di' quel che pensi. La donna probabilmente non sa quale impulso l'ha spinta stamattina su quel vero e proprio confine tra mondi incomunicabili. Da una parte il mondo vero, quello delle macchine, dall'altra quello invece da evitare, il mondo della nostalgia, il mondo del passato in cui era bello seguire il suono che fa il vento agitando il campo di margherite. Eppure lei è lì stamattina, cauta, circospetta, all'apparenza nervosa. La voce dei fiori assume un tono diverso, quando dice che trovano commovente vederla lì.  Perché? ci chiediamo subito sorpresi. Qui tocchiamo a mio avviso il segreto del riuscito sortilegio della poesia: intravediamo solo una parte della storia, qualcosa si nasconde dietro la donna senza nome, ferma di mattino presto, quando certo nessuno potrebbe osservarti dicono le Margherite, sul confine tra il suo mondo abituale, quello delle macchine e l'altro mondo, quello del vento che agita i fiori e dei fiori che parlano all'uomo.  

Come spesso accade è nel non detto che si rivela a noi ciò che è decisivo; nelle lacune del logos si aprono immensi gli spazi dell'immaginazione: sarai derisa di nuovo; ti prenderanno in giro -  mettono in guardia le gentili margherite. Di nuovo: una locuzione avverbiale insegna il grammatico, otto battute computa il programma di scrittura, due parole... Eppure la storia della donna ferma di primo mattino sul confine di un campo di fiori è tutta in questa manciata di lettere. La poesia non ci racconta nulla di cosa è successo, nulla delle odiose derisioni degli sciocchi e dei logici, nulla del momento in cui il tendere l'orecchio al suono che fa il vento si è trasformato nel cauto, nervoso indugio di questo primo mattino e nulla del cuore che si volge alle macchine che brillano piuttosto a ciò che cresce nelle profondità della terra.

L'ultimo ammonimento delle margherite, gentile e minaccioso al tempo stesso, è contenuto in versi di studiatissima fattura: l'avverbio davvero ci induce a pensare che qualcosa di indicibile è stato svelato, qualcosa che non coincide con il semplice dettato della parola, del logos appunto, ma attinge alle sorgenti della fiaba, della profezia o della preghiera. Quanto vorremmo poter carpire un po' di quell'inesauribile segreto consegnato come il più prezioso dei tesori e destinato a rimanere come privilegio e fardello di un animo che ha non ha smesso di ascoltare.


Louise Gluck in una foto giovanile
Questa è la seconda poesia tratta da L'iris selvatico di Louise Gluck su cui ci fermiamo nella nostra errabonda navigazione verso una stella tenue. In merito ai versi di tale raccolta, che valsero alla Gluck il premio Pulitzer, vorrei mettere in evidenza che nell'invenzione di dare la parola ai fiori non c'è alcunché  di dolciastro  - lo nota giustamente Massimo Bagicalupo nella sua postfazione - né di consolatorio, poiché tali fiori sentono con chiarezza che il loro ciclo vitale è breve, che il loro destino è trapassare velocemente. Ed è su questa consapevolezza, amara e leggera al tempo stesso,  che la poesia di Louise Gluck riesce a far vibrare le note di una melodia originale, convincente, di profonda intensità espressiva.
 
Se la poesia  Margherite vi ha incuriosito qui trovate il link al mio primo post dedicato alla poetessa americana:
 https://versounastellatenue.blogspot.com/search/label/Louise%20Gluck .













venerdì 1 luglio 2022

Mi piace rischiarare nelle tenebre



Confessione di un teppista 


Non a tutti è dato cantare,

non a tutti è dato cadere

come una mela ai piedi degli altri. 


È questa la confessione piú grande

che possa mai farvi un teppista.

Io vado a bella posta spettinato

col capo sulle spalle come un lume a petrolio.

Mi piace rischiarare nelle tenebre

l’autunno senza foglie delle vostre anime.

Mi piace quando i sassi dell’ingiuria

mi volano addosso come la grandine d’una ruttante bufera.

Stringo allora piú forte con le mani

la bolla tremula dei miei capelli. 


È cosí dolce allora ricordare

lo stagno erboso e il rauco suono dell’alno

e mio padre e mia madre viventi in qualche luogo,

che s’infischiano di tutti i miei versi

e mi amano come il campo e la carne,

come la pioggerella che a primavera rende soffice il verde.

Verrebbero a infilzarvi con le forche

per ogni vostro grido contro di me scagliato. 


Poveri genitori contadini!

Siete di certo diventati brutti,

temete sempre Dio e le viscere palustri.

Potreste almeno capire

che vostro figlio in Russia

è il migliore poeta!

Il cuore non vi si copriva di brina per la sua vita,

quand’egli si bagnava i piedi nudi nelle pozze autunnali?

Ora invece cammina in cilindro

e con le scarpe lucide. 


Ma sopravvive in lui l’antica foga

del monello di campagna.

Ad ogni mucca delle insegne di macelleria

di lontano egli manda un saluto.

Ed incontrando i vetturini in piazza,

ricordando l’odore di letame dei campi nativi,

egli è pronto a reggere la coda d’ogni cavallo

come lo strascico d’una veste nuziale. 


Io amo la patria.

Amo molto la patria!

Anche se una mestizia rugginosa avvolge i suoi salici.

Mi sono gradevoli i grugni imbrattati dei maiali

e la voce dei rospi sonante nella quiete notturna.

Io sono teneramente malato di ricordi d’infanzia,

sogno la bruma delle umide sere d’aprile.

Come per riscaldarsi il nostro acero

s’è accoccolato al rogo del tramonto.

Oh, quante volte mi sono arrampicato sui rami

a rubare le uova dai nidi dei corvi!

È ora sempre lo stesso, con la cima verde?

La sua corteccia è dura come prima? 


E tu, mio diletto,

fedele cane pezzato?!

La vecchiezza ti ha reso stridulo e cieco

e vaghi per il cortile, trascinando la coda penzolante,

senza piú ricordare dove sia la porta e dove la stalla.

Come mi sono care quelle birichinate

quando, sottratto a mia madre un cantuccio di pane,

lo mordevamo insieme uno alla volta,

senza avere ribrezzo l’uno dell’altro. 


Io non sono cambiato.

Non è cambiato il mio cuore.

Come fiordalisi nella segala fioriscono gli occhi nel viso.

Stendendo stuoie dorate di versi,

vorrei dirvi qualcosa di tenero.

Buona notte!

A voi tutti buona notte!

Piú non tintinna nell’erba del crepuscolo la falce del tramonto.

Stasera ho tanta voglia di pisciare

dalla finestra mia contro la luna. 


Azzurra luce, luce cosí azzurra!

In quest’azzurro anche il morir non duole.

Che importa se ho l’aria d’un cinico

dal cui sedere penzola un fanale!

Vecchio e bravo Pegaso straccato,

mi occorre forse il tuo morbido trotto?

Sono venuto come un maestro austero

a decantare e a celebrare i sorci.

Simile a un agosto, la mia zucca

si effonde in vino di capelli tumultuosi. 


Io voglio essere una gialla vela

per quel paese verso cui navighiamo. 


di Sergej Aleksandrovič Esenin



Nella poesia Confessione di un teppista  del giovane Esenin c'è molto di quello che mi ha sempre attirato nei poeti russi, qualcosa che  si innesta sul fascino esercitato dalla Russia e dalla sua cultura millenaria: sinfonie che lacerano l'anima come il pugnale di un cosacco e litanie mistiche di monaci visionari. Il profumo d'incenso si innalza da piccole chiese, confuso al fumo delle candele che illuminano antiche e venerate icone, mentre gli animi degli uomini e delle donne bruciano di passioni invincibili e distruttive. Una contraddizione imperitura tra cielo e abisso, luce e tenebra, le più alte vette e il sottosuolo più sordido. Tale amore per la Russia mi piace dichiararlo ora, in questi tempi poco adatti, come un teppista, proprio ora sì, quando il nome stesso di quella terra è divenuto per molti suono odioso, destino maligno, un  abominio quasi per le nette coscienze dei benpensanti. Strillino pure i megafoni dei venditori ambulanti che promettono pietà a corrente alternata: davvero gracchiano invano la loro indignazione smemorata, io amo il teppista  che giunge

 come un maestro austero

a decantare e a celebrare i sorci.

e il mio animo abita là dove si danno la mano il povero pellegrino, il teppista, il cavaliere delle steppe e il poeta. 

Il poeta è un teppista, deve esserlo, sembra dirci Esenin in questa poesia. il suo destino è rischiarare le tenebre, anche a costo di essere colpito dai sassi dell'ingiura, dall'ostilità del pubblico o dall'invidia della città. Le parole del teppista - si mescolano a quelle del musico là dove Esenin dice di voler pisciare dalla sua finestra contro la luna o che non gli importa di avere l’aria d’un cinico/dal cui sedere penzola un fanale.

Il giovane poeta ripercorre così la propria storia: la sua infanzia vissuta in una casa di campagna, insieme a poveri contadini, ai quali capitava che il cuore si coprisse di brina per la sua vita. La giovinezza trascorre tra pozze autunnali in cui sguazzare, rami di alberi su cui arrampicarsi per rubare uova di corvo, il fedele cane pezzato con cui dividere di nascosto un cantuccio di pane. Un mondo di affetti autentici in cui i suoi genitori - e qui Esenin davvero si rivela poeta da cui non si può prescindere  - s'infischiano di tutti i miei versi/e mi amano come il campo e la carne.

Capita spesso con la poesia: ci sono dei tesori nascosti al suo interno, a volte attendono lì senza far rumore. Poi, alla terza o alla quarta lettura, si illuminano d'improvviso di una luce di straordinaria intensità. Mi spiego, ad una luce simile allude Dante in alcuni impressionanti versi del primo canto del Paradiso, quando, per spiegare in che modo i suoi occhi possano vedere ciò che all'uomo normalmente non è concesso, dice che era come se Dio (colui che può tutto) avesse aggiunto un altro sole a quello che brilla nel cielo,  

come quei che puote /avesse il ciel d’un altro sole addorno.

C'è nell'espressione usata da Esenin per descrivere l'amore dei suoi genitori qualcosa di clamoroso e struggente. il padre e la madre se ne infischiano dei suoi versi, della eleganza ricercata - il cilindro e le scarpe lucide, non si curano della fama passeggera, amano come il campo. Fermiamoci a questa prima immagine, in cui c'è qualcosa di profondamente spirituale e di terreno al tempo stesso. Per entrarci dentro è inevitabile tornare alla Russia della fine dell'Ottocento e a quel mondo contadino per cui Esenin dice di provare dolci ricordi. Fino a qualche decennio prima della nascita del nostro giovane poeta vigeva nelle terre dello zar la legge della servitù della gleba: i contadini non potevano spostarsi dal campo a cui erano assegnati e vivevano in condizioni difficili, spesso sotto il dominio molto duro dei propri signori, esposti all'arbitrio di prepotenze e abusi. I genitori di Sergej Aleksandrovič erano cresciuti in tale condizione. Cosa vuol dire allora quel verso? mi amano come il campo ...

Credo che il campo possa rappresentare ciò che dà la vita, ciò che è necessario, la cosa senza la quale non è possibile vivere. Il padrone può essere un uomo crudele ed avido, il tempo rovinare il raccolto e i corvi  giungere all'improvviso per divorare le messi, ma il campo rimane. Il legame non si spezza mai,  è ciò di cui non si può fare a meno. Come l'amore per un figlio.  

I genitori del poeta lo amano, si aggiunge, come la carne. Trovo qui di nuovo concretezza e spiritualità, quel connubio di opposti che riesce così bene solo in queste lande troppo lontane, in questa lingua dai segni che sembrano formule magiche. La carne, il segno della festa che annuncia lo spalancarsi di un tempo diverso e sacro, il gesto antico del sacrificio, perché in quel mondo arcaico cibarsi di carne vuol dire versare il sangue di un essere vivente e questo è sempre un atto rituale, un sacrificio di condivisione. Mangiare carne è anche il modo in cui si fa propria la vita di un altro. Non a caso il profeta di Nazareth ha posto l'essenza stessa della fede in Lui in parole inequivocabili: questa è la mia carne ... 

La voce di Esenin assume un tono inattuale - e perciò quanto mai prezioso - quando scrive :

Io amo la patria.

Amo molto la patria!

La sua è tuttavia una patria del cuore: non ha lo splendore di Pietroburgo, ma coincide con il povero paesaggio della sua terra: La patria sono le sue radici, le preghiere semplici dei suoi cari, le loro credenze ancestrali : una mestizia rugginosa avvolge i suoi salici. 

Stendendo stuoie dorate di versi,

vorrei dirvi qualcosa di tenero.

Buona notte!

A voi tutti buona notte!


Chi è l'autore di "Confessione di un teppista" ?

Sergej Aleksandrovič Esenin nasce il 3 ottobre 1895 nella regione di Rjazan; figlio unico di genitori contadini, è l’esponente più importante della cosiddetta scuola dei “poeti contadini”. Nei suoi versi traspare il mondo rurale della Russia di inizio Novecento: le sue parole esaltano le bellezze della campagna, l’amore verso il regno animale, ma anche gli eccessi della sua vita: Esenin, condusse una vita di eccessi e dissoluzione. 

Le note che seguono sono tratte dal dal sito  https://www.pangea.news/sergej-esenin-ritratto-ragazzini/

Cantore della Rus’, la Russia mitica che si perde tra le pieghe del tempo e tutta splendente di verdi pascoli e sapienti eroi pastori, aveva però abbandonato la contrada natale per recarsi nella grande metropoli. Laggiù aveva costruito la sua notorietà proprio su quella bucolica Rjazan’ che aveva abbandonato, fino ai giorni della rivoluzione.

Esenin non era un rivoluzionario, forse aveva creduto che i venti del cambiamento avrebbero portato qualcosa di buono, una nuova vita per la Rus’ arcaica. Ma i bolscevichi non avevano alcuna intenzione di ripristinare un tempo così lontano, così ideale. Anzi, erano più votati all’acciaio, anziché ai verdi pascoli. Dev’essere difficile credere o sperare in una causa e poi abbandonarla, inorriditi da come le buone idee possono trasformarsi in azioni terribili. Quando Esenin farà ritorno al suo borgo, dirà di non essere mutato; invece la sua casa è scivolata nell’autunno più grigio che si possa pensare, trascinando con sé la famiglia e il paese intero.

Il poeta muore suicida il 27 dicembre 1925, all’età di 30 anni: mentre si trovava nella stanza di un albergo a San Pietroburgo, se ne va impiccandosi alle tubazioni dell’impianto di riscaldamento.





giovedì 17 marzo 2022

Brecce nella notte

ESTRELLA LA GITANA STA SULLA PORTA




Estrella la gitana sta sulla porta.
È caduta la sera sul paese scuro.
E lei osserva il cielo 
Con i suoi occhi moreschi,
Brecce nella notte,
Neri soli profondi.
La strada sola e bianca.

    ecco la versione originale:
 
Estrella la gitana está en su puerta.
Cayó la noche sobre el pueblo oscuro.
Y ella el cielo contempla
Con sus ojos morunos,
Boquetes de la noche,
Negros soles profundos.
La calle sola y blanca



       Federico Garcia Lorca (da "Il mio segreto")


Tutto sembra oscuro in questa poesia giovanile di Federico Garcia Lorca: la notte appena sopraggiunta, il paesino, gli occhi di Estrella, la gitana che sta sulla porta e contempla il cielo. Che occhi inquietanti e meravigliosi quelli di Estrella, neri soli profondi !
Secondo Marta Zambrano, una delle intelligenze più vive ed interessanti del novecento, il verso «negros soles profundos» è la rappresentazione più espressiva del viaggio che Lorca dovette realizzare prima di morire per rinascere: "a Federico se le dio la facultad de sentir y no sólo ver el negro sol de la noche".

A me, più semplicemente,  questa poesia riporta tra le viuzze di Granada, lì a El Albaicín, su per il vecchio quartiere moresco. A una chitarra che piange al suono del flamenco: la sera è caduta sul paese oscuro e poi gli occhi di Estrella ... Brecce nella notte  un verso che vale una raccolta poetica.











domenica 16 gennaio 2022

qualcosa nella vita che alla mezzanotte si conforma

 




Quando le luci si spengono

poco per volta ci si abitua al buio

come quando il vicino, sollevando alto

il lume, sigilla il suo addio –


Dapprima – i passi si muovono incerti

nel buio improvviso –

poi – lo sguardo si abitua alla notte –

e senza incertezze affrontiamo la strada –


Ed è così nelle oscurità più fonde –

in quelle notti lunghe della mente

quando non c’è luna che sveli un suo segno –

quando non c’è stella che – dentro – si accenda –


E i più coraggiosi – per un poco brancolano –

e battono – a volte – dritti in fronte –

contro il tronco di un albero –

ma poi imparano a vedere –


E allora è la Notte che si trasforma –

oppure un qualcosa nella vita

che alla mezzanotte si conforma –

E la vita procede quasi senza incertezza.


Emily Dickinson (da "Silenzi", a cura di Barbara Lanati)


la versione originale ... molto molto bella:


We grow accustomed to the Dark —

When Light is put away —

As when the Neighbor holds the Lamp

To witness her Good bye —


A Moment — We Uncertain step

For newness of the night —

Then — fit our Vision to the Dark —

And meet the Road — erect —


And so of larger — Darknesses —

Those Evenings of the Brain —

When not a Moon disclose a sign —

Or Star — come out — within —


The Bravest — grope a little —

And sometimes hit a Tree

Directly in the Forehead —

But as they learn to see —


Either the Darkness alters —

Or something in the sight

Adjusts itself to Midnight —

And Life steps almost straight.



Mi hai sorpreso qualche giorno fa. Leggo sempre con interesse le tue cose, seguo i tuoi interventi, apprezzo la cura che metti nelle tue analisi, mai superficiali, sempre capaci di raccontarmi qualcosa di nuovo su terre lontane e antichi conflitti dimenticati. All'improvviso mi hai sorpreso con un messaggio inaspettato, senza giri di parole. 

Questa poesia è per te.

Racconta di quelli che come noi si mettono per strada, anche se hanno la notte nella mente e dentro nemmeno una stella brilla. Brancoliamo per un po' - certo - e a volte ci facciamo male. Poi impariamo a vedere. Ma forse non dipende da noi ... è la Notte che cambia,  qualcosa nella vita prende le misure all'oscurità, qualcosa - piano piano - si conforma alla Mezzanotte. Questo il segreto.

domenica 9 gennaio 2022

Distante abbastanza

   



                                     Vincent van Gogh : Van Gogh Museum, Amsterdam


In bilico


Dormo di nuovo,

sul bordo del letto.

Al confine tra i sogni

e la gelida realtà.

È il mio posto.

Lontana da un caldo abbraccio

e al riparo da dolorosi

artigli.

Occupando meno spazio possibile.

Così da non disturbare,

così di non poter mai fare parte

del dolce sonno

degli altri.

Distante abbastanza 

per essere vista

e mai sfiorata.


  di Lorenza Fusco.



"Nell'ora più quieta della notte" come sanno coloro che frequentano questo blog è lo spazio dedicato ai giovanissimi poeti in cui mi imbatto nel mio vagare verso una stella tenue. Si tratta di un riferimento alla famosa Lettera a un giovane poeta, nella quale Rainer Maria Rilke fornisce questa preziosa indicazione a chi voglia scrivere: "Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. "

Lorenza l'ho conosciuta sui banchi di scuola, io in cattedra, lei dall'altra parte. A volte come separati  in due trincee in mezzo ad una no man's land piena di crateri. Più spesso impegnati a costruire un sentiero che ci avvicinasse. Non è stata una studentessa 'facile', di quelle che a volte i professori sfoggiano come medaglie al valore, ma le sue curiosità, la sua arte, i suoi progetti ambiziosi sono stati un dono immenso e gratuito. Quando le ho scritto di buttarmi giù due righe su di lei per presentarsi, prendendomi in parola ha scritto: "Sono Lorenza, ho vent'anni. Ho reso la poesia per sentirmi libera. "

Le sue poesie hanno diverse qualità importanti; questa in particolare mi è piaciuta tra le altre per la sua consonanza profonda con le parole di Rilke. La intensità emotiva dei versi di questa giovane poetessa scaturisce anche da una qualità personale, molto rara in effetti: Lorenza non ama nascondersi e i versi della sua poesia sono al servizio di questa necessità, mettono a nudo un'anima senza nulla celare.

Che questa sia una virtù imprescindibile di coloro con cui negli anni ho stretto legami di amicizia è forse solo un dettaglio.




venerdì 31 dicembre 2021

fatto ho al mio canto un mantello

 

                                                     William Butler Yeats (1865-1939) | Dublin City Council


            Un mantello


Fatto ho al mio canto un mantello

Ornato di ricami

D'antiche mitologie

Da capo a piedi;

Me l'han strappato gli sciocchi,

L'hanno ostentato davanti a tutti

Come se l'avessero ricamato loro.

Lascia, o mio canto, che se lo tengano,

Perché c'è più coraggio

A camminare nudi.

(da 'Responsabilità' di W. B. Yeats, 1914 – Traduzione di Gabriele Baldini)


ed ecco  la versione originale:

I made my song a coat 

Covered with embroideries 

Out of old mythologies 

From heel to throat; 

But the fools caught it, 

Wore it in the world’s eyes 

As though they’d wrought it. 

Song, let them take it

For there’s more enterprise 

In walking naked.


    Dopo molto tempo riprendo a scrivere di poesia. Lo faccio in queste ore, le poche che restano nell'anno difficile che va concludendosi. Ho scelto una poesia di Yeats che mi è stata fedele compagna in tempi recenti. Un cantore è sotto i nostri occhi mentre ci dice che ha intessuto di antiche leggende il manto del suo canto. La metafora è piuttosto chiara per chi conosce gli interessi del poeta di Dublino per i miti e le tradizioni del suo popolo, nonché la cura con cui scriveva i suoi versi.
Non si trattava nel caso di Yeats di un atteggiamento banalmente romantico e sganciato dalla realtà; negli anni in cui fu scritta questa poesia l'interconnessione tra politica, cultura e letteratura era così forte che senza tale legame non si può spiegare la rivolta del 1916 e gran parte del successo della lotta per l'indipendenza irlandese.

Poi c'è il gesto improvviso e inatteso con cui degli sciocchi strappano il mantello al poeta e lo indossano sotto gli occhi di tutti come se lo avessero ricamato loro. I versi alludono forse a scrittori mediocri o a furbi politicanti. Non è così importante stabilirlo; colpisce piuttosto lo scarto tra la cura e l'amore con cui il mantello è stato realizzato e la natura di chi se ne è impossessato - sono degli sciocchi - e la volgarità delle loro motivazioni - il loro solo intento è ostentare una bellezza di cui mai avrebbero potuto essere gli artefici. 

Infine, nell'ultima sequenza l'io poetico si rivolge direttamente al suo canto-mantello: lascia pure che se lo tengano - aggiunge. E poi la conclusione fulminante, di quelle che si fissano come un sigillo tatuato sulla pelle :

Perché c'è più coraggio

A camminare nudi.

    Il motivo per cui amo questa poesia di Yeats è perché non parla solo della rivoluzione irlandese o dell'essenza dell'arte poetica, ma di un certo modo di stare al mondo che è nella natura umana. Certo è quanto mai raro e a volte stentiamo a riconoscerlo, ma quando ci imbattiamo in esso, l'incontro che ne scaturisce ha il potere di forgiare un'anima, in alcuni casi perfino un'epoca. Per entrare in questo aspetto della poesia dobbiamo forse partire da un'analisi più precisa dell'immagine del mantello, l'oggetto che del resto dà il titolo alla poesia. Nella cultura irlandese infatti  il mantello non è solo un capo di abbigliamento, ma nei tempi antichi per i più poveri rappresentava l'unica risorsa contro il freddo e le intemperie, la coperta in cui avvolgersi nella notte, il riparo dalla pioggia. La differenza tra la vita e la morte poteva dipendere dall'avere un mantello oppure no.

Il poeta Edmund Spenser nel XVI secolo ritrae in alcuni suoi versi le qualità del mantello irlandese (brat in irlandese)

It is a fit house for an outlaw, a meet (suitable) bed for a rebel ,/ and an apt cloak for a thief” .

"E' una degna casa per un bandito, un letto adeguato per un ribelle, / ed un mantello adatto per un ladro

    Possiamo dire che il mantello rappresenta sia l'arte poetica sia la dignità inviolabile dell'uomo,  la sua identità più autentica, ciò senza cui non è possibile la vita: la vera arte poetica, quindi, è ciò senza cui non è possibile vivere.  L'uomo che nella poesia di Yeats parla al proprio canto, parla in tal modo alla parte più vera di se stesso. Quell'uomo tuttavia non è soltanto il poeta, c'è qualcosa che appartiene all'umano in quell'essere nudo, spogliato del suo mantello, che va coraggioso, indifferente agli sguardi degli sciocchi. Quell'uomo, sia esso il poeta, il viandante, il profeta, credo oggi sia l'unico a poter svelare la verità sul mondo e su dove siamo giunti, perché nulla ha da difendere, tutto da donare.

Ecco il mio augurio in queste ore declinanti dell'ultimo giorno dell'anno. 


martedì 20 luglio 2021

alla tenerezza delle anse del destino

 



La vita nuova 


La vita nuova

arriva taciturna

dentro la vecchia vita

arriva come una morte

uno schianto

qualcuno che spintona così forte

un crollo.

E' una scrittura tanto precisa

e netta da non lasciare dubbi

né sfumature di senso eppure

non dà direzioni né mete.

La vita nuova irrompe

come un vecchio che cade

sul ghiaccio, un pensiero

davanti ad un muro, la 

sirena di un'ambulanza.

Non ci sono feriti

né annunci di sciagura

solo noi da convincere

a lasciar perdere il miraggio

di una via rettilinea, di un

orizzonte, lasciarsi curvare, 

piegare alla tenerezza

delle anse del destino.

La vita nuova

è come un grande tuono

sbriciolato

poi poco a poco

l'erba si china

sotto la pioggia

la prende

la beve.


da "La bambina pugile" di Chandra Livia Candiani



ad Aurora, alla tenerezza delle anse del suo destino


Una lettera giunge inaspettata, come un messaggio in una bottiglia lanciato da un naufrago e trovato sulla battigia. Cammino al mattino presto con un'amica e mettiamo insieme passi e affanni. I tasti di un pianoforte rimangono da tempo abbandonati da chi va macinando miglia su miglia a prendersi cura dell'anziana madre. Una studentessa mi invia una sua poesia sulla solitudine, bella ed intensa. Come i segni che il marinaio accorto scorge guardando l'orizzonte, le cose accadono intorno a me. E mi spingono a sciogliere gli ormeggi.

 Il viaggio ricomincia oggi, il vento soffia e invita a  prendere la via del mare, perché è lì che bisogna stare, nel pieno dell'esistenza, anche quando le nubi possono oscurare la vista e le onde si fanno minacciose, lì dove tutto viene messo in gioco per davvero. Siamo 'gettati' nella vita, come marinai che tentino di governare la propria nave in mezzo ad una tempesta: alcune cose possiamo controllarle, altre sono al di fuori della nostra azione, anche della nostra comprensione. 

Forse dovremmo abituarci all'idea che il mutamento improvviso - la "vita nuova" come la chiama Chandra Livia Candiani - è una condizione ineliminabile dell'esistenza umana. Il mare in tempesta non è in questo senso solo un potente simbolo della precarietà e del rischio, ma dell'essenza stessa dell'umano. Per questo Pascal dice:  “ Vous êtes embarqués”, siete tutti imbarcati. Secondo il filosofo francese è necessario riconoscere  l’elemento “marino”, come il nostro ambiente naturale: "Noi voghiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all’altro, sempre incerti e fluttuanti. Ogni termine al quale pensiamo di ormeggiarci e di fissarci vacilla e ci lascia; e, se lo seguiamo, ci si sottrae, scorre via e fugge in un’eterna fuga. Nulla si ferma per noi. È questo lo stato che ci è naturale e che, tuttavia, è più contrario alle nostre inclinazioni. Noi bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile e un’ultima base sicura per edificare una torre che si innalzi all’infinito; ma ogni altro fondamento scricchiola e la terra si apre sino agli abissi (Pensieri, 1670)"

Chandra Livia Candiani nella sua poesia esprime sul piano estetico qualcosa di simile a ciò che Pascal aveva rappresentato in modo straordinario nei Pensieri. La vita nuova giunge taciturna: cioè non annuncia il suo arrivo, non avvisa prima di manifestarsi, non ha un araldo che prepari l'ospite al suo ingresso. Taciturna  vuol dire anche che non ha spiegazioni da dare, non si tratta di arroganza, probabilmente non saprebbe cosa dire. Nella stessa sequenza, la poetessa attinge ad immagini di rovina improvvisa: la morte, un crollo, una spinta molto forte di uno sconosciuto, uno schianto. Più che il carattere negativo e luttuoso di tali immagini va forse colto un altro aspetto: ciò che opera nelle azioni evocate da questi versi accade e basta, in modo imprevedibile e definitivo. Prima c'era una persona viva, ora un corpo senza vita; un grumo di rovine occupa lo spazio dove prima sorgeva una casa, un essere umano era in piedi e ora qualcuno lo ha gettato con forza per terra, senza apparente motivo. Si rialzerà forse, ma non sarà più la stessa persona.

La vita nuova irrompe come una sentenza letta in tribunale, come il referto di un esame clinico che offusca la vista e serra il cuore in una morsa di ghiaccio, come una lettera in cui ti dicono che a lavoro non devi tornare. Non servi più. Qui, in questa ora di punta dell'emozione umana, per usare una felice espressione di Marguerite Yourcenar, non hanno dimora i dubbi o le sfumature. Le cose accadono nella loro essenzialità, per questo non indicano mete da raggiungere, né annunciano sciagure incombenti: la loro sfera d'azione è il presente. E tuttavia esse non sono prive di un senso. La poesia - a questo proposito -  ricorre a due espressioni significative. Nella prima si esprime la possibilità che la vita nuova  operi per convincerci a lasciar perdere il miraggio/di una via rettilinea. Con la seconda la poetessa si concentra sul soggetto, che all'irrompere della vita nuova è chiamato a lasciarsi curvare,/piegare alla tenerezza/delle anse del destino

Il miraggio di una via rettilinea è un'illusione la cui fallacia è nota al profeta e al poeta fin da tempi antichissimi; il rapsodo autore dell'Iliade conosce bene la mutevolezza della sorte che trasforma in un attimo la moglie di un principe in una schiava, uomini valorosi in corpi che "a terra giacevano, agli avvoltoi più cari che alle loro spose" (Iliade, XI 162). Chi accumula impegni, energie e progetti per inseguire tale via rettilinea non è vittima solo di una deformazione della vista, come appunto accade nel miraggio. Agisce su di lui qualcosa di più, una coazione a muoversi, una spinta così irresistibile ad avanzare nella direzione dell'immagine illusoria che diventa impossibile stare fermi, indugiare, trattenersi. Tale carattere dell'esperienza umana - d'altra parte - è molto moderno: lo cogliamo  soprattutto al cospetto dello sconvolgimento portato della vita nuova - lo schianto, il crollo, un vecchio che cade sul ghiaccio. Ci troviamo d'un tratto disorientati su un sentiero sconosciuto, difficile e aspro, nel quale spesso siamo tratti in inganno, proprio come in un miraggio. Ci viene detto - in questi frangenti - che l'importante è muoversi, cambiare affetti, vita, città, il lavoro. Bisogna ritrovare la via rettilinea, spostarsi il più lontano possibile da ciò che abbiamo attorno.  La soluzione all'irrompere della vita nuova sembrerebbe un movimento attraverso le cose.

A qualcosa di diverso invece, con straordinaria intuizione - se pure non agisca in tale circostanza la grazia di una speciale illuminazione - invita la seconda immagine su cui ci siamo soffermati: lasciarsi curvare - piegare - alla tenerezza delle anse del destino. Colpisce in questi versi la nitidezza della visione: innanzitutto delle forme verbali che presuppongono un rimanere fermi, un indugiare meditativo, un raccoglimento teso ad esplorare la profondità di questioni decisive. La sfida dunque non si gioca sul piano del fare, ma del riconoscere, ovvero del conoscere ciò che ci appartiene già, che risiede nel più intimo recesso dell'animo, terra incognita per eccellenza.

Tuttavia la comprensione dell'atto di  lasciarsi piegare rischia di sfuggire nella società del narcisismo collettivo:  tale azione finisce oggi per ridursi al segno di una sconfitta accolta con fatalismo o di una sottomissione colpevole. Del resto, chi si lascia piegare - in fondo - non si arrende? Non subisce la vita in modo passivo? Il fraintendimento non potrebbe essere più grave, poiché colui che si rassegna rimane prigioniero del miraggio: sopraffatto dalla propria miseria non cessa di desiderare la via rettilinea. A questa sola rivolge in effetti i moti del suo animo, siano essi rimpianti amari o ambizioni fugaci. La ragnatela del miraggio si fa in questi casi soffocante, a volte in modo insopportabile. 

Diversa è la sorte - mi pare - di chi intraprenda la via del raccoglimento interiore, di chi si lascia piegare alla tenerezza delle anse del destino. Abbiamo poc'anzi richiamato l'attenzione sul fatto che questa immagine esprima innanzitutto la necessità di un quieto fermarsi, indispensabile per attingere ad una speciale modalità di ascolto. Ma ciò non può accadere, se il dramma della vita nuova non produce una sua dolorosa risonanza, che diventa parola poetica. Per certi versi è quanto suggerisce Theodor W. Adorno quando scrive in Dialettica negativa che "il bisogno di lasciar diventare eloquente il dolore è condizione di ogni verità". 

Nella poesia il risultato del curvarsi è un incontro inatteso con la tenerezza delle anse del destino. Tenerezza ... una parola che balza fuori dal suo verso per interrogarci quasi con sfrontatezza: come è possible trovarla tra le tortuose anse del destino, tra il dolore che ghermisce ed atterra? Quale tenerezza c'è in una casa che crolla o in una sentenza che non concede appello?  Non ha forse ragione Giobbe quando, gridando la sua disperazione contro Dio, dice: "sono una maschera di polvere e cenere" ? 

Credo che nei suoi versi Chandra Livia Candiani non alluda al fatto che sia concesso all'uomo di scorgere, dietro la durezza degli eventi con cui la vita nuova si manifesta,  un disegno superiore o provvidenziale. Tale scoperta è l'esito possibile di un altro cammino. Qui le anse del destino, anche quando svoltano in modo deciso e tornano subito ad avvolgersi su stesse, nel momento stesso in cui ci distolgono dall'ambizione alla via sicura, disvelano la propria natura: la qualità preziosa e celata della loro tenerezza. Ma ciò è vero solo in rapporto al miraggio della via rettilinea: poiché questo è solo un'illusione mortifera, un pozzo avvelenato, una distorsione del desiderio autentico che ci abita, mentre quelle sono l'espressione più sincera della vita. Per quanto sia difficile a volte lasciarsi portare dalla corrente di un fiume tortuoso, rinunciando ad inseguire l'orizzonte di una strada diritta, è l'inganno del miraggio che dovremmo temere. Esso si rivela una trappola, un meccanismo incapace di compassione, di benevolenza. Un nemico che non lascia scampo.


domenica 14 marzo 2021

da allora vaghiamo





In molti e inspiegabili luoghi
Proviamo una Gioia -
Inspiegabile, pure, ma sincera come la Natura
O la Deità -

Arriva, senza sorprendere
Si dissolve - allo stesso modo -
Ma lascia una sontuosa Indigenza -
Senza Nome -

Profanarla con una ricerca - non possiamo
Non ha casa essa -
Né noi che l'abbiamo una volta ghermita -
Da allora vaghiamo.


Emily Dickinson


Per il momento è tutto...

E' giunta l'ora di tirare la nostra barca in secco, lavorare un po' sullo scafo, aggiustare vele e corde, ma soprattutto studiare la rotta su nuove mappe, interrogare il cielo con un vecchio cannocchiale.
Il viaggio verso la stella tenue non si ferma di certo. 

Se volete lasciare un saluto per il nocchiere che finora ha tenuto il timone, lasciate un vostro messaggio, lui non lo direbbe mai, ma credo che gli farà piacere.



domenica 28 febbraio 2021

Beata l'acqua





Beata l’acqua
Che non teme di cadere,
Ma seguendo il pendio
Sfugge a suo piacere.


Clemente Rebora, "Dieci poesie per una lucciola"


Dicono che le dieci poesie Rebora le abbia scritte per la pianista russa Lydia Natus, una donna colta e sensibile, l'unica che il poeta amò nella sua vita. Dicono che l'acqua che scorre in questa poesia sia una metafora dell'amore. 

E' vero, l'amore non può essere che questo: non temere di cadere, sfuggendo via a proprio piacere, in fedeltà solo alla propria natura.


domenica 14 febbraio 2021

come il fiore del Loto



Quando cade,

solo allora galleggia

il fiore del loto.

                                Yamamoto Yosaburō

                                                  Diciotto aprile del ventesimo anno Shōwa (1945)

Questa è la poesia dell'addio (o Jisei come dicono i Giapponesi) che scrisse il sottotenente Yamamoto prima di decollare con il suo aeroplano per il suo ultimo viaggio: un'azione suicida destinata a colpire un bombardiere B-29 nemico. Erano quelli i giorni in cui prendeva corpo l'ultimo disperato tentativo di difendere "la terra del sole", poche settimane prima che una strana luce cancellasse per sempre la città di Hiroshima. Quei giovani aviatori passeranno alla storia come Kamikaze.
 Il Jisei in questione è citato nella preziosa raccolta curata da Ornella Civarda per la casa editrice SE, di cui ho già avuto modo di parlare su questo blog. Chi oggi si recasse nel giardino del tempio buddista di Renjōji, poco lontano da dove decollò il giovane Yamamotō, lo troverebbe scolpito sulla pietra del monumento alla pace che lì è stato eretto dopo la guerra.

Se vogliamo provare ad avvicinarci all'ispirazione profonda di questa poesia, non possiamo partire che dal fiore del Loto, a cui è connessa, nella cultura orientale, una vasta rete di significati simbolici, iconografici e spirituali: solo a titolo di esempio, si può citare il fatto che uno dei testi fondativi del buddismo è conosciuto come Sutra del Loto. 

Il Loto è una pianta acquatica meravigliosa, le foglie possono raggiungere un metro di diametro; galleggia in stagni e pozze d'acqua mentre le sue radici  prendono nutrimento dal fango melmoso in cui affondano.  Bellissimo sulla superficie di uno stagno, il fiore è inseparabile tuttavia dall'opacità delle acque sottostanti e dall'impurità della terra umida dalla quale trae vita. Il Loto è in questo senso immagine dell'Illuminazione: siamo radicati nel fango, ovvero nella catena delle aspettative e dei desideri sempre insoddisfatti, nella prigione dell'attaccamento che rende tutto oscuro. Ma possiamo anche diventare il fiore bellissimo che galleggia sulle acque senza esserne macchiato: i piedi sono piantati nel fango, la purezza dei colori galleggia sulle acque.

In questa struggente poesia del commiato, scritta in un mattino di aprile nell'imminenza di un volo senza ritorno, il fiorire del Loto, il suo galleggiare sulle acque stagnanti e torbide, e quindi il dischiudersi della vista che diviene limpida, libera da ogni inganno, è associato al cadere. E' probabile che il giovane Yamamoto avesse in mente il tempo in cui cadono i fiori di ciliegio, che da sempre in Giappone ha un profondo significato simbolico ed è vissuto intensamente, come una festa piena di malinconica gratitudine. Ciò che è bello - infatti - è destinato a cadere, a trascorrere velocemente, ma la bellezza che ci circonda è pur sempre attorno a noi e il suo trapassare può essere ancora vissuto con una commossa partecipazione che non indulge all'illusione. 

C'è un paradosso straordinario e potente in questa immagine: un fiore dalla bellezza inebriante diventa ciò che è per il fatto di allungare le sue radici attraverso acque putride ed opache e agganciarle nel fango e nella melma. 

Non posso fare a meno di pensare, tuttavia, che il nostro pilota poeta abbia voluto in questi versi dare espressione ad un altro cadere, più prossimo e drammatico per lui: quello del suo aeroplano, in mezzo alle nubi e alle esplosioni, mentre vola verso il suo obiettivo. Cadere dunque, per fiorire, precipitare tra il fuoco per galleggiare, sulle acque stagnanti dell'inazione e della rassegnazione. E il sorriso del risveglio che distende lo sguardo nella contemplazione del trascorrere del tutto.





lunedì 8 febbraio 2021

per coloro che vegliano la miniera del tempo

 



Città


Un pianto,

un pianto di donna

interminabile,

acquietato,

quasi tranquillo.

Nella notte, un pianto di donna mi ha svegliato.

Prima un rumore di una serratura,

dopo piedi che vacillano,

e poi, all'improvviso, il pianto.

Sospiri intermittenti

come scrosci di un’acqua interiore,

densa,

imperiosa,

inesauribile,

come una chiusa che accumula e libera le sue acque

o come un'elica segreta

che ferma e riprende il suo lavoro

travasando il bianco tempo della notte.

Tutta la città è andata riempiendosi di questo pianto,

fino ai retri dove si accumulano le immondizie,

sotto le cupole degli ospedali,

sulle terrazze dell’estate,

nelle celle discrete  della prostituzione,

tra i fogli che scivolano lungo viali solitari,

con il vapore tiepido di certe cucine militari,

tra le medaglie che riposano nei cofanetti di teck,

un pianto di donna che ha pianto lungamente

nella stanza a fianco,

per tutti quelli che scavano la propria tomba nel sonno,

per coloro che vegliano la miniera del tempo,

per me che lo ascolto

senza conoscere altro

che il suo fragile rotolare all’intemperie

inseguendo le tacite sabbie dell’alba.


            di Álvaro Mutis, traduzione di Fabio Rodriguez Amaya


Nella notte, da una stanza chiusa a chiave si alza il pianto di una donna. Sembra non finire mai, poi si acquieta, diventa quasi tranquillo, riprende, denso, inesauribile. Come una diga che riversa le sue acque, tutte. La città lentamente si riempie di questo pianto, fino ai luoghi dove non tutti vanno, dove non si spinge lo sguardo volentieri. Si alza tra le cartacce di un viale solitario, oltre le stanzette dove le monete comprano l'illusione della passione, tra le medaglie concesse per antiche imprese. 

Non è solo per sé che piange questa donna eppure il suo pianto è come l'orazione di un'anacoreta che sfregia il silenzio del deserto. Il pianto della donna è per molti, ma solo un uomo sembra ascoltare. Si tratta di un personaggio conosciuto, il marinaio Maqroll, il Gabbiere, l'io poetico a cui Mutis ha affidato il compito di cantare le sue storie. E Maqroll è sveglio, ascolta il pianto che ora si arresta ora fluisce inarrestabile. Non sa nulla, se non  il suo fragile rotolare. Strano movimento questo del rotolare, non dipende dai muscoli, né dal senso di orientamento, ma dalla gravità e dalla inclinazione della terra. Basta un sussulto e si comincia a girare su se stessi,  nemmeno serve volerlo. Un rotolare fragile sembra una attività pericolosa; certo una cosa fragile che rotola andrà facilmente in frantumi, gli urti lasceranno cicatrici e  toglieranno via qualche pezzo. 

Nei versi finali di questa poesia i sensi vengono imprigionati da suoni e colori ora apollinei ora dionisiaci (secondo la bella espressione di Fabio Rodriguez Amaya), immagini di vita e di morte si confondono procedendo lungo traiettorie misteriose . Siamo di fronte all'epifania di un oracolo, nell'ora dell'estremo pericolo. Ma non abbiamo la vista sufficientemente aguzza, i sillogismi si arrestano impotenti sulle labbra.

Resta - e non è poco - il destino di ascoltare quel pianto. Forse è tutto quello che fa ancora la differenza: vegliare ed ascoltare.


mercoledì 27 gennaio 2021

nell'ossigeno di una Cracovia normale

 

The Holocaust Education & Archive Research Team 

Ruth

                                          in memoriam di Ruth Buczynska


È scampata alla guerra a Tarnopol. All'ombra e alla penombra. Al dolore.

È scampata alla paura dei ratti e degli stivali, dei conciliabolo e delle urla.

Adesso è morta, al buio, in corsia, nel silenzio bianco di un ospedale.

Era ebrea. Non ha mai capito il significato di quella parola, 

semplice, eppure del tutto incomprensibile, come l'algebra.

Talvolta lo intuiva. La Gestapo sapevo perfettamente cosa

volesse dire. Una grande tradizione filosofica in certi casi aiuta,

affila come coltelli le definizioni, precise come frecce buddiste.

Era bella. Doveva morire allora, insieme agli altri e alle altre,

sparire senza traccia, andarsene senza elegie, come tanti altri,

come l'aria, e invece è vissuta a lungo, alla luce del giorno,

nell'aria di tutti i giorni, nell'ossigeno di una Cracovia normale.

Spesso non capiva cosa significhi essere una bella donna.

Lo specchio taceva, avaro di definizioni filosofiche.

Non aveva dimenticato, eppure non parlava di quegli anni 

quasi mai. Una volta sola raccontò questa storia:

la sua amata gattina non voleva stare nel ghetto, di notte

tornò due volte dalla parte ariana. La sua gatta non sapeva

chi sono gli ebrei, e che cos'è la parte ariana.

Non lo sapeva e perciò schizzava come una freccia dall'altra parte.

Ruth era avvocato, difendeva gli altri. Forse per questo è vissuta a lungo.

Perché gli altri sono tanti e hanno bisogno di essere difesi.

Di accusatori non ne mancheranno mai, ma i difensori sono pochi.

Era una persona buona. E aveva un'anima. Talora crediamo di sapere

che significhi.



                                  di Adam Zagajewski

domenica 24 gennaio 2021

Diciassette mesi che grido

 

Una prigione russa in una foto d'epoca


 Diciassette mesi che grido,

Ti chiamo a casa.

Mi gettavo ai piedi del boia,

Figlio mio e mio terrore.

Tutto s'è confuso per sempre,

E non riesco a capire

Ora chi sia la belva e chi l'uomo, 

E se a lungo attenderò l'esecuzione.

E solo fiori polverosi, e il tintinnio

Del turibolo, e le tracce

Chissà dove del nulla.

E diritto negli occhi mi fissa

E una prossima morte minaccia

L'enorme stella.

    

            Anna Achmatova, Requiem, traduzione di Carlo Riccio 


La breve raccolta Requiem fu scritta dalla Achmatova dopo l'arresto di suo figlio nel 1938. Era quello il periodo che i russi chiamarono poi “ežovščina”, ovvero il periodo del regime di Nikolaj  Ežòv, il principale organizzatore delle grandi purghe staliniane, in cui finirono stritolati veri dissidenti, intellettuali non allineati, dirigenti di partito scomodi, semplici cittadini lontani dalla vita politica. Si cominciò, in quegli anni, a diffidare di tutti, del vicino di casa come del collega di lavoro: si denunciava per non essere denunciati. I processi erano rapidi, le sentenze immediate.

Anche Anna Achmatova visse quello che molti Russi stavano soffrendo. Il suo primo marito era stato fucilato nel 1921 per attività controrivoluzionaria, alcuni dei suoi amici più cari avevano subito persecuzioni e condanne. come Osip Mandel’štam che verrà inghiottito in un gulag in Siberia. Nel 1938 tuttavia l'arresto di suo figlio è per la poetessa un colpo quasi insostenibile, in cui si confondono affetti e terrore e non c'è spazio per la dignità personale, tanto da arrivare a gettarsi ai piedi del boia. 

Peggiore della paura è forse il pensiero che il regime bolscevico abbia voluto colpire lei attraverso suo figlio, di essere stata, in qualche modo, causa della miseria del figlio. In momenti come quelli, la mente stenta a definire la realtà,  tutto s'è confuso per sempre; non è facile riconoscere la belva dall'uomo.  Il pensiero prova ad interrogare il tempo che manca all'esecuzione. L' immagine di un turibolo dal quale sale l'incenso del rito funebre si confonde con quello di una nuda tomba senza nome.

Dei diciassette mesi nei quali Anna Achamatova si mise in fila, spesso per ore, di fronte alla prigione di Leningrado ci ha lasciato un testo meraviglioso, se è lecito usare questo termine, per parole tanto piene di afflizione. Si tratta della prefazione alla raccolta Requiem

ecco il testo:

   Nei terribili anni della “ežovščina” ho trascorso diciassette mesi a fare la coda presso le carceri di Leningrado. Una volta un tale mi riconobbe. Allora una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me, e che, certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridestò dal torpore proprio a noi tutti e mi domandò all’orecchio (lì tutti parlavano sussurrando):

–        Ma lei può descrivere questo?

E io dissi:

–        Posso.

Allora una specie di sorriso scivolò per quello che una volta era stato il suo volto.

 1° aprile 1957. Leningrado


Solo mi sarebbe piaciuto averla vista l'ombra del sorriso che scivola sul volto di quella donna senza nome, anzi su quello che una volta era stato il suo volto, mi sarebbe piaciuto davvero.



martedì 12 gennaio 2021

persino all'inizio dell'amore

 

Edward Hopper, Cape Cod Evening



Il Giardino


Non potrei rifarlo

riesco appena a guardarlo:


nel giardino, nella pioviggine

la giovane coppia che pianta

un solco di piselli, come se

nessuno l'avesse mai fatto prima,

le grandi difficoltà non fossero mai state

affrontate e risolte -


Non possono vedersi,

nel terriccio fresco, alzandosi

senza prospettiva,

con dietro le colline verde-pallido, annuvolate di fiori -


Lei vuol smettere;

lui vuole arrivare alla fine,

tenersi stretto all'oggetto -


Guardatela, gli tocca la guancia

per far la pace, le dita

fresche di pioggia primaverile;

nell'erba rada, esplosioni di crochi viola -


persino qui, persino all'inizio dell'amore,

la sua mano lasciando la faccia di lui compone

un'immagine di separazione


e pensano

che sono liberi di ignorare

questa tristezza.


      di Louise Gluck, da "Iris selvatico", traduzione di Massimo Bagicalupo


Siete in un giardino della nuova Inghilterra, nel Vermont, una terra dove la bella stagione è breve e i campi spesso si coprono di neve. Louise Gluck nella raccolta Iris Selvatico dà voce ai fiori del suo giardino, che osservano la vita, il suo trascorrere dal loro punto di vista: la terra e la sua legge, il tempo breve della loro vita. Si rivolgono soprattutto a lei, alla poetessa-giardinera e con lei entrano in un dialogo costruito su un lessico molto semplice, carico tuttavia di forza evocativa.

 Anche in questa poesia è così: una giovane coppia sta piantando qualcosa nel giardino come se nessuno l'avesse mai fatto prima. Forse con una cura tutta particolare, un'attenzione scrupolosa, forse inciampano su difficoltà che a loro paiono immense. Come sono diverse le cose guardate dalla prospettiva di un biancospino, di una viola, di un papavero rosso! La coppia ora sta discutendo: lei vuole smettere, lui no. Vuole finire ciò che ha iniziato. Un gesto spezza la tensione, la donna sfiora la guancia dell'uomo con le dita / fresche di pioggia primaverile. Un gesto di pace, mentre nell'erba rada esplodono i colori dei fiori. E' strana la percezione delle cose che hanno i fiori di questo giardino. La loro vita è breve come l'estate del Vermont, si ammantano di colori splendenti, poi trascorrono rapidi, deponendo le loro vesti divenute gualcite. Eppure ci deve essere una sapienza speciale nel loro sguardo.

La donna allontana la sua mano dalla guancia di lui ed anche se questo momento è solo il principio della loro storia, proprio all'inizio del'amore, non può fare a meno di disegnare un'immagine di separazione. Meraviglioso questo verso e questa immagine: una mano gentile si discosta dal volto amato sul quale ha lasciato impresse dolcezza e pace, ma quello stesso gesto disegna nell'aria la traccia di un destino.

I fiori continuano ad osservare: l'uomo e la donna credono di essere liberi di ignorare / questa tristezza.

 Non lo saranno.




giovedì 31 dicembre 2020

misura bene lo stupore delle differenze

 



CREPA MATTUTINA


Scava la tua miseria,

sondala, scopri le sue caverne più nascoste.

Olia gli ingranaggi della tua miseria,

mettila sul tuo cammino, fatti strada al suo fianco

e bussa a ogni porta

con le cartilagini bianche della tua miseria.

Confrontala con quella di altre genti

e misura bene lo stupore delle differenze,

la singolare acutezza dei suoi bordi.

Riparati negli angoli lievi della tua miseria.

Tieni presente in ogni istante

che la sua materia è la tua materia,

l’unico porto di cui conosci ogni rada,

ogni boa, ogni segnale dalla terra tiepida

dove giungi a regnare come Crusoe

tra la moltitudine di ombre

che ti sfiorano e che urti

senza cogliere né il suo proposito né i costumi.

Coltiva la tua miseria,

rendila duratura,

nutriti della sua linfa,

avvolgiti nel manto tessuto coi suoi fili più segreti.

Impara a riconoscerla fra tutte,

non permettere che sia familiare agli altri

né prolungata abusivamente dai tuoi.

Sia per te come acqua battesimale

sgorgata dalle grandi fogne municipali,

come i rivoli che nascono nei mattatoi.

Si confonda con le tue viscere, la tua miseria;

contenga fin da ora i capitoli della tua morte,

gli elementi del tuo abbandono più certo.

Non lasciare mai da parte la tua miseria,

anche se riposassi ai suoi argini

come vicino al corpo bianco

da cui si è ritirato il desiderio.

Tieni sempre pronta la tua miseria

e non permettere che evada per distrazione o per inganno.

Impara a riconoscerla fin nei suoi segni più lievi:

l’accartocciarsi delle sottili foglie del carbonero,

l’aprirsi dei fiori al primo fresco della sera,

la solitudine di una gabbia da circo bloccata nel fango

del cammino, la fuliggine nei sobborghi,

la gavetta d’ottone che misura la minestra nelle caserme,

i vestiti disordinati dei ciechi,

le campanelle che disperdono il richiamo

sul retro seminato di eucalipti,

lo iodio delle navigazioni.

Non mescolare la tua miseria con le questioni di ogni giorno.

Impara a conservarla per le tue ore di svago

e intreccia con lei la vera,

la sola materia duratura

del tuo episodio sulla terra.


         di Álvaro Mutis da “SUMMA DI MAQROLL IL GABBIERE”


Ci accingiamo in queste ore a salutare questo anno così difficile e mentre riguardavo le pagine del mio diario di bordo mi è venuto in mente Maqroll il gabbiere, un tipo che dovete assolutamente conoscere, sebbene i posti che ama frequentare non siano proprio raccomandabili. 

Nelle navi a vela di un tempo il gabbiere era il marinaio che si arrampicava sugli alberi e sui pennoni più alti per manovrare le vele o stare di vedetta. Ora le cose sono un po' cambiate ma lui spesso è solo lassù, vede prima degli altri l'ombra della terra a lungo attesa, l'arrivo di un fortunale che oscura il cielo, il soffio di una balena che si alza a tribordo. Il poeta colombiano Álvaro Mutis ha fatto del marinaio Maqroll, un gabbiere appunto, il protagonista dei suoi romanzi, la voce principale della sua poesia.

Mentre veglia sull'albero più alto, Maqroll percorre con lo sguardo "profumi, case abbandonate", vede alzarsi il fumo degli alambicchi, ode il canto delle Terre Alte. Il gabbiere scorge e grida allegrie e miserie, la stoltezza degli uomini, la danza dell'allegria. Contempla insieme la vita sofferta a sorsi e il filo di una spada rosa dalla ruggine. Guardando le cose da lassù ha imparato che la vita è la presa di coscienza della sconfitta, ma la sua via non è quella della resa, ma quella gioiosa della disperanza, in cui ha ancora senso la parola del poeta:

Lo stesso Maqroll ci avverte al riguardo in un'altra poesia dal titolo "I lavori perduti" : 

A nulla serve che il poeta lo dica ... la poesia è fatta da sempre. Vento solitario. Artiglio disseccato e friabile di un uccello potente e tranquillo, vecchio d'età  e valoroso nel suo ultimo istante.  



giovedì 24 dicembre 2020

le stelle accorrono

 

Giotto, la Natività (fonte Wikipedia)


LA LUCE CHE VIENE


Perfino così tardi avviene:

l’amore che arriva, la luce che viene.

Ti svegli e le candele si sono accese forse da sé,

le stelle accorrono, i sogni entrano a fiotti nel cuscino,

sprigionano caldi bouquet l’aria.

Perfino così tardi gli ossi del corpo splendono

e la polvere del domani s’incendia in respiro.


      di Mark Strand,  traduzione di Damiano Abeni



Natale 2020 -  Voglio fare gli auguri a tutti i lettori e i viaggiatori che incrociano quando possono le poesie di questo blog. Auguri con una poesia ovviamente, di pochi versi, ma preziosissimi per la loro capacità di illuminare  - al modo di una stella tenue -  una parte di quel mistero che oggi ci va interrogando. L'oscurità non ha l'ultima parola sui destini dell'uomo, la luce viene, persino quando ormai si è smesso di attenderla, persino così tardi, in modi del tutto inconsueti, come delle candele che danno luce senza che alcuno le abbia accese. Come la fanciulla di Nazareth che mescola insieme in questa notte le grida del parto e le preghiere che porta nel cuore.

E tutto, persino delle vecchie ossa, si riveste di splendore e fiamma.





mercoledì 16 dicembre 2020

unica voce il cui respiro sento

 




La notte è mia sorella, io nel profondo

dell’amore annegata, giaccio a riva,

acque ed alghe a fior d’onda mi lambiscono,

mi ferirà la draga, e c’è di più:

lei, solo braccio teso dalla sabbia,

unica voce il cui respiro sento

a sgelarmi le nari, ad aprirmi la mano,

lei potrebbe avvisarti, se tu udissi.

Ma di certo è impensabile che un uomo

in sí dura tempesta lasci il quieto

focolare e s’imbarchi al salvataggio

di un’annegata per portarla a casa,

sgocciolante conchiglie sul tappeto.

Buia è la notte, e per me piange al vento.

        

di Edna St. Vincent Millay,  L’amore non è cieco (Crocetti, 2001), traduzione di  Silvio Raffo


e questa è la versione originale:

Night is my sister, and how deep in love,

How drowned in love and weedily washed ashore,

There to be fretted by the drag and shove

At the tide's edge, I lie—these things and more:

Whose arm alone between me and the sand,

Whose voice alone, whose pitiful breath brought near,

Could thaw these nostrils and unlock this hand,

She could advise you, should you care to hear.

Small chance, however, in a storm so black,

A man will leave his friendly fire and snug

For a drowned woman's sake, and bring her back

To drip and scatter shells upon the rug.

No one but Night, with tears on her dark face,

Watches beside me in this windy place.


E' notte. Parla una donna, una donna annegata, cose che accadono nelle poesie. La corrente l'ha deposta sulla riva, il corpo lambito di acque e alghe, destinato ad un ultimo oltraggio: lo scempio che le prepara il braccio meccanico di una draga. Eppure a questo stesso braccio, al motore che lo solleva - unica voce il cui respiro sento -, la donna annegata affida uno scarto di speranza. Sarà lei, forse, la scavatrice a farsi messaggera per l'amato, a dirgli del suo pericolo.

Soli, sulla spiaggia, nella notte buia rimangono la donna annegata e la macchina d'acciaio. L'uomo non giungerà a soccorrerla, non certo in una notte di tempesta come questa. Non la porterà a casa sua in questo stato, a sgocciolare conchiglie sul tappeto.

Per lei sola intanto piange il vento.

Quale straordinaria forza evocativa in queste immagini: una notte di bufera, una donna annegata, sola su una spiaggia, la sua sola compagnia una gru di acciaio, immagino arrugginita dalla salsedine e questo struggente ultimo pensiero che scivola tra i denti con il suo ultimo respiro ... se tu udissi

Se volete leggere le poesie di Edna St. Vincent Millay e vi dico che ne vale la pena, le trovate pubblicate in italiano da Crocetti, uno degli editori  più interessanti e coraggiosi del nostro panorama culturale. Sono andato a leggermi sul sito della casa editrice il ritratto di Edna: scopro così che è stata l’eroina dell’età del jazz, la poetessa più amata e più letta nell’America degli anni venti. Il suo sex appeal - dicevano - aveva l’effetto di una droga sulle persone. Thomas Hardy disse che c’erano soltanto due grandi cose negli Stati Uniti: i grattacieli e la poesia di Edna. Insomma davvero una che valeva la pena conoscere, "Interpretò una femminilità libera e spregiudicata - aggiunge il suo profilo - e raccontò l’amore romantico ma senza illusioni, la precarietà della vita e la tristezza senza rassegnazione. Le poesie di Edna conservano una forza che il tempo non ha scalfito. 

Incuriosito ed affascinato sono andato a cercare qualche notizia in più sulla poetica di Edna; il suo traduttore Silvio Raffo, in una intervista a Pangea News, (potete leggerla integralmente qui la-bad-girl-della-poesia-americana/)  ci spiega che "le tematiche ricorrenti nella poesia di Edna St. Vincent Millay sono quelle della grande tradizione shakespeariana: la caducità del tempo, l’eternità della Bellezza, la fragilità della condizione umana. Un certo cinismo incrina il romanticismo di base, come accade anche nella poetessa a lei maggiormente affine, Sara Teasdale. Una voce femminile disincantata. Insomma, una bad girl che conquistò i giovani del Greenwich Village proprio in virtù della sua spregiudicatezza. I suoi testi parlano spesso d’amore, in toni che talvolta parrebbero intrisi di romanticismo, ma il fatto è che il suo “romanticismo” è un’erma bifronte, una sorta di amabile bluff. In Spring, una poesia in cui si ricollega all’Eliot di “Aprile è il mese più crudele”, lo dice chiaramente: “I know what I know” e questo potrebbe, a ben vedere, essere il suo motto. "