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mercoledì 29 aprile 2020

Io crebbi in un silenzio arabescato




IL SALICE

Io crebbi in un silenzio arabescato,
in un'ariosa stanza del nuovo secolo.
Non mi era cara la voce dell'uomo,
ma comprendevo quella del vento.
Amavo la lappola e l'ortica,
e più di ogni altro un salice d'argento.
Riconoscente, lui visse con me
la vita intera, alitando di sogni
con i rami piangenti la mia insonnia.
Strana cosa, ora gli sopravvivo.
Lì sporge il ceppo, e con voci estranee
parlano di qualcosa gli altri salici
sotto quel cielo, sotto il nostro cielo.
Io taccio... come se fosse morto un fratello.

Anna  Achmatova

domenica 26 aprile 2020

sulle tenui frontiere che scorgi a malapena

Lobster girl, di Bob Bartlett, 2004


 PER LEI 

Potrebbe essere ovunque
una notte qualsiasi a tua scelta,
nella tua camera vuota e buia

o per strada
o sulle tenui frontiere
che scorgi a malapena, a malapena sogni.

Non proverai alcun desiderio,
niente ti metterà in guardia,
non un vento improvviso, non l'immobilità dell'aria.

Lei apparirà,
l'aspetto di una donna che conoscevi:
l'amica che ha buttato via la vita,

la ragazza seduta all'ombra della palma.
I bracciali le brilleranno,
diverranno le luci

di un paese cui volgesti le spalle anni fa.

da "L'ora tarda" di Mark Strand, traduzione di Damiano Abeni


domenica 19 aprile 2020

un angolo del mondo dove potresti aspettarmi.

"Tavola calda" di Edward Hopper, 1927


Cominciano ad accendersi
le domande alla notte.
Ve ne sono distanti, quiete,
immense, come astri:
chiedono da lassù
sempre
la stessa cosa: come sei.
Altre, fugaci e minute,
vorrebbero sapere cose
lievi di te e precise:
misura
delle tue scarpe, nome
dell’angolo del mondo
dove potresti aspettarmi.

Tu non le puoi vedere,
ma il tuo sonno
è circondato tutto
dalle mie domande.
E forse qualche volta
tu, sognando, dirai
di si, di no, risposte
miracolose e casuali
a domande che ignori,
che non vedi, che non sai.
Perché tu non sai nulla;
e al tuo risveglio,
loro si nascondono,
invisibili ormai, si spengono.
E tu continuerai a vivere
allegra, senza mai sapere
che per metà della tua vita
sei sempre circondata
da ansie, tormenti, ardori,
che incessanti ti chiedono
quello che tu non vedi
e a cui non puoi rispondere.

da "La voce a te dovuta", XLIII di Pedro Salinas


Prendono vita nella notte le domande del poeta, si accendono  - distanti - da lassù, chiedono sempre la stessa cosa ... Che altro c'è del resto che sia più importante sapere: come sei. Straordinaria intuizione questa, non come stai o cosa pensi, ma appunto come sei? Ci sono altre domande poi, fugaci e minute, sono lievi le cose che vogliono sapere di lei, anche se una sembra decisamente importante, una di quelle cose che, a saperle, cambia la vita: 

                       ... nome
dell'angolo del mondo
dove potresti aspettarmi.

Qui, quando per la prima volta ho letto questi versi, mi sono fermato a lungo. Non mi riusciva di andare avanti: un angolo del mondo ... dove potresti aspettarmi. Già, perché le persone che amiamo possono essere distanti, come sono distanti il poeta e la sua amata nella poesia. Magari sono dall'altra parte della città o solo poche scale più a destra, ma certo, anche  nella stanza accanto. E' possibile che abbiamo dimenticato di chiedere come sei e trascurato di interessarci  alle cose fugaci e minute, smesso di accogliere il miracolo di certe casuali risposte. Ma ... c'è un posto, un angolo del mondo, che è per noi, da sempre nostro. 

Ecco, forse lì, potresti aspettarmi.



mercoledì 15 aprile 2020

IL SIGNOR COGITO MEDITA SULLA SOFFERENZA


Tutti i tentativi di allontanare
il cosiddetto calice amaro —
con la riflessione
l’impegno frenetico a favore dei gatti randagi
gli esercizi di respirazione
la religione —
sono falliti

bisogna accettare
chinare mitemente il capo
non torcersi le mani
ricorrere alla sofferenza con misura e dolcezza
come a una protesi
senza falso pudore
ma anche senza inutile orgoglio

non sventolare il moncherino
sulle teste degli altri
non picchiare col bastone bianco
alle finestre dei sazi

bere l’estratto d’erbe amare
ma non fino in fondo
lasciarne avvedutamente
qualche sorso per l’avvenire

accettare
ma al tempo stesso
distinguere dentro di sé
e possibilmente
trasformare la materia della sofferenza
in qualcosa o qualcuno

giocare
con essa
ovviamente
giocarci

scherzare con essa
con grande cautela
come con un bambino malato
per strappare alla fine
con sciocchi giochetti
un esile
sorriso

da "Rapporto dalla città assediata e altri versi", di Zbigniew Herbert

Zbigniew Herbert, poeta, drammaturgo e saggista, nato il 29 ottobre 1924 a Lwów e morto a Varsavia il 28 luglio 1998, è senza dubbio uno dei più illustri protagonisti della storia della poesia polacca del dopoguerra, e uno dei più conosciuti e letti oltre i confini della Polonia. Ha ricevuto infatti importanti premi internazionali, tra cui ricordiamo: Nikolaus Lenau (1965), G. Herder (1973), Gerusalemme (1990), ed è stato tradotto in diverse lingue: tedesco, inglese, ceco, olandese, svedese, italiano a cura di Piero Marchesani.  Della sua poesia Iosif Brodskij ha detto «È un poeta di straordinaria economia. Nei suoi versi non c’è niente di retorico o di esortativo, il loro tessuto è quanto mai funzionale: è brusco piuttosto che “ricco”. La mia impressione complessiva delle sue poesie è sempre stata quella di una nitida figura geometrica (un triangolo? un romboide? un trapezio?) incuneata a forza nella gelatina della mia materia cerebrale. Più che ricordare i suoi versi, il lettore se li ritrova marchiati nella mente con la loro glaciale lucidità. Né gli succederà di recitarli: le cadenze del tuo linguaggio cedono, semplicemente, al timbro piano, quasi neutro, di Herbert, alla tonalità della sua discrezione». Su Herbert è possibile leggere un ottimo articolo su:




giovedì 9 aprile 2020

portami il girasole impazzito di luce



Vincent Van Gogh, Sunflowers, National Gallery, London



Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

       da OSSI DI SEPPIA, di Eugenio Montale.

E' questo il centesimo post da quando il viaggio "verso una stella tenue" è cominciato, mesi fa. E  credo che questa poesia di Eugenio Montale sia adatta  ad esprimere ciò che per me è il senso profondo della rotta che tento di seguire ...

"Tutta la legge della esistenza umana consiste solo in ciò: che l’uomo possa sempre inchinarsi dinanzi all’infinitamente grande.
Se gli uomini venissero privati dell’infinitamente grande, essi non potrebbero più vivere e morrebbero in preda alla disperanza".

F. Dostoevskij, Fratelli Karamàzov




domenica 5 aprile 2020

A che punto è la notte?




Gustav Dorè, Apparizione dello spettro di Banquo

La luce s'oscura, e il corvo
dirige il volo verso il bosco delle cornacchie;
le buone creature del giorno cominciano a vacillare e ad assopirsi
mentre i neri agenti della notte si destano per predare.
Tu ti stupisci alle mie parole: ma sta tranquilla:
le cose cominciate nel male traggono forza dal male.

                                                                                                                
Quando rivolge queste parole a sua moglie, Macbeth ha già preso la risoluzione di far uccidere il suo fidato compagno, il generale Banquo. Non è bastato uccidere a tradimento il sovrano legittimo, Duncan, suo cugino, un uomo onesto e generoso; viene quindi il turno dei testimoni del delitto e di coloro che lo sospettano. Poi i figli e gli amici, in una spirale di sangue che non si arresta di fronte a nulla, finché da ultimo  non viene ucciso lui stesso. 

Come ha notato Jan Kott in "Shakespeare nostro contemporaneo", nel Macbeth il sangue sommerge tutti, invade la scena; la storia è il rantolo dell'agonizzante, uno scintillio di spade, un colpo di pugnale. In questa prospettiva la trama si riduce ad un'unica essenziale distinzione: quelli che uccidono e quelli che sono uccisi. La scia di sangue che Macbeth lascia dietro di sé ha qualcosa dell'ossessione, dell'incubo da cui non è possibile risvegliarsi. La maggior parte delle scene, non a caso, si svolge di notte - è ancora Jan Knott a guidarci in questa rilettura della tragedia: "la notte è sempre presente, continuamente, insistentemente ricordata ed  invocata". Non c'è spazio per il sonno in questa notte, il delitto lo ha scacciato per sempre; solo rimane l'incubo, senza fine. 

La notte avvolge tutto: la notte che sta arrivando, come nei versi citati sopra, nei quali essa è oscuramento della luce; nel declinare del sole vacillano le buone creature, mentre si destano  i neri agenti della notte per inseguire e predare. Lo abbiamo visto: gli uomini si distinguono in quelli che sanno uccidere e quelli che esitano e vengono uccisi.  Qui la notte è desiderata, se non invocata per occultare gli assassini che già escono per dare la caccia a Banquo e a suo figlio. 

La notte che soffoca la luce del giorno. Anche quando il sole si muove nel cielo, tuttavia, è la notte a regnare. Proprio questo viene notato, dopo l'assassinio del re (siamo nell'atto II), da uno dei nobili di Scozia, Ross:

... per l'orologio è giorno,
e tuttavia l'oscura notte soffoca la mobile lampada.
E' per il predominio della notte, o per la vergogna del giorno
che l'oscurità seppellisce il viso della terra,
quando dovrebbe baciarla la luce viva?


Più volte, inoltre, i personaggi si domandano: a che punto è la notte? La prima volta è Banquo a chiederlo a suo figlio Fleance, quando il buon Duncan non è ancora caduto per mano di Macbeth. La luna è già tramontata e Banquo guardando il cielo soggiunge: 

... In cielo fanno economia,
hanno spento tutte le candele. 

Persino le stelle appaiono oscurate da questa notte che nessuno capisce quanto durerà...

La stessa domanda che Banquo fa a suo figlio la pone nel III atto Macbeth a sua moglie alla fine di una giornata di sangue. Il nuovo re, infatti, ha invitato i nobili di Scozia a festeggiare, con lui, ma l'atmosfera allegra del banchetto è subito spezzata: lo spettro di Banquo silenzioso compare davanti al re, si siede al suo posto, nessun altro pare vederlo. Macbeth è smarrito, pronuncia frasi senza senso, appare turbato, incapace di controllarsi. I nobili vengono invitati a congedarsi e sulla scena rimangono soli:  Lady Macbeth e suo marito. E' allora che la domanda risuona di nuovo nella bocca del nuovo re:

... a che punto è la notte?

Il senso di questa domanda, tuttavia, appare diverso dai precedenti. Vorrebbe Macbeth che l'alba non sorgesse mai e che la notte per davvero - non solo per via di metafora come nelle parole di Ross - estendesse il suo dominio a seppellire per sempre il viso della terra. La notte in cui sprofonda è sempre più fitta.

Macbeth non è solo una tragedia che disvela la forza distruttrice dell'ambizione e della brama di potere. Se fosse solo questo, molti - sentendosi al riparo da tali suggestioni - finirebbero per misurare con una certa serenità la propria distanza dalle passioni funeste del re assassino e della sua Lady. La vicenda di Macbeth ci riguarda molto più da vicino. Siamo noi Macbeth.

Secondo l'interpretazione di Jan Kott, Macbeth "si definisce per negazione": per se stesso egli è quello che non è, non è il re e non è e non sarà padre di una discendenza - ha avuto un figlio ma è morto. Né può aspettarsi che sua moglie ne generi degli altri, giacché questa, evocando gli Spiriti che presiedono a pensieri di morte, a loro domanda: toglietemi il sesso, rendete denso il mio sangue (alludendo qui all'interruzione del ciclo mestruale) e ancora, mutate il mio latte in fiele. Anche Lady, in un processo quasi simbiotico, desidera essere qualcos'altro: non vuole essere donna, o almeno non vuole quelle debolezze dentro di lei che ritiene incompatibili con il compito che si è data.

Macbeth non desidera le cose di Duncan, il suo castello, le sue terre, le sue qualità; anche lui, come sua moglie, desidera essere un altro, ciò che non può essere, dato che non può esservi un re senza discendenza. Ancor peggio - ed è la sua Lady a gettargli in faccia il rimprovero - non può illudersi di diventare re senza macchiarsi le mani di sangue innocente:

        ... non sei 
privo di ambizione, ma non vuoi
che il male la accompagni. Ciò che desideri
ardentemente, lo vorresti santamente.

Ciò che accende i desideri  di Macbeth è in verità non essere più Macbeth. Sceglie così di vivere i desideri di un Altro (soprattutto quelli della moglie) ma dopo ogni scelta si ritrova sempre più estraneo a se stesso e sempre più spaventoso.

Carl Gustav Jung a proposito di questo aspetto del desiderare ha scritto. "Troppi non vogliono sapere a che cosa anelano, perché ciò pare loro impossibile o troppo doloroso. Il desiderio è però la via della vita. Se non ammetti di fronte a te stesso il tuo desiderio, allora non seguirai te stesso ma strade estranee che altri hanno tracciato per te. Così non vivi la tua vita, ma una vita estranea. Ma chi altri deve vivere la tua vita, se non tu stesso? "

In questa strana Domenica delle Palme del 2020, in cui non ci sono processioni per le strade e le immagini di San Pietro vuota entrano nelle case e stringono il cuore, è di un'altra notte che vorrei parlare. Quella del Getsemani. A questa notte ha dedicato un piccolo, ma densissimo saggio Massimo Recalcati. Anche la notte del Getsemani è "una notte che non finisce mai": la caduta, la solitudine estrema e l'esperienza radicale dell'abbandono travolgono l'anima stessa di Cristo, prima che chiodi, percosse e spine facciano scempio del suo corpo.

Recalcati passa in rassegna il racconto dei Vangeli con la opportuna cautela di chi si accosti ad un testo da non specialista, non rinunciando al tempo stesso alla sua prospettiva di ricerca: è infatti uno psicanalista e non un biblista. Nella sua lettura del racconto del Getsemani si sofferma soprattutto su un punto che a noi sembra importante sottolineare: nelle ore buie di questa notte, nell'esperienza dell'abbandono assoluto che Cristo sperimenta, "non incontriamo solo il nostro dolore di uomini". Secondo Recalcati infatti, nella prostrazione di fronte al silenzio di Dio e al tradimento degli amici, Gesù - grazie alla preghiera  dialogo con il Padre - può trovare "un varco che gli consente di attraversare questa notte tremenda. Qui la lezione ultima del Getsemani incontra quella della psicoanalisi; "nelle parole con cui Gesù accetta che si compia la volontà del padre si realizza "la libera scelta di aderire al proprio destino, di scegliere [...] l'eredità che il Padre gli ha consegnato". A questo riguardo, nota ancora Recalcati, l'obbedienza di Gesù alla Legge (il progetto di salvezza del Padre per l'umanità) "coincide con l'obbedienza al proprio desiderio"; è grazie a questa svolta inaudita che Cristo può raggiungere una nuova versione della Legge (non più quella del sacrificio) ma "quella del dono di sé, dell'assumere la Legge del proprio desiderio".

Nelle notti interminabili di Dunsinane Macbeth ha cercato il nascondimento dei propri delitti, compiuti in nome di un desiderio che non è il suo, in quanto è desiderio di essere altro da sé, o al massimo desiderio di corrispondere alle ossessioni di un altro (il desiderio di sua moglie). Finisce così per scoprire che la vita è nulla:

La vita non è che un'ombra che cammina; un povero attore
che si pavoneggia e si agita per la sua ora sulla scena
e del quale poi non si ode più nulla: una storia
raccontata da un idiota, piena di rumore e furore,
che non significa nulla.

L'uomo del Gestsemani ci indica un'altra strada.


sabato 28 marzo 2020

destarsi fremendo al richiamo di Orfeo





II, 26

Come ci prende il grido degli uccelli...
Qualsiasi grido al suo crearsi primo.
Ma i bimbi già, all'aperto giocando,
alzano gridi accanto al grido vero.

 Gridano il caso. Dentro le fessure
dello spazio (ove penetra d'uccelli
puro il grido, come uomini nei sogni)
spingono i cunei dello strillo acuto.

 Ah, dove siamo noi? Sempre più liberi
come aquiloni a sbando, ci si butta
a mezzaria, con margini di risa,

laceri al vento. Ordina tu chi grida.
Iddio del canto - e fremendo si destino
in flutti, il capo recando e la lira.

Rainer Maria Rilke, dai "Sonetti a Orfeo", traduzione di Rina Sara Virgillito (Garzanti 2000)


Scrive Emile Cioran in uno dei Sillogismi dell'amarezza che "Anche quando siamo a mille miglia dalla poesia, partecipiamo ancora ad essa per questo bisogno improvviso di urlare - stadio ultimo del lirismo". Il dire poetico dunque è prossimo ad un bisogno improvviso di urlare, scaturisce dal profondo, emerge prepotente, come un urlo che non si può trattenere.

In modo per certi versi simile, nella poesia di Rilke sono associati insieme il grido e il poetare: qualsiasi grido fin dal suo primo crearsi, ma anche il grido di bambini che giocano all'aperto e infine quello che si ode quando nelle fessure dello spazio conficcano i cunei dello strillo acuto. Non più solo un grido, ma già uno strillogridano il caso. Di fronte a queste varie grida stanno gli uomini, evocati nel noi a cui è rivolta la domanda fondamentale, quella che non dovremmo dimenticare di farci: Ah, dove siamo noi? Siamo come aquiloni a sbando, che s'affrettano, buttati a mezz'aria, con margini di risa. Ora salgono, ora discendono veloci, laceri al vento. 

Come è noto, occasione reale - e non letteraria - dei "Sonetti a Orfeo" è la volontà di erigere un "monumento funebre" per la giovane Wera Ouckama Knoop, un'amica di famiglia morta precocemente di leucemia. Wera era una giovane artista, una talentuosa ballerina che era stata ammessa come membro permanente al corpo di ballo dell'Opera di Berlino. Rilke vide nella morte e nelle sofferenze di questa giovane votata all'arte, piena di speranze la lacerazione profonda che quelle speranze scuote e spezza, come i fili degli aquiloni strappatiNell'immagine che apre la poesia si salda forse, al dolore per la morte della giovane, anche la memoria delle gioie proprie della fanciullezza che al poeta furono negate. In ogni caso tutto, in questa prima parte della poesia, è nel segno del contrasto: c'è il grido alzato dai bambini accanto al grido vero, in un movimento errabondo, vago, senza un fine preciso, forse senza nemmeno una direzione. La vita è, di tanto in tanto, gioco felice, ma anche margini di risa, un aquilone senza filo trascinato dalla furia di un vento che diviene tempesta.

E' nella terzina finale che la poesia prende una svolta improvvisa, segnalata dallo scarto dell'avversativa e dal tu, con cui l'io lirico si rivolge al dio del canto, Orfeo. Il riferimento è ovviamente al dio, che già Pindaro chiamava "padre dei canti". Nella tradizione del mito Orfeo, inventa, suona la lira e canta, cioè è poeta, intesse storie di déi che mascherano la sapienza. L'arte del dio non deve essere interpretata come illusione consolatrice di fronte all'angoscia della vita o come pure illusorietà  - ce lo ha insegnato Giorgio Colli ne "La sapienza greca". E ben di più si chiede ad Orfeo nella poesia di Rilke: ordina tu chi grida!  Trasformare il grido in canto, il suono in armonia e musica, la lacerazione dell'angoscia in sapere esistenziale, è questa l'arte di Orfeo, un’arte che come nessun’altra riesce a chinarsi sulla musica dell’intangibile e dell’invisibile, i gridi nelle loro varie tonalità e intenzioni della nostra poesia - ma anche, altrove nei Sonetti, sulla foglia, sulla radice, sul letame, sulla pietra - per dire come la poesia, “fatta di pietre le più periture,/ edifica nello spazio inusabile la propria divina dimora” (2: X: 13–14).

domenica 22 marzo 2020

ricordate il vento del mattino e la steppa in argento?





Cari compagni di strada che con noi divideste l'asilo notturno!
Verste, e verste, e verste, e pane raffermo...
Rimbombo dei carri zigani,
di fiumi che fuggono a ritroso -
rimbombo...

Ah, nella precoce, paradisiaca, zigana aurora,
ricordate il vento del mattino e la steppa in argento?
La fumata turchina sulla montagna
e del re zigano -
la canzone ? ...

Nella nera mezzanotte, sotto la cortina dei rami antichi,

noi vi regalammo stupendi - come la notte - figli,
miseri - come la notte - figli, 
e rimbombava l'usignolo -
di gloria.

Non vi trattennero, compagni di strada di un'età portentosa,

le nostre povere voluttà e i poveri nostri conviti.

Ardenti fiammeggiavano i falò,

ci cadevano addosso sui tappeti -
gli astri ...


29 gennaio 1917

       di Marina Cvetaeva

Ci sono poesie che sono come un portale magico, o come una cabina di teletrasporto in un'astronave. Insomma, in un attimo sei lì, dove i versi ti precipitano, in un paesaggio di "interminati spazi", verste, e verste, e verste di cammino, condividendo pane raffermo, tra il rimbombo dei carri zigani e quello dei fiumi che fuggono a ritroso. Siamo in Russia lungo una strada che sembra non finire mai, ci accompagnano alcuni cari compagni di strada, con i quali a sera ci fermiamo per dividere l'asilo notturno. Una strofa appena e non ci sono più le mura di casa attorno, i corridoi che in queste giornate di quarantena percorriamo, gli oggetti quotidiani della nostra secessione dalla vita sociale.

Tutto è nel segno di un'esistenza girovaga, persino l'aurora si sveglia fuggendo ai suoi obblighi e reclama il diritto ad essere zigana; anche lei, di solito così puntuale. E l'immaginazione si lascia portare dal vento del mattino, percorre con lui la steppa vestita in argento, tende l'orecchio alla canzone del re zigano.

In ogni poesia, per quanto sia bella c'è sempre un verso in cui sembra che il poeta sia riuscito a concentrare una forza espressiva non comune, che urge e afferra e non lascia scampo. Per me Marina Cvetaeva ha fatto una specie di magia nell'ultima strofa: 

Ardenti fiammeggiavano i falò,
ci cadevano addosso sui tappeti -
gli astri ...





martedì 17 marzo 2020

Io vengo da mari lontani




J.M. William Turner, Stormy Sea with Blazing Wreck, Tate Gallery


Il porto

Io vengo da mari lontani –
io sono una nave sferzata
dai flutti
dai venti –
corrosa dal sole –
macerata
dagli uragani –

io vengo da mari lontani
e carica d'innumeri cose
disfatte
di frutti strani
corrotti
di sete vermiglie
spaccate –
stremate
le braccia lucenti dei mozzi
e sradicate le antenne
spente le vele
ammollite le corde
fracidi
gli assi dei ponti –

io sono una nave
una nave che porta
in sé l'orma di tutti i tramonti
solcati sofferti –
io sono una nave che cerca
per tutte le rive
un approdo.
Risogna la nave ferita
il primissimo porto –
che vale
se sopra la scia
del suo viaggio
ricade
l'ondata sfinita?

Oh, il cuore ben sa
la sua scia
ritrovare
dentro tutte le onde!
Oh, il cuore ben sa
ritornare
al suo lido! 

O tu, lido eterno –
tu, nido
ultimo della mia anima migrante –
o tu, terra –
tu, patria –
tu, radice profonda
del mio cammino sulle acque –
o tu, quiete
della mia errabonda
pena –
oh, accoglimi tu
fra i tuoi moli –
tu, porto –
e in te sia il cadere
d'ogni carico morto –
nel tuo grembo il calare
lento dell'ancora –
nel tuo cuore il sognare
di una sera velata –
quando per troppa vecchiezza
per troppa stanchezza
naufragherà
nelle tue mute
acque
la greve nave
sfasciata –

20 febbraio 1933

da "Parole" di Antonia Pozzi

Accade, camminando per sentieri poco battuti, di imbattersi in luoghi dove altri viaggiatori ci hanno preceduto: a volte sono orme di passi a indicare che la via non è persa, a volte segni appena visibili, lasciati di proposito. E ci sono luoghi dove le strade dei viaggiatori si incontrano, una rifugio in alta quota o un bivacco, un nascosto approdo, un piccolo porto. Si raccontano qui i viandanti delle strade che hanno percorso, delle rotte che hanno in cuore di intraprendere o scoprire.

La poesia di Antonia Pozzi "Il porto" l'ho conosciuta così, nasce da un'amicizia maturata  tra le colline della Galizia, alla luce di albe sorte fra boschi e torrenti. Non conoscevo la dolorosa storia di questa poetessa, il cui nome non compare quasi mai nelle raccolte antologiche della poesia del '900. Anche se un posto lo meriterebbe. Di lei vorrei ricordare qui solo il suo grande amore per le montagne e ciò che Eugenio Montale di Antonia Pozzi ebbe a dire:
 «Anima di eccezionale purezza e sensibilità, che non poté reggere al peso della vita, Antonia Pozzi richiede una lettura che faccia vivere in noi gli sviluppi ch’essa conteneva e non espresse che in parte; […] voce leggera, pochissimo bisognosa di appoggi, essa tende a bruciare le sillabe nello spazio bianco della pagina» (dalla Prefazione all’edizione delle poesie di Antonia Pozzi intitolata Parole, Milano, Mondadori, 1948).









mercoledì 11 marzo 2020




Bisanzio VII

Qualcuno, forse, nella sapiente compagnia delle anime nostre
passeggerà sopra il filo di queste mura dove abbiamo
guardato il sole pieno di rame chino sulla misura della notte;
secernerà il mare argento e ondate sulla ghiaia
abbracciata da futura tenerezza; l’aria sarà turchina
del fumo dei nostri nomi;
ma chi ci capirà?
perché sarà spostato il centro, le immagini diverse,
– unite forse con lo stelo: forse il fiore -
e le azioni d’amore unite nel discorso, nella lingua;
ma chi allora vorrà comporre il racconto
da queste sillabe sparse, dai gridi
ritratti a caso in un vetusto specchio,
nel muoversi dell’onda? E perché?
E c’è domani posto per questa rottura
nel tranquillo ricordo degli angeli, nel liscio
ricordo di acqua giovane? Nel ricordo dell’amante?
E ci vorranno forse i quadri traditi
del nostro amore, e guardie del deserto 
con sabbia nei polmoni, questa lingua scarsa di sventura,
rapida pena alla maturità, sconfitta decretata?
O sarà senza noi più preciso l’equilibrio,
e più bella senza nostre voci la lingua degli amanti
miste con la morte come il vento con la fiamma,
come la sorgente con la foce?

di Ivan V. Lalić, traduzione di Eros Sequi


E' sulla sommità delle mura di Bisanzio - la città che visse tre volte - che le parole di Ivan Lalić ci portano: qualcuno vi passeggerà, accompagnato dalla sapiente compagnia delle nostre anime. Un pronome indefinito, un uomo sconosciuto di un futuro incerto e un noi, le anime nostre, che qui venivano a guardare il sole chino sulla misura della notte. La visione del sole e del mare d'argento non ha cessato di diffondere il suo incanto,  l’aria sarà turchina del fumo dei nostri nomi.  Un verso spettacolare. La voce indistinta che sale da quel noi preannuncia il colore azzurro di cui l'aria si tingerà a causa del fumo dei nomi di quelli che non ci sono più. Ma come può nascere l'azzurro dal grigio del fumo? l'allegrezza di quel cielo dalla mestizia di quella memoria che svanisce? Come è possibile che quella pienezza del vivere sotto il sole del Corno d'Oro abbia a che fare con l'evanescenza di un ricordo in sui si sperdono i nomi del passato?

Un arcano, un misterioso legame deve pur esserci, se no il poeta serbo non farebbe dire a quel noi

ma chi ci capirà?

Il ma infatti è di grande importanza, collega le due preposizioni mostrandoci il legame avversativo che le tiene insieme, il contrasto che le lega. Chi ci capirà del resto implica che il noi della poesia stia parlando o abbia provato a farlo in uno sforzo tenace/di vestire di carne l’astrazione, come Lalić scrive in una delle sue liriche più conosciute, Nota sulla poetica. Credo che il poeta abbia voluto rappresentare con queste voci di fumo, che parlano dal passato, il significato stesso del poetare. Mi sembra che lo confermino i versi seguenti, dove vediamo addensarsi le espressioni che richiamano l'arte poetica: le immagini sono unite con lo stelo o con un fiore (una metafora?), le azioni d’amore sono unite nel discorso, nella lingua; chi allora - si chiede la voce del noi - vorrà comporre il racconto / da queste sillabe sparse, dai gridi / ritratti a caso in un vetusto specchio ?  Non è certo un caso che questa straordinaria e preziosa immagine dello specchio compaia anche nel componimento che abbiamo già avuto modo di citare, Nota sulla poetica, nel quale Lalić paragona l'arte poetica a uno stare innanzi allo specchio, privo di timore / dell’immagine riflessa ...

Le domande, gli interrogativi si fanno serrati, incalzanti; le parole, le immagini hanno una forza evocativa che scaturisce da accostamenti inconsueti di parole spesso comuni: serviranno ancora i quadri traditi / del nostro amore, la lingua scarsa di sventura

Non vuole distribuire facili certezze, il poeta serbo e sa che il futuro, quello in cui qualcuno passeggerà sulle antiche mura della città, potrebbe anche essere un futuro senza quelle voci, senza i racconti che da sempre hanno reso bella la lingua degli amanti. Parole depositate dai miti e dalle leggende che hanno attraversato confini e secoli, che sono miste con la morte come il vento con la fiamma, / come la sorgente con la foce. 




domenica 8 marzo 2020

Ogni vita converge a qualche centro


Fotografia di Andrew Bergh


Ogni vita converge a qualche centro,
Dichiarato o taciuto.
Esiste in ogni cuore umano
Una mèta

Ch'esso forse osa appena riconoscere,
Troppo bella
Per rischiare l'audacia
Di credervi.

Cautamente adorata come un fragile cielo,
Raggiungerla
Sarebbe impresa disperata come
Toccar la veste dell'arcobaleno.

Ma più sicura quanto più distante
Per chi persevera:
E come alto alla lenta pazienza
Dei santi è il cielo!

Non l'otterrà forse la breve prova
Della vita, ma poi
L'eternità rende ancora possibile
L'ardente slancio.

di Emily Dickinson, traduzione di Margherita Guidacci

Disorientamento è forse uno dei termini più efficaci per esprimere lo stato presente della nostra era di passioni tristi; tracciare la rotta è difficile quando incerta è la mèta, la fine del viaggio un enigma incomprensibile, se non una beffa crudele. Come un faro che si accende in una notte priva di stelle la poesia di Emily Dickinson rischiara la vista. Il primo verso richiama per contrasto il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia di Giacomo Leopardi: un nomade del deserto, Vecchierel bianco, infermo,/Mezzo vestito e scalzo, domanda alla silenziosa Luna: "ove tende/Questo vagar mio breve" ? Alla fine della strofa seguente la risposta chiarisce 

dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia

Davvero ineguagliati e struggenti i versi di questa seconda strofa, in cui tutta la vita di ogni cuore umano è rappresentata e - ancor più importante - amata. Ecco, il pastore dell'Asia che

Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro, ...

... ed ecco gli uomini e le donne di questi nostri ultimi giorni, che corrono e si affrettano verso un treno che li porti lontano dalla paura, dal pericolo, sì anche da ciò che è giusto. Ecco il soldato, nella canzone di Roberto Vecchioni, corre verso Samarcanda su un cavallo veloce, figlio del lampo, degno di un re, per scappare dalla morte che ovviamente lo attende alle porte della città.
Spesso il nostro viaggio è così: un vagare senza scopo o un fuggire verso ciò che ci attende: perdersi tra le valli di un deserto o precipitarsi verso l'unico luogo che vorremmo evitare. 

 La lirica di Emily Dickinson  si apre con un verso che ha una intensità emotiva enorme: 

Ogni vita converge a qualche centro

Ogni vita umana ha un senso, una direzione, una méta. Forse l'animo appena la riconosce, tanto è bella che non sembra possibile rischiare tutto per raggiungerla.

Raggiungerla
Sarebbe impresa disperata come
Toccar la veste dell'arcobaleno

disperata, ma ancora possibile ... ancora

martedì 3 marzo 2020

Allora mettili tra i capelli come fiori lievi

    

       Sogni


Il sogno di Henri Rosseau, Museum of Modern Art of N ew York



Devi fidarti in pieno dei tuoi sogni
E apprendere la loro essenza più segreta,
Com’essi alti nelle azzurre straripanti
Lontananze si perdono quali stelle pulsanti.
E quando brillano fin nelle tue notti
E voglia e volontà, regalo e rischio
Sorridendo intrecciano in ghirlande fugaci,
Allora mettili tra i capelli come fiori lievi.
E donati interamente al loro gioco radioso:
In essi è verità della parvenza eterna,
Ombre belle di tutti i tuoi obiettivi
Al tempo confluiranno con le azioni in una cosa sola.


         di Stefan Zweig (traduzione di Anna Maria Curci)


Stefan Zweig è stato uno scrittore austriaco, nato a Vienna nel 1881 in un'agiata famiglia ebrea, emigrò in Inghilterra nel 1924, poi nel 1940 in Brasile, dove morì suicida nel 1942. Il mondo nel quale si era formato, la Vienna dei caffè, la città di Gustav Mahler, la Felix Austria colta e liberale di fine Ottocento e dei primi anni del Novecento, costituisce il suo nutrimento culturale: "Era dolce vivere in quell'atmosfera di tolleranza, dove ogni cittadino senza averne coscienza veniva educato a essere supernazionale e cosmopolita". Zweig, che è il rappresentante perfetto di quella società raffinata e aperta, sa conversare in tedesco, francese, inglese e italiano. Dopo un primo volume di liriche (Silberne Saiten, 1901), pubblicò novelle, traduzioni (in genere dal francese) e saggi critici . L'origine viennese, il suo ebraismo, la raffinata educazione, contribuirono molto a creare quell'atmosfera d'intellettualità cosmopolita, spregiudicata e aperta a ogni influsso, in cui si muovono sia le sue notissime biografie romanzate, sia le sue seducenti opere narrative, o quelle di rievocazione storico-autobiografica tra cui quello che è considerato il suo capolavoro "Il mondo di ieri" (Die Welt von Gestern, 1941).

Nella poesia Sogni, tradotta da Anna Maria Curci sul sito poetarum silva, Stefan Zweig ci invita a guardare ai nostri sogni con altri occhi, ad ascoltarli con un diverso orecchio. Se il pensiero comune del borghese sottolinea soprattutto l'inaffidabilità dei sogni, vaghe immagini incerte e ingannevoli, l'animo sognatore finisce per chiudersi nell'aspirazione a vivere nei sogni come in un rifugio sicuro, svalutando ogni forza conoscitiva che in essi risiede. 
Devi fidarti in pieno dei tuoi sogni, in loro vi è una nascosta e segreta essenza che può essere raggiunta, che deve essere appresa. Voglia, volontà, regalo e rischio i sogni intrecciano in ghirlande fugaci ... che meraviglia in queste parole, in questo verso che ci desta dal sonno, ci scuote e ci spinge.
Desiderio e determinazione, dono e amore dell'ignoto non sono forse il nutrimento più profondo della vita? ciò di cui abbiamo veramente bisogno? ciò di cui non possiamo fare a meno?

E voglia e volontà, regalo e rischio

Non sepolti nel cinismo calcolatore, nell'ansia del successo e del giudizio degli altri, non resi despoti crudeli del proprio irraggiungibile rifugio interiore. Con i sogni invece - esorta il poeta viennese - adorna i tuoi capelli, che la loro bellezza ricordi a tutti cosa salverà il mondo.

Allora mettili tra i capelli come fiori lievi.

sabato 29 febbraio 2020

Cuore, mio cuore


μηδὲν ἄγαν 


Cuore, mio cuore, turbato da affanni senza rimedio,
sorgi, difenditi, opponendo agli avversari
il petto; e negli scontri coi nemici poniti, saldo,
di fronte a loro; e non ti vantare davanti a tutti, se vinci;
vinto, non gemere, prostrato nella tua casa.
Ma gioisci delle gioie e soffri dei dolori
non troppo: apprendi la regola che gli uomini governa.

          di Archiloco


Due incisioni erano scolpite nel tempio di Apollo a Delfi, il più importante santuario dell’antichità: la prima è “Conosci te stesso” e la seconda è appunto il "nulla di troppo", l'espressione che costituisce l'architrave ideale ed emotivo della poesia di Archiloco.
Il tempio di Delfi ospitava la sacerdotessa di Apollo, la Pizia, famosa per i suoi responsi oracolari; a questo luogo convenivano genti da tutta l'Ellade per cercare risposte. Delfi aveva una storia oracolare che precedeva la presenza di Apollo e la stessa civilizzazione greca, nell'area sacra infatti coesistono la forza tellurica della Madre Terra (l'omphalos, la discesa della sacerdotessa nell'andito, la voragine che penetra nelle regioni sotterranee) e la spiritualità apolinnea (la antica leggenda delle due aquile liberate da Zeus ai confini del mondo che si riuniscono a Delfi, la maneisa - il delirio - della sacerdotessa che Platone paragona all'ispirazione poetica donata delle Muse e al trasporto amoroso di Afrodite. Discesa nelle profondità della terra, evocazione dell'energia tellurica della Grande Madre da una parte e dall'altra visione che diventa forma, il delirio sotto il controllo del dio che dà forma alle cose, il delirio che diventa conoscenza del passato e del futuro, le parole che si strutturano nel codice dei responsi rivelato agli exegetai - agli interpreti - che lo svelano in una condizione interiore di calma, di serena concentrazione.

La tensione tra la forza scaturita dall'energia generatrice delle profondità abissali e quella di Apollo, divinità degli Iperborei, della legge e del calmo dominio di sé percorre anche le due frasi incise sul frontone del tempio. Secondo Massimo Cacciari in queste iscrizioni possiamo individuare veri e propri paradigmi fondamentali della nostra civiltà: esse non indicano due diversi e separati ammonimenti, ma c'è un nesso intimo di dipendenza tra il conoscere se stessi e l’evitare ogni forma di hybris, ogni dismisura, ogni eccesso. Come quello vissuto da Edipo fino alla negazione di ogni possibilità o utilità della conoscenza di sé nel gesto dell'autoaccecamento.  La correlazione tra le due sentenze poi è evidente anche nel noto frammento di Eraclito che dice: “per quanto tu cammini e per quante strade tu possa percorrere non incontrerai mai i confini dell’anima così profonda è la sua vera essenza”. 

"Più radicalmente ancora - scrive Cacciari su «Il rasoio di Occam»,  L'invenzione dell'individuo: conoscersi presupporrebbe identificare in sé soggetto e oggetto (realizzare il sogno di Narciso), pensante e pensato. Ma ciò è troppo per l’uomo; sarebbe troppo anche per gli «dèi creati» Solo nell’Uno al di là di ogni determinazione quest’identità è pensabile. Ma anche «nulla di troppo» sta scritto a Delfi. Non solo, allora, l’uomo non potrà realizzare quel fine cui l’«imperativo categorico» sembrerebbe destinarlo, ma neppure deve, poiché già il fatto di volerlo perseguire è manifestazione certa di hybris. Queste opposte tendenze, questo agòn, è il Sé dell’uomo; il suo più proprio è la loro azione drammatica, il loro dran. "

E' in questo continuo ed ininterrotto confronto fra i due ammonimenti di Delfi che siamo chiamati a percorrere la via; solo sul confine tra le confuse profondità oscure dell'omphalos e il dominio della forma nelle colonne del tempio di Delfi potremo cercare il senso profondo delle cose. 

Nel celebre frammento 128 West, Archiloco, il poeta soldato e mercenario, si rivolge al suo cuore, turbato da affanni senza rimedio. Lo invita a sorgere, a difendersi: è l'ora di opporre il petto agli avversari, sia che essi siano nemici in carne ed ossa, sia che, per metafora, siano tormento e afflizione a dover essere affrontati. Secondo l'etica guerriera che gli è propria, nonostante la provocatoria noncuranza con cui si vantava di aver perso lo scudo, Archiloco invita il suo cuore a stare saldo di fronte ai nemici. In effetti non c'è altro luogo dove si può onestamente stare se non lì, faccia a faccia con le sfide della propria vita. Non c'è nel poeta di Paros autocommiserazione o rimpianto, non imputa ad altri la propria condizione e non cerca scampo nella vergognosa fuga. Hic et nunc, solo l'attimo irripetibile in cui è possibile plasmare la propria vita. Il senso di realtà, virtù eminentemente kṣatriyaḥ, conduce poi alla profonda consapevolezza della natura umana: se vinci non vantarti e non gemere prostrato in casa nella sconfitta. 

Ma gioisci delle gioie e soffri dei dolori
non troppo...


Quanto appare lontana questa forma dello spirito greco da quello moderno, per il quale la  gioia si atrofizza nel timore del trascorrere del tempo e il dolore stritola e annichilisce occupando il futuro con il suo imperio spietato. 

Non possiamo fare a meno della sapienza di Delfi e dell'amabile dono che le Muse diedero ad Archiloco. La nostra rotta passa ancora lungo queste coordinate.

martedì 25 febbraio 2020

per iscoprire la fenditura della pietra


Essere un bel pino italico
sopra un colle romano,
quando la luna è colma;
e sentire il vento della notte
muovere le tenere cime
che rinascono in mezzo ai vecchi aghi
in sommo dei vecchi rami
rosee come dita di pargoli.

Essere il più alto e il più fosco cipresso
della Villa d’Este,
dopo il crepuscolo,
quando la fontana
rimuove il velo del capelvenere
dalla sua orecchia stillante
per ispiare il romore remoto
della cascata tiburtina;
e palpare la grazia della sera
con il chiaro verde sensibile
che orla il fogliame funerario.

Essere nel Fòro
lo spirito di una cieca erba
e penare paziente
per iscoprire la fenditura della pietra
veneranda
su cui scalpitarono i Trionfi;
e alfine trovarla,
e far forza con l’esile capo,
e spuntare, e inverdire, e gioire del sole
che mai vide alcuna cosa più grande di Roma.

di Gabriele D'Annunzio da Notturno


domenica 23 febbraio 2020

Padre, se anche tu non fossi il mio



Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch’era il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.



Portami ancora per mano – Poesie per il padre (Crocetti, 2001)

A volte lungo la strada verso una stella tenue ci imbattiamo nel dolore di un altro viaggiatore. A questo mio compagno di viaggio dedico questa bella poesia di Camillo Sbarbaro.


mercoledì 19 febbraio 2020

Davanti alla canzone dei deboli, accesi la mia voce di tramonti



QUASI GIUDIZIO FINALE


Il mio girovago far niente vive e si scatena  nella varietà della notte
La notte è una festa lunga e sola.
Nel mio segreto cuore io mi giustifico ed esalto:
ho testimoniato il mondo; ho confessato la rarità del mondo.
Ho cantato l'eterno: la chiara luna ritornante e le guance che invogliano l'amore.
Ho commemorato con versi la città che mi cinge e i sobborghi che si straziano.
Ho detto stupore dove altri dicono soltanto abitudine.
Davanti alla canzone dei deboli, accesi la mia voce di tramonti.
Gli antenati del mio sangue e gli antenati dei miei sogni ho esaltato e cantato.
Sono stato e sono.
Ho legato con salde parole il mio sentimento che poté essersi dissipato in tenerezza.
Il ritorno di una antica viltà ritorna al mio cuore.
Come il cavallo morto che la marea infligge alla spiaggia, ritorna al mio cuore.
Stanno ancora accanto a me, comunque, le strade e la luna.
L'acqua continua ad essere dolce nella mia bocca e le strofe non mi negano la loro grazia.
Sento lo sgomento della bellezza: chi oserà condannarmi se questa grande luna della mia solitudine                                                                                                                  [ mi perdona?

di Jorge Luis Borges

martedì 11 febbraio 2020





ELICONA PERSONALE
a Michael Longley


Da bambino non potevano tenermi lontano da pozzi
e vecchie pompe con argano e secchio.
Adoravo la discesa nel buio, il cielo intrappolato, gli olezzi
d’erbaccia acquatica, funghi e umido muschio.

Uno, in una mattonaia, aveva un’asse marcia sul colmo.
Gustavo l’intenso impatto quando un secchio
vi cadeva alla fine di una corda a piombo.
Così profondo che non vi si vedeva specchio.

Uno, sotto un muretto a secco, poco profondo,
fruttificava come un acquario. E se tiravi
lunghe radici dal pacciame sul fondo
un viso bianco vi aleggiava.

Altri avevano echi, restituivano i richiami
con una nuova nitida musica. E un altro
metteva paura perché laggiù, tra felci e digitali,
attraverso il mio riflesso schizzò un ratto.

Adesso, curiosare tra radici, tastare il limo,
contemplare, Narciso dai grandi occhi, qualche sorgente
va oltre ogni dignità di adulto. Rimo,
per potermi vedere, per rendere il buio echeggiante.


di Seamus Heaney

da Death of a Naturalist, 1966, traduzione di Marco Sonzogni

Il poeta irlandese Seamus Heaney (Mossbawn, Castledawson, Irlanda del Nord, 13 aprile 1939; Dublino, Repubblica d’Irlanda, 30 agosto 2013) ha rappresentato una delle voci più significative ed intense della letteratura mondiale, ha ottenuto nel 1995 il premio Nobel. Nel 2016 è uscito il Meridiano a lui dedicato a cura di Marco Sonzogni.

Il monte Elicona al quale si fa riferimento nella poesia si trova in Grecia, tra le sue balze vi era la sorgente Ippocrene, cara alle Muse. Chi si abbeverava alle acque che da essa scaturivano riceveva dalle dee l'ispirazione poetica. Il primo ad ottenere tale dono fu Esiodo che le aveva incontrate mentre pascolava le sue greggi sulle pendici del monte. Furono loro a ispirargli la Teogonia.

La sua Elicona personale Heaney la trovava tra vecchi pozzi, con argani e secchi, nel cielo intrappolato, fra gli odori d’erbaccia acquatica, funghi e umido muschio. Un ragazzo gioca tra un asse marcio e il rumore del secchio che cade a piombo su uno specchio di cui non si vede il riflesso. Il richiamo di una musica o di un'eco, un muretto a secco, la paura per un ratto che all'improvviso si palesa formano un insieme di suoni ed immagini da cui scaturisce la sua vocazione poetica. Sono come la fonte di Ippocrene. E' lì che Heaney ha incontrato le sue Muse: una terra viva di odori, tradizioni e colori, straziata da oppressione e tirannia . Il suo paesaggio, il suo orizzonte, le sue radici.

Nell'ultima stanza la voce del poeta ci confessa, con un tono in qualche modo amaro, che quei giochi non si addicono alla dignità di un adulto. Solo la poesia rimane, l'arte del rapsodo

... Rimo,
per potermi vedere, per rendere il buio echeggiante.

sabato 8 febbraio 2020

Sono abitata da un grido

"Albero di Olmo", fotografia di Kim Murphy


OLMO

Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa radice:
è quello di cui tu hai paura.
Io non ne ho paura: ci sono stata.

È il mare che senti in me,
le sue insoddisfazioni?
O la voce del nulla, che era la tua pazzia?

L’amore è un’ombra.
Come lo insegui con menzogne e pianti.
Ascolta: ecco i suoi zoccoli: è corso via, come un cavallo.

Per tutta la notte galopperò così, impetuosamente,
finché la tua testa non sarà una pietra, il tuo cuscino una zolla,
rimandando echi ed echi.

O vuoi che ti porti il suono dei veleni?
Ecco, questa è la pioggia ora, questo grande azzittirsi.
E questo è il suo frutto: bianco-stagno, come arsenico.

Ho patito l’atrocità dei tramonti.
Bruciati fino alla radice
i miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di ferro.

Ora mi rompo in pezzi che volano intorno come clave.
Un vento di tale violenza
non tollera neutralità: devo urlare.

Anche la luna è spietata: vuole trascinarmi
crudelmente, lei che è sterile
Il suo splendore mi folgora. O forse l’ho catturata.

La lascio andare. La lascio andare
diminuita e piatta, come dopo un intervento radicale.
Come mi possiedono e mi colmano i tuoi brutti sogni.

Sono abitata da un grido.
Di notte esce svolazzando
in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.

Mi terrorizza questa cosa scura
che dorme in me;
tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato, la malignità.

Le nuvole passano e si disperdono.
Sono quelli i volti dell’amore, quelle pallide irrecuperabilità?
È per questo che agito il mio cuore?

Sono incapace di maggiore conoscenza.
Che cos’è questo, questa faccia
così assassina nel suo strangolio di rami? –

Sibilano i suoi acidi serpentini.
Pietrificano la volontà. Queste sono le colpe isolate e lente
che uccidono e uccidono e uccidono.



di Sylvia Plath, traduzione di Giovanni Giudici


Mi chiedi da un po' di commentare questa poesia per te. La porti dentro, lo capisco e mi colpisce quanto ti rispecchi in quel verso incandescente Sono abitata da un grido. Eccoci allora, fermiamoci per qualche tempo, come sul ciglio di una strada faticosa.

E' il 19 aprile 1962 quando Sylvia Plath scrive Olmo, poco meno di un anno ci vorrà a quel giorno di febbraio in cui metterà fine alla sua dolorosa vita. La poesia è scritta su un confine, su un limite non ancora precisato e chiaro, alle soglie di ciò che fa ancora gridare, prima, forse solo un attimo prima che non si abbia più nemmeno voglia o necessità di gridare.

Su questa terra di confine dunque prende avvio il dialogo con un albero, forse uno di quelli che la poetessa poteva osservare dalla sua casa, è l'Olmo che dà il titolo alla poesia. Parla e una voce risponde, ma non è sempre facile capire chi sta parlando (anche per il fatto che l'Olmo nell'originale inglese è di genere femminile), fino a che le due voci, le due esperienze del dolore del mondo sembrano confondersi, diventare una sola nota dolente. 

Il primo verso conferisce quel tono oscuro che domina l'intero componimento. Conosco il fondo, dice l'Olmo nella prima stanza.  Le sue radici lo hanno esplorato, si sono fatte largo tra pietre ed oscurità; poi aggiunge: è quello di cui tu hai paura, ma l'altra voce, senza alcun compiacimento, conclude che non può avere timore, Io non ne ho paura: ci sono stata. Qui mi sembra marcata la differenza tra i due, mentre l'albero "conosce", trae vigore e forza dal fondo che giace sotto di lui, l'io lirico no. Il massimo che possiamo dire è che ne ha un'esperienza così profonda da non doverlo temere più, come forse dovrebbe. 

Il dialogo continua nelle stanze successive, l'Olmo parla della sua vita, delle sue sofferenze ed esperienze, mentre la donna a cui l'albero si rivolge va scoprendo una comune identità interiore e fisica. La voce del mare che reca con sé l'insoddisfazione del nulla o la pazzia; la pioggia che lascia pozze di bianco veleno, il calore del sole con i rami bruciati fino alla radice ... i miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di ferro, il verso in cui qualcuno ha proposto di scorgere l'allusione alla pratica dell'elettroshock subita dall'autrice. Le sensazioni passano dall'Olmo alla donna e da questa all'albero fino alle stanze 10 e 11, che segnano un punto di svolta dopo il quale le voci della donna e dell'albero diventano indistinguibili.

La stretta della sventura si chiude su entrambi: ecco il verso che ha giustamente attirato la tua attenzione: Sono abitata da un grido che è dell'albero quanto della donna, ma ecco anche le nuvole effimere che passano e si disperdono, le pallide irrecuperabilità che segnano e scavano la corteccia ed il cuore, allo stesso modo, con la stessa indifferenza. 

La stanza che si apre con il verso Sono incapace di maggiore conoscenza riprende l'inizio della poesia, quando l'Olmo aveva detto di conoscere il fondo. Per quanto le grosse radici abbiano scavato nella terra, per quanto la donna abbia sofferto, non sembra esserci limite alla desolazione. Le voci si fondono davvero in un congedo che va spegnendosi nella ripetizione:

... che uccidono e uccidono e uccidono



giovedì 30 gennaio 2020

e restare in se stesso nulla vuole

Campi dei non beati


fotografia di Ansel Adams


Sazio son io della mia sete d'isole
del morto verde, dei muti greggi;
divenire voglio una riva, un piccolo golfo,
un porto di belle navi.

Da uomini vivi con caldi piedi
percorsa vuol sentirsi la mia spiaggia;
in bramosia d'offerta la sorgente
mormora e a gole vuol dar refrigerio

E tutto in sangue estraneo vuol levarsi
e in un diverso fiammeggiar di vita
annegare il suo anelito
e restare in se stesso nulla vuole.


di Gottfried Benn, da "Morgue" (Einaudi, traduzione di Ferruccio Masini)


Quando nel 1912 Gottfried Benn pubblica la raccolta "Morgue" ha ventisei anni, è un medico militare che esercita la sua professione a Prenzlau e a Berlino. Ferruccio Masini ha descritto l'atmosfera di quegli anni come un "periodo segnato dal sovvertimento dei vecchi schemi umanistico- liberali ad opera di una informe tempesta d'energie - l'espressione è di Musil. 

La Morgue, il tavolo operatorio, i corpi dissezionati,  le vite che questi resti impalliditi raccontano, sono lo strumento di una esigenza di svelamento della realtà che non procede solo nel segno della demolizione del linguaggio lirico e dei suoi clichés, dei valori del passato e delle sue liturgie. Tali immagini in Benn diventano, secondo Masini "i geroglifici di una negazione per la quale non occorre il grido, ma basta il gesto, e che non cerca figura né anima. "

“Imperdonabile Benn, - scrive Cristina Campo - e non certo nel suo sacco cinerognolo di peccatore politico [… ], bensì nella sua stola purpurea di confessore della forma: l’autore di alcune poesie solo possibili al magistero del più alto maestro in molti anni di lingua tedesca, poiché di questo si tratta, alla fine. Imperdonabile Benn, che afferma non dover essere il poeta lo storico del proprio tempo, anzi il precursore al punto da ritrovarsi di millenni alle spalle di quel tempo, l’antecessore al punto da poter profetare dei più lontani cicli avvenire. Testimone soltanto di ciò che immobilmente perdura: un guerriero, una stella, una morte, un cespuglio di sorbo".

La poesia Campi dei non beati è posta ad apertura dell'edizione Einaudi di Morgue, che raccoglie - ad opera del grande germanista Ferruccio Masini - i componimenti più significativi del periodo 'espressionistico' di Gottfried Benn, periodo al quale appartengono le cinque poesie che precisamente costituiscono il ciclo di Morgue. In questa poesia già dal titolo possiamo cogliere all'opera lo scrupoloso rovesciamento della prospettiva avviato dal poeta tedesco: non le "isole dei beati" dei poeti classici, non i campi Elisi di Virgilio sono qui la fonte d'ispirazione e l'oggetto del desiderio: Sazio son io della mia sete d'isole dice piuttosto il poeta. I luoghi verdeggianti e la mitezza delle greggi appaiono come un colore di morte e assenza di voce.

divenire voglio una riva, un piccolo golfo...un porto di belle navi. A tale immagine si sovrappone quella della spiaggia percorsa da uomini vivi, poi quella  della sorgente desiderosa di offrire refrigerio. 

Non si dovrebbe tuttavia scorgere in questi versi un accenno ad una visione solidaristica della vita o la fiducia in una forza immanente nella natura che inclina ogni aspetto di essa verso il suo scopo. Nel mondo di Benn - come nota il curatore dell'edizione italiana di Morgue - "sembrano salvarsi, sull'esile filo di una pietà non destinata all'uomo, solo le cose umili e dolci", mentre il tutto brama di annegare il suo anelito e non c'è nulla che voglia restare in se stesso. Ciò che è vivo vuole spegnere ogni desiderio di altra vita, se non quella 'assolutamente 'altra' che arde in un diverso fiammeggiar e nessuna cosa che contribuisce a formare tale tutto pare paga della condizione in cui si trova, del destino che gli spetterebbe.






sabato 25 gennaio 2020


Al risveglio



First sunrise on Annapurna Dakshin, di Tristan Brittaine


Al risveglio ho trovato
con la luce una lettera.
Ma non posso sapere
che dice: non so leggere.

E non voglio distrarre
un sapiente dai libri:
ciò che c’è scritto forse
non lo saprebbe leggere.

La terrò sulla fronte,
la terrò stretta al cuore.
Quando scende la notte
ed escono le stelle,
la porterò sul grembo
e resterò in silenzio.
E me la leggeranno
le foglie che stormiscono,
e ne farà il ruscello
col suo scorrere un canto
che a me ripeterà
anche l’Orsa dal cielo.

Io non lo so trovare
quel che cerco, o capire
cosa dovrei imparare,
ma so che questa lettera
che non ho letto, ha reso
più lieve il mio fardello,
e tutti i miei pensieri
ha mutato in canzoni.

             di Rabindranath Tagore


Capita a volte di trovarsi a camminare in questa nostra wasteland come nel labirinto della poesia di Wisława Szymborska, una via dopo l'altra,/ma senza ritorno. I corridoi, le svolte, le scorciatoie intricate,si aprono e si chiudono; ci addentriamo dove c'è buio ed incertezza
ma insieme chiarore. Alcuni sentieri interrotti ci costringono indietro e di nuovo avanti e a volte, riprendiamo a immetterci sempre nello stesso cammino, un errare che sembra non finire. Il labirinto  ha cessato di essere immagine del percorso che ogni uomo deve fare per raggiungere la parte più vera e nascosta di sé. "La prova del labirinto", come la chiamava Mircea Eliade, uno dei massimi esperti di religioni e tradizioni, che è innanzitutto ricerca del centro, del proprio centro interiore. 

E' piuttosto il nostro un girovagare, un perdersi di qui o di qua/magari per di lì ...
che spesso rende l'animo pesante e il cuore gelido. Non è Teseo l'eroe che si addentra nel labirinto, ma il Dedalus dei romanzi di Joyce, il giovane artista desideroso di affrancarsi da ogni legame con le tradizioni della sua terra per esprimere integralmente se stesso. Come il solitario Dedalus i moderni girovaghi della wasteland cercano sopratutto di sfuggire alle insidie del labirinto, ai suoi inganni, alle sue tortuosità. Finiscono in tal modo per dimenticare che solo cercandone il centro e affrontando colui che vi abita potranno uscire fuori.

Viviamo in un labirinto, tutti noi, che lo sappiamo oppure no. Non fa differenza. E dai suoi meandri spesso vorremmo far sentire la nostra voce, parlare, scrivere, mandare un messaggio qualsiasi. Perché nel labirinto, come nel palazzo di Atlante creato dalla fantasia di Ariosto, alla fine siamo soli, inseguendo ciò che ci sfugge e che è destinato a deluderci. Come è naturale che accada quando cerchiamo fuori di noi ciò che dovrebbe dare senso alla vita.

Le parole tuttavia non sembrano funzionare così bene: piccole contorte parole, scarabocchiate su tutto il foglio le definisce Amy Lowell nella poesia che abbiamo pubblicato pochi giorni fa. Per quanto ci sforziamo di usarle bene, esse non sono che sciocche astuzie ed intrighi, incapaci di esprimere la florescenza del biancospino; la parola come la carta su cui viene scritta è fragile, muta, liscia, vergine di dolcezza.

Nel labirinto sperduti e senza più fiducia nella forza della parola. Tale mi appare la condizione dell'uomo moderno.

Il poeta indiano Rabindranath Tagore ci indica nella poesia Al risveglio una pista poco battuta, percorsa ormai di raro, una pista lontana dalle stazioni di cambio e dalle mura dei villaggi. Pochi segnavia indicano la strada, solo - a volte - una stella tenue.