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venerdì 31 dicembre 2021

fatto ho al mio canto un mantello

 

                                                     William Butler Yeats (1865-1939) | Dublin City Council


            Un mantello


Fatto ho al mio canto un mantello

Ornato di ricami

D'antiche mitologie

Da capo a piedi;

Me l'han strappato gli sciocchi,

L'hanno ostentato davanti a tutti

Come se l'avessero ricamato loro.

Lascia, o mio canto, che se lo tengano,

Perché c'è più coraggio

A camminare nudi.

(da 'Responsabilità' di W. B. Yeats, 1914 – Traduzione di Gabriele Baldini)


ed ecco  la versione originale:

I made my song a coat 

Covered with embroideries 

Out of old mythologies 

From heel to throat; 

But the fools caught it, 

Wore it in the world’s eyes 

As though they’d wrought it. 

Song, let them take it

For there’s more enterprise 

In walking naked.


    Dopo molto tempo riprendo a scrivere di poesia. Lo faccio in queste ore, le poche che restano nell'anno difficile che va concludendosi. Ho scelto una poesia di Yeats che mi è stata fedele compagna in tempi recenti. Un cantore è sotto i nostri occhi mentre ci dice che ha intessuto di antiche leggende il manto del suo canto. La metafora è piuttosto chiara per chi conosce gli interessi del poeta di Dublino per i miti e le tradizioni del suo popolo, nonché la cura con cui scriveva i suoi versi.
Non si trattava nel caso di Yeats di un atteggiamento banalmente romantico e sganciato dalla realtà; negli anni in cui fu scritta questa poesia l'interconnessione tra politica, cultura e letteratura era così forte che senza tale legame non si può spiegare la rivolta del 1916 e gran parte del successo della lotta per l'indipendenza irlandese.

Poi c'è il gesto improvviso e inatteso con cui degli sciocchi strappano il mantello al poeta e lo indossano sotto gli occhi di tutti come se lo avessero ricamato loro. I versi alludono forse a scrittori mediocri o a furbi politicanti. Non è così importante stabilirlo; colpisce piuttosto lo scarto tra la cura e l'amore con cui il mantello è stato realizzato e la natura di chi se ne è impossessato - sono degli sciocchi - e la volgarità delle loro motivazioni - il loro solo intento è ostentare una bellezza di cui mai avrebbero potuto essere gli artefici. 

Infine, nell'ultima sequenza l'io poetico si rivolge direttamente al suo canto-mantello: lascia pure che se lo tengano - aggiunge. E poi la conclusione fulminante, di quelle che si fissano come un sigillo tatuato sulla pelle :

Perché c'è più coraggio

A camminare nudi.

    Il motivo per cui amo questa poesia di Yeats è perché non parla solo della rivoluzione irlandese o dell'essenza dell'arte poetica, ma di un certo modo di stare al mondo che è nella natura umana. Certo è quanto mai raro e a volte stentiamo a riconoscerlo, ma quando ci imbattiamo in esso, l'incontro che ne scaturisce ha il potere di forgiare un'anima, in alcuni casi perfino un'epoca. Per entrare in questo aspetto della poesia dobbiamo forse partire da un'analisi più precisa dell'immagine del mantello, l'oggetto che del resto dà il titolo alla poesia. Nella cultura irlandese infatti  il mantello non è solo un capo di abbigliamento, ma nei tempi antichi per i più poveri rappresentava l'unica risorsa contro il freddo e le intemperie, la coperta in cui avvolgersi nella notte, il riparo dalla pioggia. La differenza tra la vita e la morte poteva dipendere dall'avere un mantello oppure no.

Il poeta Edmund Spenser nel XVI secolo ritrae in alcuni suoi versi le qualità del mantello irlandese (brat in irlandese)

It is a fit house for an outlaw, a meet (suitable) bed for a rebel ,/ and an apt cloak for a thief” .

"E' una degna casa per un bandito, un letto adeguato per un ribelle, / ed un mantello adatto per un ladro

    Possiamo dire che il mantello rappresenta sia l'arte poetica sia la dignità inviolabile dell'uomo,  la sua identità più autentica, ciò senza cui non è possibile la vita: la vera arte poetica, quindi, è ciò senza cui non è possibile vivere.  L'uomo che nella poesia di Yeats parla al proprio canto, parla in tal modo alla parte più vera di se stesso. Quell'uomo tuttavia non è soltanto il poeta, c'è qualcosa che appartiene all'umano in quell'essere nudo, spogliato del suo mantello, che va coraggioso, indifferente agli sguardi degli sciocchi. Quell'uomo, sia esso il poeta, il viandante, il profeta, credo oggi sia l'unico a poter svelare la verità sul mondo e su dove siamo giunti, perché nulla ha da difendere, tutto da donare.

Ecco il mio augurio in queste ore declinanti dell'ultimo giorno dell'anno. 


martedì 20 luglio 2021

alla tenerezza delle anse del destino

 



La vita nuova 


La vita nuova

arriva taciturna

dentro la vecchia vita

arriva come una morte

uno schianto

qualcuno che spintona così forte

un crollo.

E' una scrittura tanto precisa

e netta da non lasciare dubbi

né sfumature di senso eppure

non dà direzioni né mete.

La vita nuova irrompe

come un vecchio che cade

sul ghiaccio, un pensiero

davanti ad un muro, la 

sirena di un'ambulanza.

Non ci sono feriti

né annunci di sciagura

solo noi da convincere

a lasciar perdere il miraggio

di una via rettilinea, di un

orizzonte, lasciarsi curvare, 

piegare alla tenerezza

delle anse del destino.

La vita nuova

è come un grande tuono

sbriciolato

poi poco a poco

l'erba si china

sotto la pioggia

la prende

la beve.


da "La bambina pugile" di Chandra Livia Candiani



ad Aurora, alla tenerezza delle anse del suo destino


Una lettera giunge inaspettata, come un messaggio in una bottiglia lanciato da un naufrago e trovato sulla battigia. Cammino al mattino presto con un'amica e mettiamo insieme passi e affanni. I tasti di un pianoforte rimangono da tempo abbandonati da chi va macinando miglia su miglia a prendersi cura dell'anziana madre. Una studentessa mi invia una sua poesia sulla solitudine, bella ed intensa. Come i segni che il marinaio accorto scorge guardando l'orizzonte, le cose accadono intorno a me. E mi spingono a sciogliere gli ormeggi.

 Il viaggio ricomincia oggi, il vento soffia e invita a  prendere la via del mare, perché è lì che bisogna stare, nel pieno dell'esistenza, anche quando le nubi possono oscurare la vista e le onde si fanno minacciose, lì dove tutto viene messo in gioco per davvero. Siamo 'gettati' nella vita, come marinai che tentino di governare la propria nave in mezzo ad una tempesta: alcune cose possiamo controllarle, altre sono al di fuori della nostra azione, anche della nostra comprensione. 

Forse dovremmo abituarci all'idea che il mutamento improvviso - la "vita nuova" come la chiama Chandra Livia Candiani - è una condizione ineliminabile dell'esistenza umana. Il mare in tempesta non è in questo senso solo un potente simbolo della precarietà e del rischio, ma dell'essenza stessa dell'umano. Per questo Pascal dice:  “ Vous êtes embarqués”, siete tutti imbarcati. Secondo il filosofo francese è necessario riconoscere  l’elemento “marino”, come il nostro ambiente naturale: "Noi voghiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all’altro, sempre incerti e fluttuanti. Ogni termine al quale pensiamo di ormeggiarci e di fissarci vacilla e ci lascia; e, se lo seguiamo, ci si sottrae, scorre via e fugge in un’eterna fuga. Nulla si ferma per noi. È questo lo stato che ci è naturale e che, tuttavia, è più contrario alle nostre inclinazioni. Noi bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile e un’ultima base sicura per edificare una torre che si innalzi all’infinito; ma ogni altro fondamento scricchiola e la terra si apre sino agli abissi (Pensieri, 1670)"

Chandra Livia Candiani nella sua poesia esprime sul piano estetico qualcosa di simile a ciò che Pascal aveva rappresentato in modo straordinario nei Pensieri. La vita nuova giunge taciturna: cioè non annuncia il suo arrivo, non avvisa prima di manifestarsi, non ha un araldo che prepari l'ospite al suo ingresso. Taciturna  vuol dire anche che non ha spiegazioni da dare, non si tratta di arroganza, probabilmente non saprebbe cosa dire. Nella stessa sequenza, la poetessa attinge ad immagini di rovina improvvisa: la morte, un crollo, una spinta molto forte di uno sconosciuto, uno schianto. Più che il carattere negativo e luttuoso di tali immagini va forse colto un altro aspetto: ciò che opera nelle azioni evocate da questi versi accade e basta, in modo imprevedibile e definitivo. Prima c'era una persona viva, ora un corpo senza vita; un grumo di rovine occupa lo spazio dove prima sorgeva una casa, un essere umano era in piedi e ora qualcuno lo ha gettato con forza per terra, senza apparente motivo. Si rialzerà forse, ma non sarà più la stessa persona.

La vita nuova irrompe come una sentenza letta in tribunale, come il referto di un esame clinico che offusca la vista e serra il cuore in una morsa di ghiaccio, come una lettera in cui ti dicono che a lavoro non devi tornare. Non servi più. Qui, in questa ora di punta dell'emozione umana, per usare una felice espressione di Marguerite Yourcenar, non hanno dimora i dubbi o le sfumature. Le cose accadono nella loro essenzialità, per questo non indicano mete da raggiungere, né annunciano sciagure incombenti: la loro sfera d'azione è il presente. E tuttavia esse non sono prive di un senso. La poesia - a questo proposito -  ricorre a due espressioni significative. Nella prima si esprime la possibilità che la vita nuova  operi per convincerci a lasciar perdere il miraggio/di una via rettilinea. Con la seconda la poetessa si concentra sul soggetto, che all'irrompere della vita nuova è chiamato a lasciarsi curvare,/piegare alla tenerezza/delle anse del destino

Il miraggio di una via rettilinea è un'illusione la cui fallacia è nota al profeta e al poeta fin da tempi antichissimi; il rapsodo autore dell'Iliade conosce bene la mutevolezza della sorte che trasforma in un attimo la moglie di un principe in una schiava, uomini valorosi in corpi che "a terra giacevano, agli avvoltoi più cari che alle loro spose" (Iliade, XI 162). Chi accumula impegni, energie e progetti per inseguire tale via rettilinea non è vittima solo di una deformazione della vista, come appunto accade nel miraggio. Agisce su di lui qualcosa di più, una coazione a muoversi, una spinta così irresistibile ad avanzare nella direzione dell'immagine illusoria che diventa impossibile stare fermi, indugiare, trattenersi. Tale carattere dell'esperienza umana - d'altra parte - è molto moderno: lo cogliamo  soprattutto al cospetto dello sconvolgimento portato della vita nuova - lo schianto, il crollo, un vecchio che cade sul ghiaccio. Ci troviamo d'un tratto disorientati su un sentiero sconosciuto, difficile e aspro, nel quale spesso siamo tratti in inganno, proprio come in un miraggio. Ci viene detto - in questi frangenti - che l'importante è muoversi, cambiare affetti, vita, città, il lavoro. Bisogna ritrovare la via rettilinea, spostarsi il più lontano possibile da ciò che abbiamo attorno.  La soluzione all'irrompere della vita nuova sembrerebbe un movimento attraverso le cose.

A qualcosa di diverso invece, con straordinaria intuizione - se pure non agisca in tale circostanza la grazia di una speciale illuminazione - invita la seconda immagine su cui ci siamo soffermati: lasciarsi curvare - piegare - alla tenerezza delle anse del destino. Colpisce in questi versi la nitidezza della visione: innanzitutto delle forme verbali che presuppongono un rimanere fermi, un indugiare meditativo, un raccoglimento teso ad esplorare la profondità di questioni decisive. La sfida dunque non si gioca sul piano del fare, ma del riconoscere, ovvero del conoscere ciò che ci appartiene già, che risiede nel più intimo recesso dell'animo, terra incognita per eccellenza.

Tuttavia la comprensione dell'atto di  lasciarsi piegare rischia di sfuggire nella società del narcisismo collettivo:  tale azione finisce oggi per ridursi al segno di una sconfitta accolta con fatalismo o di una sottomissione colpevole. Del resto, chi si lascia piegare - in fondo - non si arrende? Non subisce la vita in modo passivo? Il fraintendimento non potrebbe essere più grave, poiché colui che si rassegna rimane prigioniero del miraggio: sopraffatto dalla propria miseria non cessa di desiderare la via rettilinea. A questa sola rivolge in effetti i moti del suo animo, siano essi rimpianti amari o ambizioni fugaci. La ragnatela del miraggio si fa in questi casi soffocante, a volte in modo insopportabile. 

Diversa è la sorte - mi pare - di chi intraprenda la via del raccoglimento interiore, di chi si lascia piegare alla tenerezza delle anse del destino. Abbiamo poc'anzi richiamato l'attenzione sul fatto che questa immagine esprima innanzitutto la necessità di un quieto fermarsi, indispensabile per attingere ad una speciale modalità di ascolto. Ma ciò non può accadere, se il dramma della vita nuova non produce una sua dolorosa risonanza, che diventa parola poetica. Per certi versi è quanto suggerisce Theodor W. Adorno quando scrive in Dialettica negativa che "il bisogno di lasciar diventare eloquente il dolore è condizione di ogni verità". 

Nella poesia il risultato del curvarsi è un incontro inatteso con la tenerezza delle anse del destino. Tenerezza ... una parola che balza fuori dal suo verso per interrogarci quasi con sfrontatezza: come è possible trovarla tra le tortuose anse del destino, tra il dolore che ghermisce ed atterra? Quale tenerezza c'è in una casa che crolla o in una sentenza che non concede appello?  Non ha forse ragione Giobbe quando, gridando la sua disperazione contro Dio, dice: "sono una maschera di polvere e cenere" ? 

Credo che nei suoi versi Chandra Livia Candiani non alluda al fatto che sia concesso all'uomo di scorgere, dietro la durezza degli eventi con cui la vita nuova si manifesta,  un disegno superiore o provvidenziale. Tale scoperta è l'esito possibile di un altro cammino. Qui le anse del destino, anche quando svoltano in modo deciso e tornano subito ad avvolgersi su stesse, nel momento stesso in cui ci distolgono dall'ambizione alla via sicura, disvelano la propria natura: la qualità preziosa e celata della loro tenerezza. Ma ciò è vero solo in rapporto al miraggio della via rettilinea: poiché questo è solo un'illusione mortifera, un pozzo avvelenato, una distorsione del desiderio autentico che ci abita, mentre quelle sono l'espressione più sincera della vita. Per quanto sia difficile a volte lasciarsi portare dalla corrente di un fiume tortuoso, rinunciando ad inseguire l'orizzonte di una strada diritta, è l'inganno del miraggio che dovremmo temere. Esso si rivela una trappola, un meccanismo incapace di compassione, di benevolenza. Un nemico che non lascia scampo.


domenica 14 marzo 2021

da allora vaghiamo





In molti e inspiegabili luoghi
Proviamo una Gioia -
Inspiegabile, pure, ma sincera come la Natura
O la Deità -

Arriva, senza sorprendere
Si dissolve - allo stesso modo -
Ma lascia una sontuosa Indigenza -
Senza Nome -

Profanarla con una ricerca - non possiamo
Non ha casa essa -
Né noi che l'abbiamo una volta ghermita -
Da allora vaghiamo.


Emily Dickinson


Per il momento è tutto...

E' giunta l'ora di tirare la nostra barca in secco, lavorare un po' sullo scafo, aggiustare vele e corde, ma soprattutto studiare la rotta su nuove mappe, interrogare il cielo con un vecchio cannocchiale.
Il viaggio verso la stella tenue non si ferma di certo. 

Se volete lasciare un saluto per il nocchiere che finora ha tenuto il timone, lasciate un vostro messaggio, lui non lo direbbe mai, ma credo che gli farà piacere.



domenica 28 febbraio 2021

Beata l'acqua





Beata l’acqua
Che non teme di cadere,
Ma seguendo il pendio
Sfugge a suo piacere.


Clemente Rebora, "Dieci poesie per una lucciola"


Dicono che le dieci poesie Rebora le abbia scritte per la pianista russa Lydia Natus, una donna colta e sensibile, l'unica che il poeta amò nella sua vita. Dicono che l'acqua che scorre in questa poesia sia una metafora dell'amore. 

E' vero, l'amore non può essere che questo: non temere di cadere, sfuggendo via a proprio piacere, in fedeltà solo alla propria natura.


domenica 14 febbraio 2021

come il fiore del Loto



Quando cade,

solo allora galleggia

il fiore del loto.

                                Yamamoto Yosaburō

                                                  Diciotto aprile del ventesimo anno Shōwa (1945)

Questa è la poesia dell'addio (o Jisei come dicono i Giapponesi) che scrisse il sottotenente Yamamoto prima di decollare con il suo aeroplano per il suo ultimo viaggio: un'azione suicida destinata a colpire un bombardiere B-29 nemico. Erano quelli i giorni in cui prendeva corpo l'ultimo disperato tentativo di difendere "la terra del sole", poche settimane prima che una strana luce cancellasse per sempre la città di Hiroshima. Quei giovani aviatori passeranno alla storia come Kamikaze.
 Il Jisei in questione è citato nella preziosa raccolta curata da Ornella Civarda per la casa editrice SE, di cui ho già avuto modo di parlare su questo blog. Chi oggi si recasse nel giardino del tempio buddista di Renjōji, poco lontano da dove decollò il giovane Yamamotō, lo troverebbe scolpito sulla pietra del monumento alla pace che lì è stato eretto dopo la guerra.

Se vogliamo provare ad avvicinarci all'ispirazione profonda di questa poesia, non possiamo partire che dal fiore del Loto, a cui è connessa, nella cultura orientale, una vasta rete di significati simbolici, iconografici e spirituali: solo a titolo di esempio, si può citare il fatto che uno dei testi fondativi del buddismo è conosciuto come Sutra del Loto. 

Il Loto è una pianta acquatica meravigliosa, le foglie possono raggiungere un metro di diametro; galleggia in stagni e pozze d'acqua mentre le sue radici  prendono nutrimento dal fango melmoso in cui affondano.  Bellissimo sulla superficie di uno stagno, il fiore è inseparabile tuttavia dall'opacità delle acque sottostanti e dall'impurità della terra umida dalla quale trae vita. Il Loto è in questo senso immagine dell'Illuminazione: siamo radicati nel fango, ovvero nella catena delle aspettative e dei desideri sempre insoddisfatti, nella prigione dell'attaccamento che rende tutto oscuro. Ma possiamo anche diventare il fiore bellissimo che galleggia sulle acque senza esserne macchiato: i piedi sono piantati nel fango, la purezza dei colori galleggia sulle acque.

In questa struggente poesia del commiato, scritta in un mattino di aprile nell'imminenza di un volo senza ritorno, il fiorire del Loto, il suo galleggiare sulle acque stagnanti e torbide, e quindi il dischiudersi della vista che diviene limpida, libera da ogni inganno, è associato al cadere. E' probabile che il giovane Yamamoto avesse in mente il tempo in cui cadono i fiori di ciliegio, che da sempre in Giappone ha un profondo significato simbolico ed è vissuto intensamente, come una festa piena di malinconica gratitudine. Ciò che è bello - infatti - è destinato a cadere, a trascorrere velocemente, ma la bellezza che ci circonda è pur sempre attorno a noi e il suo trapassare può essere ancora vissuto con una commossa partecipazione che non indulge all'illusione. 

C'è un paradosso straordinario e potente in questa immagine: un fiore dalla bellezza inebriante diventa ciò che è per il fatto di allungare le sue radici attraverso acque putride ed opache e agganciarle nel fango e nella melma. 

Non posso fare a meno di pensare, tuttavia, che il nostro pilota poeta abbia voluto in questi versi dare espressione ad un altro cadere, più prossimo e drammatico per lui: quello del suo aeroplano, in mezzo alle nubi e alle esplosioni, mentre vola verso il suo obiettivo. Cadere dunque, per fiorire, precipitare tra il fuoco per galleggiare, sulle acque stagnanti dell'inazione e della rassegnazione. E il sorriso del risveglio che distende lo sguardo nella contemplazione del trascorrere del tutto.





lunedì 8 febbraio 2021

per coloro che vegliano la miniera del tempo

 



Città


Un pianto,

un pianto di donna

interminabile,

acquietato,

quasi tranquillo.

Nella notte, un pianto di donna mi ha svegliato.

Prima un rumore di una serratura,

dopo piedi che vacillano,

e poi, all'improvviso, il pianto.

Sospiri intermittenti

come scrosci di un’acqua interiore,

densa,

imperiosa,

inesauribile,

come una chiusa che accumula e libera le sue acque

o come un'elica segreta

che ferma e riprende il suo lavoro

travasando il bianco tempo della notte.

Tutta la città è andata riempiendosi di questo pianto,

fino ai retri dove si accumulano le immondizie,

sotto le cupole degli ospedali,

sulle terrazze dell’estate,

nelle celle discrete  della prostituzione,

tra i fogli che scivolano lungo viali solitari,

con il vapore tiepido di certe cucine militari,

tra le medaglie che riposano nei cofanetti di teck,

un pianto di donna che ha pianto lungamente

nella stanza a fianco,

per tutti quelli che scavano la propria tomba nel sonno,

per coloro che vegliano la miniera del tempo,

per me che lo ascolto

senza conoscere altro

che il suo fragile rotolare all’intemperie

inseguendo le tacite sabbie dell’alba.


            di Álvaro Mutis, traduzione di Fabio Rodriguez Amaya


Nella notte, da una stanza chiusa a chiave si alza il pianto di una donna. Sembra non finire mai, poi si acquieta, diventa quasi tranquillo, riprende, denso, inesauribile. Come una diga che riversa le sue acque, tutte. La città lentamente si riempie di questo pianto, fino ai luoghi dove non tutti vanno, dove non si spinge lo sguardo volentieri. Si alza tra le cartacce di un viale solitario, oltre le stanzette dove le monete comprano l'illusione della passione, tra le medaglie concesse per antiche imprese. 

Non è solo per sé che piange questa donna eppure il suo pianto è come l'orazione di un'anacoreta che sfregia il silenzio del deserto. Il pianto della donna è per molti, ma solo un uomo sembra ascoltare. Si tratta di un personaggio conosciuto, il marinaio Maqroll, il Gabbiere, l'io poetico a cui Mutis ha affidato il compito di cantare le sue storie. E Maqroll è sveglio, ascolta il pianto che ora si arresta ora fluisce inarrestabile. Non sa nulla, se non  il suo fragile rotolare. Strano movimento questo del rotolare, non dipende dai muscoli, né dal senso di orientamento, ma dalla gravità e dalla inclinazione della terra. Basta un sussulto e si comincia a girare su se stessi,  nemmeno serve volerlo. Un rotolare fragile sembra una attività pericolosa; certo una cosa fragile che rotola andrà facilmente in frantumi, gli urti lasceranno cicatrici e  toglieranno via qualche pezzo. 

Nei versi finali di questa poesia i sensi vengono imprigionati da suoni e colori ora apollinei ora dionisiaci (secondo la bella espressione di Fabio Rodriguez Amaya), immagini di vita e di morte si confondono procedendo lungo traiettorie misteriose . Siamo di fronte all'epifania di un oracolo, nell'ora dell'estremo pericolo. Ma non abbiamo la vista sufficientemente aguzza, i sillogismi si arrestano impotenti sulle labbra.

Resta - e non è poco - il destino di ascoltare quel pianto. Forse è tutto quello che fa ancora la differenza: vegliare ed ascoltare.


mercoledì 27 gennaio 2021

nell'ossigeno di una Cracovia normale

 

The Holocaust Education & Archive Research Team 

Ruth

                                          in memoriam di Ruth Buczynska


È scampata alla guerra a Tarnopol. All'ombra e alla penombra. Al dolore.

È scampata alla paura dei ratti e degli stivali, dei conciliabolo e delle urla.

Adesso è morta, al buio, in corsia, nel silenzio bianco di un ospedale.

Era ebrea. Non ha mai capito il significato di quella parola, 

semplice, eppure del tutto incomprensibile, come l'algebra.

Talvolta lo intuiva. La Gestapo sapevo perfettamente cosa

volesse dire. Una grande tradizione filosofica in certi casi aiuta,

affila come coltelli le definizioni, precise come frecce buddiste.

Era bella. Doveva morire allora, insieme agli altri e alle altre,

sparire senza traccia, andarsene senza elegie, come tanti altri,

come l'aria, e invece è vissuta a lungo, alla luce del giorno,

nell'aria di tutti i giorni, nell'ossigeno di una Cracovia normale.

Spesso non capiva cosa significhi essere una bella donna.

Lo specchio taceva, avaro di definizioni filosofiche.

Non aveva dimenticato, eppure non parlava di quegli anni 

quasi mai. Una volta sola raccontò questa storia:

la sua amata gattina non voleva stare nel ghetto, di notte

tornò due volte dalla parte ariana. La sua gatta non sapeva

chi sono gli ebrei, e che cos'è la parte ariana.

Non lo sapeva e perciò schizzava come una freccia dall'altra parte.

Ruth era avvocato, difendeva gli altri. Forse per questo è vissuta a lungo.

Perché gli altri sono tanti e hanno bisogno di essere difesi.

Di accusatori non ne mancheranno mai, ma i difensori sono pochi.

Era una persona buona. E aveva un'anima. Talora crediamo di sapere

che significhi.



                                  di Adam Zagajewski

domenica 24 gennaio 2021

Diciassette mesi che grido

 

Una prigione russa in una foto d'epoca


 Diciassette mesi che grido,

Ti chiamo a casa.

Mi gettavo ai piedi del boia,

Figlio mio e mio terrore.

Tutto s'è confuso per sempre,

E non riesco a capire

Ora chi sia la belva e chi l'uomo, 

E se a lungo attenderò l'esecuzione.

E solo fiori polverosi, e il tintinnio

Del turibolo, e le tracce

Chissà dove del nulla.

E diritto negli occhi mi fissa

E una prossima morte minaccia

L'enorme stella.

    

            Anna Achmatova, Requiem, traduzione di Carlo Riccio 


La breve raccolta Requiem fu scritta dalla Achmatova dopo l'arresto di suo figlio nel 1938. Era quello il periodo che i russi chiamarono poi “ežovščina”, ovvero il periodo del regime di Nikolaj  Ežòv, il principale organizzatore delle grandi purghe staliniane, in cui finirono stritolati veri dissidenti, intellettuali non allineati, dirigenti di partito scomodi, semplici cittadini lontani dalla vita politica. Si cominciò, in quegli anni, a diffidare di tutti, del vicino di casa come del collega di lavoro: si denunciava per non essere denunciati. I processi erano rapidi, le sentenze immediate.

Anche Anna Achmatova visse quello che molti Russi stavano soffrendo. Il suo primo marito era stato fucilato nel 1921 per attività controrivoluzionaria, alcuni dei suoi amici più cari avevano subito persecuzioni e condanne. come Osip Mandel’štam che verrà inghiottito in un gulag in Siberia. Nel 1938 tuttavia l'arresto di suo figlio è per la poetessa un colpo quasi insostenibile, in cui si confondono affetti e terrore e non c'è spazio per la dignità personale, tanto da arrivare a gettarsi ai piedi del boia. 

Peggiore della paura è forse il pensiero che il regime bolscevico abbia voluto colpire lei attraverso suo figlio, di essere stata, in qualche modo, causa della miseria del figlio. In momenti come quelli, la mente stenta a definire la realtà,  tutto s'è confuso per sempre; non è facile riconoscere la belva dall'uomo.  Il pensiero prova ad interrogare il tempo che manca all'esecuzione. L' immagine di un turibolo dal quale sale l'incenso del rito funebre si confonde con quello di una nuda tomba senza nome.

Dei diciassette mesi nei quali Anna Achamatova si mise in fila, spesso per ore, di fronte alla prigione di Leningrado ci ha lasciato un testo meraviglioso, se è lecito usare questo termine, per parole tanto piene di afflizione. Si tratta della prefazione alla raccolta Requiem

ecco il testo:

   Nei terribili anni della “ežovščina” ho trascorso diciassette mesi a fare la coda presso le carceri di Leningrado. Una volta un tale mi riconobbe. Allora una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me, e che, certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridestò dal torpore proprio a noi tutti e mi domandò all’orecchio (lì tutti parlavano sussurrando):

–        Ma lei può descrivere questo?

E io dissi:

–        Posso.

Allora una specie di sorriso scivolò per quello che una volta era stato il suo volto.

 1° aprile 1957. Leningrado


Solo mi sarebbe piaciuto averla vista l'ombra del sorriso che scivola sul volto di quella donna senza nome, anzi su quello che una volta era stato il suo volto, mi sarebbe piaciuto davvero.



martedì 12 gennaio 2021

persino all'inizio dell'amore

 

Edward Hopper, Cape Cod Evening



Il Giardino


Non potrei rifarlo

riesco appena a guardarlo:


nel giardino, nella pioviggine

la giovane coppia che pianta

un solco di piselli, come se

nessuno l'avesse mai fatto prima,

le grandi difficoltà non fossero mai state

affrontate e risolte -


Non possono vedersi,

nel terriccio fresco, alzandosi

senza prospettiva,

con dietro le colline verde-pallido, annuvolate di fiori -


Lei vuol smettere;

lui vuole arrivare alla fine,

tenersi stretto all'oggetto -


Guardatela, gli tocca la guancia

per far la pace, le dita

fresche di pioggia primaverile;

nell'erba rada, esplosioni di crochi viola -


persino qui, persino all'inizio dell'amore,

la sua mano lasciando la faccia di lui compone

un'immagine di separazione


e pensano

che sono liberi di ignorare

questa tristezza.


      di Louise Gluck, da "Iris selvatico", traduzione di Massimo Bagicalupo


Siete in un giardino della nuova Inghilterra, nel Vermont, una terra dove la bella stagione è breve e i campi spesso si coprono di neve. Louise Gluck nella raccolta Iris Selvatico dà voce ai fiori del suo giardino, che osservano la vita, il suo trascorrere dal loro punto di vista: la terra e la sua legge, il tempo breve della loro vita. Si rivolgono soprattutto a lei, alla poetessa-giardinera e con lei entrano in un dialogo costruito su un lessico molto semplice, carico tuttavia di forza evocativa.

 Anche in questa poesia è così: una giovane coppia sta piantando qualcosa nel giardino come se nessuno l'avesse mai fatto prima. Forse con una cura tutta particolare, un'attenzione scrupolosa, forse inciampano su difficoltà che a loro paiono immense. Come sono diverse le cose guardate dalla prospettiva di un biancospino, di una viola, di un papavero rosso! La coppia ora sta discutendo: lei vuole smettere, lui no. Vuole finire ciò che ha iniziato. Un gesto spezza la tensione, la donna sfiora la guancia dell'uomo con le dita / fresche di pioggia primaverile. Un gesto di pace, mentre nell'erba rada esplodono i colori dei fiori. E' strana la percezione delle cose che hanno i fiori di questo giardino. La loro vita è breve come l'estate del Vermont, si ammantano di colori splendenti, poi trascorrono rapidi, deponendo le loro vesti divenute gualcite. Eppure ci deve essere una sapienza speciale nel loro sguardo.

La donna allontana la sua mano dalla guancia di lui ed anche se questo momento è solo il principio della loro storia, proprio all'inizio del'amore, non può fare a meno di disegnare un'immagine di separazione. Meraviglioso questo verso e questa immagine: una mano gentile si discosta dal volto amato sul quale ha lasciato impresse dolcezza e pace, ma quello stesso gesto disegna nell'aria la traccia di un destino.

I fiori continuano ad osservare: l'uomo e la donna credono di essere liberi di ignorare / questa tristezza.

 Non lo saranno.




giovedì 31 dicembre 2020

misura bene lo stupore delle differenze

 



CREPA MATTUTINA


Scava la tua miseria,

sondala, scopri le sue caverne più nascoste.

Olia gli ingranaggi della tua miseria,

mettila sul tuo cammino, fatti strada al suo fianco

e bussa a ogni porta

con le cartilagini bianche della tua miseria.

Confrontala con quella di altre genti

e misura bene lo stupore delle differenze,

la singolare acutezza dei suoi bordi.

Riparati negli angoli lievi della tua miseria.

Tieni presente in ogni istante

che la sua materia è la tua materia,

l’unico porto di cui conosci ogni rada,

ogni boa, ogni segnale dalla terra tiepida

dove giungi a regnare come Crusoe

tra la moltitudine di ombre

che ti sfiorano e che urti

senza cogliere né il suo proposito né i costumi.

Coltiva la tua miseria,

rendila duratura,

nutriti della sua linfa,

avvolgiti nel manto tessuto coi suoi fili più segreti.

Impara a riconoscerla fra tutte,

non permettere che sia familiare agli altri

né prolungata abusivamente dai tuoi.

Sia per te come acqua battesimale

sgorgata dalle grandi fogne municipali,

come i rivoli che nascono nei mattatoi.

Si confonda con le tue viscere, la tua miseria;

contenga fin da ora i capitoli della tua morte,

gli elementi del tuo abbandono più certo.

Non lasciare mai da parte la tua miseria,

anche se riposassi ai suoi argini

come vicino al corpo bianco

da cui si è ritirato il desiderio.

Tieni sempre pronta la tua miseria

e non permettere che evada per distrazione o per inganno.

Impara a riconoscerla fin nei suoi segni più lievi:

l’accartocciarsi delle sottili foglie del carbonero,

l’aprirsi dei fiori al primo fresco della sera,

la solitudine di una gabbia da circo bloccata nel fango

del cammino, la fuliggine nei sobborghi,

la gavetta d’ottone che misura la minestra nelle caserme,

i vestiti disordinati dei ciechi,

le campanelle che disperdono il richiamo

sul retro seminato di eucalipti,

lo iodio delle navigazioni.

Non mescolare la tua miseria con le questioni di ogni giorno.

Impara a conservarla per le tue ore di svago

e intreccia con lei la vera,

la sola materia duratura

del tuo episodio sulla terra.


         di Álvaro Mutis da “SUMMA DI MAQROLL IL GABBIERE”


Ci accingiamo in queste ore a salutare questo anno così difficile e mentre riguardavo le pagine del mio diario di bordo mi è venuto in mente Maqroll il gabbiere, un tipo che dovete assolutamente conoscere, sebbene i posti che ama frequentare non siano proprio raccomandabili. 

Nelle navi a vela di un tempo il gabbiere era il marinaio che si arrampicava sugli alberi e sui pennoni più alti per manovrare le vele o stare di vedetta. Ora le cose sono un po' cambiate ma lui spesso è solo lassù, vede prima degli altri l'ombra della terra a lungo attesa, l'arrivo di un fortunale che oscura il cielo, il soffio di una balena che si alza a tribordo. Il poeta colombiano Álvaro Mutis ha fatto del marinaio Maqroll, un gabbiere appunto, il protagonista dei suoi romanzi, la voce principale della sua poesia.

Mentre veglia sull'albero più alto, Maqroll percorre con lo sguardo "profumi, case abbandonate", vede alzarsi il fumo degli alambicchi, ode il canto delle Terre Alte. Il gabbiere scorge e grida allegrie e miserie, la stoltezza degli uomini, la danza dell'allegria. Contempla insieme la vita sofferta a sorsi e il filo di una spada rosa dalla ruggine. Guardando le cose da lassù ha imparato che la vita è la presa di coscienza della sconfitta, ma la sua via non è quella della resa, ma quella gioiosa della disperanza, in cui ha ancora senso la parola del poeta:

Lo stesso Maqroll ci avverte al riguardo in un'altra poesia dal titolo "I lavori perduti" : 

A nulla serve che il poeta lo dica ... la poesia è fatta da sempre. Vento solitario. Artiglio disseccato e friabile di un uccello potente e tranquillo, vecchio d'età  e valoroso nel suo ultimo istante.  



giovedì 24 dicembre 2020

le stelle accorrono

 

Giotto, la Natività (fonte Wikipedia)


LA LUCE CHE VIENE


Perfino così tardi avviene:

l’amore che arriva, la luce che viene.

Ti svegli e le candele si sono accese forse da sé,

le stelle accorrono, i sogni entrano a fiotti nel cuscino,

sprigionano caldi bouquet l’aria.

Perfino così tardi gli ossi del corpo splendono

e la polvere del domani s’incendia in respiro.


      di Mark Strand,  traduzione di Damiano Abeni



Natale 2020 -  Voglio fare gli auguri a tutti i lettori e i viaggiatori che incrociano quando possono le poesie di questo blog. Auguri con una poesia ovviamente, di pochi versi, ma preziosissimi per la loro capacità di illuminare  - al modo di una stella tenue -  una parte di quel mistero che oggi ci va interrogando. L'oscurità non ha l'ultima parola sui destini dell'uomo, la luce viene, persino quando ormai si è smesso di attenderla, persino così tardi, in modi del tutto inconsueti, come delle candele che danno luce senza che alcuno le abbia accese. Come la fanciulla di Nazareth che mescola insieme in questa notte le grida del parto e le preghiere che porta nel cuore.

E tutto, persino delle vecchie ossa, si riveste di splendore e fiamma.





mercoledì 16 dicembre 2020

unica voce il cui respiro sento

 




La notte è mia sorella, io nel profondo

dell’amore annegata, giaccio a riva,

acque ed alghe a fior d’onda mi lambiscono,

mi ferirà la draga, e c’è di più:

lei, solo braccio teso dalla sabbia,

unica voce il cui respiro sento

a sgelarmi le nari, ad aprirmi la mano,

lei potrebbe avvisarti, se tu udissi.

Ma di certo è impensabile che un uomo

in sí dura tempesta lasci il quieto

focolare e s’imbarchi al salvataggio

di un’annegata per portarla a casa,

sgocciolante conchiglie sul tappeto.

Buia è la notte, e per me piange al vento.

        

di Edna St. Vincent Millay,  L’amore non è cieco (Crocetti, 2001), traduzione di  Silvio Raffo


e questa è la versione originale:

Night is my sister, and how deep in love,

How drowned in love and weedily washed ashore,

There to be fretted by the drag and shove

At the tide's edge, I lie—these things and more:

Whose arm alone between me and the sand,

Whose voice alone, whose pitiful breath brought near,

Could thaw these nostrils and unlock this hand,

She could advise you, should you care to hear.

Small chance, however, in a storm so black,

A man will leave his friendly fire and snug

For a drowned woman's sake, and bring her back

To drip and scatter shells upon the rug.

No one but Night, with tears on her dark face,

Watches beside me in this windy place.


E' notte. Parla una donna, una donna annegata, cose che accadono nelle poesie. La corrente l'ha deposta sulla riva, il corpo lambito di acque e alghe, destinato ad un ultimo oltraggio: lo scempio che le prepara il braccio meccanico di una draga. Eppure a questo stesso braccio, al motore che lo solleva - unica voce il cui respiro sento -, la donna annegata affida uno scarto di speranza. Sarà lei, forse, la scavatrice a farsi messaggera per l'amato, a dirgli del suo pericolo.

Soli, sulla spiaggia, nella notte buia rimangono la donna annegata e la macchina d'acciaio. L'uomo non giungerà a soccorrerla, non certo in una notte di tempesta come questa. Non la porterà a casa sua in questo stato, a sgocciolare conchiglie sul tappeto.

Per lei sola intanto piange il vento.

Quale straordinaria forza evocativa in queste immagini: una notte di bufera, una donna annegata, sola su una spiaggia, la sua sola compagnia una gru di acciaio, immagino arrugginita dalla salsedine e questo struggente ultimo pensiero che scivola tra i denti con il suo ultimo respiro ... se tu udissi

Se volete leggere le poesie di Edna St. Vincent Millay e vi dico che ne vale la pena, le trovate pubblicate in italiano da Crocetti, uno degli editori  più interessanti e coraggiosi del nostro panorama culturale. Sono andato a leggermi sul sito della casa editrice il ritratto di Edna: scopro così che è stata l’eroina dell’età del jazz, la poetessa più amata e più letta nell’America degli anni venti. Il suo sex appeal - dicevano - aveva l’effetto di una droga sulle persone. Thomas Hardy disse che c’erano soltanto due grandi cose negli Stati Uniti: i grattacieli e la poesia di Edna. Insomma davvero una che valeva la pena conoscere, "Interpretò una femminilità libera e spregiudicata - aggiunge il suo profilo - e raccontò l’amore romantico ma senza illusioni, la precarietà della vita e la tristezza senza rassegnazione. Le poesie di Edna conservano una forza che il tempo non ha scalfito. 

Incuriosito ed affascinato sono andato a cercare qualche notizia in più sulla poetica di Edna; il suo traduttore Silvio Raffo, in una intervista a Pangea News, (potete leggerla integralmente qui la-bad-girl-della-poesia-americana/)  ci spiega che "le tematiche ricorrenti nella poesia di Edna St. Vincent Millay sono quelle della grande tradizione shakespeariana: la caducità del tempo, l’eternità della Bellezza, la fragilità della condizione umana. Un certo cinismo incrina il romanticismo di base, come accade anche nella poetessa a lei maggiormente affine, Sara Teasdale. Una voce femminile disincantata. Insomma, una bad girl che conquistò i giovani del Greenwich Village proprio in virtù della sua spregiudicatezza. I suoi testi parlano spesso d’amore, in toni che talvolta parrebbero intrisi di romanticismo, ma il fatto è che il suo “romanticismo” è un’erma bifronte, una sorta di amabile bluff. In Spring, una poesia in cui si ricollega all’Eliot di “Aprile è il mese più crudele”, lo dice chiaramente: “I know what I know” e questo potrebbe, a ben vedere, essere il suo motto. "

lunedì 7 dicembre 2020

inchiostri leggeri di piume sottili

 


DELICATA FESSURA


Ti rovescio parole di carta,

cascate di lettere che esondano a terra.


Puoi farne origami di storie,

teatrini di ombre o alfabeti sonori,

puoi farne collage di momenti,

ritagli di pelle, timbri di baci.


Non sono pesanti le mie parole

ma inchiostri leggeri di piume sottili.


Scroscia la schiuma se bagna la sabbia

talmente potente che non fa rumore,

sussurro con voce pacata

allo spiraglio della tua mente.


In te, delicata fessura,

riverso parole tra i tagli imperfetti.


Puoi farne ciò che desideri

soltanto ti chiedo, abbine cura.

Preservale intatte a scaldare il tuo petto

Richiudi quel varco,


poi getta la chiave.


         di Francesca Pardini



Così da Parigi scriveva Rainer Maria Rilke ad un giovane poeta che gli chiedeva un giudizio sulle sue poesie: "Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità."

Nel viaggio verso una stella tenue  mi capita di incontrare molte persone  diverse. Alcune hanno una mappa che conduce alla dimore di una poetessa che non conoscevo, altre mi mostrano una lente con la quale osservo nuove realtà in versi su cui a lungo avevo meditato invano. A volte ho percepito un grido,  di aiuto o più semplicemente la richiesta di fare un tratto di strada insieme. Vi sono infine coloro che danno voce ad un'urgenza  necessaria, ad un appello ineludibile: sono poeti giovani o che non hanno trovato ancora il loro spazio nel mondo dell'editoria. Ho deciso quindi di creare un angulus in questo blog dedicato a tutti loro, a tutti coloro che scrivono nell'ora più quieta della loro notte.


Francesca mi ha raccontato questo di sé e della sua poesia: "Da bambina disegnavo sui tovaglioli di carta quando non avevo a portata di mano carta e penna. Da ragazza ho testato i pennelli e l’odore dell’olio e dell’acqua ragia li ho ancora impressi nel repertorio dei ricordi evergreen. Ho sempre rincorso le immagini, le ho studiate, le ho ammirate, le ho spiegate agli altri. Opere d’arte, rappresentazioni, qualsiasi materiale creato che possa essere sottoposto alla nostra percezione. L’estetica è realmente tutto ciò che riguarda la percezione dei nostri sensi e sono tutte incredibilmente concatenate in una macchina complessa, che vuole solo essere guidata nel modo giusto. Cosa mi spinge a scrivere? La necessità di riportare con le parole un’esperienza o il frammento di un’idea che posso avere realmente vissuto o che mi è stata suggerita da ciò che osservo, da ciò che mi circonda. Questo  momento mi si presenta attraverso immagini, e queste corrispondono ad  un mondo infinito di parole. Abbiamo una lingua talmente ricca di sfumature che poterle usare non è così diverso dall’avere in mano una tavolozza di colori e poter scegliere quelli giusti, di fronte a una tela bianca. Anche se la scelta fosse quella di non usare alcun colore. La scrittura è  un  gioco incredibile di variabili, e la   poesia  ne è l’essenza. Ho un approccio naturale alla sintesi, ma lascio anche scorrere la penna a lungo quando serve. D’altronde nell’arte c’è stato bisogno di un Lucio Fontana ma anche delle follie di Jackson Pollock. Voglio pensare che nella poesia, nella mia poesia, possa essere lo stesso."

Il passo di Rilke che ho citato è tratto da una delle lettere pubblicate di recente in Italiano da Adelphi, in "Lettere ad un giovane poeta": "Le Lettere a un giovane poeta furono realmente indirizzate da Rilke al giovane scrittore Kappus fra il 1903 e il 1908. Pubblicate postume nel 1929, si diffusero in breve tempo nei paesi di lingua tedesca come una specie di breviario – non tanto d’arte quanto di vita. Oggi, nella generale riscoperta di Rilke, ormai sfrondato di quegli omaggi sensibilistici che per molti avevano a lungo impedito l’accesso alla sua grande poesia, queste pagine tornano a essere una guida preziosa. Fin dalle prime righe, esse ci danno l’accordo che poi sentiremo risuonare in ogni parola di Rilke: «La maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura». Scrivere, per Rilke, era al tempo stesso un atto che poneva esigenze assolute, mutando la vita intera, e un oscuro processo biologico, una fermentazione delicata dove alla coscienza spettava soprattutto di stare in ascolto, esercitando un’ardua «passività attiva». E proprio in queste lettere Rilke ha saputo illustrare la sua «via» alla letteratura con le parole più precise e più dense. Unite a due altri brevi testi di carattere affine (le Lettere a una giovane signora e Su Dio), le Lettere a un giovane poeta vengono qui proposte nella celebrata versione di Leone Traverso, che fu uno dei primi e più felici interpreti di Rilke in Italia" (dalla prefazione Adelphi)

martedì 1 dicembre 2020

sentirti destino intrecciato

alla mia sposa 


Marc Chagall, Le tre candele 


Alcesti


Ma solo pensare a te.

Non è una figura che viene

una nitida traccia.

È come cadere in un posto

con un po’ di dolore.


Tu sei il mio tu piú esteso

deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è

un’altra forma del mondo

che si appoggi al mio cuore

con quel tocco, quell’orma.

Tu. Tu sei del mondo la piú cara

forma, figura, tu sei il mio essere a casa

sei casa, letto dove

questo mio corpo inquieto riposa.

E senza di te io sono lontana

non so dire da cosa ma

lontana, scomoda un poco

perduta, come malata,

un po’ sporco il mondo lontano da te,

piú nemico, che punge, che

graffia, sta fuori misura.


Mio vero tu, mio altro corpo

mio corpo fra tutti mio

piú vicino corpo, mio corpo destino

ch’eri fatto

per l’incastro con questo mio

essere qui in forma di femmina

umana. Mio tu. Antico suono

riverberante, antico

sentirti destino intrecciato

sentire che sei sempre stato,

promesso da ere lontane

da distanze cosí spaventose

cosí avventurose distanze da

lontananze sacre.


Tu sei sacro al mio cuore.

Il mio fuoco

brucia da sempre col tuo

il mio fiato.


Io parlo delle forze −

di correnti sul fondo del mio lago

sul fondo del tuo, oscure e potenti,

piú del tempo dure piú dello

spazio larghe, ma sottili

al nostro sentire,

afferrate appena

e poi perdute, nel loro gioco.


Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo

prima di questo nome? E ancora

saremo qualcosa, lo sappiamo e non

lo sappiamo, con un sentire

che non è intelligente lavorio cerebrale.


Nessuna parte di corpo che muore

nessun pezzo umano, nessun arto,

nessun flusso di sangue, nessun

cuore, nessuno, niente che sia

stretto nel giro del sole, niente

che sia solo terrestre umano muove

il tuo cuore al mio, il mio al tuo,

come fossero due parti di un uno.


Allora tu sei la mia lezione piú grande

l’insegnamento supremo.

Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste

l’uno solamente, senza il due.


                                 Mariangela Gualtieri, da “Bestia di gioia”, Einaudi, Torino, 2010

domenica 29 novembre 2020

inaspettato ci raggiunge il timore

 



Γλαῦχ᾽, ὅρα· βαθὺς γὰρ ἤδη κύμασιν ταράσσεται
πόντος, ἀμφὶ δ᾽ ἄκρα Γυρέων ὀρθὸν ἵσταται νέφος,
σῆμα χειμῶνος, κιχάνει δ᾽ ἐξ ἀελπτίης φόβος.

Glauco guarda!  Sconvolto è dalle onde il profondo
mare, sulle vette di Gire in alto si erge un nembo,
segno di tempesta, inaspettato ci raggiunge  il timore.

                       Archiloco (Arch. fr. 105 West), la traduzione è mia


Due uomini guardano il mare turbato da una tempesta improvvisa sul punto di scatenarsi: le onde già  iniziano a sconvolgere gli abissi, i nembi sovrastano le vette delle scogliere di Gire. Ecco che da qualche luogo dell'animo, sorge un timore inatteso. 

I commentatori antichi sostenevano che in questi versi la descrizione della burrasca avesse anche un significato allegorico, forse l'approssimarsi di una battaglia, ma allo stesso tempo deducevano dalla precisione dei dettagli e della rappresentazione dello scatenarsi degli elementi, l'origine dell'ispirazione poetica in una esperienza-limite, autobiografica. Credo anche io che sia così, Archiloco in questo frammento riesce, con straordinaria efficacia, a rendere ciò che lì, su quella scogliera, ha afferrato e stretto a sé tanto il corpo che la mente.

Mi sembra che i versi del poeta di Paro rivelino una dimensione profonda della nostra esistenza; certo, è probabile che quanto ha provato in quel giorno insieme al suo amico Glauco, in qualche momento della nostra vita, noi lo abbiamo provato. Tutto sembra andare per il verso giusto: le amicizie, gli affetti, il lavoro, si studiano le migliori scuole per i propri figli, si fanno progetti  di viaggio, gettando un occhio su una carta geografica o alle previsioni metereologiche. 

Esattamente quello che fa Cicerone durante il suo viaggio in Grecia - è lui  stesso a raccontarlo  all'amico Attico - quando, citando i versi di Archiloco, gli riferisce che non si sarebbe affrettato a lasciare l'isola di Delo finché non avesse visto le alture di Gire sgombre da nubi (itaque erat in animo nihil festinare, nec me Delo movere nisi omnia ἄκρα Γυρέων pura vidissem.).  
 
Poi, all'improvviso, tutto cambia: d'un tratto il mare ruggisce ed infuria ed un nembo oscuro, annunciatore di tempesta, si erge sopra le vette dei monti. Nella nostra vita, come in quella del poeta greco.

Non è un caso che l'ispirazione dei versi di Archiloco prenda vita al cospetto del mare,  sul confine assegnato dalla natura allo spazio delle imprese umane. Non solo il mare si è consolidato nell'immaginario dell'uomo con il carattere dell'imprevedibilità, persino della ricerca filosofica, tanto che il filosofo Leibniz, scrive a proposito: «Credevo di essere arrivato in porto, e sono stato rigettato in mare aperto». Ma c'è di più,  il fine ultimo della vita filosofica è espresso da Lucrezio attraverso l'immagine metaforica di un uomo che dalla terraferma osserva, al sicuro da ogni turbamento, un mare in tempesta ed a una nave in pericolo di naufragare. E' la filosofia che secondo Lucrezio può garantire la giusta “distanza di sicurezza” all'uomo, il quale grazie ad essa diventa come uno spettatore, che sereno, contempli la tempesta, la fatica e il pericolo di chi ci s’imbatte, pericolo al quale il filosofo ritiene di non essere esposto. 

Il fatto è che la vita ci sorprende sempre. Per quante attenzioni rivolgiamo, come Cicerone e Lucrezio, a scorgere i "segni della tempesta" o a scansarne gli effetti,  la condizione umana pare inseparabile da quel momento che Archiloco ha espresso benissimo con l'immagine del timore che lo coglie all'improvviso: ἐξ ἀελπτίης. 

Non posso fare a meno di notare in questa parola la radice di ἐλπίς, speranza, negata dal prefisso privativo, cosicché potremmo dire - in un certo senso - che il timore giunge da dove non c'è speranza. Nel lessico greco l'espressione ἐξ ἀελπτίης indica dunque il luogo dell'inatteso, dell'imprevisto e del non-sperato allo stesso tempo. In questo senso il timore giunge non solo da ciò che non siamo in grado di prevedere, ma anche da una dimensione interiore abitata dal non-sperato.

Ritrovo in questi versi lo spirito dell'Iliade, ciò che mi ha fatto innamorare della poesia greca antica: nulla è nascosto di ciò che accade all'uomo colpito dalla sventura, nessuna facile pietà. Vi regna invece il senso profondo della misura, la consapevolezza del limite entro cui si iscrive ogni orizzonte umano, ma anche l'apertura appena accennata, quasi con riserbo, a ciò che può ancora essere, all'insperato,  al non ancora





giovedì 19 novembre 2020

se c’è un precipizio del paesaggio

 


Ho un fiore in mano forse.

Strano.

Nella mia vita deve esserci

stato un giardino un tempo.


Nell’altra mano stringo

una pietra.

Con fiera grazia.

Nessun sospetto

per preavvisi di mutamenti,

sentore di difese piuttosto.

Nella mia vita deve esserci

stata ignoranza un tempo.


Sorrido.

La curva del sorriso,

il cavo del mio umore

somiglia a un arco ben teso,

pronto.

Nella mia vita deve esserci

stato un bersaglio un tempo.

E predisposizione a vincere.


Lo sguardo affondato

nel peccato originale:

assapora il frutto proibito

dell’attesa.

Nella mia vita deve esserci

stata fede un tempo.


La mia ombra, nient’altro che un gioco del sole.

Addosso un’uniforme d’incertezza.

Non ha ancora fatto in tempo ad essermi

compagna o delatrice.

Nella mia vita deve esserci

stata abbondanza un tempo.


Tu non ci sei.

Ma se c’è un precipizio del paesaggio

se io sto sull’orlo

con un fiore in mano

e sorrido,

vuol dire che da un momento all’altro arriverai.

Nella mia vita deve esserci

stata vita un tempo.


di Kiki Dimoula da L’adolescenza dell’oblio (Crocetti, 2000), trad. it. P. M. Minucci


Nel mio viaggio verso una stella tenue incontro a volte viaggiatori che mi mostrano una direzione sconosciuta. Questa volta devo ringraziare Caterina per avermi indicato la via che porta alla poetessa greca Kiki Dimoula.

Succede a volte che la poesia faccia sorgere in chi l'ascolta echi profondi: un suono o una musica che è difficile dire da dove venga. Arriva ed entra in una inattesa consonanza con grovigli di antiche emozioni, incide cicatrici dimenticate, risveglia e scuote. 

In questa poesia mi sembra, che il tessuto emotivo fondamentale si costruisca attorno ad un "oggi", in cui alcune cose accadono: una mano stringe un fiore, l'altra una pietra, un volto che accenna un sorriso. Ed un "passato" che questi gesti richiamano alla memoria. A questa infine sembra che altro non sia concesso se non fare ipotesi, con una grazia del tutto speciale, su ciò che il tempo ha portato via:

Nella mia vita deve esserci

stata vita un tempo.

Solo l'amore, o l'illusione dell'amore, sembra poter sfuggire al potere dello scorrere della sabbia nella clessidra. Si può sorridere sull'orlo del precipizio, aspettando chi da un momento all'altro arriverà.

martedì 10 novembre 2020

Una voce mi chiama

 



Una voce mi chiama

via da questa vita fugace

come una pioggia 
   
     d'estate


                  Shida Yaba  Terzo giorno del primo mese
                                       del quinto anno Genbun (1740)


Quello che avete appena letto è un tipo di poesia in voga in Giappone da secoli. E' chiamato Jisei, la poesia dell'addio, quella che si compone in prossimità della morte, quando il mondo comincia a declinare attorno a noi e ci apprestiamo ad abbandonare ogni cosa, ogni ricordo. Come in molti altri aspetti della vita i giapponesi sembrano attenersi ad un codice ben codificato, insito profondamente nei loro costumi. Lo ha ben spiegato Mario Vattani nel bel libro di cui è autore, "Svelare il Giappone": vi è come un ritmo giapponese di fare le cose, una forma riconoscibile in gran parte delle azioni che un uomo o una donna compiono abitualmente: accenno, pausa, azione perché "eseguire un'azione in modo sbrigativo, con una sola mossa, è volgare e animalesco". 
E' questa una forma che chi ha praticato una delle tante discipline marziali legate all'arte della spada conosce bene. Ogni allievo lo ha colto, osservando il proprio sensei nell'atto di riporre la spada nel fodero: accenno, pausa, azione.

Così sembra essere anche per questa forma di scrittura, Jisei, la poesia del commiato. Quasi che non vogliano invadere con un'emozione improvvisa la sfera interiore di chi è vicino, i Giapponesi da secoli, al presentimento della morte sono soliti affidare alla poesia il compito di aiutare lo "spirito ad allentare i legami con il mondo delle forme e a rilassare i contorni dell'io, così da renderlo partecipe della natura divina che palpita in ogni creatura". A spiegarci tutto ciò è Ornella Civardi che ha curato la raccolta intitolata "Jisei, poesie dell'addio" per l'elegante casa editrice SE. 

Shida Yaba, l'autore dell'haiku, che avete appena letto era stato discepolo di Matsuo Bashō, probabilmente il massimo maestro di questo genere di poesia - alcuni suoi componimenti potete leggerli anche qui sul blog. Yaba è già piegato dalla malattia quando si fa consegnare carta e pennello per comporre insieme le 17 sillabe che formano il suo haiku. Mancano in realtà ancora una ventina di giorni alla sua morte e il poeta avrà modo di scriverne ancora uno, di intensa e inconsueta mestizia prima di chiudere gli occhi per sempre. 

La poesia del terzo giorno del primo mese del quinto anno Genbun si apre con un richiamo rivolto al poeta, la voce probabilmente è proprio quella di Bashō, il suo maestro.  Certo non è una voce qualunque quella che il poeta sente, ma quella voce che custodiva nel suo cuore, probabilmente proprio quella che si attende di ascoltare. Accade anche ad alcune anime, quando sono tese come la corda di uno strumento musicale, pronte a risuonare ad uguale accordo, ad uguale intensità. 

In molti, credo, abbiamo fatto esperienza di questo particolare senso dell'ascolto: la voce di qualcuno che è importante per noi ci raggiunge prima che il senso della vista ne sveli la misura del passo, l'atteggiamento del viso, il sorriso consueto. Per chi è innamorato un tale momento è prezioso come il rumore delle acque di un torrente di montagna a lungo cercato tra forre e boschi. Il respiro si fa quasi esitante in quell'istante. 

La voce del maestro chiama, anzi chiama via, non per esortare ad un distacco più risoluto, ma a lasciare un peso ormai superfluo, un impedimento inutile. Via da questa vita fugace. L'inganno è voler trattenere ciò che deve passare, rivendicare ciò che è bene disperdere, indugiare tristemente su ciò che si deve contemplare nel suo trascorrere. 

come una pioggia d'estate.