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martedì 10 novembre 2020
Una voce mi chiama
domenica 25 ottobre 2020
Val la pena tornare, magari diverso
Paesaggio
Quest’è il giorno che salgono le nebbie dal fiume
nella bella città, in mezzo a prati e colline,
e la sfumano come un ricordo. I vapori confondono
ogni verde, ma ancora le donne dai vivi colori
vi camminano. Vanno nella bianca penombra
sorridenti: per strada può accadere ogni cosa.
Può accadere che l’aria ubriachi.
Il mattino
si sarà spalancato in un largo silenzio
attutendo ogni voce. Persino il pezzente,
che non ha una città né una casa, l’avrà respirato,
come aspira il bicchiere di grappa a digiuno.
Val la pena aver fame o esser stato tradito
dalla bocca più dolce, pur di uscire a quel cielo
ritrovando al respiro i ricordi più lievi.
Ogni via, ogni spigolo schietto di casa
nella nebbia, conserva un antico tremore:
chi lo sente non può abbandonarsi. Non può abbandonare
la sua ebrezza tranquilla, composta di cose
dalla vita pregnante, scoperte a riscontro
d’una casa o d’un albero, d’un pensiero improvviso.
Anche i grossi cavalli, che saranno passati
tra la nebbia nell’alba, parleranno d’allora.
O magari un ragazzo scappato di casa
torna proprio quest’oggi, che sale la nebbia
sopra il fiume, e dimentica tutta la vita,
le miserie, la fame e le fedi tradite,
per fermarsi su un angolo, bevendo il mattino.
Val la pena tornare, magari diverso.
Cesare Pavese da “Lavorare stanca”
sabato 17 ottobre 2020
così distanti dalle solitudini casuali
domenica 11 ottobre 2020
sotto il torrente dei raggi solari
Alla Musa
Come vigoroso il lavoratore afferra
la curva impugnatura dell'aratro,
lacera il fianco delle terre
e sotto il torrente dei raggi solari
i solchi aridi diventano fertili,
come il grano fulvo nell’aia
si ammassa e i mulini ruggiscono;
come trabocca dalla vasca la pasta lievitata,
e il contadino la cuoce in un forno
che è sempre acceso,
il piacere, il vigore creatore
che diffonde il Pane, il Pane consacrato,
tu insegnami, Musa dei miei padri;
insegnami, e incorona di spighe la mia lira,
perché sull’aia, alla fresca ombra del salice,
io mi possa sedere e generare
le mie canzoni.
di Daniel Varujan, traduzione di Antonia Arslan
Riprendo da Antonia Arslan, alla quale dobbiamo la ricezione della poesia di Varujan in Italia, una sintesi della sua vita. Daniel Varujian nasce a Perknik in Anatolia nel 1884. Nel 1896 si reca con la madre a Costantinopoli alla ricerca del padre, arruolato nell'esercito turco e imprigionato dal regime del "Sultano Rosso" Abdul Hamid. Tra il 1896 e il 1898 studiò nel collegio mechitarista a Costantinopoli e poi nella scuola media di Kadikoy, i padri lo inviarono a Venezia presso il collegio Mourad-Rafaelian, dove pubblicò la sua prima raccolta di poesie "Fremiti" (1906), tra il 1906 e il 1909 studiò presso l'Università di Gand nelle Fiandre. Qui scopre i simbolisti francesi e l’influenza del simbolismo europeo sará un carattere stilistico distintivo delle sue opere ed in particolare ne “Il canto del pane”.
Ritornato in Turchia, si sposa e la sua fama di poeta cresce dopo la pubblicazione del "Il cuore della stirpe" (1909) e "Canti Pagani" (1913); nel 1912 si trasferisce a Costantinopoli dove lavora come direttore di una scuola. Nascono due bambini; il terzo nasce proprio nel 1915; in questi anni Varujan si accosta al cristianesimo e inizia a scrivere "Il canto del pane" raccolta rimasta incompiuta.
Fra la notte del 23 e 24 aprile 1915 l'élite armena di Costantinopoli fu arrestata e deportata nel deserto; molti di loro vennero prelevati dalle loro case; Varujan verrà ucciso a colpi di pugnale il 26 agosto (muore a 31 anni) prima dell'arresto aveva in mente di proseguire "Il Canto del Pane" scrivendo una seconda raccolta che avrebbe intitolato "'Il Canto del Vino". Quando fu ucciso aveva in tasca Il Canto del Pane; questo testo fu creduto perduto per molti anni; ma alcuni amici superstiti, dopo la fine della prima guerra mondiale, cercarono di recuperarlo, affidandone la ricerca ad un agente segreto, Arshavir Esayan, che lo ritrovò fra i beni sequestrati agli armeni. Pubblicato postumo a Costantinopoli, nel 1921, Il Canto del Pane divenne il simbolo della vita del popolo.
La poesia che qui viene presentata è quella di apertura della raccolta, il titolo stesso, Alla musa e il tono dell'invocazione lo dimostrano con ogni evidenza. Sin dall'inizio siamo chiamati ad osservare una scena di vita campestre, il momento dell'aratura, quando si semina nell'attesa di raccogliere il frutto della propria fatica. Per molti di noi, abituati ai ritmi della città, al trascorrere del tempo scandito da orologi elettronici più che dal mutare della natura, si tratta di una visione inusuale, per molti versi lontana dalla nostra esperienza. E tuttavia la strofa di apertura di questa poesia arriva con forza, oltrepassa le barriere delle nostre abitudini e ci afferra stretti. Ecco che all'immagine del vigore del braccio che impugna l'aratro si salda l'annotazione precisa della sua forma ricurva. I fianchi della terra sono lacerati e ciò che è arido ora diviene fertile. Non c'è raccolto se il vigore dell'uomo non solleva la terra, se non smuove con fatica sassi e zolle per portare alla luce ciò che è fertile.
L'immagine non è edenica: Ci vuole vigore e anche τέχνη, l'aratro dovrà essere ben costruito, la curva del manico quella e non un'altra, la lama affilata il giusto; serve amore per quello che non si vede, che va portato alla luce. Ma al tempo stesso tutta la fatica dell'uomo non avviene sotto un cielo indifferente, ma sotto il torrente dei raggi solari. Un fluire generoso, ininterrotto di luce e calore che delinea un paesaggio, una forma storica della presenza dell'uomo, del suo rapporto con la terra.
Così dovrà essere la poesia ispirata dalla musa.
Della seconda stanza colpisce la vitalità dei colori e dei verbi: i mulini ruggiscono mentre il fulvo grano viene ammassato nell'aia. La pasta lavorata dalle mani operose trabocca dalla vasca, il fuoco riscalda un forno sempre acceso. Il biondo dorato del grano, il bianco della farina, il rosso del fuoco.
Così dovrà essere la poesia ispirata dalla musa.
Infine ecco l'ultima stanza: la mia poesia - chiede il poeta - sia come il Pane che diffonde piacere e vigore creatore. Certo il pane che sfama e ristora le forze, ma anche il Pane, quello consacrato con gesti antichi su un altare venerato con amore, in riti scanditi dal suono di cembali, circonfuso dal profumo dell'incenso.
insegnami, Musa dei miei padri
non una musa qualunque, non La Musa che ovunque ispira il canto, dal Caucaso al mare e oltre il mare. Tu - dice il poeta - Musa dei miei padri tu ispirami, tu che conosci queste valli e questi campi e queste fonti che noi contempliamo fin da bambini, anche se presto uomini violenti di qui ci scacceranno. Un paesaggio che è il nostro orizzonte, la fonte della nostra storia, perché noi ciò che guardiamo lo guardiamo con una vista a cui questo paesaggio ha dato la sua forma e la sua melodia.
Musa dei miei padri ... Quanto è prezioso questo verso e quanto è doloroso immaginarlo lì, su un taccuino ritrovato sul corpo senza vita del poeta, massacrato tra tanti altri, un corpo ammucchiato tra tanti altri, messo a tacere, ma solo per un po'.
martedì 29 settembre 2020
e le foglie roteavano sulle cicatrici della terra
Prova a cantare il mondo storpiato
Prova a cantare il mondo storpiato.
Ricorda di giugno le lunghe giornate
e le fragole, le gocce di vin rosé,
e le ortiche implacabili a coprire
le dimore lasciate dagli esuli.
Devi cantare questo mondo storpiato.
Hai visto navi e yacht eleganti
Alcuni dinanzi avevano un lungo viaggio,
ad attendere altri era solo il nulla salmastro.
Hai visto i profughi andare da nessuna parte,
hai sentito cantare di gioia i carnefici.
Dovresti cantare il mondo storpiato.
Ricorda quegli attimi in cui eravate insieme
e la tenda si mosse nella stanza bianca.
Torna col pensiero al concerto, quando esplose la musica.
D’autunno raccoglievi ghiande nel parco
e le foglie roteavano sulle cicatrici della terra.
Canta il mondo storpiato
e la penna grigia perduta dal tordo,
e la luce delicata che erra, svanisce
e ritorna.
di Adam ZAGAJEWSKI, traduzione di Valentina Parisi
giovedì 24 settembre 2020
Canta come se nulla fosse
CHIEDO IL SILENZIO
... canta, lastimada mia
Cervantes
anche se è tardi, è notte,
e tu non puoi.
Canta come se nulla fosse.
Nulla è.
di Alejandra Pizarnik
Ritorno, con questa poesia sul tema del silenzio e della solitudine. Non il silenzio di chi abbia perduto interesse al mistero della condizione umana, né la solitudine di chi abbia smarrito il ricordo di canti attorno al fuoco o dell'abbraccio che accoglie sulla soglia di casa dopo lungo andare.
E' un silenzio diverso che nella poesia di Alejandra Pizarnik si chiede. E' notte, un'ora tarda in cui tutti dormono o dovrebbero dormire. La stessa ora forse del passo del Don Chisciotte (seconda parte, capitolo XLIV) citato a margine del titolo: Emerenza invita l'amica Altisidora a cantare una serenata per il cavaliere della Mancia.
"Canta, lastimada mía, en tono bajo y suave, al son de tu harpa" ...
"Canta, mia sventurata, in tono basso e dolce, al suono della tua arpa"...
Nel breve componimento della poetessa argentina tutto comincia dal titolo: "chiedo il silenzio". Bisogna che ogni suono si arresti e ogni voce taccia perché lei possa cominciare a parlare.
anche se è tardi, è notte,
e tu non puoi
Lo fa con riserbo e delicatezza, sa che nulla può pretendere: lo so che è notte e che è tardi e che forse nemmeno è possibile, sembra voler dire, quasi a scusarsi. E poi questo verso sbalorditivo, forte come un grido disperato e nel profondo tuttavia simile ad una preghiera che sorpassa lo spazio ed il tempo:
Canta come se nulla fosse.
mercoledì 16 settembre 2020
una cosa di nessuno
Largo
O lasciate lasciate che io sia
una cosa di nessuno
per queste vecchie strade
in cui la sera affonda -
O lasciate lasciate ch'io mi perda
ombra nell'ombra -
gli occhi
due coppe alzate
verso l'ultima luce -
E non chiedetemi - non chiedetemi
quello che voglio
e quello che sono
se per me nella folla è il vuoto
e nel vuoto l'arcana folla
dei miei fantasmi -
e non cercate - non cercate
quello ch'io cerco
se l'estremo pallore del cielo
m'illumina la porta di una chiesa
e mi sospinge ad entrare -
Non domandatemi se prego
e chi prego
e perché prego -
Io entro soltanto
per avere un po' di tregua
e una panca e il silenzio
in cui parlino le cose sorelle -
Poi ch'io sono una cosa -
una cosa di nessuno
che va per le vecchie vie del suo mondo -
gli occhi
due coppe alzate
verso l'ultima luce -
Milano, 18 ottobre 1930
di Antonia Pozzi
sabato 12 settembre 2020
ci solleva dall'arbitrio dei sogni
C'è una certa ora ...
(Tjutčev)
C'è una certa ora - come un peso buttato via:
quando in noi l'arroganza è domata.
Un'ora di apprendistato, in ogni esistenza
trionfalmente ineluttabile.
Un'alta ora, in cui, deposta l'arma
ai piedi di chi ci ha indicato - il Dito,
la porpora di guerriero con il pelo di cammello
scambiamo sulla sabbia del mare.
Oh, quell'ora, che all'impresa come una Voce
ci solleva dall'arbitrio dei giorni!
Oh quell'ora, in cui come spiga matura,
ci pieghiamo sotto il nostro peso.
E la spiga cresce e scocca l'ora della gioia,
e il grano brama la macina.
Legge! Legge! Già nell'utero della terra
giogo da me concupito.
Ora dell'apprendistato! Ma un'altra luce
ci si fa vedere e conoscere - appena accesa l'aurora.
Te benedetta, ora suprema della solitudine
che passo passo la segui!
15 aprile 1921
di Marina Cvetaeva
Sostiene Jorge Luis Borges che “qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento: quello in cui l’uomo sa per sempre chi è”.
La poesia di Marina Cvetaeva parla proprio di questo, di quel momento, di quell'ora che è come un peso buttato via. Un grave fardello pesava su di noi, rallentava il passo: in quei giorni la mente sta ferma e il cuore si fa pesante. Ed ecco viene l'ora in cui questo peso, d'un tratto, è buttato via. Come è possibile? In un verso straordinario la poetessa russa cattura con esattezza il carattere speciale di questo tempo: quando in noi l'arroganza è domata. Ogni parola è qui scelta e disposta nel verso con nitidezza: l'orgoglio (гордыню in russo vuol dire arroganza ed anche orgoglio) infatti è domato da una forza più grande, non è abbandonato con il distacco della raggiunta sapienza, ma vinto da sconfitte e delusioni, sottoposto alla ferrea legge dell'inevitabile. Non ha 'rinunciato' la Cvetaeva al suo orgoglio, come - forse - non possiamo rinunciarci noi. Piuttosto ne contempla la sconfitta.
Un'ora di apprendistato tuttavia è questa: l'io lirico dice di aver imparato qualcosa di importante, come un apprendista che ruba il mestiere all'artigiano suo maestro. Credeva di sapere - nella sua/nostra arroganza - ha invece sperimentato - così come fa l'apprendista di una bottega - imparando ciò che non conosceva.
Quest'ora è poi un'ora di trionfo, un'alta ora che ci solleva all'impresa dall'arbitrio dei giorni. Non è un'ora qualsiasi, un momento di un tempo, sempre uguale, senza volto. E' l'ora in cui ci appropriamo davvero del nostro destino; come il generale che celebra il trionfo tra i canti dei suoi soldati dirigendosi verso il tempio dove deporrà le armi del nemico vinto.
Abbiamo qui la rappresentazione di due diversi movimenti: il primo indica la direzione che spinge all'impresa. La vita acquista sapore e significato nell'ora in cui scopriamo l'impresa a cui siamo destinati. Il secondo movimento rappresenta il distacco, il sollevarsi dall'arbitrio dei giorni ... Mi fermo un attimo, quasi senza fiato di fronte ad un verso meraviglioso, in cui brilla la ragione stessa del linguaggio poetico che, secondo Ezra Pound ,"è l'arte di caricare ogni parola del suo massimo significato". Profondissima intuizione, se di intuizione si tratta e non invece, come sembra, di ispirazione. L'ora del nostro apprendistato è l'ora che ci solleva, ci libera, potremmo anche dire, da una forza contraria che si oppone al nostro sollevarci e all'impresa che ci attende. Tale forza ha un nome, quello di arbitrio, che ben si adatta ad un imperio ferreo ed insensibile, incapace per natura di dare giustificazione delle sua azioni. L'arbitrio dei giorni è ciò che spesso viviamo: giorni si accumulano su giorni secondo un ordito la cui tessitura ci pare incomprensibile più che ingiusta. Al giorno della gioia succede quello della amarezza, a quello del morso dell'amore quello dello sguardo indifferente; il passo che ieri procedeva sicuro sulle creste ventose si muta d'un tratto nella esitante cautela. E' da tutto questo che l'ora dell'apprendistato ci solleva.
Oh quell'ora, in cui come spiga matura,
ci pieghiamo sotto il nostro peso
La stessa ora che solleva all'impresa è anche quella in cui, simili ad una spiga matura, ci pieghiamo sotto il nostro peso, forse l'ultimo passaggio del nostro apprendistato. Accogliere con gioia il destino che ci sottrae all'arbitrio del tempo, bramare la macina e l'ora dell'aurora che si accende. Un'altra luce ci si fa vedere e conoscere e possiamo benedire la suprema solitudine che ne segue il passo.
sabato 29 agosto 2020
ascolta il loro canto e taci!
Silentium!
Taci, nasconditi ed occulta
i propri sogni e sentimenti;
che nel profondo dell’anima tua
sorgano e volgano a tramonto
silenti, come nella notte
gli astri; contemplali tu e taci.
Può palesarsi il cuore mai?
Un altro potrà mai capirti?
Intenderà di che tu vivi?
Pensiero espresso è già menzogna.
Torba diviene la sommossa
Fonte: tu ad essa bevi e taci.
Sappi in te stesso vivere soltanto.
Dentro te celi tutto un mondo
d’arcani, magici pensieri,
quali il fragore esterno introna,
quali il diurno raggio sperde:
ascolta il loro canto e taci!..
di Fëdor Tjutčev, traduzione di Tommaso Landolfi
Appartenente a una famiglia dell’aristocrazia moscovita, Fëdor Ivanovič Tjutčev (1803-1873)
fu diplomatico oltre che eminente poeta, e dopo aver iniziato la carriera nel Collegio degli Affari esteri di Pietroburgo operò come incaricato speciale a Monaco di Baviera – dove frequentò Heine, Schelling e gli ambienti del Romanticismo tedesco – e a Torino, dove visse dal 1837 al 1839. Nel 1836 alcune sue liriche furono pubblicate dalla rivista di Puškin «Il contemporaneo», suscitando i primi, ampi consensi. Nel 1844 tornò definitivamente in Russia, mentre la sua fama di poeta cresceva dopo i riconoscimenti tributatigli da Turgenev, Fet, Dobroljubov.Il suo universo poetico è un coacervo di visioni cosmogoniche e di rappresentazioni metafisiche che rispecchiano un dualismo di tipo manicheo: vi sono due mondi, il Caos e il Cosmo, e il secondo altro non è se non l’organismo vivente della natura, un’essenza viva e pulsante ma secondaria rispetto al Caos, l’unica vera realtà, di cui il Cosmo rappresenta un’effimera scintilla. La cosmogonia di Tjutčev si nutre di contrasti tra inaccessibili vertici di perfezione e desolate lande nordiche o spaventosi abissi dominati dal disordine notturno e dall’instabilità spettrale del fato. A questo mondo che non conosce la gioia del possesso, ma solo la perdita, la caduta, il rimpianto, e insieme la vertigine del solitario destino umano, dà voce, con esiti memorabili, la versione di Tommaso Landolfi, scrittore così affine a Tjutčev per sensibilità e magistero poetico: centoundici componimenti – trascelti lungo l’intero arco creativo del poeta – dalla struttura concisa, austera, incalzante, in cui si riversa un’inquietudine antesignana non solo del simbolismo, ma della nostra stessa sensibilità contemporanea (dal risvolto del volume Adelphi).
venerdì 14 agosto 2020
questo passo d'addio
Devota come ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d'oblio,
su acutissime làmine
in bianca maglia d'ortiche,
ti insegnerò, mia anima,
questo passo d'addio...
di Cristina Campo
"Passo d'addio" è il titolo che Cristina Campo volle dare ad una breve raccolta di undici poesie apparse nel dicembre del 1956 e poi confluite insieme ad altri componimenti sparsi nel volume "LA TIGRE ASSENZA" pubblicato per i tipi di Adelphi.
La discrezione elegante del passo d'addio è preparata nella prima stanza da due diverse similitudini: nella prima la poetessa dice di essere devota come ramo/curvato da molte nevi. Colpisce la visione della neve e del bianco (tale elemento coloristico attraversa in effetti l'intera raccolta e ritorna nella seconda stanza), che non è forse assenza di colore e di vita, paralisi del sentire, atrofia dello stupore, ma al contrario forza che spinge alla concentrazione, al ripiegamento su ciò che è imperdibile. Se nel linguaggio comune curvato spesso finisce per definire il piegarsi controvoglia ad un destino avverso, nel verso in questione il termine si carica di significati altri, si riveste di una potenza allegorica che muove dalla compostezza di antichi gesti rituali: la postura china verso il cuore del monaco esicasta, il capo ripiegato del presbitero di fronte al turibolo da cui sale l'incenso, la notte in ginocchio della veglia d'armi del cavaliere. Curvarsi è in tal senso assumere il proprio posto nel mondo, diventare ciò che si era destinati a diventare per propria vocazione naturale. Certo c'è anche - in questo curvarsi - tutto il peso e la fatica che ogni vita comporta per ritrovare il proprio centro, per "spogliarsi di ogni ornamento" e ricondurre "tutto quanto è possibile verso la vita e la risposta alla vita, dallo stato di narcosi che stringe tutto sempre più da vicino" (così scriveva Cristina Campo all'amica Margherita Pieracci Harwell nel febbraio del '58.
Nella seconda similitudine ritroviamo di nuovo uno stato interiore espresso da un aggettivo - allegra - accostato ad un elemento naturale, il fuoco di un falò la cui fiamma riluce nel buio delle colline d'oblio. Ritrovo in questa potente immagine qualcosa della lirica di apertura dell'Antologia di Spoon River intitolata "La collina", nella quale l'io lirico, osservando le tombe d'intorno, ripete più volte il nome di coloro che sono morti: dove sono? ... dove sono? Sulla "collina" giacciono uno accanto all'altro i morti del passato: onesti e dissoluti, saggi e folli, uomini importanti e vagabondi, la sepoltura anonima del giudice Somers e l'imponente urna di marmo di Chase Henry, l'ubriacone del villaggio.
Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
l’abulico, l’atletico, il buffone, l’ubriacone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.
[...]
Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,
la tenera, la semplice, la vociona, l’orgogliosa, la felice?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.
Una morì di un parto illecito,
una di amore contrastato,
una sotto le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio spezzato, mentre anelava al suo ideale,
una inseguendo la vita, lontano, in Londra e Parigi,
ma fu riportata nel piccolo spazio con Ella, con Kate, con Mag –
tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.
(traduzione di Fernarda Pivano)
Tutti sono dimenticati allo stesso modo sulla collina, ma a tutti Edgar Lee Masters vuole lasciare la parola perché raccontino la propria storia, piena di una nuova ed insolita dignità, meritevole di un'attenzione imprevista. In modo simile, nella poesia di Cristina Campo, la luce del falò che rischiara il buio delle colline dell'oblio sfida l'imperio della rassegnazione al nulla e il dominio della necessità. Ma questo fuoco è anche allegria: la poetessa dice infatti di essere allegra come falò: rischiara l'oscurità e in ciò è la sua gioia.
C'è un passaggio di una lettera della Campo, citato da Margherita Pieracci Harwell in "Il sapore massimo di ogni parola", l'articolo che chiude il volume "La tigre assenza", che - credo - aiuti a comprendere meglio questa l'immagine poetica del falò, dell'allegria e delle colline d'oblio. Parlando della propria vocazione alla poesia, Cristina Campo nel luglio del 1958 scrive infatti : " ... sto nel buio, ma vorrei fare qualche cosa che agli altri sembrasse nato alla luce." Ecco proprio in questi versi mi sembra di intravedere la soglia di quella vita nuova, di cui Salomone - si dice - abbia scritto
"Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia
perché questo ci spetta, questa è la nostra parte." (Sapienza 2.9)
Ecco seguiamola ancora per un attimo la poetessa mentre si appresta a disegnare il suo ultimo passo d'addio.
domenica 9 agosto 2020
Nel sonoro apice della notte
RUBAIYAT

domenica 2 agosto 2020
parlare di tenebra a un'ombra così luminosa
Ai piedi della cattedrale
venerdì 24 luglio 2020
Scaverò con questa
![]() |
| fotografia di Elizabeth Holder |
Scavare
Tra il mio pollice e l’indice riposa
la tozza penna, comoda come una pistola.
Da sotto la finestra, un suono aspro e netto
quando la vanga affonda nella terra ghiaiosa:
mio padre, che scava. Mi affaccio e guardo
finché la sua groppa tesa nello sforzo tra le aiuole
s’abbassa, si rialza vent’anni addietro
curvandosi ritmicamente tra i solchi di patate
dove stava scavando.
Il rozzo scarpone annidato sulla staffa, il manico
saldo contro l’interno del ginocchio a fare leva.
Sradicava gli alti ciuffi, affondava la lama lucente
per sparpagliare le patate novelle che raccoglievamo
stringendole con piacere fredde e dure tra le mani.
Per Dio, il mio vecchio la sapeva maneggiare, la vanga.
E così il suo.
Mio nonno tagliava più torba in una giornata
di ogni altro nella torbiera di Toner.
Una volta gli portai del latte in una bottiglia
con un tappo di carta abborracciato. Si raddrizzò
per bere, poi si rimise subito al lavoro,
fendenti e affondi netti, gettandosi le zolle
sopra la spalla, andando sempre più giù
dove la torba era migliore. Scavare.
L’odore freddo del terriccio sulle patate, il risucchio e lo schiaffo
della torba impregnata, i tagli netti di una lama
su radici vive mi si ridestano nella mente.
Ma non ho vanga per seguire uomini come loro.
Tra il mio pollice e l’indice riposa
la tozza penna.
Scaverò con questa.
di Seamus Heaney (traduzione di Marco Sonzogni)
la tozza penna.
Scaverò con questa.
venerdì 17 luglio 2020
dorma la sventura infinita.
Quando nell'arca
Quando nell'arca
ben costruita
il soffio del vento
e il mare sconvolto la prostravano
nella paura, con guance non asciutte,
intorno al capo di Perseo pose la mano
e disse: "O figlio,
quale pena io ho.
Tu dormi: col tuo cuore di bimbo
tu dormi, nella triste arca
dai chiodi di bronzo, nella notte buia
e la tenebra oscura disteso.
E il mare profondo - l'onda sfiora
i tuoi capelli - non curi,
né la voce del vento,
appoggiato nella veste di porpora
il tuo bel viso.
Se ciò che fa paura, per te fosse pauroso,
alle mie parole porgeresti
il tuo tenero orecchio.
Ti prego, bimbo, dormi: e dorma il mare,
dorma la sventura infinita.
Un mutamento appaia,
Zeus padre, da te.
Se un voto audace io formulo,
o lontano da giustizia, perdonami".
Fr. 38/543 Page
di Simonide di Ceo, traduzione di Francesco Sisti
dorma la sventura infinita.
Quante volte sarà risuonata questa preghiera tra le onde del mare, fino ai nostri giorni ... e non solo tra le onde di un mare minaccioso, ma ogni volta che una madre ha cercato di proteggere nel sonno del proprio figlio l'unico, l'estremo riparo contro la sventura.
lunedì 13 luglio 2020
come miniera di rubini sii aperto all'influsso dei raggi del sole
VIAGGIO
Se l'albero potesse muoversi, e avesse piedi ed ali
non penerebbe segato, né soffrirebbe ferite d'accetta.
E se il Sole non viaggiasse con piedi ed ali ogni notte
come potrebbe illuminarsi il mondo all'aurora?
E se l'acqua amara non salisse dal mare nel cielo
come avrebbe vita nuova il giardino con pioggia e ruscelli?
Partì la goccia dalla patria, e tornò,
trovò la conchiglia e divenne perla.
Non partì Giuseppe in viaggio dando l'addio al padre piangente?
E, viaggiando, non ottenne fortuna e regno e vittoria?
E Muhammad non partì forse in viaggio verso Medina,
e sovranità ottenne, e fu re su cento paesi?
Anche se tu non hai piedi, scegli di viaggiare in te stesso,
come miniera di rubini sii aperto all'influsso dei raggi del sole.
O uomo ! Viaggia da te stesso in te stesso,
ché da simile viaggio la terra diventa purissimo oro.
Avanza da amarezza ed acredine verso dolcezza,
ché da suolo amaro e salato nascono mille specie di frutta!
di Jalal ad-din Rûmî
domenica 5 luglio 2020
Ciò che pesa troppo
Ciò che
e trascina in basso
che fa male come il dolore
e brucia come uno schiaffo,
può essere pietra
o àncora.
di Adam Zagajewski
lunedì 29 giugno 2020
Dio del tempio in rovina !
![]() |
| foto di John McDermott |
Dio del tempio in rovina!
le corde rotte del liuto non vogliono
intonare il tuo inno:
nella sera più non suonano
le campane che annunciano il tuo rito.
Silente e quieta è l'aria intorno a te
Alla tua desolata dimora giunge
la raminga brezza della primavera:
E reca notizie dei fiori -
i fiori che per il tuo culto
più non sono offerti
Chi da tempo antico ti onora
errabondo si aggira,
mai cessando di struggersi
per una grazia ancora negata.
Dio del tempio in rovina, più di un giorno
di festa è giunto per te silenzioso.
Più di una notte è trascorsa
senza la luce di una lampada.
Molte nuove immagini sono scolpite
da maestri di abili arti
e trasportate - quando anche il loro tempo è giunto -
alle acque sacre dell'oblio.
Solo il Dio del tempio in rovina
rimane senza preghiere
in un abbandono che non conosce morte.
di Rabindranath Tagore, la traduzione è mia.
martedì 16 giugno 2020
Il cuore ridondava dei sogni di quel tempo

Mentre limavo queste incerte magiche rime,
Il cuore ridondava dei sogni di quel tempo
Che, curvi sui carboni languenti,
Discorrevamo di quel popolo fosco che vive nell'anima
Degli uomini ardenti, come negli alberi morti i pipistrelli;
E delle ribelli schiere del crepuscolo
Che sospirano mescolando gioia ed affanno ,
Perché il fiore dei loro sogni non si è mai piegato
Sotto il frutto del bene e del male:
E della fiammeggiante turba schierata a battaglia
Che sale, ala su ala, fiamma su fiamma,
E grida con voce di tempesta il Nome Ineffabile,
E cozzando le lame delle spade compone
Un'estatica armonia, finché irrompe il mattino
E il bianco silenzio tutto sommerge tranne il rombo sonoro
Delle loro lunghe ali e il lampo dei loro candidi piedi.
di William Butler Yeats dalla raccolta The rose (1893)
In questi versi il poeta irlandese combina insieme visioni della mitologia celtica e riferimenti biblici: il frutto del bene e del male e l'immagine delle schiere angeliche che gridano il Nome Ineffabile, tratta dal libro dell'Apocalisse 19.12. Lo spirito di Yeats è trasportato al cospetto di una lotta decisiva, un combattimento escatologico, dove le schiere angeliche, i suoi antichi, amati eroi combattono insieme finché irrompe il mattino. Poi, di loro rimane solo il rombo sonoro delle ali ed il lampo dei loro candidi piedi.
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| W.B.Yeats ritratto mentre scrive |
E' nei versi 13 e 14 che il legame tra la visione e l'arte poetica mi sembra emerga con più chiarezza: nel cozzare delle spade si va infatti componendo un'estatica armonia: una consonanza di voci, una combinazione di toni, una modulazione di accordi: il compito del poeta. Per il clangore della battaglia e il fragore delle armi infatti gli eroi delle antiche saghe sono usciti nella notte, come ispirati poeti guerrieri.
Non diversamente chi voglia dirsi poeta cerchi il rumore di spade nella notte.
Perché ...
Dove però è il rischio
anche ciò che salva cresce
martedì 9 giugno 2020
i tumuli della memoria
L'acqua, la insegna la sete
La terra, gli oceani trascorsi.
Lo slancio - l'angoscia -
La pace - la raccontano le battaglie -
L'amore, i tumuli della memoria -
Gli uccelli, la neve.
di Emily Dickinson
giovedì 4 giugno 2020
che da lontano il nostro sangue sente
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| Jorge Luis Borges visto dal grande disegnatore e fumettista Enrique Breccia |
ODE COMPOSTA NEL 1960
Il chiaro caso o le segrete leggi
imposte a questo sogno, il mio destino,
vogliono, o necessaria e dolce patria
che non senza vergogna e gloria conti
centocinquanta laboriosi anni,
che io, l'istante, parli con te, il tempo,
e che l'intimo dialogo ricorra,
com'è uso, alle cerimonie e all'ombra
che aman gli dèi e al pudore del verso.
Patria io t'ho sentita nei tramonti
rovinosi delle periferie
e nel fiore del cardo che l'australe
reca all'androne e nel paziente piovere
e nel lento costume delle stelle,
nella mano che accorda una chitarra,
nella gravitazione del tuo piano
che da lontano il nostro sangue sente
come il britanno il mare e nei pietosi
simboli e nei boccali d'un soffitto,
dei gelsomini nell'umile amore,
nell'argento di un quadro e nel soave
contatto con l'acagiù silenzioso,
nei gusti delle carni e della frutta,
nella bandiera quasi azzurra e bianca
d'una caserma, nelle storie stracche
di coltello e cantone e nelle sere
uguali che si spengono e ci lasciano
e nel vago ricordo compiaciuto
di cortili con schiavi che portavano
il nome dei padroni e nelle povere
pagine di quei libri per i ciechi
che l'incendio disperse e nel cadere
delle epiche piogge di settembre
che nessuno dimentica, ma questi
sono appena i tuoi modi e i tuoi simboli.
Tu sei più del tuo lungo territorio
e più dei giorni del tuo lungo tempo,
tu sei più della somma inconcepibile
delle generazioni. Non sappiamo
come sei tu per Dio entro il vivente
seno degli archetipi immortali,
eppure per il tuo volto intravisto
noi viviamo e moriamo e aneliamo,
oh indivisa e misteriosa patria.
di Jorge Luis Borges, da L'artefice
lunedì 1 giugno 2020
Quale canto s'è levato stanotte
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| Bandiera italiana su monte Santo, agosto 1917 |
Devetachi il 24 agosto 1916
Quale canto s'è levato stanotte
che intesse
di cristallina eco del cuore
le stelle
Quale festa sorgiva
di cuore a nozze
Sono stato
uno stagno di buio
Ora mordo
come un bambino la mammella
lo spazio
Ora sono ubriaco
d'universo
di Giuseppe Ungaretti - L’allegria

























