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mercoledì 23 ottobre 2019

un dardo lanciato contro le cose minime

DARDO

Esiste il corpo,
l’asse delle ginocchia, le pieghe,
la forza teatrale delle membra, il gusto acre,
l’estremo silenzio,
le mani pendenti.
Esiste il mondo,
le savane e l’iceberg,
le ore veloci, il falco,
la crescita segreta
delle piante, il riposo degli oggetti
che invecchiano nell’uso, senza dolore.
Esiste la poesia,
un dardo lanciato contro cose minime,
contro la notte, contro le cicatrici.
Un amore segreto li unisce,
le mani nell’acqua, la memoria dell’estate,
la poesia al sole.

                                                            di Ana Martins Marques



Grazie Francesca per la segnalazione di questa poesia, un dardo lanciato contro le cose minime ...




Di questa giovane poetessa brasiliana,nata nel 1977 a Belo Horizonte, è possibile leggere le poesie nella raccolta "La vita sottomarina", Kolibris edizioni.


martedì 22 ottobre 2019

e il tuo nome suona più lontano che mai





Potessero le mie mani sfogliare  


Pronuncio il tuo nome
nelle notti buie,
quando gli astri vanno
a bere alla luna
e dormono gli alberi
delle foreste cupe.
Ed io mi sento vuoto
di passione e musica.
Orologio impazzito che canta
morte ore antiche.
Pronuncio il tuo nome
in questa notte buia,
e il tuo nome suona
piú lontano che mai.
Piú lontano delle stelle,
piú dolente della pioggia quieta.
Ti amerò ancora
come allora? Quale colpa
ha il mio cuore?
Se si alza nebbia
quale nuova passione m’attende?
Sarà tranquilla e pura?
Potessero le mie mani
sfogliare la luna!

                                             di F. G. Lorca

venerdì 18 ottobre 2019

Silenzioso amico di molte lontananze



Avresti bisogno - mi dici - di una poesia capace di scioccarti.

Ma forse non è di un'emozione forte che hai bisogno, ma di ricordare ... ricorda il naufrago Odisseo che chiede ospitalità a Nausicaa, la figlia del magnanimo Alcinoo, ed il pianto dei cavalli divini di Achille sul cadavere di Patroclo

Scuotevano la testa e le lunghe criniere agitavano,
la terra calcando con gli zoccoli, e piangevano
Patroclo: lo vedevano estinto – senza vita –
una misera carne vuota – lo spirito suo svanito –
indifeso – senza più soffio in petto –
nel gran Nulla ripiombato dalla vita.

E ricorda la luce sui campi di grano della Messenia e il sapore dell'acqua dell' Eurota, le colonne doriche che svettano sull'Acropoli, la cetra che risuona, lo zufolo di Pan che irretisce, i sistri e i cembali, le fiaccole che illuminano la notte sulla strada di Eleusi...

Questo è ciò che puoi seminare e donare, che da te si attende e spera, un fardello e un privilegio che a te è destinato.

Orpheus, Franz Stuck 1891


Silenzioso amico di molte lontananze, senti,
come il tuo respiro ancor lo spazio accresce.
Nella tramatura d’oscuri ceppi di campana
abbandonati e risuona. Ciò che ti consuma,

diventa forza per questo nutrimento.
Nella metamorfosi entra ed esci.
Qual è in te l’esperienza più dolente?
Se ti è amaro il bere, diventa vino.

Sii in questa notte della dismisura
magica forza all’incrocio dei tuoi sensi,
senso del loro incontro strano.

E se terrestrità ti ha dimenticato,
dì alla terra immota: io scorro.
Alla rapida acqua parla: io sono.


                   di Rainer Maria Rilke, Sonetti ad Orfeo 

mercoledì 16 ottobre 2019

nelle estreme difese dalla Tenebra



Il mattino, Caspar David Friedrich (1821-1822)


La quiete

Quando il gallo cantò e suonò la falce
ti promisi destandomi una lode,
o benefica. Ed ecco il mezzogiorno
è chiaro, e batte in me un'ora ispirata.

Ristoratrice, come la panca della casa
cui il combattente pensa nel lontano tumulto
della battaglia quando gli piombano le braccia
e riposa nel sangue il ferro urlante -

così sei tu, consolatrice amica.
E al disprezzato doni la forza del gigante:
sorride degli sguardi nobileschi,
della stridula lingua della vipera -

nella valle di viole dove il bosco 
bisbiglia oscuro, trova il sonno, ebbro
d'ispirazione e di futuro, e intorno
gli alita, veste d'ali, l'innocenza.

Lo consacra nel sonno il prodigio di pace
perché nel labirinto agiti strenuo
la face e avanzi aspro il suo vessillo
nelle estreme difese dalla Tenebra.

Si leva pronto. Scende più severo
lungo il rivo alla baita. E l'opera divina
 germina nella grande anima. Ancora
una primavera, poi sarà compiuta.

E qui l'eroe t'innalza grato l'ara
o riposo mandato dagli Dei.
E sorride d'ebbrezza come il sole
che si diparte. Attende il lungo sonno.

S'accosteranno i figli alla sua tomba
con un brivido alto come a quella
del sapiente, del grande che riposa
nell'isola dei pioppi sussurranti.

                                  
                                        di Friedrich Hölderlin


Nessuno come lui, come Hölderlin ovviamente. Va bene... Forse qualcuno, pochissimi comunque.

Un'ode alla "quiete", al riposo mandato dagli Dei scorre lungo un perfetto accordo di suoni, una partitura studiatissima, degna di una sinfonia, un'armonia che ancora riusciamo a cogliere, anche nella eccellente traduzione di Enzo Madruzzato.

Alla quiete dunque si rivolge il poeta, al riposo, dono degli Dei che attende il combattente e spetta al Disprezzato, l'attende l'eroe sorridendo d'ebbrezza come il sole/che si diparte.  

Quanto è lontana questa quiete dalla moderna ansia del rilassarsi, del sospendersi come in una camera iperbarica, lontani da ogni tumulto, da ogni fatica, da ogni compromissione con i bisbigli oscuri, eppure rivelatori del bosco. L'uomo contemporaneo è ossessionato dal riposo, lo insegue affannato e non lo raggiunge mai davvero, perché la sua essenza è l'ebbrezza d'ispirazione e di futuro, non l'oblio dei mangiatori di loto.

Se per noi moderni la quiete è anzitutto assenza di pericolo, la poesia di  Hölderlin evoca la quiete che ristora nel tumulto stesso della battaglia, quando al combattente le braccia si fanno stanche della lotta e riposa nel sangue il ferro urlante. Non l'uomo pago del plauso e del consenso di tutti  trova il prodigio di pace, ma il Disprezzato - figura dell'uomo poetante - che sorride degli sguardi dei potenti e della stridula lingua della vipera e che percorre i sentieri poco battuti del bosco, dove trova il sonno in cui solo può trovare la sua consacrazione ...

perché nel labirinto agiti strenuo
la face e avanzi aspro il suo vessillo
nelle estreme difese dalla Tenebra.


domenica 13 ottobre 2019

Dal profondo della notte


Dono


Io parlo dagli abissi della notte.
Dagli abissi dell’oscurità io parlo
Dal profondo della notte.
O amico, se vieni a casa, porta per me una luce
E una piccola finestra,
da cui guardare la gente 
del vicolo felice



                                   di Forugh Farrokhzâd




Forugh Farrokhzâd (1935 - 1967) o semplicemente Forough,  solo con il nome proprio, come viene chiamata per affetto nel suo paese, è stata una delle voci più intense del panorama artistico e letterario del XX secolo. Spirito libero, intellettuale raffinata e poliedrica, con le sue poesie sfidò i rigidi e complessi schemi culturali e religiosi del suo paese, l’Iran, diventando un punto di riferimento dei movimenti di emancipazione femminile di tutto il mondo. Poetessa, traduttrice, attrice e documentarista, pagò il prezzo della sua fiera libertà con una vita privata tormentata, negli affetti e nella salute. Nel 1965 l’Unesco realizzò due cortometraggi sulla sua vita, che si interruppe bruscamente due anni dopo, all’età di soli 32 anni, a causa di un terribile incidente stradale a Tehran. 


Se c'è una poesia capace di raccontare come può essere la vita di una donna - per me - è proprio "Dono" di Forough Farrokhzâd.

Una donna parla da un luogo buio come la notte, profondo come un abisso. E chiama un amico. Gli chiede di portare una luce, perché lì dove vive non ce n'è. Ma non basta.

Una richiesta ancora ha da fare, una di quelle che si possono fare solo nella poesia: una piccola finestra... 

La vista pure è prigioniera, reclusa, separata. La felicità è la fuori, in un vicolo, ma lì dove vive Forough, dove molte donne vivono, non solo in Medio Oriente, nemmeno una finestra si apre sulle vite degli altri.

Solo il profondo della notte.

giovedì 10 ottobre 2019

Ad Elisabetta ....qualcosa che potresti portare con te


Starry Night, Vincent van Gogh



Per Jessica, mia figlia


Stasera sono passato a piedi
vicino a casa,
e ho avuto paura
non del percorso randagio
che ho fatto dell'amore e del sé,
ma di ciò che è buio e distante.
Camminavo, ascoltavo il vento tra le piante,
e sentivo il freddo sulla pelle,
ma ciò su cui mi sono fermato a pensare
erano le stelle splendenti
e nell'arco immenso del cielo.

Jessica, è tanto più facile
pensare alle nostre vite
mentre ci muoviamo sotto l'effimero sfolgorio delle foglie,
amando quel che abbiamo, 
piuttosto che pensare com'è che
piccoli esseri come noi
viaggino nel buio
senza un palese percorso
né un fine in vista.

Eppure ci sono state occasioni che ricordo
sotto lo stesso cielo
quando le ossa del corpo si sono fatte luce,
e la ferita del cranio
s'è aperta a ricevere
i raggi freddi del cosmo
e sono state, per un istante,
esse stesse cosmo,
ci sono state occasioni in cui riuscire a credere
che fossimo figli delle stelle
e che le nostre parole fossero fatte della stessa
polvere che fiammeggia nello spazio,
occasioni in cui riuscivo a percepire la levità del respiro,
il peso di un'intera giornata
giunto a un punto di riposo.

Ma stasera
è diverso.
Intimidito dal buio
in cui insieme vaghiamo, o svaniamo,
immagino una luce
che non ci permetta di separarci troppo,
una luna segreta, o uno specchio segreto,
un foglio di carta,
qualcosa che potresti portare con te
nel buio
quando io sono lontano.

                                                        di Mark Strand




domenica 6 ottobre 2019

fabbricherò nella notte i miei palazzi stregati


Paesaggio


Boulevard des Capucines in Paris - Claude Monet



Voglio, per comporre castamente le mie egloghe,
dormire accanto al cielo, come fanno gli astrologhi;
e vicino ai campanili, ascoltare sognando 
i loro inni solenni portati via dal vento. 
Le mani sotto il vento, dall'alto della mia mansarda, 
vedrò l'officina che canta e che chiacchiera,
i comignoli, i campanili, alberi maestri della città,
e i grandi cieli che fanno sognare l'eterno.

E' dolce veder nascere tra le brume 
la stella nell'azzurro, la lampada alla finestra,
i fiumi di carbone che salgono al firmamento
e la luna che versa il suo pallido incanto.
Vedrò passare primavere, estati, autunni; 
e quando arriverà l'inverno con le sue nevi monotone,
serrerò porte  e finestre,
fabbricherò nella notte i miei palazzi stregati.
Sognerò allora orizzonti azzurrini, 
giardini, zampilli d'acqua riversanti il loro pianto negli alabastri,
baci, uccelli cantanti sera e mattino,
e quanto di più infantile l'Idillio può possedere.
Tempestando vanamente al mio vetro
la Rivolta non riuscirà a farmi alzare la fronte dal leggìo,
perché sarò tutto nel piacere d'evocare la Primavera, 
di far nascere un sole dal mio cuore e di trasformare
i miei pensieri ardenti in una tiepida atmosfera.


                                                                di Charles  Baudelaire


La poesia  La città di Costantino Kavafis e questa di oggi di Charles Baudelaire parlano del posto dove molti di noi vivono, lavorano, dal quale a volte desiderano scappare, dove ritornano, dove cercano di nascondersi, spesso sognando orizzonti azzurrini...

La città moderna non è solo uno spazio delimitato da un particolare paesaggio, come quello che Baudelaire ci fa vedere. La città è qualcosa di più, è una condizione dello spirito.
Colpisce che i poeti abbiano colto questa cesura fondamentale della storia dello spirito umano prima di tutti, prima ad esempio che Georg Simmel, uno dei padri della sociologia, scrivesse - nel 1903 - uno degli studi più lucidi di quel periodo, La metropoli e la vita dello spirito. 

Nella poesia di Kavafis  un uomo dichiara apertamente la propria condizione di desolazione:
... E qua
giace sepolto, come un morto, il cuore.

La sua vita non è altro che macerie nere, quella vita che negli anni trascorsi ha saputo solo perdere e schiantare.

Nella lirica di Baudelaire tutto è visto come da lontano, da un luogo che si vorrebbe distaccato, sottratto alla sventura e alla monotonia. Il canto dei campanili è sognato, ed è portato via dal vento.
L'officina, i comignoli, i campanili, alberi maestri della città, / e i grandi cieli che fanno sognare l'eterno sono visti dall'alto di una mansarda, i grandi cieli fanno sognare l'eterno, ma è appunto un sogno, desiderato e rimpianto dall'uomo, un sogno che rende la propria condizione più infelice.

Il protagonista della lirica di Kavafis vorrebbe scappare, ma la sua è una fuga destinata al fallimento:

Né terre nuove troverai, né nuovi mari.
Ti verrà dietro la città... 

L'uomo che ci parla nella poesia di Baudelaire prova a chiudersi nella sua casa, serrerò porte  e finestre, la vita è fuori dalla finestra e solo nel sogno, nell'immaginazione, può trovare riscatto:

fabbricherò nella notte i miei palazzi stregati.
Sognerò allora orizzonti azzurrini, 
giardini, zampilli d'acqua riversanti il loro pianto negli alabastri,
baci, uccelli cantanti sera e mattino ...


Une rue de Paris en mai 1871, Maximilien Luce
Persino alla Rivolta che pur tempesta di colpi il vetro della sua finestra il poeta non vuole dare udienza. L'unica rivoluzione possibile non è quella che scuote le strade con il suo tumulto e insanguina i boulevard della metropoli; può avvenire nel suo animo:

far nascere un sole dal mio cuore ...














venerdì 4 ottobre 2019

La città



Didone costruisce Cartagine, J.M.W. Turner


Hai detto: "Andrò per altra terra ed altro mare.
Una città migliore di questa ci sarà.
Tutti gli sforzi sono condanna scritta. E qua
giace sepolto, come un morto, il cuore.
E fino a quando, in questo desolato languore?
Dove mi volgo, dove l'occhio giro,
macerie nere della vita miro,
ch'io non seppi, per anni, che perdere e schiantare"

Né terre nuove troverai, né nuovi mari.
Ti verrà dietro la città. Per le vie girerai:
le stesse. E negli stessi quartieri invecchierai,
ti farai bianco nelle stesse mura.
Perenne approdo, questa città. Per la ventura
nave non c'è né via - speranza vana!
La vita che schiantasti in questa tana
breve, in tutta la terra l'hai persa, in tutti i mari.


                        di Costantino Kavafis

mercoledì 2 ottobre 2019

Tu m’hai di servo tratto a libertate


Roma, un venerdì sera da Feltrinelli. Io e Gabriele, un collega di Filosofia presentiamo il libro che Edoardo ha da poco pubblicato su Dante Alghieri. Edoardo è stato un nostro allievo, bravissimo, in tutte le materie; ora studia Fisica all'Università, Dante è il suo poeta preferito.
Al momento delle domande dal pubblico si alza Luca - un suo compagno - e fa ad Edoardo una domanda su una delle questioni centrali della Commedia, la libertà. Cos'è la libertà per Dante? e cosa è per te? Edoardo risponde, cita dei versi, coinvolge il pubblico. Poi la bellissima serata finisce, torniamo a casa, ma un'immagine mi torna in mente. Va, viene, scompare e ritorna ...

Siamo nel 1933 nella Russia di Stalin, un poeta Osip Mandel'stam recita una poesia che ha da poco composto.  E' questa qui:

Noi viviamo senza avvertire sotto di noi il paese,
i nostri discorsi non si sentono a dieci passi di distanza, 
ma dove c’è soltanto una mezza conversazione
ci si ricorda del montanaro del Cremlino.
Le sue grosse dita sono grasse come vermi
e le sue parole sicure come fili a piombo.
Ridono i suoi baffi da scarafaggio,
e brillano i suoi gambali.
Intorno a lui c’è una masnada di ducetti dal collo sottile
e lui si diletta dei servigi dei semiuomini.
Chi fischietta, chi miagola, chi piagnucola
se soltanto lui ciarla o punta il dito.
Come ferri da cavallo egli forgia un ukaz dietro l’altro,     
a uno l’appioppa nell’inguine, a uno sulla fronte,                                
a chi sul sopracciglio, a chi nell’occhio.
Non c’è esecuzione che non sia per lui una cuccagna...

                                                  (un "ukaz" è un proclama dello zar o di un patriarca che ha validità di legge)

Non si sa chi fu la spia ma nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1934 due agenti della polizia sovietica si presentano in casa di Mandel'stam a Mosca, perquisiscono la casa, sequestrando grandi quantità di manoscritti.

Osip viene arrestato.

I poliziotti lo conducono alla Lubianka, con sé porta via soltanto una copia della Divina Commedia.  Mandel'stam è condannato al confino: tre anni a Cherdyn, una remota località degli Urali, lungo il fiume Kolva, alle porte della Siberia. Non sarà quella l'ultima volta che il poeta conoscerà la prigione; nel 1938 viene nuovamente arrestato e condannato ai lavori forzati. Questa volta viene trasferito all’estremo oriente della Siberia dove muore a fine dicembre nel gulag di Vtoraja rečka. 

Mi piace immaginarlo così, scortato da due sgherri, sottobraccio e nel cuore la Commedia... E mi piace immaginare che nei suoi ultimi disperati momenti questi versi siano scesi a consolarlo: 

... i versi della libertà che nessuno potrà mai togliere all'uomo ... l'ultimo sorriso di Beatrice

Beatrice e Dante salgono al quinto cielo, Gustav Doré
O donna in cui la mia speranza vige, 
e che soffristi per la mia salute 
in inferno lasciar le tue vestige,                                       
di tante cose quant’i’ ho vedute, 
dal tuo podere e da la tua bontate 
riconosco la grazia e la virtute.                                        
Tu m’hai di servo tratto a libertate 
per tutte quelle vie, per tutt’i modi 
che di ciò fare avei la potestate.                                      
La tua magnificenza in me custodi, 
sì che l’anima mia, che fatt’hai sana, 
piacente a te dal corpo si disnodi».                               
Così orai; e quella, sì lontana 
come parea, sorrise e riguardommi; 
poi si tornò a l’etterna fontana.   

giovedì 26 settembre 2019

nella forte solitudine di rupi senza sole




Δώρια

Sii in me come l'eterno corruccio
del vento gelido, e non
come sono le cose fuggitive....
allegrezza di fiori.
Tienimi nella forte solitudine
di rupi senza sole
E d'acque grige.
Fa' che gli dei parlino di noi serenamente
Nei giorni a venire,
i fiori ombrosi dell'Orco
Abbiano memoria di te.

                                      

                                             di Ezra Pound


grazie mille a Nicoletta per la segnalazione...

martedì 24 settembre 2019

La foresta





Dovresti sdraiarti ora e ricordare la foresta,
perché sta sparendo –
no, la verità è che è scomparsa ormai
e così qualsiasi dettaglio tu possa richiamare alla memoria
potrebbe avere una specie di vita.

Non quella che avevi sperato, ma una vita
-dovresti sdraiarti ora e ricordare la foresta-
tuttavia, potresti chiamarla “nella foresta,”
no la verità è, che è scomparsa ormai,
cominciando in qualche posto vicino all’inizio, a quel bordo,

O invece al primo strato, al posto che ricordi
( non quella che avevi sperato, ma una vita )
quasi fosse solido sotto i piedi, perché quel posto è un mare,
tuttavia, potresti chiamarlo “nella foresta,”
sul quale non possiamo mai andare alla deriva, essendo lì o no,

Rasenti a nessuna superficie. E anche al nulla nella vita,
o invece al primo strato, al posto che ricordi,
mentre gli strati si piegano nel tempo, nell’humus nero,
quasi fosse solido sotto i piedi, perché quel posto è un mare,
come una mano sinistra che scende leggera, sempre sulle stesse chiavi.

I variopinti uccelli della foresta cantano di là da te
rasenti a nessuna superficie. E anche al nulla nella vita,
cantano senza una musica dove non ci può essere armonia,
mentre gli strati si piegano nel tempo, nell’humus nero,
dove vasti panneggi di luce si stagliano fra i tronchi grigi,

Dove l’aria è intessuta di muschio che s’asciuga,
i variopinti uccelli della foresta cantano di là da te:
un aroma di muschio dai funghi e dalle trine di muffe.
Cantano senza una musica dove non ci può essere armonia,
benché qualcosa cada dall’alto nelle foglie secche,

Niente che scenda qui da noi.
Dove l’aria è intessuta di muschio che s’asciuga,
(in quel posto dove son cresciuta) la foresta in un groviglio,
un aroma di muschio dai funghi e dalle trine di muffe,
dolce-stellato andare, in un groviglio di rovi, di felci

E lente cordicelle di cinquefoglia, falsa fragola, sommàcco-
niente che scenda qui da noi,
macchiato. Un ramo basso che dondola sopra un torrente
in quel posto dove son cresciuta, la foresta in un groviglio,
e uno spazio cavo proprio dell’ampiezza delle scapole.
.
Puoi capire quel che faccio se penso al varco-
e alle lente cordicelle di cinquefoglia, falsa fragola, sommàcco-
come a una specie di limite. A volte immagino noi che camminiamo lì
(…fitolacche, macchiati. Un ramo basso che dondola sopra un torrente)
in un posto che è qualcosa di simile a una foresta.

Ma forse d’altro tipo, dove il suolo è sotto una coltre
( puoi capire quel che faccio se penso al varco)
di verdi aghi cedevoli, lì sotto le fronde di pino,
una specie di limite. A volte immagino noi che camminiamo lì.
E affrettandosi di sotto brune s’adagiano le affilate foglie,

La nerezza che si sfigura, poi la bulbosa fosforescenza delle radici.
Ma forse d’altro tipo, dove il suolo è sotto una coltre,
così stranamente simile eppure anche così originale, sotto
i verdi aghi cedevoli, le fronde di pino.
Una volta eravamo perduti nella foresta, così stranamente simile eppure anche così originale,
ma la verità è, che essa è, ormai perduta per noi.


                                          Susan Stewart, Columbarium e altre poesie (1981-2003), Ares 2006, traduzione e cura di Maria Cristina Biggio


Susan Stewart vive tra Filadelfia e Princeton. Poetessa e traduttrice, si è occupata anche di critica d'arte. Nel 2005 ha ottenuto il titolo di chancellor dall'Academy of American Poets ed è membro dell'American Academy of Arts and Sciences. Docente di discipline umanistiche presso la Princeton University, in Italia sono stati pubblicati due libri, Columbarium e altre poesie, (Ares 2006) e Red Rover, (Jaca Book 2011), a cura di Maria Cristina Biggio.

Per l'analisi della poesia di Susan Stewart lascio la parola a Maria Cristina Biggio che della poetessa americana ha curato le edizioni italiane. L'intervento completo  lo trovate in
 http://poesia.blog.rainews.it/2012/01/susan-stewart-due-poesie/


La poesia La foresta apre la raccolta Columbarium, ma in realtà  "l'intero volume si avvolge tenacemente attorno a questo inizio, raccontando la poetica dell’attraversamento per strati consci e inconsci del passato e della memoria (dell’umano e della foresta). Se il suo fitto e buio groviglio rifiuta d’essere esplorato se non per lo spazio impervio dell’esperienza “proprio dell’ampiezza delle spalle”, il “dolce-stellato andare”, il trasumanar della poesia scaverà fino nelle profondità più nascoste e sarà continuamente sostenuto dalla nostalgia delle origini e dal desiderio che ciò che è stato e ciò che è siano ancora, sempre e in ogni dove, casa, luogo dove si è cresciuti.
Cominciando in qualche posto vicino all’inizio, a quel bordo 
 O invece al primo strato, al posto che ricordi,

Scandita nei suoi movimenti figurativi e conoscitivi dal contrasto, ottico e mentale, tra un punto più luminoso e uno più scuro – tra seme e cenere, morte naturale e rigenerazione, “nerezza che si sfigura” e “bulbosa fosforescenza delle radici”, musica e silenzio – essa tenterà continuamente di far riemergere i più piccoli dettagli di tutto quel che è forestis, che è al di là di noi, affinché essi possano avere una specie di vita. "

Nel suo attraversamento fino alla “svolta” che apre la seconda sezione del libro, - nota ancora Maria Cristina Biggio - Stewart sembra volerci consegnare il fardello di un passato collettivo segnato dagli orrori della storia che non si possono e non si vogliono dimenticare.  La disturbante massa di fatti rubati alle atrocità del vero – macellazioni, stupri, violenze, cannibalismi – in cui tragicamente “ciascuno potrebbe essere il soggetto”, diventa prolungata allegoria di veritade ascosa sotto bella menzogna (secondo l'espressione usata da Dante in Convivio II,4).

"Il neo-residente della foresta-metropoli-labirinto, che ha dolorosamente conquistato una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie azioni ascoltando e prendendosi cura dell’altro da sé, sarà richiamato al luogo del suo principio, alla radura luminosa cui ogni sentiero conduce, dove qualcosa di nuovo comincerà finalmente a essere, nell’atrofia spirituale e a svelarsi alla conoscenza [...]

La foresta si rivela così complessa e potente metafora di tutto quel che è forestis, di quel che sta al di là da noi e ci trascende. Con le parole della Stewart, la foresta è “risorsa della natura, di tutto ciò che è oltre i fatti della storia, oltre i nostri concetti di spazio e tempo e le categorie e il nostro modo di conoscere e che, in quanto tale, precede la memoria e l’invenzione. La natura è l’indefinibile, l’illimitata risorsa al di sopra della quale la conoscenza si innalza – proprio come l’invisibilità sta al di là del visibile – non in senso mistico ma come un reale riconoscimento del limite dei nostri poteri analogo alla finitudine sancita dalle nostre morti individuali”.

L’amato modo della ripetizione assume in questo testo un particolare potere incantatorio. Via via che la poesia cresce e cambia forma pur restando sempre uguale, essa delinea una struttura non-lineare e spaziale del tempo che resiste allo sviluppo narrativo. Procedendo con le ripetizioni i versi svelano i propri limiti e le proprie frontiere, e tendono a farsi casa (del linguaggio, del ritmo, della metafora, del mito, della conoscenza, della nostalgia) le cui mura confinano con la luce e i suoi “vasti panneggi”, con la musica e il silenzio. I variopinti uccelli che cantano di là da noi “senza una musica” si appellano al non-essere o al pre-essere delle melodie non udite di Keats, ovvero al silenzio primordiale dal quale e nel quale ogni musica sorge e rifluisce. Rivelando i propri limiti e la proprie frontiere la poesia riesce a farci sperimentare la certezza di qualcosa d’altro che supera e avvolge l’edificio della parola. "



domenica 22 settembre 2019

Ciò Che Ogni Albero Sa





foto di Axel Bernstorff

Ciò Che Ogni Albero Sa 

Impara, cuore, ciò che ogni albero sa:
Disporre la radice, infliggerla con giusto orientamento
Nel buio sparso; non dentro il sasso, bensì
Attorno al sasso; non dentro l’argilla
Bensì verso l’acqua non lontana;
Non nella ripulsa, ma nell’amore pronto
A rendere alla pressione di radice angusta ascesa
Fu per l’asse anulare, dritto, fino alla forcella,
E oltre, per l’erta obliqua delle fronde ripetente
L’ordine della sete sottostante nella luce, nel vento,
In simmetria, nell’equilibrio che accoppia
Nadir e zenit; e infine sino al frutto
Che vorrebbe arrotondare col suo peso
Movimento in misura appassionata. Così non agendo
Vantaggio del suo danno, rachitica sarà la chioma
Gibboso lo sforzo di rizzarsi, brutta la corteccia,
Partito il frutto e rado. Ogni albero lo sa.
Non imparare, cuore, dal folle albero di olivo
Che ricorda gli dei ellenici, innamorato della pietra
E del serpe che custodisce alla radice.



                          di Ivan Lalić da Poesie (Jaca Book, 1991), trad. it. Eros Sequi.


Ivan V. Lalic (Belgrado, 8 giugno 1931 – Rovigno, 28 luglio 1996) è uno dei massimi esponenti della poesia iugoslava nel vero senso del termine, essendo nato a Belgrado ed avendo studiato a Zagabria, le due capitali di quelle che erano le repubbliche iugoslave della Serbia e della Croazia, fra le quali ha diviso la maggior parte della sua vita.
Lalic ha iniziato la sua carriera nel 1955 ed ha pubblicato 14 raccolte di poesie, oltre a svolgere un’intensa attività di critico letterario e di traduttore da Hölderlin a Rilke, da Whitman a Pierre-Jean-Jouve, fino a rendere in versi persino La Divina Commedia. 
La sua poesia, definita «protogiovane» per via "dell'istante che, nonostante il suo manifestarsi innumerevoli volte ripetuto nella storia umana, e a dispetto della sua infinita ripetibilità, serba in sé, per chi giunge in una lunga serie di generazione di uomini, la giovinezza e l'originalità dell'esperienza viva” (Vlada Urosevic, citata in L'anno di poesia, 1987, Jaca Book), riflette l'interculturalità della propria vita, tanto da apparire un poeta mediterraneo prima ancora che un poeta Iugoslavo (da https://letteratura.tesionline.it/letteratura/article.jsp?id=24295).


venerdì 20 settembre 2019

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta








Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,

dicendo che è un mio emissario,

non credergli, anche se sono io;

ché il mio orgoglio vanitoso non ammette

neanche che si bussi

alla porta irreale del cielo.

Ma se, ovviamente, senza che tu senta

bussare, vai ad aprire la porta

e trovi qualcuno come in attesa

di bussare, medita un poco. Quello è

il mio emissario e me e ciò che

di disperato il mio orgoglio ammette.

Apri a chi non bussa alla tua porta.



                                            di Fernardo Pessoa



lunedì 16 settembre 2019

La strada è una ferita aperta nel cielo



          “Tranquera al atardecer”, Argentina. Agosto 2018 - foto di J. M. Ciampagna



ULTIMO SOLE A VILLA ORTÙZAR

Sera come di Giudizio Finale.
La strada è una ferita aperta nel cielo.
Non so più se fu Angelo o un occaso la chiarezza che 
                                  [bruciò nel profondo.
Insistente, come un incubo, pesa su di me la distanza.
All'orizzonte un reticolato gli duole.
Il mondo è come inservibile e gettato.
Nel cielo è giorno, ma la notte è traditrice nei fossati.
Tutta la luce è nei muretti azzurri e in quello 
                                                 [schiamazzare di ragazze.
Non so più se è un albero o è un dio, quello che sporge
                                                  [dal cancello arrugginito.
Quanti paesi in una volta: il campo, il cielo, i dintorni.
Oggi sono stato ricco di strade e di occaso affilato e
                                                  [della sera fatta stupore.
Lontano, mi restituirò alla mia povertà.


                                     di Jorge Luis Borges

venerdì 13 settembre 2019

Il fuoco e la rosa


a Pino che infine è giunto là onde partimmo  attraversando il cancello, ignoto eppure rammemorato, là dove tutto sarà bene...


Il fuoco e la rosa


Noi non cesseremo l’esplorazione
e la fine di tutto il nostro esplorare
sarà giungere là onde partimmo
e conoscere il luogo per la prima volta.

Attraverso l’ignoto, rammemorato cancello
quando l’ultima terra da conoscere
sia quella che era il principio;
alle sorgenti del fiume più lungo
la voce della cascata nascosta
e i bambini tra i rami del melo
non noti, poiché non attesi
ma uditi, uditi appena nel silenzio
tra due onde di mare. Su
presto, qui, ora, sempre -

Una condizione di completa semplicità
(che costa non meno di ogni cosa)
e tutto sarà bene e
ogni sorta di cose sarà bene,
quando le lingue di fiamma si incurvino
nel nodo incoronato di fuoco
e il fuoco e la rosa siano uno.

                                                                                                 di   T.S.Eliot



lunedì 9 settembre 2019


ASSENZA



San Telmo, Buenos Aires



Dovrò rialzare la vasta vita
che ancora adesso è il tuo specchio:
ogni mattina dovrò ricostruirla.
Da quando ti allontanasti, 
questi luoghi sono diventati vani
e senza senso, uguali 
a lumi del giorno.
Sere che furono nicchia della tua immagine,
musiche in cui sempre mi attendevi, 
parole di quel tempo,
io dovrò frantumarle con le mani.
In quale profondità nasconderò la mia anima
perché non veda la tua assenza
che come un sole terribile, senza occaso,
brilla definitiva e spietata?
La tua assenza mi circonda
come la corda la gola
il mare chi sprofonda.

                                                                                               di Jorge Luis Borges



venerdì 6 settembre 2019

Mentire con grazia



Office in a Small City, 1953 by Edward Hopper



Riprendo a mentire con grazia,
mi inchino rispettoso allo specchio
che riflette il mio collo e la cravatta.
Credo d’essere questo signore che esce
tutti i giorni alle nove.
Gli dei sono morti uno a uno in lunghe file
di carta e cartone.
Niente mi manca, neanche tu
mi manchi. Sento un buco, però è facile
un tamburo: pelle ai due lati.
A volte torni la sera, quando leggo
cose che tranquillizzano: bollettini,
il dollaro e la sterlina, i dibattiti
delle Nazioni Unite. Mi sembra
che la tua mano mi pettina. Non mi manchi!
Solo cose minute all’improvviso mi mancano
e vorrei ricercarle: la contentezza
e il sorriso, questo animaletto furtivo
che ormai non vive più fra le mie labbra.



                                                                                       

                                                                                                                             di Julio Cortàzar






Julio Cortázar è nato a Bruxelles nel 1914, figlio di un funzionario dell'ambasciata argentina in Belgio. È considerato fra i maggiori autori di lingua spagnola del XX secolo. Morì di leucemia nel 1984 a Parigi, dove è sepolto. Tra i suoi libri pubblicati da Einaudi, oltre a Bestiario (1965) e al Gioco del mondo. Rayuela (1969, 2013), Storie di cronopios e di famas (1971), Ottaedro (1979), Il viaggio premio (1983), Il persecutore (ultima edizione nelle «Letture Einaudi», 2017), il volume complessivo dei Racconti a cura di Ernesto Franco, nella «Biblioteca della Pléiade» (1994), Fine del gioco (2003), Carte inaspettate (2012), Gli autonauti della cosmostrada ovvero Un viaggio atemporale Parigi-Marsiglia (2012), diario di viaggio scritto a quattro mani con la moglie Carol Dunlop, Animalia (2013) e Lezioni di letteratura (2014).

domenica 1 settembre 2019

Vincendo me col lume del sorriso


Nella poesia Il sorriso di lei , pubblicata qualche giorno fa, Emily Dickinson elabora un'immagine particolarmente coinvolgente: una donna il cui viso non è diverso da tanti altri sorride, ma questo sorriso stringe in una morsa il cuore con una trafittura della gioia (secondo la felice espressione di C. S. Lewis),

... come quando
un uccello si alza in volo, vuole cantare,
poi ricorda il Proiettile che l'ha ferito

Lo spirito vorrebbe cantare, è per questo che si vola, ma una ferita dolorosa sopraggiunge...

Allora si aggrappa a un ramo sottile,
convulso, e la musica intanto si schianta
come perle finite in un pantano.   

Leonardo da Vinci, Sant'Anna, particolare
L'uccello si tiene ad un ramo sottile mentre si agita in modo convulso e il suo canto si schianta giù, come qualcosa di prezioso e raro che finisce nel fango. Tutta la forza della poesia si gioca sull'istante in cui convivono insieme, sul sorriso di lei, il desiderio del canto e la consapevolezza del dolore che sopraggiunge.

Leonardo da Vinci ha colto nel volto di Sant'Anna questa particolare qualità che il sorriso di una donna assume talvolta, quasi velata da un presentimento di dolore o da una pensosa consapevolezza.
Maria tende le braccia verso suo figlio che gioca con un agnello (prefigurazione della sua futura Passione), mentre Anna osserva la scena con un sorriso indimenticabile: presagisce che la vita di quella sua figlia non sarà come quella delle altre fanciulle, vede forse la spada che le trafiggerà il cuore? l'angoscia della Via dolorosa e del Golgota ? Sorride Anna, di fronte a un mistero che le sfugge o forse già intuisce che quella storia non finirà in un sepolcro vuoto?

La suggestione che ci spinge dietro a questo strano sorriso, in cui convivono dolore e felicità ci conduce ora ad una delle cose più belle della letteratura italiana: il sorriso di Beatrice nell'opera poetica di Dante.Tra i numerosi luoghi in cui il poeta fiorentino si sofferma su tale immagine, è in questa terzina, tratta dal canto XVIII del Paradiso che essa appare espressa in modo mirabile:

Vincendo me col lume del sorriso
ella mi disse: "Volgiti e ascolta
chè non pur ne' miei occhi è paradiso.

Si tratta, a mio personalissimo avviso, della più intensa, struggente e potente visione della gentilissima. Non a caso a proposito di questi versi il Momigliano ha scritto che la terzina "è scritta con una mano d'incomparabile leggerezza, e conserva alla Beatrice beata, insieme con la luminosità del paradiso, un'ombra, meno di un'ombra, di compiacimento femminile".
Già nella Vita Nuova tuttavia, al capitolo XXI nella parte finale del sonetto Ne li occhi porta la mia donna Amore, Dante si soffermava sul riso della donna:

Quel ch'ella par quando un poco sorride
non si può dicer né tenere a mente,
sì è novo miracolo e gentile

Gabriel Rosettti, Dante’s Dream at the Time of the Death of Beatrice

Il sorriso della gentilissima è ineffabile, la mente non può trattenerlo, è una cosa miracolosa, diversa da tutte le altre alle quali l'uomo è abituato. Non è un caso tuttavia che proprio questo sorriso sia collocato da Dante in una sezione particolare della Vita Nuova, immediatamente prima del racconto della morte del padre di lei, del suo dolore amarissimo e del suo pianto pietoso. Episodio seguito immediatamente da quello di un'esperienza personale di infermità fisica ed interiore del poeta, che culmina nel sogno-visone della morte dell'amata.
Non è possibile, nell'esperienza esistenziale ed artistica di Dante, separare il sorriso di Beatrice dalla sua morte prematura, il suo potere miracoloso dalla disperazione che la sua scomparsa terrena produce. L'alzarsi in volo dallo schianto del canto.

Il novo miracolo di questo sorriso è lo stesso a cui allude William Blake quando in una sua poesia scrive che esso:

... a fondo nel profondo del cuore penetra,
E affonda nelle midolla delle ossa -
E mai nessun Sorriso fu sorriso,
Ma solo quel sorriso solo,

Sorriso che dalla culla alla fossa
Sorridere si può una volta sola,
Quando è sorriso,
Ha fine ogni miseria.

Proprio così ... ha fine ogni miseria.


venerdì 30 agosto 2019

Il sorriso di lei



Leonardo da Vinci, Sant'Anna con la Vergine, il Bambino e l'agnello


                                                                                                                 
 Il sorriso di lei non era diverso dagli altri

Stessa forma, fossette ai lati

Eppure ti faceva stare male,

come quando un uccello 

si alza in volo, vuole cantare,

poi ricorda il proiettile che l'ha ferito

Allora si aggrappa a un ramo sottile,

convulso e la musica intanto si schianta

come perle  finite in un pantano.                                                                                                 



                                                               di E. Dickinson

mercoledì 28 agosto 2019

Cieco ero, nulla più...

                         
                                                             di Iosif Brodskij

Io ero solamente  ciò
che tu toccavi, quello
su cui - notte fonda, corvina -
la fronte reclinavi tu.

Io ero solamente ciò
che tu là in basso distinguevi:
sembiante vago, prima, e poi
molto più tardi, tratti.

Sei tu, ardente,  che
sussurrando hai creato
la conchiglia dell'udito
a destra, a a manca, là, qui.

Tu che nell'umida cavità,
tirando quella tenda, 
hai messo voce, perché 
potesse te chiamare.

Cieco ero, nulla più.
Tu, sorgendo, celandoti,
hai dato a me la facoltà
 di vedere. Si lasciano scie

così, e si creano così
mondi. Spesso, creati,
si lasciano ruotare così,
elargendo regali.

E, gettata così
in caldo, in freddo, in ombra, in luce,
persa nell'universo,
ruota la sfera e va.

1980

      Chi siamo? Lo abbiamo forse chiesto al filosofo, allo scienziato, al teologo, poche volte al poeta. Josif Brodskij prova a dircelo con i suoi versi: saremmo privi di consistenza, di solidità e volume, come meduse senza scheletro. Nessuna capacità di udire o di  parlare, ciechi incapaci di distinguere le cose intorno a noi... Così saremmo, nulla più, se non ci costituisse come persone in carne e ossa lo sguardo di chi ci ama e che noi amiamo. Il gesto delicato del viso che su di noi reclina, il sussurro, il sorgere e e il celarsi. Solo da tale incontro, che innanzitutto è dono gratuito, nascono mondi, universi che trovano la propria ragione d'essere nell'elargire regali, a nient'altro sono destinati.

Chi è Josif Brodskij?
                                                 
Il giorno 4 di giugno del 1972 abbandonava la Russia, con una piccola edizione delle poesie di John Donne in tasca e quasi nient’altro. La prima persona che Brodskij cercò in Occidente fu W.H. Auden. Su un prato del villaggio austriaco di Kirchstetten, il delfino dell’Achmatova e l’anziano poeta inglese, troppo chiaro per essere capito dai suoi contemporanei, si intesero in una communicatio idiomatum che non si sarebbe più interrotta, come testimonia la mirabile orazione funebre pronunciata da Brodskij nel decennale della morte del poeta: scritta in inglese, «per compiacere un’ombra». Da quel giorno Iosif Brodskij è diventato anche Joseph Brodsky, residente a New York ma di ascendenza tutta pietroburghese, se non vi è luogo come Pietroburgo «dove i pensieri si distacchino altrettanto volentieri dalla realtà». Così, «è con l’emersione di San Pietroburgo che la letteratura russa è entrata nell’esistenza». Molti dei tratti stilistici peculiari di Brodskij sembrano derivati, per osmosi, dalla città: la disciplina dei colonnati illusionistici, la luce pallida e diffusa, «dove occhio e memoria operano con inusuale acuità», l’onnipresenza dell’acqua, questa «forma addensata del Tempo», il soffio di vento saturo di alghe. In questo microclima alessandrino, dove l’Europa venne a riflettersi in uno specchio gigantesco, si è compiuta una prodigiosa eruzione di letteratura moderna, da Puškin a Mandel’štam, nel segno di un classicismo allucinatorio. E oggi quel luogo, che è un linguaggio, continua a vivere proprio in Brodskij, nelle schegge delle sue immagini, nei suoi metri sapienti, magari celati da una temeraria sprezzatura. In questo volume sono state raccolte, in accordo con l’autore, poesie degli anni 1972-1985, anni di un esilio che preesisteva alla partenza e al tempo stesso non sarà mai, perché Brodskij ha la sua patria nella lingua russa. Così ci accorgiamo di leggere i suoi versi, dopo Mandel’štam, la Cvetaeva, l’Achmatova, come parte di un’unica storia (dal risvolto del volume Poesie, Adelphi 1986).

Arrestato nel novembre del 1963, Iosif Brodskij, il poeta, fu processato il 18 febbraio 1964. Naturalmente, l’esito del processo era dato per ovvio: “Al processo non poterono assistere tutti coloro che lo avrebbero desiderato in quanto i posti furono occupati da lavoratori convocati dalle autorità per ingiuriare l’imputato nel corso delle udienze” (Marco Clementi, Storia del dissenso sovietico, Odradek Edizioni 2007, p.46). Il processo divenne emblematico: nonostante le promesse di apertura, l’Urss stritolava i dissidenti, mandava al confino i poeti. La trascrizione del dialogo tra il giudice e l’imputato, il poeta – il poeta per sua natura è sempre l’imputato, colui che è messo all’indice – ci è giunta, clandestinamente, grazie a Frida Vigdorova. Eccone alcuni passaggi.

Giudice: Qual è la sua specializzazione?
Brodskij: Sono poeta. Poeta e traduttore.
G: E chi l’ha riconosciuta come poeta? Chi ha inserito il suo nome tra quello dei poeti?
B: Nessuno. E chi ha inserito il mio nome tra quello degli uomini?
G: Avete studiato per questo?
B: Per cosa?
G: Per diventare poeta. Non avete frequentato un istituto dove preparano… dove insegnano…
B: Non credo che questo si possa ottenere con un’istruzione.
G: Ma con cosa, allora?
B: Io credo che… venga da Dio

Nel maggio 1972 Brodskij fu chiamato dall'ОVIR, il dipartimento per i visti e gli stranieri dell'Unione Sovietica. Lì viene posto davanti alla scelta: emigrazione immediata oppure prepararsi a subire quotidiani interrogatori, carcerazioni e reclusioni in ospedali psichiatrici. Intanto nel 1964 gli era già capitato due volte di essere ricoverato negli ospedali psichiatrici e questo era stato per Brodskij, stando ai suoi stessi scritti, molto peggio dell'esilio o del carcere. Brodskij non esita, a questo punto, a lasciare l'Unione Sovietica.


Un ottimo articolo, caldamente consigliato, su Iosif Brodskij  e la sua resistenza contro il Male lo trovate qui http://www.pangea.news/iosif-brodskij-poesie-carcere/.

domenica 25 agosto 2019

NEL CREPUSCOLO

                                                                         di William Butler Yeats

Fotografia di George Karbus


Logoro cuore in un tempo che si consuma
Lìberati dalla rete del torto e della ragione;
E ridi ancora, cuore, nel crepuscolo grigio,
Sospira ancora, cuore, nella rugiada del mattino

Tua madre Irlanda è giovane sempre,
La rugiada sempre riscintillante e il crepuscolo grigio;
Sebbene ti abbandoni la speranza e l'amore perisca,
Bruciando nei fuochi di una lingua calunniatrice.

Vieni, cuore, dove i colli si addossano ai colli:
perché laggiù la fratellanza mistica
Di sole e luna e bosco e valle
E fiume e rivo compie la sua legge;

E Dio suona il suo corno solitario,
E il tempo e il mondo sono sempre in fuga;
E l'amore è meno gentile del crepuscolo grigio,
E la speranza è meno cara della rugiada del mattino.


                               
                                                                                    traduzione di Giuseppe Sardelli