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martedì 10 novembre 2020

Una voce mi chiama

 



Una voce mi chiama

via da questa vita fugace

come una pioggia 
   
     d'estate


                  Shida Yaba  Terzo giorno del primo mese
                                       del quinto anno Genbun (1740)


Quello che avete appena letto è un tipo di poesia in voga in Giappone da secoli. E' chiamato Jisei, la poesia dell'addio, quella che si compone in prossimità della morte, quando il mondo comincia a declinare attorno a noi e ci apprestiamo ad abbandonare ogni cosa, ogni ricordo. Come in molti altri aspetti della vita i giapponesi sembrano attenersi ad un codice ben codificato, insito profondamente nei loro costumi. Lo ha ben spiegato Mario Vattani nel bel libro di cui è autore, "Svelare il Giappone": vi è come un ritmo giapponese di fare le cose, una forma riconoscibile in gran parte delle azioni che un uomo o una donna compiono abitualmente: accenno, pausa, azione perché "eseguire un'azione in modo sbrigativo, con una sola mossa, è volgare e animalesco". 
E' questa una forma che chi ha praticato una delle tante discipline marziali legate all'arte della spada conosce bene. Ogni allievo lo ha colto, osservando il proprio sensei nell'atto di riporre la spada nel fodero: accenno, pausa, azione.

Così sembra essere anche per questa forma di scrittura, Jisei, la poesia del commiato. Quasi che non vogliano invadere con un'emozione improvvisa la sfera interiore di chi è vicino, i Giapponesi da secoli, al presentimento della morte sono soliti affidare alla poesia il compito di aiutare lo "spirito ad allentare i legami con il mondo delle forme e a rilassare i contorni dell'io, così da renderlo partecipe della natura divina che palpita in ogni creatura". A spiegarci tutto ciò è Ornella Civardi che ha curato la raccolta intitolata "Jisei, poesie dell'addio" per l'elegante casa editrice SE. 

Shida Yaba, l'autore dell'haiku, che avete appena letto era stato discepolo di Matsuo Bashō, probabilmente il massimo maestro di questo genere di poesia - alcuni suoi componimenti potete leggerli anche qui sul blog. Yaba è già piegato dalla malattia quando si fa consegnare carta e pennello per comporre insieme le 17 sillabe che formano il suo haiku. Mancano in realtà ancora una ventina di giorni alla sua morte e il poeta avrà modo di scriverne ancora uno, di intensa e inconsueta mestizia prima di chiudere gli occhi per sempre. 

La poesia del terzo giorno del primo mese del quinto anno Genbun si apre con un richiamo rivolto al poeta, la voce probabilmente è proprio quella di Bashō, il suo maestro.  Certo non è una voce qualunque quella che il poeta sente, ma quella voce che custodiva nel suo cuore, probabilmente proprio quella che si attende di ascoltare. Accade anche ad alcune anime, quando sono tese come la corda di uno strumento musicale, pronte a risuonare ad uguale accordo, ad uguale intensità. 

In molti, credo, abbiamo fatto esperienza di questo particolare senso dell'ascolto: la voce di qualcuno che è importante per noi ci raggiunge prima che il senso della vista ne sveli la misura del passo, l'atteggiamento del viso, il sorriso consueto. Per chi è innamorato un tale momento è prezioso come il rumore delle acque di un torrente di montagna a lungo cercato tra forre e boschi. Il respiro si fa quasi esitante in quell'istante. 

La voce del maestro chiama, anzi chiama via, non per esortare ad un distacco più risoluto, ma a lasciare un peso ormai superfluo, un impedimento inutile. Via da questa vita fugace. L'inganno è voler trattenere ciò che deve passare, rivendicare ciò che è bene disperdere, indugiare tristemente su ciò che si deve contemplare nel suo trascorrere. 

come una pioggia d'estate.







domenica 25 ottobre 2020

Val la pena tornare, magari diverso

 


Paesaggio


Quest’è il giorno che salgono le nebbie dal fiume

nella bella città, in mezzo a prati e colline,

e la sfumano come un ricordo. I vapori confondono

ogni verde, ma ancora le donne dai vivi colori

vi camminano. Vanno nella bianca penombra

sorridenti: per strada può accadere ogni cosa.

Può accadere che l’aria ubriachi.


                                                            Il mattino

si sarà spalancato in un largo silenzio

attutendo ogni voce. Persino il pezzente,

che non ha una città né una casa, l’avrà respirato,

come aspira il bicchiere di grappa a digiuno.

Val la pena aver fame o esser stato tradito

dalla bocca più dolce, pur di uscire a quel cielo

ritrovando al respiro i ricordi più lievi.


Ogni via, ogni spigolo schietto di casa

nella nebbia, conserva un antico tremore:

chi lo sente non può abbandonarsi. Non può abbandonare

la sua ebrezza tranquilla, composta di cose

dalla vita pregnante, scoperte a riscontro

d’una casa o d’un albero, d’un pensiero improvviso.

Anche i grossi cavalli, che saranno passati

tra la nebbia nell’alba, parleranno d’allora.


O magari un ragazzo scappato di casa

torna proprio quest’oggi, che sale la nebbia

sopra il fiume, e dimentica tutta la vita,

le miserie, la fame e le fedi tradite,

per fermarsi su un angolo, bevendo il mattino.

Val la pena tornare, magari diverso.


                       Cesare Pavese da “Lavorare stanca”

sabato 17 ottobre 2020

così distanti dalle solitudini casuali




Riaffermazione del romantico

La notte non sa nulla dei canti della notte.
È quel che è come io sono quel che sono:
e nel percepire ciò percepisco meglio me stesso

e te. Solo noi due possiamo scambiare
ciascuno con l’altro quel che ciascuno ha da dare.
Solo noi due siamo uno, non tu e la notte,

né la notte e io, ma tu e io, soli,
tanto soli, così profondamente con noi,
così distanti dalle solitudini casuali,

che la notte è solo sfondo ai nostri io,
supremamente fedeli ciascuno al suo diverso io,
nella luce pallida che ciascuno getta sull’altro.


    di Wallace Stevens, traduzione di Massimo Bagicalupo




Wallace Stevens (1879-1955) è da molti considerato il maggiore poeta americano del Novecento; certo non è secondo a nessuno dei massimi coetanei (Eliot, Frost, Pound, Williams), e oggi è il più frequentato e universalmente ammirato, a livello di cultura diffusa come da parte di lettori, studiosi, artisti e poeti; i libri a lui dedicati sono ormai centinaia. Stevens, che nella vita fu dirigente in una importante compagnia di assicurazioni del Connecticut e non visitò mai l'Europa, ha fama di poeta difficile, addirittura impenetrabile, ma i suoi testi hanno la limpidità glaciale di uno specchio in cui i lettori non cessano di trovare immagini e parole per dire la loro condizione (post)moderna. «La poesia» affermò «è una risposta alla necessità quotidiana di afferrare bene il mondo.» Ne esce quasi un manuale di sopravvivenza dove, come nei capolavori della musica e della pittura, la forma sovrana permette al lettore di entrare in un universo più vivido e libero, e così vivere pienamente la propria misteriosa umanità (dal Meridiano Mondadori).

Siamo nel 1936 quando Wallace Stevens  pubblica la raccolta Ideas of Order. Tra i suoi propositi centrale appare quello di ridefinire il romantico come una forza irrinunciabile nella crisi che l'America e l'Europa stavano attraversando alla metà degli anni '30. Sei anni dopo, in una conferenza tenuta mentre gli Stati Uniti stavano entrando in guerra, egli dice: "lo spirito di negazione è stato così attivo, così fiducioso e così intollerante che i luoghi comuni riguardo al romantico ci spingono a chiederci se la nostra salvezza, la nostra via di uscita non sia il romantico." Negli anni successivi alla guerra il poeta americano mostrerà una crescente insoddisfazione per il termine, ma ciò non toglie che è proprio in Ideas of Order che possiamo individuare la prima tappa dello sforzo di fondare un nuovo personale "umanesimo".

In questa poesia emerge uno dei temi centrali di tale sforzo: la suprema natura della poesia si rivela quella di essere ampliamento e arricchimento della realtà, ma essa è allo stesso tempo parte dell'imperfezione del mondo. Nella povertà e nella precarietà della condizione umana, il linguaggio risplende come il nostro tratto più caratteristico e prezioso.

Sono tre i personaggi di Riaffermazione del romantico: la Notte, il poeta e il suo interlocutore. Non è che si deve capire tutto in una poesia, a volte non serve e spesso non si può. Ma qui in questi versi c'è un'affermazione che a me pare straordinaria e struggente. La notte a volte può sembrarci lunghissima, un tempo che non finisce mai. Peggio, può sembrare invincibile, una prigione che non ha uscite, che non lascia scampo, ma la notte non sa nulla dei canti della notte. Vi è un abisso tra lei e il canto del poeta, sono due realtà che non si sfiorano, universi paralleli di dimensioni inavvicinabili, incompatibili.  E l'incredibile avviene. Proprio in ragione di questo fatto, su cui la notte - con la sua brama di negazione del romantico - non ha potere, il poeta può dire al suo interlocutore (mi piace pensare che si rivolga qui alla sua Beatrice)

Solo noi due siamo uno.







domenica 11 ottobre 2020

sotto il torrente dei raggi solari

 


Alla Musa


Come vigoroso il lavoratore afferra

la curva impugnatura dell'aratro, 

lacera il fianco delle terre

e sotto il torrente dei raggi solari

i solchi aridi diventano fertili,


come il grano fulvo nell’aia

si ammassa e i mulini ruggiscono;

come trabocca dalla vasca la pasta lievitata,

e il contadino la cuoce in un forno

che è sempre acceso,


il piacere, il vigore creatore

che diffonde il Pane, il Pane consacrato,

tu insegnami, Musa dei miei padri;

insegnami, e incorona di spighe la mia lira,

perché sull’aia, alla fresca ombra del salice,

io mi possa sedere e generare

le mie canzoni. 


   di Daniel Varujan, traduzione di Antonia Arslan


Riprendo da Antonia Arslan, alla quale dobbiamo la ricezione della poesia di Varujan in Italia, una sintesi della sua vita. Daniel Varujian nasce a Perknik in Anatolia nel 1884. Nel 1896 si reca con la madre a Costantinopoli alla ricerca del padre, arruolato nell'esercito turco e imprigionato dal regime del "Sultano Rosso" Abdul Hamid. Tra il 1896 e il 1898 studiò nel collegio mechitarista a Costantinopoli e poi nella scuola media di Kadikoy, i padri lo inviarono a Venezia presso il collegio Mourad-Rafaelian, dove pubblicò la sua prima raccolta di poesie "Fremiti" (1906), tra il 1906 e il 1909 studiò presso l'Università di Gand nelle Fiandre. Qui scopre i simbolisti francesi e l’influenza del simbolismo europeo sará un carattere stilistico distintivo delle sue opere ed in particolare ne “Il canto del pane”. 


Ritornato in Turchia, si sposa e la sua fama di poeta cresce dopo la pubblicazione del "Il cuore della stirpe" (1909) e "Canti Pagani" (1913); nel 1912 si trasferisce a Costantinopoli dove lavora come direttore di una scuola. Nascono due bambini; il terzo nasce proprio nel 1915; in questi anni Varujan si accosta al cristianesimo e inizia a scrivere "Il canto del pane" raccolta rimasta incompiuta. 

Fra la notte del 23 e 24 aprile 1915 l'élite armena di Costantinopoli fu arrestata e deportata nel deserto; molti di loro vennero prelevati dalle loro case; Varujan verrà ucciso a colpi di pugnale il 26 agosto (muore a 31 anni) prima dell'arresto aveva in mente di proseguire "Il Canto del Pane" scrivendo una seconda raccolta che avrebbe intitolato "'Il Canto del Vino". Quando fu ucciso aveva in tasca Il Canto del Pane; questo testo fu creduto perduto per molti anni; ma alcuni amici superstiti, dopo la fine della prima guerra mondiale, cercarono di recuperarlo, affidandone la ricerca ad un agente segreto, Arshavir Esayan, che lo ritrovò fra i beni sequestrati agli armeni. Pubblicato postumo a Costantinopoli, nel 1921, Il Canto del Pane divenne il simbolo della vita del popolo.


La poesia che qui viene presentata è quella di apertura della raccolta, il titolo stesso, Alla musa e il tono dell'invocazione lo dimostrano con ogni evidenza. Sin dall'inizio siamo chiamati ad osservare una scena di vita campestre, il momento dell'aratura, quando si semina nell'attesa di raccogliere il frutto della propria fatica. Per molti di noi, abituati ai ritmi della città, al trascorrere del tempo scandito da orologi elettronici più che dal mutare della natura, si tratta di una visione inusuale, per molti versi lontana dalla nostra esperienza. E tuttavia la strofa di apertura di questa poesia arriva con forza, oltrepassa le barriere delle nostre abitudini e ci afferra stretti. Ecco che all'immagine del vigore del braccio che impugna l'aratro si salda l'annotazione precisa della sua forma ricurva. I fianchi della terra sono lacerati e ciò che è arido ora diviene fertile. Non c'è raccolto se il vigore dell'uomo non solleva la terra, se non smuove con fatica sassi e zolle per portare alla luce ciò che è fertile. 

L'immagine non è edenica: Ci vuole vigore e anche τέχνη, l'aratro dovrà essere ben costruito, la curva del manico quella e non un'altra, la lama affilata il giusto; serve amore per quello che non si vede, che va portato alla luce. Ma al tempo stesso tutta la fatica dell'uomo non avviene sotto un cielo indifferente, ma sotto il torrente dei raggi solari. Un fluire generoso, ininterrotto di luce e calore che delinea un paesaggio, una forma storica della presenza dell'uomo, del suo rapporto con la terra. 

Così dovrà essere la poesia ispirata dalla musa.

Della seconda stanza colpisce la vitalità dei colori e dei verbi: i mulini ruggiscono mentre il fulvo grano viene ammassato nell'aia. La pasta lavorata dalle mani operose trabocca dalla vasca, il fuoco riscalda un forno sempre acceso. Il biondo dorato del grano, il bianco della farina, il rosso del fuoco.

Così dovrà essere la poesia ispirata dalla musa.

Infine ecco l'ultima stanza: la mia poesia - chiede il poeta - sia come il Pane che diffonde piacere e  vigore creatore. Certo il pane che sfama e ristora le forze, ma anche il Pane, quello consacrato con gesti antichi su un altare venerato con amore, in riti scanditi dal suono di cembali, circonfuso dal profumo dell'incenso.

insegnami, Musa dei miei padri

non una musa qualunque, non La Musa che ovunque ispira il canto, dal Caucaso al mare e oltre il mare. Tu - dice il poeta - Musa dei miei padri tu ispirami, tu che conosci queste valli e questi campi e queste fonti che noi contempliamo fin da bambini, anche se presto uomini violenti di qui ci scacceranno. Un paesaggio che è il nostro orizzonte, la fonte della nostra storia, perché noi ciò che guardiamo lo guardiamo con una vista a cui questo paesaggio ha dato la sua forma e la sua melodia.

Musa dei miei padri ... Quanto è prezioso questo verso e quanto è doloroso immaginarlo lì, su un taccuino ritrovato sul corpo senza vita del poeta, massacrato tra tanti altri, un corpo ammucchiato tra tanti altri, messo a tacere, ma solo per un po'. 



martedì 29 settembre 2020

e le foglie roteavano sulle cicatrici della terra

 



Prova a cantare il mondo storpiato


Prova a cantare il mondo storpiato.

Ricorda di giugno le lunghe giornate

e le fragole, le gocce di vin rosé,

e le ortiche implacabili a coprire

le dimore lasciate dagli esuli.

Devi cantare questo mondo storpiato.

Hai visto navi e yacht eleganti

Alcuni dinanzi avevano un lungo viaggio,

ad attendere altri era solo il nulla salmastro.

Hai visto i profughi andare da nessuna parte,

hai sentito cantare di gioia i carnefici.

Dovresti cantare il mondo storpiato.

Ricorda quegli attimi in cui eravate insieme

e la tenda si mosse nella stanza bianca.

Torna col pensiero al concerto, quando esplose la musica.

D’autunno raccoglievi ghiande nel parco

e le foglie roteavano sulle cicatrici della terra.

Canta il mondo storpiato

e la penna grigia perduta dal tordo,

e la luce delicata che erra, svanisce

e ritorna.


di Adam ZAGAJEWSKI, traduzione di Valentina Parisi 

giovedì 24 settembre 2020

Canta come se nulla fosse

 



CHIEDO IL SILENZIO

... canta, lastimada mia

Cervantes


anche se è tardi, è notte,

e tu non puoi.


Canta come se nulla fosse.


Nulla è.


di Alejandra Pizarnik



Ritorno, con questa poesia sul tema del silenzio e della solitudine. Non il silenzio di chi abbia perduto interesse al mistero della condizione umana, né la solitudine di chi abbia smarrito il ricordo di canti attorno al fuoco o dell'abbraccio che accoglie sulla soglia di casa dopo lungo andare. 

E' un silenzio diverso che nella poesia di Alejandra Pizarnik si chiede. E' notte, un'ora tarda in cui tutti dormono o dovrebbero dormire. La stessa ora forse del passo del Don Chisciotte (seconda parte, capitolo XLIV) citato a margine del titolo: Emerenza invita l'amica Altisidora a cantare una serenata per il cavaliere della Mancia.  

"Canta, lastimada mía, en tono bajo y suave, al son de tu harpa" ...

"Canta, mia sventurata, in tono basso e dolce, al suono della tua arpa"...

Nel breve componimento della poetessa argentina tutto comincia dal titolo: "chiedo il silenzio". Bisogna che ogni suono si arresti e ogni voce taccia perché lei possa cominciare a parlare.

anche se è tardi, è notte,

e tu non puoi 

Lo fa con riserbo e delicatezza, sa che nulla può pretendere: lo so che è notte e che è tardi e che forse nemmeno è possibile, sembra voler dire, quasi a scusarsi. E poi questo verso sbalorditivo, forte come un grido disperato e nel profondo tuttavia simile ad una preghiera che sorpassa lo spazio ed il tempo:

Canta come se nulla fosse.


mercoledì 16 settembre 2020

una cosa di nessuno

 


        Largo


O lasciate lasciate che io sia 

una cosa di nessuno

per queste vecchie strade

in cui la sera affonda -


O lasciate lasciate ch'io mi perda

ombra nell'ombra -

gli occhi 

due coppe alzate

verso l'ultima luce -


E non chiedetemi - non chiedetemi

quello che voglio

e quello che sono

se per me nella folla è il vuoto

e nel vuoto l'arcana folla

dei miei fantasmi -

e non cercate - non cercate

quello ch'io cerco

se l'estremo pallore del cielo

m'illumina la porta di una chiesa

e mi sospinge ad entrare -


Non domandatemi se prego

e chi prego

e perché prego -


Io entro soltanto

per avere un po' di tregua

e una panca e il silenzio

in cui parlino le cose sorelle -


Poi ch'io sono una cosa -

una cosa di nessuno

che va per le vecchie vie del suo mondo -

gli occhi

due coppe alzate

verso l'ultima luce -


Milano, 18 ottobre 1930


di Antonia Pozzi

sabato 12 settembre 2020

ci solleva dall'arbitrio dei sogni

 


        C'è una certa ora ...

                                                                  (Tjutčev)


C'è una certa ora - come un peso buttato via:

quando in noi l'arroganza è domata.

Un'ora di apprendistato, in ogni esistenza

trionfalmente ineluttabile.


Un'alta ora, in cui, deposta l'arma

ai piedi di chi ci ha indicato - il Dito,

la porpora di guerriero con il pelo di cammello

scambiamo sulla sabbia del mare.


Oh, quell'ora, che all'impresa come una Voce

ci solleva dall'arbitrio dei giorni!

Oh quell'ora, in cui come spiga matura,

ci pieghiamo sotto il nostro peso.


E la spiga cresce e scocca l'ora della gioia,

e il grano brama la macina.

Legge! Legge! Già nell'utero della terra

giogo da me concupito.


Ora dell'apprendistato! Ma un'altra luce

ci si fa vedere e conoscere - appena accesa l'aurora.

Te benedetta, ora suprema della solitudine

che passo passo la segui!



15 aprile 1921


di Marina Cvetaeva


Sostiene Jorge Luis Borges che “qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento: quello in cui l’uomo sa per sempre chi è”. 

La poesia di Marina Cvetaeva parla proprio di questo, di quel momento, di quell'ora che è come un peso buttato via. Un grave fardello pesava su di noi, rallentava il passo: in quei giorni la mente sta ferma e il cuore si fa pesante. Ed ecco viene l'ora in cui questo peso, d'un tratto, è buttato via. Come è possibile? In un verso straordinario la poetessa russa cattura con esattezza il carattere speciale di questo tempo: quando in noi l'arroganza è domata. Ogni parola è qui scelta e disposta nel verso con nitidezza:  l'orgoglio (гордыню in russo vuol dire arroganza ed anche orgoglio) infatti è domato da una forza più grande, non è abbandonato con il distacco della raggiunta sapienza, ma vinto da sconfitte e delusioni, sottoposto alla ferrea legge dell'inevitabile. Non ha 'rinunciato' la Cvetaeva al suo orgoglio, come - forse - non possiamo rinunciarci noi. Piuttosto ne contempla la sconfitta.

Un'ora di apprendistato tuttavia è questa: l'io lirico dice di aver imparato qualcosa di importante, come un apprendista che ruba il mestiere all'artigiano suo maestro. Credeva di sapere  - nella sua/nostra arroganza - ha invece sperimentato - così come fa l'apprendista di una bottega - imparando ciò che non conosceva. 

Quest'ora è poi un'ora di trionfo, un'alta ora che ci solleva all'impresa dall'arbitrio dei giorni. Non è un'ora qualsiasi, un momento di un tempo, sempre uguale, senza volto. E' l'ora in cui ci appropriamo davvero del nostro destino; come il generale che celebra il trionfo tra i canti dei suoi soldati dirigendosi verso il tempio dove deporrà le armi del nemico vinto. 

Abbiamo qui la rappresentazione di due diversi movimenti: il primo indica la direzione che spinge all'impresa. La vita acquista sapore e significato nell'ora in cui scopriamo l'impresa a cui siamo destinati. Il secondo movimento rappresenta il distacco, il sollevarsi dall'arbitrio dei giorni ... Mi fermo un attimo, quasi senza fiato di fronte ad un verso meraviglioso, in cui brilla la ragione stessa del linguaggio poetico che, secondo Ezra Pound ,"è l'arte di caricare ogni parola del suo massimo significato". Profondissima intuizione, se di intuizione si tratta e non invece, come sembra, di ispirazione. L'ora del nostro apprendistato è l'ora che ci solleva, ci libera, potremmo anche dire, da una forza contraria che si oppone al nostro sollevarci e all'impresa che ci attende. Tale forza ha un nome, quello di arbitrio, che ben si adatta ad un imperio ferreo ed insensibile, incapace per natura di dare giustificazione delle sua azioni. L'arbitrio dei giorni è ciò che spesso viviamo: giorni si accumulano su giorni secondo un ordito la cui tessitura ci pare incomprensibile più che ingiusta. Al giorno della gioia succede quello della amarezza, a quello del morso dell'amore quello dello sguardo indifferente; il passo che ieri procedeva sicuro sulle creste ventose si muta d'un tratto nella esitante cautela. E' da tutto questo che l'ora dell'apprendistato ci solleva.

Oh quell'ora, in cui come spiga matura,

ci pieghiamo sotto il nostro peso

La stessa ora che solleva all'impresa è anche quella in cui, simili ad una spiga matura, ci pieghiamo sotto il nostro peso, forse l'ultimo passaggio del nostro apprendistato. Accogliere con gioia il destino che ci sottrae all'arbitrio del tempo, bramare la macina e l'ora dell'aurora che si accende. Un'altra luce ci si fa vedere e conoscere e possiamo benedire la suprema solitudine che ne segue il passo.

sabato 29 agosto 2020

ascolta il loro canto e taci!

 


Silentium!


Taci, nasconditi ed occulta

i propri sogni e sentimenti;

che nel profondo dell’anima tua

sorgano e volgano a tramonto

silenti, come nella notte

gli astri; contemplali tu      e taci.


Può palesarsi il cuore mai?

Un altro potrà mai capirti?

Intenderà di che tu vivi?

Pensiero espresso è già menzogna.

Torba diviene la sommossa

Fonte: tu ad essa bevi     e taci.


Sappi in te stesso vivere soltanto.

Dentro te celi tutto un mondo

d’arcani, magici pensieri,

quali il fragore esterno introna,

quali il diurno raggio sperde:

ascolta il loro canto     e taci!..


di Fëdor Tjutčev, traduzione di Tommaso Landolfi 



Appartenente a una famiglia dell’aristocrazia moscovita,  Fëdor Ivanovič Tjutčev (1803-1873) 

fu diplomatico oltre che eminente poeta, e dopo aver iniziato la carriera nel Collegio degli Affari esteri di Pietroburgo operò come incaricato speciale a Monaco di Baviera – dove frequentò Heine, Schelling e gli ambienti del Romanticismo tedesco – e a Torino, dove visse dal 1837 al 1839. Nel 1836 alcune sue liriche furono pubblicate dalla rivista di Puškin «Il contemporaneo», suscitando i primi, ampi consensi. Nel 1844 tornò definitivamente in Russia, mentre la sua fama di poeta cresceva dopo i riconoscimenti tributatigli da Turgenev, Fet, Dobroljubov.

Il suo universo poetico è un coacervo di visioni cosmogoniche e di rappresentazioni metafisiche che rispecchiano un dualismo di tipo manicheo: vi sono due mondi, il Caos e il Cosmo, e il secondo altro non è se non l’organismo vivente della natura, un’essenza viva e pulsante ma secondaria rispetto al Caos, l’unica vera realtà, di cui il Cosmo rappresenta un’effimera scintilla. La cosmogonia di Tjutčev si nutre di contrasti tra inaccessibili vertici di perfezione e desolate lande nordiche o spaventosi abissi dominati dal disordine notturno e dall’instabilità spettrale del fato. A questo mondo che non conosce la gioia del possesso, ma solo la perdita, la caduta, il rimpianto, e insieme la vertigine del solitario destino umano, dà voce, con esiti memorabili, la versione di Tommaso Landolfi, scrittore così affine a Tjutčev per sensibilità e magistero poetico: centoundici componimenti – trascelti lungo l’intero arco creativo del poeta – dalla struttura concisa, austera, incalzante, in cui si riversa un’inquietudine antesignana non solo del simbolismo, ma della nostra stessa sensibilità contemporanea (dal risvolto del volume Adelphi).

venerdì 14 agosto 2020

questo passo d'addio

 


Devota come ramo

curvato da molte nevi

allegra come falò

per colline d'oblio,


su acutissime làmine

in bianca maglia d'ortiche,

ti insegnerò, mia anima,

questo passo d'addio...



        di Cristina Campo


"Passo d'addio" è il titolo che Cristina Campo volle dare ad una breve raccolta di undici poesie apparse nel dicembre del 1956 e poi confluite insieme ad altri componimenti sparsi nel volume "LA TIGRE ASSENZA" pubblicato per i tipi di Adelphi.  


Il titolo non è casuale in quanto il passo d’addio è l’ultimo passo di danza che "l’allieva disegna prima di lasciare l’accademia: immagine quindi dell’ultimo canto con cui congedarsi da una stagione di vita terminata prima di iniziarne una nuova", così Rossella Farnese su analisi-del-canzoniere-passo-daddio-di-cristina-campo-1923-1977-a-cura-di-rossella-farnese/comment-page-1/ . 

Anche in questa poesia, posta a chiusura del libretto campiano,  l'immagine del "passo d'addio assume un rilievo fondamentale: per la rima significativa che la lega all'ultima parola della prima stanza - oblio -  ed anche per i puntini di sospensione che seguono ad indicare appunto la vita nuova che l'attende.

La discrezione elegante del passo d'addio è preparata nella prima stanza da due diverse similitudini: nella prima la poetessa dice di essere devota come ramo/curvato da molte nevi. Colpisce la visione della neve e del bianco (tale elemento coloristico attraversa in effetti l'intera raccolta e ritorna nella seconda stanza), che non è forse  assenza di colore e di vita, paralisi del sentire, atrofia dello stupore, ma al contrario forza che spinge alla concentrazione, al ripiegamento su ciò che è imperdibile. Se nel linguaggio comune curvato spesso finisce per definire il piegarsi controvoglia ad un destino avverso, nel verso in questione il termine si carica di significati altri, si riveste di una potenza allegorica che muove dalla compostezza di antichi gesti rituali: la postura china verso il cuore del monaco esicasta, il capo ripiegato del presbitero di fronte al turibolo da cui sale l'incenso, la notte in ginocchio della veglia d'armi del cavaliere. Curvarsi è in tal senso assumere il proprio posto nel mondo, diventare ciò che si era destinati a diventare per propria vocazione naturale. Certo c'è anche - in questo curvarsi - tutto il peso e la fatica che ogni vita comporta per ritrovare il proprio centro, per "spogliarsi di ogni ornamento" e ricondurre "tutto quanto è possibile verso la vita e la risposta alla vita, dallo stato di narcosi che stringe tutto sempre più da vicino" (così scriveva Cristina Campo all'amica Margherita Pieracci Harwell nel febbraio del '58.

Nella seconda similitudine ritroviamo di nuovo uno stato interiore espresso da un aggettivo - allegra - accostato ad un elemento naturale, il fuoco di un falò la cui fiamma riluce nel buio delle colline d'oblio. Ritrovo in questa potente immagine qualcosa della lirica di apertura dell'Antologia di Spoon River intitolata "La collina", nella quale l'io lirico, osservando le tombe d'intorno, ripete più volte il nome di coloro che sono morti:  dove sono? ... dove sono?  Sulla "collina" giacciono uno accanto all'altro i morti del passato: onesti e dissoluti, saggi e folli,  uomini importanti e vagabondi, la sepoltura anonima del giudice Somers e l'imponente urna di marmo di Chase Henry, l'ubriacone del villaggio.


Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,

l’abulico, l’atletico, il buffone, l’ubriacone, il rissoso?

Tutti, tutti, dormono sulla collina.

[...]

Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,

la tenera, la semplice, la vociona, l’orgogliosa, la felice?

Tutte, tutte, dormono sulla collina.


Una morì di un parto illecito,

una di amore contrastato,

una sotto le mani di un bruto in un bordello,

una di orgoglio spezzato, mentre anelava al suo ideale,

una inseguendo la vita, lontano, in Londra e Parigi,

ma fu riportata nel piccolo spazio con Ella, con Kate, con Mag –

tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.

                          (traduzione di Fernarda Pivano)

Tutti sono dimenticati allo stesso modo sulla collina, ma a tutti Edgar Lee Masters vuole lasciare la parola perché raccontino la propria storia, piena di una nuova ed insolita dignità, meritevole di un'attenzione imprevista. In modo simile, nella poesia di Cristina Campo, la luce del falò che rischiara il buio delle colline dell'oblio sfida l'imperio della rassegnazione al nulla e il dominio della necessità.  Ma questo fuoco è anche allegria: la poetessa dice infatti di essere allegra come falò: rischiara l'oscurità e in ciò è la sua gioia. 

C'è un passaggio di una lettera della Campo, citato da Margherita Pieracci Harwell in "Il sapore massimo di ogni parola", l'articolo che chiude il volume "La tigre assenza", che - credo - aiuti a comprendere meglio questa l'immagine poetica del falò, dell'allegria e delle colline d'oblio. Parlando della propria vocazione alla poesia, Cristina Campo nel luglio del 1958 scrive infatti : " ... sto nel buio, ma vorrei fare qualche cosa che agli altri sembrasse nato alla luce." Ecco proprio in questi versi mi sembra di intravedere la soglia di quella vita nuova, di cui Salomone - si dice - abbia scritto

"Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia

perché questo ci spetta, questa è la nostra parte."  (Sapienza 2.9)

Ecco seguiamola ancora per un attimo la poetessa mentre si appresta a disegnare il suo ultimo passo d'addio. 



domenica 9 agosto 2020

Nel sonoro apice della notte

 

RUBAIYAT

Torni la voce del persiano a dire
con la mia voce che il tempo è la varia
trama di sogni avidi che siamo
e il segreto Sognatore sperde.

Torni a dire che è polvere la carne,
cenere il fuoco, il fiume la fugace
immagine di questa nostra vita
che lentamente scorre via veloce.

Ci rammenti che l' arduo monumento
che erige la superbia è come il vento
che passa, e che alla luce inconcepibile
di Chi è eterno, un secolo è un momento.

Ci rammenti che l'aureo usignolo
canta una sola volta nel sonoro
apice della notte e che le avare
stelle ci negano il loro tesoro.

Torni la luna al verso che componi
come nel primo azzurro fa ritorno
al tuo giardino. Quella stessa luna
del tuo giardino ti cercherà invano.

Siano sotto la luna delle tenere
sere tuo umile esempio gli specchi.
d'acqua dei pozzi nei quali talvolta
si replica qualche immagine eterna.

Ritornino la luna del persiano
e gli indecisi ori dei crepuscoli
deserti. Oggi è ieri. Sei coloro
il cui volto ora è polvere. Sei i morti.


  di Jorge Luis Borges, da "ELOGIO DELL' OMBRA"



Rubaiyat vuol dire in persiano "quartine", la forma poetica preferita dal poeta, matematico e filosofo Omar Khayyam, vissuto tra l'XI e il XII secolo. Il padre di Borges aveva tradotto in spagnolo una scelta di queste quartine dalla versione inglese curata da Edward Fitzgerald. Tali traduzioni, con una nota introduttiva dello stesso Jorge furono poi pubblicate sulla rivista "Proa", che rappresentò  una delle punte più avanzate della cultura argentina degli anni Venti.
Tornano in questa poesia alcuni dei temi cari a Borges: lo scorrere del tempo, la ricerca disperata di un senso profondo nascosto nelle cose che accadono a cui  forse non possono dare risposte i dogmi e le certezze della ragione e della religione. L'invito piuttosto a cercare gli specchi d'acqua dei pozzi dove a volte si replica qualche immagine eterna. 
Ancora più prezioso mi sembra oggi, in questa strana estate in cui la compagnia degli uomini è temuta e desiderata con uguale insensatezza, l'invito della terza stanza a rammentare (la più alta forma di conoscenza) 


... che l' arduo monumento
che erige la superbia è come il vento
che passa, e che alla luce inconcepibile
di Chi è eterno, un secolo è un momento.



domenica 2 agosto 2020

parlare di tenebra a un'ombra così luminosa



Ai piedi della cattedrale


Una volta a giugno, verso sera,
tornando da una lunga spedizione
e serbando ancora nella memoria
la fragranza fiorita degli alberi di Francia,
i campi gialli, i platani verdi,
che passavano di corsa davanti all'auto,
seduti sul ciglio ai piedi della cattedrale
discutevamo sottovoce della tragedia, 
di ciò che sarebbe stato, dell'inevitabile orrore,
e qualcuno disse, è pur sempre la cosa migliore 
che possiamo fare adesso -
parlare di tenebra a un'ombra così luminosa.

di Adam Zagajewski, traduzione di Valentina Parisi


venerdì 24 luglio 2020

Scaverò con questa

fotografia di Elizabeth Holder


Scavare


Tra il mio pollice e l’indice riposa
la tozza penna, comoda come una pistola.

Da sotto la finestra, un suono aspro e netto
quando la vanga affonda nella terra ghiaiosa:
mio padre, che scava. Mi affaccio e guardo

finché la sua groppa tesa nello sforzo tra le aiuole
s’abbassa, si rialza vent’anni addietro
curvandosi ritmicamente tra i solchi di patate
dove stava scavando.

Il rozzo scarpone annidato sulla staffa, il manico
saldo contro l’interno del ginocchio a fare leva.
Sradicava gli alti ciuffi, affondava la lama lucente
per sparpagliare le patate novelle che raccoglievamo
stringendole con piacere fredde e dure tra le mani.

Per Dio, il mio vecchio la sapeva maneggiare, la vanga.
E così il suo.

Mio nonno tagliava più torba in una giornata
di ogni altro nella torbiera di Toner.
Una volta gli portai del latte in una bottiglia
con un tappo di carta abborracciato. Si raddrizzò
per bere, poi si rimise subito al lavoro,
fendenti e affondi netti, gettandosi le zolle
sopra la spalla, andando sempre più giù
dove la torba era migliore. Scavare.

L’odore freddo del terriccio sulle patate, il risucchio e lo schiaffo
della torba impregnata, i tagli netti di una lama
su radici vive mi si ridestano nella mente.
Ma non ho vanga per seguire uomini come loro.

Tra il mio pollice e l’indice riposa
la tozza penna.
Scaverò con questa.

 di Seamus Heaney (traduzione di Marco Sonzogni)


La poesia Digging (questo il titolo originale) fu pubblicata per la prima volta nel 1964 sulla rivista New Statesman e pochi anni dopo venne scelta dall'autore come poesia di apertura della sua prima raccolta, "Morte di un naturalista". Si tratta dunque di una poesia alla quale lo stesso Heaney ha attribuito il compito di esprimere la propria idea di cosa voglia dire scrivere versi.

Lo si capisce si dall'inizio: la penna riposa comodamente tra le dita dello scrittore, è a suo agio, si adatta alla mano come il calcio di una pistola. Come questa colpisce il suo bersaglio se ben puntata, la penna traccerà sulla carta la sua rotta fino a raggiungere ciò per cui si è messa in movimento. 

Ora un rumore attira l'attenzione del poeta, un suono aspro e netto, il rumore di un vanga che affonda nella terra. E' suo padre, con la schiena china che s'alza e s'abassa, lo stesso movimento, un ritmo uguale da vent'anni. Il pensiero ripercorre oggetti e gesti consueti: lo scarpone, il manico saldo contro il ginocchio, la lama lucente  che affonda nella terra, le patate strette con piacere fra le mani.  Lo conosce bene il lavoro dei campi Seamus Heaney, che è cresciuto in una fattoria, a Mossbawn, nella contea di Derry dove il padre - e il padre di suo padre - facevano i contadini e gli allevatori.

La penna traccia i suoi simboli sulla carta, scava anch'essa nella memoria di quei gesti misurati, pieni di fatica, della nobiltà di un antico rituale e li porta in superficie: l'odore della torba, il sapore del latte, lodore freddo del terriccio sulle patate, il taglio netto della vanga, sempre più giù. Scavare.

Ma non ho vanga per seguire uomini come loro soggiunge il poeta ritornando al presente. Un'altra via ed un'altra fatica lo aspettano. Non potrà seguire la loro strada.

Scrivere poesia tuttavia dovrà essere uguale alla dura fatica dello scavare: bisogna affondare la lama e portare alla luce ciò che è si trova coperto, custodito da radici vive. Bisogna scavare nella terra dei padri, in quel paesaggio, tra quelle zolle, sotto quella stessa angolazione della luce, bisogna scavare con lo stesso amore e con la stessa umiltà, anche con la stessa disperazione, di chi scavava la torba per sottrarre la casa al freddo, alle tenebre la notte. 

Tra il mio pollice e l’indice riposa
la tozza penna.
Scaverò con questa.

venerdì 17 luglio 2020

dorma la sventura infinita.



Quando nell'arca

        Quando nell'arca
ben costruita
il soffio del vento
e il mare sconvolto la prostravano
nella paura, con guance non asciutte,
intorno al capo di Perseo pose la mano
e disse: "O figlio,
quale pena io ho.
Tu dormi: col tuo cuore di bimbo
tu dormi, nella triste arca
dai chiodi di bronzo, nella notte buia
e la tenebra oscura disteso.
E il mare profondo - l'onda sfiora
i tuoi capelli - non curi,
né la voce del vento,
appoggiato nella veste di porpora
il tuo bel viso.
Se ciò che fa paura, per te fosse pauroso,
alle mie parole porgeresti
il tuo tenero orecchio.
Ti prego, bimbo, dormi: e dorma il mare,
dorma la sventura infinita.
Un mutamento appaia,
Zeus padre, da te.
Se un voto audace io formulo,
o lontano da giustizia, perdonami".

Fr. 38/543 Page         
                                       di Simonide di Ceo, traduzione di Francesco Sisti

Raccontavano i Greci questa storia: un oracolo aveva predetto ad Acrisio, re di Argo, che il figlio generato da sua figlia Danae lo avrebbe ucciso. Il re dunque aveva cercato di stornare la predizione imprigionando la figlia in una torre, ma Zeus sotto forma di pioggia d'oro riuscì a possederla e Danae concepì un figlio, Perseo. Il re di Argo non si dette per vinto e fece rinchiudere il bambino con la madre in una cassa che affidò alle onde del mare. Perseo e la madre si salveranno e il destino farà il suo corso.

Simonide in questo frammento immagina le parole disperate di Danae, mentre la cassa in cui si trova con il figlio è in balia degli elementi. E' una notte buia di tenebre fitte, il vento soffia rabbioso e il mare profondo è sconvolto, ma Perseo dorme tra le braccia della madre senza comprendere il pericolo che incombe su di loro. Danae ha il cuore prostrato dalla paura, mentre il figlio tra le sue braccia dorme tranquillo. L'anima sconvolta stretta attorno al respiro innocente di un bimbo che dorme. E questo solo chiede Danae che il suo piccolo figlio non si svegli:

Ti prego, bimbo, dormi: e dorma il mare,
dorma la sventura infinita.

Quante volte sarà risuonata questa preghiera tra le onde del mare, fino ai nostri giorni ... e non solo tra le onde di un mare minaccioso, ma ogni volta che una madre ha cercato di proteggere nel sonno del proprio figlio l'unico, l'estremo riparo contro la sventura.

lunedì 13 luglio 2020

come miniera di rubini sii aperto all'influsso dei raggi del sole





VIAGGIO


Se l'albero potesse muoversi, e avesse piedi ed ali
non penerebbe segato, né soffrirebbe ferite d'accetta.

E se il Sole non viaggiasse con piedi ed ali ogni notte
come potrebbe illuminarsi il mondo all'aurora?

E se l'acqua amara non salisse dal mare nel cielo
come avrebbe vita nuova il giardino con pioggia e ruscelli?

Partì la goccia dalla patria, e tornò,
trovò la conchiglia e divenne perla.

Non partì Giuseppe in viaggio dando l'addio al padre piangente?
E, viaggiando, non ottenne fortuna e regno e vittoria?

E Muhammad non partì forse in viaggio verso Medina,
e sovranità ottenne, e fu re su cento paesi?

Anche se tu non hai piedi, scegli di viaggiare in te stesso,
come miniera di rubini sii aperto all'influsso dei raggi del sole.

O uomo ! Viaggia da te stesso in te stesso,
ché da simile viaggio la terra diventa purissimo oro.

Avanza da amarezza ed acredine verso dolcezza,
ché da suolo amaro e salato nascono mille specie di frutta!


di Jalal ad-din Rûmî

domenica 5 luglio 2020

Ciò che pesa troppo




Ciò che

Ciò che pesa troppo
e trascina in basso
che fa male come il dolore
e brucia come uno schiaffo,
può essere  pietra
o àncora.

di Adam Zagajewski


Ci sono eventi, incontri, svolte improvvise o dolorose che pesano troppo, lo sappiamo e lo impariamo tutti, a volte molto presto, a volte ci mettiamo solo un po' di più. Ciò che pesa troppo incurva le spalle e spinge lo sguardo verso il basso, restringe il campo della nostra vista al prossimo passo, poco più avanti della punta del piede. Il cielo si fa come una lastra chiusa, del colore del piombo, a che guardarlo? Le cose che fanno male spesso ci atterrano, come un pugno che sul ring ci coglie impreparati. In un battere di ciglia siamo al tappeto. A volte invece il processo è più lento: i giorni, poco alla volta, senza quasi che ce ne accorgiamo, accumulano sul nostro capo peso su peso, dolore su dolore, delusione su delusione. Il risultato è lo stesso. Ciò che fa male, diventa pietra, una cosa pesante, che non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo. E attorno a questa pietra si concentrano sempre più le nostre emozioni e sensazioni; ne sentiamo il peso gravoso, la sua ruvidezza lascia piaghe sulla mani, diventiamo solo questo. Un uomo, una donna ... che trascina una pesante pietra.

Adam Zagajewski in questa breve poesia ci fornisce la possibilità di guardare all'esperienza del dolore da una prospettiva diversa: ciò che pesa troppo non necessariamente diventa pietra, può invece essere anche un'àncora. Se la direzione del movimento può sembrare a prima vista indistinguibile, perché sia la pietra che l'àncora ci portano verso il basso, del tutto diverso è l'esito finale.

Il simbolo dell'àncora infatti richiama prima di tutto la necessità di rimanere fermi, saldi, là dove la vita sembra trascinarci via, sballottandoci qui e là, senza una meta, senza una direzione, in balia del vento o del mare mutevole. Gettare l'àncora vuol dire in questo senso riaffermare la fiducia nelle proprie forze, nel fatto che la vita ha un senso, uno scopo e che c'è un porto che ci attende per lo gran mar de l'essere (Paradiso, I, v. 113). 

Inoltre questo stesso simbolo disvela un altro aspetto della visione poetica di Zagajewski: l'àncora infatti da sola non può nulla, senza una catena di anelli resistenti e ben temprati che la leghi all'imbarcazione di cui è parte. Gli anelli sono gli altri: i membri della nostra comunità civile, gli amici e i familiari che vivono accanto a noi. Il nostro prossimo insomma Non lo sono necessariamente, né per loro natura; possono esserlo, così come uno stesso dolore è pietra per uno ed àncora per un altro, ma non ci potremo liberare da ciò che pesa troppo con le nostre sole forze. 

L'àncora, infine per fare il suo lavoro deve agganciarsi bene alle profondità della terra, al fondo del mare, all'abisso dove la luce sembra non giungere mai. Non saranno dunque le utopie astratte, le ambizioni a superare la precarietà ed i limiti della condizione umana che ci libereranno del peso del dolore divenuto pietra. E' solo dal punto più profondo della terra che prende a salire la strada verso il cielo.













lunedì 29 giugno 2020

Dio del tempio in rovina !

foto di John McDermott


Dio del tempio in rovina!
le corde rotte del liuto non vogliono
intonare il tuo inno:
nella sera più non suonano
le campane che annunciano il tuo rito.
Silente e quieta è l'aria intorno a te

Alla tua desolata dimora giunge 
la raminga brezza della primavera:
E reca notizie dei fiori -
i fiori che per il tuo culto
più non sono offerti

Chi da tempo antico ti onora
errabondo si aggira,
mai cessando di struggersi
per una grazia ancora negata.
Al vespro, quando fuochi ed ombre
si confondono con la mestizia della polvere,
stanco ritorna al tempio in rovina
inesausto desiderio nel cuore serbando 

Dio del tempio in rovina, più di un giorno
di festa è giunto per te silenzioso.
Più di una notte è trascorsa
senza la luce di una lampada.

Molte nuove immagini sono scolpite
da maestri di abili arti
e trasportate - quando anche il loro tempo è giunto -
alle acque sacre dell'oblio.

Solo il Dio del tempio in rovina
rimane senza preghiere
in un abbandono che non conosce morte.



di Rabindranath Tagore, la traduzione è mia.

martedì 16 giugno 2020

Il cuore ridondava dei sogni di quel tempo


A UNO CON CUI DISCORREVO DAVANTI AL FUOCO


The arrival of the Tuatha Dé Danann by Jim Fitzpatrick 



Mentre limavo queste incerte magiche rime,
Il cuore ridondava dei sogni di quel tempo
Che, curvi sui carboni languenti,
Discorrevamo di quel popolo fosco che vive nell'anima
Degli uomini ardenti, come negli alberi morti i pipistrelli;
E delle ribelli schiere del crepuscolo
Che sospirano mescolando gioia ed affanno , 
Perché il fiore dei loro sogni non si è mai piegato
Sotto il frutto del bene e del male:
E della fiammeggiante turba schierata a battaglia
Che sale, ala su ala, fiamma su fiamma,
E grida con voce di tempesta il Nome Ineffabile,
E cozzando le lame delle spade compone
Un'estatica armonia, finché irrompe il mattino
E il bianco silenzio tutto sommerge tranne il rombo sonoro
Delle loro lunghe ali e il lampo dei loro candidi piedi.

di William Butler Yeats dalla raccolta The rose (1893)

To some i have talked with by the fire, di cui presento qui una traduzione da me rimaneggiata, non è una delle poesie più note di Yeats, ma è una di quelle che amo rileggere di tanto in tanto.  Vediamo il poeta mentre è intento a comporre le sue rime, ispirate agli antichi miti della sua gente; d'un tratto avverte un sussulto nel cuore, traboccano i sogni di un tempo lontano: un fuoco che languisce nella notte, uomini curvi a parlare delle antiche leggende, dei Fianna e dei Tuatha De danann, déi ed eroi della mitologia celtica, di racconti e saghe ormai quasi dimenticate, ma ancora viventi nell'anima degli uomini dalle forti passioni. 
Vivono ancora quelle storie? Sopravvivono forse, come fanno i pipistrelli nei tronchi degli alberi morti. Curiosa similitudine questa: come i pipistrelli che vivono nascosti di giorno ed escono di notte, leggende e miti non sono fatti per la luce del sole, appartengono all'oscurità. Di giorno anche i protagonisti di quelle antiche gesta, le ribelli schiere che abitano il crepuscolo, se ne stanno in disparte, come i pipistrelli; forse dormono persino a testa in giù, percependo il mondo diurno capovolto e sottosopra. C'è bisogno dell'oscurità perché  la turba schierata a battaglia si erga fiamma su fiamma e gridi con voce di tempesta il Nome Ineffabile. 

In questi versi il poeta irlandese combina insieme visioni della mitologia celtica e riferimenti biblici: il frutto del bene e del male e l'immagine delle schiere angeliche che gridano il Nome Ineffabile, tratta dal libro dell'Apocalisse 19.12. Lo spirito di Yeats è trasportato al cospetto di una lotta decisiva, un combattimento escatologico, dove le schiere angeliche, i suoi antichi, amati eroi combattono insieme finché irrompe il mattino. Poi, di loro rimane solo il rombo sonoro delle ali ed il lampo dei loro candidi piedi.

Può essere, come alcuni critici hanno sostenuto, che in questa possente visione sia adombrata la lotta per l'indipendenza irlandese e che il nome ineffabile sia quello antico che indicava da tempi remoti la verde isola, nome proibito dalle autorità inglesi. Forse anche il clangore delle spade nasce da storie più vicine, preparando quelle future, di nitroglicerina e agguati nella brughiera, di melodie proibite del Sinn Fein pizzicate sull'arpa...

W.B.Yeats ritratto mentre scrive
Tuttavia in questa poesia Yeats sta parlando anche di cosa sia l'arte poetica: limare rime incerte, ma soprattutto ascoltare il proprio cuore che trabocca: la poesia è spalancare la porta dell'anima e far uscire ciò che è custodito al suo interno o ciò che viene a visitarci da chissà dove. Non a caso Yeats, qualche anno più tardi, scriverà che la poesia è essenzialmente "rivelazione di una vita nascosta" e che "la pittura, la poesia e la musica sono il solo mezzo di conversare con l'eternità rimasto all'uomo sulla terra".
E' nei versi 13 e 14 che il legame tra la visione e l'arte poetica mi sembra emerga con più chiarezza: nel cozzare delle spade si va infatti componendo un'estatica armonia: una consonanza di voci, una combinazione di toni, una modulazione di accordi: il compito del poeta. Per il clangore della battaglia e il fragore delle armi infatti gli eroi delle antiche saghe sono usciti nella notte, come ispirati poeti guerrieri.

Non diversamente chi voglia dirsi poeta cerchi il rumore di spade nella notte.

Perché ...

Dove però è il rischio
anche ciò che salva cresce

martedì 9 giugno 2020

i tumuli della memoria




L'acqua, la insegna la sete
La terra, gli oceani trascorsi.
Lo slancio - l'angoscia -
La pace - la raccontano le battaglie -
L'amore, i tumuli della memoria -
Gli uccelli, la neve.

di Emily Dickinson


Conosciamo il mondo intorno a noi dalle tracce imperfette che attraversiamo, da ciò che ci manca. Così il marinaio, dopo aver vegliato al respiro dell'oceano, riconosce il profilo della terra che lo attende. E forse non è nei racconti delle battaglie che il cuore del guerriero si ricorda della pace lasciata chissà dove, tanto tempo prima? Non sfugge a questa legge l'amore: sono i tumuli della memoria ad insegnare cosa esso sia per davvero.

Come le lievi impronte che un uccello disegna sulla neve fresca. 

giovedì 4 giugno 2020

che da lontano il nostro sangue sente

Jorge Luis Borges visto dal grande disegnatore e fumettista Enrique Breccia


ODE COMPOSTA NEL 1960

Il chiaro caso o le segrete leggi
imposte a questo sogno, il mio destino,
vogliono, o necessaria e dolce patria
che non senza vergogna e gloria conti
centocinquanta laboriosi anni,
che io, l'istante, parli con te, il tempo,
e che l'intimo dialogo ricorra,
com'è uso, alle cerimonie e all'ombra
che aman gli dèi e al pudore del verso.

Patria io t'ho sentita nei tramonti
rovinosi delle periferie
e nel fiore del cardo che l'australe
reca all'androne e nel paziente piovere
e nel lento costume delle stelle,
nella mano che accorda una chitarra,
nella gravitazione del tuo piano
che da lontano il nostro sangue sente
come il britanno il mare e nei pietosi
simboli e nei boccali d'un soffitto,
dei gelsomini nell'umile amore,
nell'argento di un quadro e nel soave
contatto con l'acagiù silenzioso,
nei gusti delle carni e della frutta,
nella bandiera quasi azzurra e bianca
d'una caserma, nelle storie stracche 
di coltello e cantone e nelle sere 
uguali che si spengono e ci lasciano
e nel vago ricordo compiaciuto
di cortili con schiavi che portavano
il nome dei padroni e nelle povere
pagine di quei libri per i ciechi
che l'incendio disperse e nel cadere 
delle epiche piogge di settembre
che nessuno dimentica, ma questi
sono appena i tuoi modi e i tuoi simboli.

Tu sei più del tuo lungo territorio
e più dei giorni del tuo lungo tempo,
tu sei più della somma inconcepibile
delle generazioni. Non sappiamo
come sei tu per Dio entro il vivente
seno degli archetipi immortali,
eppure per il tuo volto intravisto
noi viviamo e moriamo e aneliamo,
oh indivisa e misteriosa patria.

di Jorge Luis Borges, da L'artefice


Jorge Luis Borges prova nella poesia "Ode composta nel 1960" ad esprimere dove ha trovato la sua patria, l'Argentina: nei tramonti rovinosi delle periferie, nella mano che accorda una chitarra, nella vasta pianura che "il nostro sangue sente di lontano" e  nella bandiera scolorita di una caserma e nelle canzoni di coltello che i gauchos si raccontano sotto le stelle...


Se Borges ha amato in modo appassionato la sua terra, ci ha insegnato ad amare anche ogni uomo che si prenda cura dell'orizzonte e del paesaggio che ha ricevuto in dono: quel tramonto, quel cortile, quella rupe e l'albero vicino a lei, il fiume ed il suo rumore ed  i loro nomi.

lunedì 1 giugno 2020

Quale canto s'è levato stanotte

Bandiera italiana su monte Santo, agosto 1917
LA NOTTE BELLA

Devetachi il 24 agosto 1916

Quale canto s'è levato stanotte
che intesse
di cristallina eco del cuore
le stelle

Quale festa sorgiva
di cuore a nozze

Sono stato
uno stagno di buio

Ora mordo
come un bambino la mammella
lo spazio

Ora sono ubriaco
d'universo

di Giuseppe Ungaretti - L’allegria


Giuseppe Ungaretti moriva nella notte tra il 1° e il 2 giugno 1970; con lui scompariva non solo una delle voci più importanti della nostra letteratura di sempre, ma anche un uomo nella cui opera si rivelava  in modo straordinariamente vivo e lucido il nesso inscindibile tra una fiducia assoluta nell’arte poetica e una totale adesione alla realtà.