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venerdì 24 luglio 2020

Scaverò con questa

fotografia di Elizabeth Holder


Scavare


Tra il mio pollice e l’indice riposa
la tozza penna, comoda come una pistola.

Da sotto la finestra, un suono aspro e netto
quando la vanga affonda nella terra ghiaiosa:
mio padre, che scava. Mi affaccio e guardo

finché la sua groppa tesa nello sforzo tra le aiuole
s’abbassa, si rialza vent’anni addietro
curvandosi ritmicamente tra i solchi di patate
dove stava scavando.

Il rozzo scarpone annidato sulla staffa, il manico
saldo contro l’interno del ginocchio a fare leva.
Sradicava gli alti ciuffi, affondava la lama lucente
per sparpagliare le patate novelle che raccoglievamo
stringendole con piacere fredde e dure tra le mani.

Per Dio, il mio vecchio la sapeva maneggiare, la vanga.
E così il suo.

Mio nonno tagliava più torba in una giornata
di ogni altro nella torbiera di Toner.
Una volta gli portai del latte in una bottiglia
con un tappo di carta abborracciato. Si raddrizzò
per bere, poi si rimise subito al lavoro,
fendenti e affondi netti, gettandosi le zolle
sopra la spalla, andando sempre più giù
dove la torba era migliore. Scavare.

L’odore freddo del terriccio sulle patate, il risucchio e lo schiaffo
della torba impregnata, i tagli netti di una lama
su radici vive mi si ridestano nella mente.
Ma non ho vanga per seguire uomini come loro.

Tra il mio pollice e l’indice riposa
la tozza penna.
Scaverò con questa.

 di Seamus Heaney (traduzione di Marco Sonzogni)


La poesia Digging (questo il titolo originale) fu pubblicata per la prima volta nel 1964 sulla rivista New Statesman e pochi anni dopo venne scelta dall'autore come poesia di apertura della sua prima raccolta, "Morte di un naturalista". Si tratta dunque di una poesia alla quale lo stesso Heaney ha attribuito il compito di esprimere la propria idea di cosa voglia dire scrivere versi.

Lo si capisce si dall'inizio: la penna riposa comodamente tra le dita dello scrittore, è a suo agio, si adatta alla mano come il calcio di una pistola. Come questa colpisce il suo bersaglio se ben puntata, la penna traccerà sulla carta la sua rotta fino a raggiungere ciò per cui si è messa in movimento. 

Ora un rumore attira l'attenzione del poeta, un suono aspro e netto, il rumore di un vanga che affonda nella terra. E' suo padre, con la schiena china che s'alza e s'abassa, lo stesso movimento, un ritmo uguale da vent'anni. Il pensiero ripercorre oggetti e gesti consueti: lo scarpone, il manico saldo contro il ginocchio, la lama lucente  che affonda nella terra, le patate strette con piacere fra le mani.  Lo conosce bene il lavoro dei campi Seamus Heaney, che è cresciuto in una fattoria, a Mossbawn, nella contea di Derry dove il padre - e il padre di suo padre - facevano i contadini e gli allevatori.

La penna traccia i suoi simboli sulla carta, scava anch'essa nella memoria di quei gesti misurati, pieni di fatica, della nobiltà di un antico rituale e li porta in superficie: l'odore della torba, il sapore del latte, lodore freddo del terriccio sulle patate, il taglio netto della vanga, sempre più giù. Scavare.

Ma non ho vanga per seguire uomini come loro soggiunge il poeta ritornando al presente. Un'altra via ed un'altra fatica lo aspettano. Non potrà seguire la loro strada.

Scrivere poesia tuttavia dovrà essere uguale alla dura fatica dello scavare: bisogna affondare la lama e portare alla luce ciò che è si trova coperto, custodito da radici vive. Bisogna scavare nella terra dei padri, in quel paesaggio, tra quelle zolle, sotto quella stessa angolazione della luce, bisogna scavare con lo stesso amore e con la stessa umiltà, anche con la stessa disperazione, di chi scavava la torba per sottrarre la casa al freddo, alle tenebre la notte. 

Tra il mio pollice e l’indice riposa
la tozza penna.
Scaverò con questa.

venerdì 17 luglio 2020

dorma la sventura infinita.



Quando nell'arca

        Quando nell'arca
ben costruita
il soffio del vento
e il mare sconvolto la prostravano
nella paura, con guance non asciutte,
intorno al capo di Perseo pose la mano
e disse: "O figlio,
quale pena io ho.
Tu dormi: col tuo cuore di bimbo
tu dormi, nella triste arca
dai chiodi di bronzo, nella notte buia
e la tenebra oscura disteso.
E il mare profondo - l'onda sfiora
i tuoi capelli - non curi,
né la voce del vento,
appoggiato nella veste di porpora
il tuo bel viso.
Se ciò che fa paura, per te fosse pauroso,
alle mie parole porgeresti
il tuo tenero orecchio.
Ti prego, bimbo, dormi: e dorma il mare,
dorma la sventura infinita.
Un mutamento appaia,
Zeus padre, da te.
Se un voto audace io formulo,
o lontano da giustizia, perdonami".

Fr. 38/543 Page         
                                       di Simonide di Ceo, traduzione di Francesco Sisti

Raccontavano i Greci questa storia: un oracolo aveva predetto ad Acrisio, re di Argo, che il figlio generato da sua figlia Danae lo avrebbe ucciso. Il re dunque aveva cercato di stornare la predizione imprigionando la figlia in una torre, ma Zeus sotto forma di pioggia d'oro riuscì a possederla e Danae concepì un figlio, Perseo. Il re di Argo non si dette per vinto e fece rinchiudere il bambino con la madre in una cassa che affidò alle onde del mare. Perseo e la madre si salveranno e il destino farà il suo corso.

Simonide in questo frammento immagina le parole disperate di Danae, mentre la cassa in cui si trova con il figlio è in balia degli elementi. E' una notte buia di tenebre fitte, il vento soffia rabbioso e il mare profondo è sconvolto, ma Perseo dorme tra le braccia della madre senza comprendere il pericolo che incombe su di loro. Danae ha il cuore prostrato dalla paura, mentre il figlio tra le sue braccia dorme tranquillo. L'anima sconvolta stretta attorno al respiro innocente di un bimbo che dorme. E questo solo chiede Danae che il suo piccolo figlio non si svegli:

Ti prego, bimbo, dormi: e dorma il mare,
dorma la sventura infinita.

Quante volte sarà risuonata questa preghiera tra le onde del mare, fino ai nostri giorni ... e non solo tra le onde di un mare minaccioso, ma ogni volta che una madre ha cercato di proteggere nel sonno del proprio figlio l'unico, l'estremo riparo contro la sventura.

lunedì 13 luglio 2020

come miniera di rubini sii aperto all'influsso dei raggi del sole





VIAGGIO


Se l'albero potesse muoversi, e avesse piedi ed ali
non penerebbe segato, né soffrirebbe ferite d'accetta.

E se il Sole non viaggiasse con piedi ed ali ogni notte
come potrebbe illuminarsi il mondo all'aurora?

E se l'acqua amara non salisse dal mare nel cielo
come avrebbe vita nuova il giardino con pioggia e ruscelli?

Partì la goccia dalla patria, e tornò,
trovò la conchiglia e divenne perla.

Non partì Giuseppe in viaggio dando l'addio al padre piangente?
E, viaggiando, non ottenne fortuna e regno e vittoria?

E Muhammad non partì forse in viaggio verso Medina,
e sovranità ottenne, e fu re su cento paesi?

Anche se tu non hai piedi, scegli di viaggiare in te stesso,
come miniera di rubini sii aperto all'influsso dei raggi del sole.

O uomo ! Viaggia da te stesso in te stesso,
ché da simile viaggio la terra diventa purissimo oro.

Avanza da amarezza ed acredine verso dolcezza,
ché da suolo amaro e salato nascono mille specie di frutta!


di Jalal ad-din Rûmî

domenica 5 luglio 2020

Ciò che pesa troppo




Ciò che

Ciò che pesa troppo
e trascina in basso
che fa male come il dolore
e brucia come uno schiaffo,
può essere  pietra
o àncora.

di Adam Zagajewski


Ci sono eventi, incontri, svolte improvvise o dolorose che pesano troppo, lo sappiamo e lo impariamo tutti, a volte molto presto, a volte ci mettiamo solo un po' di più. Ciò che pesa troppo incurva le spalle e spinge lo sguardo verso il basso, restringe il campo della nostra vista al prossimo passo, poco più avanti della punta del piede. Il cielo si fa come una lastra chiusa, del colore del piombo, a che guardarlo? Le cose che fanno male spesso ci atterrano, come un pugno che sul ring ci coglie impreparati. In un battere di ciglia siamo al tappeto. A volte invece il processo è più lento: i giorni, poco alla volta, senza quasi che ce ne accorgiamo, accumulano sul nostro capo peso su peso, dolore su dolore, delusione su delusione. Il risultato è lo stesso. Ciò che fa male, diventa pietra, una cosa pesante, che non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo. E attorno a questa pietra si concentrano sempre più le nostre emozioni e sensazioni; ne sentiamo il peso gravoso, la sua ruvidezza lascia piaghe sulla mani, diventiamo solo questo. Un uomo, una donna ... che trascina una pesante pietra.

Adam Zagajewski in questa breve poesia ci fornisce la possibilità di guardare all'esperienza del dolore da una prospettiva diversa: ciò che pesa troppo non necessariamente diventa pietra, può invece essere anche un'àncora. Se la direzione del movimento può sembrare a prima vista indistinguibile, perché sia la pietra che l'àncora ci portano verso il basso, del tutto diverso è l'esito finale.

Il simbolo dell'àncora infatti richiama prima di tutto la necessità di rimanere fermi, saldi, là dove la vita sembra trascinarci via, sballottandoci qui e là, senza una meta, senza una direzione, in balia del vento o del mare mutevole. Gettare l'àncora vuol dire in questo senso riaffermare la fiducia nelle proprie forze, nel fatto che la vita ha un senso, uno scopo e che c'è un porto che ci attende per lo gran mar de l'essere (Paradiso, I, v. 113). 

Inoltre questo stesso simbolo disvela un altro aspetto della visione poetica di Zagajewski: l'àncora infatti da sola non può nulla, senza una catena di anelli resistenti e ben temprati che la leghi all'imbarcazione di cui è parte. Gli anelli sono gli altri: i membri della nostra comunità civile, gli amici e i familiari che vivono accanto a noi. Il nostro prossimo insomma Non lo sono necessariamente, né per loro natura; possono esserlo, così come uno stesso dolore è pietra per uno ed àncora per un altro, ma non ci potremo liberare da ciò che pesa troppo con le nostre sole forze. 

L'àncora, infine per fare il suo lavoro deve agganciarsi bene alle profondità della terra, al fondo del mare, all'abisso dove la luce sembra non giungere mai. Non saranno dunque le utopie astratte, le ambizioni a superare la precarietà ed i limiti della condizione umana che ci libereranno del peso del dolore divenuto pietra. E' solo dal punto più profondo della terra che prende a salire la strada verso il cielo.













lunedì 29 giugno 2020

Dio del tempio in rovina !

foto di John McDermott


Dio del tempio in rovina!
le corde rotte del liuto non vogliono
intonare il tuo inno:
nella sera più non suonano
le campane che annunciano il tuo rito.
Silente e quieta è l'aria intorno a te

Alla tua desolata dimora giunge 
la raminga brezza della primavera:
E reca notizie dei fiori -
i fiori che per il tuo culto
più non sono offerti

Chi da tempo antico ti onora
errabondo si aggira,
mai cessando di struggersi
per una grazia ancora negata.
Al vespro, quando fuochi ed ombre
si confondono con la mestizia della polvere,
stanco ritorna al tempio in rovina
inesausto desiderio nel cuore serbando 

Dio del tempio in rovina, più di un giorno
di festa è giunto per te silenzioso.
Più di una notte è trascorsa
senza la luce di una lampada.

Molte nuove immagini sono scolpite
da maestri di abili arti
e trasportate - quando anche il loro tempo è giunto -
alle acque sacre dell'oblio.

Solo il Dio del tempio in rovina
rimane senza preghiere
in un abbandono che non conosce morte.



di Rabindranath Tagore, la traduzione è mia.

martedì 16 giugno 2020

Il cuore ridondava dei sogni di quel tempo


A UNO CON CUI DISCORREVO DAVANTI AL FUOCO


The arrival of the Tuatha Dé Danann by Jim Fitzpatrick 



Mentre limavo queste incerte magiche rime,
Il cuore ridondava dei sogni di quel tempo
Che, curvi sui carboni languenti,
Discorrevamo di quel popolo fosco che vive nell'anima
Degli uomini ardenti, come negli alberi morti i pipistrelli;
E delle ribelli schiere del crepuscolo
Che sospirano mescolando gioia ed affanno , 
Perché il fiore dei loro sogni non si è mai piegato
Sotto il frutto del bene e del male:
E della fiammeggiante turba schierata a battaglia
Che sale, ala su ala, fiamma su fiamma,
E grida con voce di tempesta il Nome Ineffabile,
E cozzando le lame delle spade compone
Un'estatica armonia, finché irrompe il mattino
E il bianco silenzio tutto sommerge tranne il rombo sonoro
Delle loro lunghe ali e il lampo dei loro candidi piedi.

di William Butler Yeats dalla raccolta The rose (1893)

To some i have talked with by the fire, di cui presento qui una traduzione da me rimaneggiata, non è una delle poesie più note di Yeats, ma è una di quelle che amo rileggere di tanto in tanto.  Vediamo il poeta mentre è intento a comporre le sue rime, ispirate agli antichi miti della sua gente; d'un tratto avverte un sussulto nel cuore, traboccano i sogni di un tempo lontano: un fuoco che languisce nella notte, uomini curvi a parlare delle antiche leggende, dei Fianna e dei Tuatha De danann, déi ed eroi della mitologia celtica, di racconti e saghe ormai quasi dimenticate, ma ancora viventi nell'anima degli uomini dalle forti passioni. 
Vivono ancora quelle storie? Sopravvivono forse, come fanno i pipistrelli nei tronchi degli alberi morti. Curiosa similitudine questa: come i pipistrelli che vivono nascosti di giorno ed escono di notte, leggende e miti non sono fatti per la luce del sole, appartengono all'oscurità. Di giorno anche i protagonisti di quelle antiche gesta, le ribelli schiere che abitano il crepuscolo, se ne stanno in disparte, come i pipistrelli; forse dormono persino a testa in giù, percependo il mondo diurno capovolto e sottosopra. C'è bisogno dell'oscurità perché  la turba schierata a battaglia si erga fiamma su fiamma e gridi con voce di tempesta il Nome Ineffabile. 

In questi versi il poeta irlandese combina insieme visioni della mitologia celtica e riferimenti biblici: il frutto del bene e del male e l'immagine delle schiere angeliche che gridano il Nome Ineffabile, tratta dal libro dell'Apocalisse 19.12. Lo spirito di Yeats è trasportato al cospetto di una lotta decisiva, un combattimento escatologico, dove le schiere angeliche, i suoi antichi, amati eroi combattono insieme finché irrompe il mattino. Poi, di loro rimane solo il rombo sonoro delle ali ed il lampo dei loro candidi piedi.

Può essere, come alcuni critici hanno sostenuto, che in questa possente visione sia adombrata la lotta per l'indipendenza irlandese e che il nome ineffabile sia quello antico che indicava da tempi remoti la verde isola, nome proibito dalle autorità inglesi. Forse anche il clangore delle spade nasce da storie più vicine, preparando quelle future, di nitroglicerina e agguati nella brughiera, di melodie proibite del Sinn Fein pizzicate sull'arpa...

W.B.Yeats ritratto mentre scrive
Tuttavia in questa poesia Yeats sta parlando anche di cosa sia l'arte poetica: limare rime incerte, ma soprattutto ascoltare il proprio cuore che trabocca: la poesia è spalancare la porta dell'anima e far uscire ciò che è custodito al suo interno o ciò che viene a visitarci da chissà dove. Non a caso Yeats, qualche anno più tardi, scriverà che la poesia è essenzialmente "rivelazione di una vita nascosta" e che "la pittura, la poesia e la musica sono il solo mezzo di conversare con l'eternità rimasto all'uomo sulla terra".
E' nei versi 13 e 14 che il legame tra la visione e l'arte poetica mi sembra emerga con più chiarezza: nel cozzare delle spade si va infatti componendo un'estatica armonia: una consonanza di voci, una combinazione di toni, una modulazione di accordi: il compito del poeta. Per il clangore della battaglia e il fragore delle armi infatti gli eroi delle antiche saghe sono usciti nella notte, come ispirati poeti guerrieri.

Non diversamente chi voglia dirsi poeta cerchi il rumore di spade nella notte.

Perché ...

Dove però è il rischio
anche ciò che salva cresce

martedì 9 giugno 2020

i tumuli della memoria




L'acqua, la insegna la sete
La terra, gli oceani trascorsi.
Lo slancio - l'angoscia -
La pace - la raccontano le battaglie -
L'amore, i tumuli della memoria -
Gli uccelli, la neve.

di Emily Dickinson


Conosciamo il mondo intorno a noi dalle tracce imperfette che attraversiamo, da ciò che ci manca. Così il marinaio, dopo aver vegliato al respiro dell'oceano, riconosce il profilo della terra che lo attende. E forse non è nei racconti delle battaglie che il cuore del guerriero si ricorda della pace lasciata chissà dove, tanto tempo prima? Non sfugge a questa legge l'amore: sono i tumuli della memoria ad insegnare cosa esso sia per davvero.

Come le lievi impronte che un uccello disegna sulla neve fresca. 

giovedì 4 giugno 2020

che da lontano il nostro sangue sente

Jorge Luis Borges visto dal grande disegnatore e fumettista Enrique Breccia


ODE COMPOSTA NEL 1960

Il chiaro caso o le segrete leggi
imposte a questo sogno, il mio destino,
vogliono, o necessaria e dolce patria
che non senza vergogna e gloria conti
centocinquanta laboriosi anni,
che io, l'istante, parli con te, il tempo,
e che l'intimo dialogo ricorra,
com'è uso, alle cerimonie e all'ombra
che aman gli dèi e al pudore del verso.

Patria io t'ho sentita nei tramonti
rovinosi delle periferie
e nel fiore del cardo che l'australe
reca all'androne e nel paziente piovere
e nel lento costume delle stelle,
nella mano che accorda una chitarra,
nella gravitazione del tuo piano
che da lontano il nostro sangue sente
come il britanno il mare e nei pietosi
simboli e nei boccali d'un soffitto,
dei gelsomini nell'umile amore,
nell'argento di un quadro e nel soave
contatto con l'acagiù silenzioso,
nei gusti delle carni e della frutta,
nella bandiera quasi azzurra e bianca
d'una caserma, nelle storie stracche 
di coltello e cantone e nelle sere 
uguali che si spengono e ci lasciano
e nel vago ricordo compiaciuto
di cortili con schiavi che portavano
il nome dei padroni e nelle povere
pagine di quei libri per i ciechi
che l'incendio disperse e nel cadere 
delle epiche piogge di settembre
che nessuno dimentica, ma questi
sono appena i tuoi modi e i tuoi simboli.

Tu sei più del tuo lungo territorio
e più dei giorni del tuo lungo tempo,
tu sei più della somma inconcepibile
delle generazioni. Non sappiamo
come sei tu per Dio entro il vivente
seno degli archetipi immortali,
eppure per il tuo volto intravisto
noi viviamo e moriamo e aneliamo,
oh indivisa e misteriosa patria.

di Jorge Luis Borges, da L'artefice


Jorge Luis Borges prova nella poesia "Ode composta nel 1960" ad esprimere dove ha trovato la sua patria, l'Argentina: nei tramonti rovinosi delle periferie, nella mano che accorda una chitarra, nella vasta pianura che "il nostro sangue sente di lontano" e  nella bandiera scolorita di una caserma e nelle canzoni di coltello che i gauchos si raccontano sotto le stelle...


Se Borges ha amato in modo appassionato la sua terra, ci ha insegnato ad amare anche ogni uomo che si prenda cura dell'orizzonte e del paesaggio che ha ricevuto in dono: quel tramonto, quel cortile, quella rupe e l'albero vicino a lei, il fiume ed il suo rumore ed  i loro nomi.

lunedì 1 giugno 2020

Quale canto s'è levato stanotte

Bandiera italiana su monte Santo, agosto 1917
LA NOTTE BELLA

Devetachi il 24 agosto 1916

Quale canto s'è levato stanotte
che intesse
di cristallina eco del cuore
le stelle

Quale festa sorgiva
di cuore a nozze

Sono stato
uno stagno di buio

Ora mordo
come un bambino la mammella
lo spazio

Ora sono ubriaco
d'universo

di Giuseppe Ungaretti - L’allegria


Giuseppe Ungaretti moriva nella notte tra il 1° e il 2 giugno 1970; con lui scompariva non solo una delle voci più importanti della nostra letteratura di sempre, ma anche un uomo nella cui opera si rivelava  in modo straordinariamente vivo e lucido il nesso inscindibile tra una fiducia assoluta nell’arte poetica e una totale adesione alla realtà.

martedì 26 maggio 2020

perché è in volo che arriva il senso


                                    

Mappa per l'ascolto

Dunque, per ascoltare
avvicina l'orecchio
la conchiglia della mano
che ti trasmetta le linee sonore
del passato, le morbide voci
e quelle ghiacciate,
e la colonna audace del futuro, 
fino alla sabbia lenta
del presente, allora prediligi
il silenzio che segue la nota
e la rende sconosciuta
e lesta nello sfuggire
ogni via domestica del senso.

Accosta all'orecchio il vuoto
fecondo della mano, 
vuoto con vuoto.
Ripiega i pensieri
fino a riceverle in pieno
petto risonante
le parole in boccio.

Per ascoltare bisogna aver fame
a anche sete,
sete che sia tutt'uno col deserto,
fame che è pezzetto di pane in tasca
e briciole per chiamare i voli,
perché è in volo che arriva il senso
e non rifacendo il cammino a ritroso,
visto che il sentiero,
anche quando è il medesimo, 
non è mai lo stesso dell'andata.

Dunque abbraccia le parole
come fanno le rondini col cielo,
tuffandosi, aperte all'infinito,
abisso del senso.

   di Chandra Livia Candiani, da La bambina pugile ovvero La precisione dell'amore



Ascoltare è come viaggiare in una terra incognita. Già. C'è bisogno di una mappa, di un portolano preciso, o meglio, il più preciso che sia possibile. Forse per questo ascoltare ci riesce così difficile.
Eppure, come vorremmo ascoltare di nuovo quella nota lesta nello sfuggire / ogni via domestica del senso. 
Scruto bene questa carta nautica oggi, lo vedo quel punto dove sullo scoglio aspro si infrange la corrente: vuoto con vuoto. C'è bisogno di fare vuoto in sé per ascoltare? C'è bisogno di vuotare ciò che è troppo pieno: aspettative, attaccamento, pretese... no che la nota non può raggiungere così.
E' questo che vuoi dirmi antica mappa? Ripiegare i pensieri ! Sono un ostacolo, una trappola, un falso indizio che smarrisce. Sono il dominio ben guardato di ogni via domestica del senso.

Per ascoltare bisogna aver fame. Quanti naufragi di vite per aver dimenticato questo avvertimento, amica mappa. Li vedo tracciati sulla tua pergamena: sprazzi di gomene, brandelli di alberi, vele strappate. Bisogna aver fame e fame - fai bene tu a ricordarmelo - è avere in tasca briciole per chiamare i voli ...

perché è in volo che arriva il senso.




venerdì 22 maggio 2020

dove il Re vive aspettando




Le isole fortunate

Quale voce viene sul suono delle onde
che non sia la voce del mare?
È la voce di qualcuno che ci parla,
ma che se ascoltiamo tace,
proprio per esserci messi ad ascoltare.

E solo se mezzo addormentati,
udiamo senza sapere che udiamo,
essa ci parla della speranza
verso la quale, come un bambino
che dorme, dormendo sorridiamo.

Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno luogo,
dove il Re vive aspettando.
Ma, se vi andiamo destando
tace la voce e solo c'è il mare.


                da “Poesie scelte” Fernando Pessoa, Passigli Editori, traduzione di Luigi Panarese             

martedì 19 maggio 2020

perché entri luce




Adesso che non so più niente
che il vuoto è bella dimora
che ho passi senza arsura
che siedo e imparo
a esitare, adesso
che non sei più al centro
e quello che conta non è più
al centro
ma spostato
tra le mani
dove le dita si disarmano
e fanno un gesto limato,
adesso questa categorica bellezza
di rami e cieli
pugnala solo
perché entri luce.



          di Chandra Livia Candiani, da "La bambina pugile", Einaudi Editore


Mi racconti di come hai conosciuto questa poetessa e prima ancora di capire quello che mi dici, è il suono delle tue parole a colpirmi: non sono forse le esitazioni nella voce, la sospensione su una sillaba, il tono che si alza o si abbassa a dire le nostre imperfette verità ?

mercoledì 13 maggio 2020

senza scampo sorridenti



Andrew Wyeth, "In the Doorway"


Un incontro inatteso


Siamo molto cortesi l’uno con l’altro,
diciamo che è bello incontrarsi dopo anni.
Le nostre tigri bevono latte.
I nostri sparvieri vanno a piedi.
I nostri squali affogano nell’acqua.
I nostri lupi sbadigliano alla gabbia aperta.

Le nostre vipere si sono scrollate di dosso i lampi,
le scimmie gli slanci, i pavoni le penne.
I pipistrelli già da tanto sono volati via dai nostri capelli.

Ci fermiamo a metà della frase,
senza scampo sorridenti.
La nostra gente
non sa parlarsi




Wisława Szymborska , La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009): Adelphi, 2009


Cosa ha legato insieme i destini dei protagonisti di questo incontro inatteso ? Una storia d'amore improvvisa e incandescente, un'amicizia intensa e piena di passioni comuni? Non lo sappiamo e, in effetti, poco importa. Wisława Szymborska ci regala in questa sua straordinaria poesia l'espressione estetica di un momento preciso: un incontro inatteso appunto, dopo che anni sono trascorsi da quando il filo di quel legame si è spezzato.

E' così che vanno le cose. C'era un'energia indomabile, inesausta, un 
         
"divampante fulgore
  nelle foreste della notte"

come dice William Blake. 

E ora le nostre tigri, la mia e la tua ... bevono latte. Si innalzavano nelle correnti dell'aria come sparvieri sfidando tempeste, luoghi comuni, perbenismo e ora ... quegli sparvieri camminano a piedi, guardando le cose dal basso, come tutti. Misuravano come squali gli oceani con la propria forza, predatori mai sazi di abissi e oceani ... ora affogano in una pozza d'acqua.
E come lupi preferivano la fatica della libertà alla gabbia delle facili sicurezze e delle opinioni ragionevoli, ora ... ora quei lupi sbadigliano di fronte ad una gabbia aperta. Dimentichi dell'ebbrezza delle vette e del profumo dei boschi.

E' così che vanno le cose.

... senza scampo sorridenti

cortesi, ci fermiamo a metà della frase, educati, senza scampo sorridenti...

sabato 9 maggio 2020

Haiku n.7






Silenzio:

penetra la roccia

il canto delle cicale 


di Matsuo Bashō

Secondo Bashō, “assecondare i movimenti del cosmo” ed “essere amico delle quattro stagioni” significa immergersi nella bellezza della natura disponendo rettamente il proprio cuore: «Portato il proprio cuore in alto, alla più elevata comprensione bisogna tornarsene nel mondo».

Per entrare nel respiro di questo haiku bisogna probabilmente ricorrere ad uno dei termini fondamentali dell'estetica giapponese quello di fūryū una parola che ha un'origine antica ed un campo di applicazione molto ampio.  Tra i diversi significati della parola, dobbiamo ricorrere ad uno in particolare, fortemente influenzato dallo Zen: esso deriva dai due caratteri che formano la parola, 風流, " vento" e "che scorre"  

Così come il vento che soffia, che passa, possiamo solo avvertire fūryū   non vederlo. Lo sentiamo scorrere, ma non lo possiamo afferrare, né vedere.  Tuttavia fūryū è-  allo stesso tempo - qualcosa di cui possiamo accorgerci, anche se è inafferrabile. Ancor di più, proprio come il vento, fūryū  ci dischiude in un mondo di bellezza transitoria senza parole, di cui si può fare esperienza solo nell'istante: subito dopo è perduto per sempre. 

giovedì 7 maggio 2020

C'è già tanto male nel grido del vento







RIMPROVERA IL CHIURLO


O chiurlo, non gridare più nell'aria,
Né soltanto alle acque di Ponente:
Perché il tuo grido mi reca alla mente
Occhi velati di passione e lunghi;
Folti capelli sparsi sul mio petto:
C'è già tanto male nel grido del vento.

di William Butler Yeats ( da "The wind among the reeds")



lunedì 4 maggio 2020

Io la so la scienza dei commiati


Dante Gabriel Rossetti, Studio per Delia

TRISTIA

Io so la scienza dei commiati, appresa
fra lamenti notturni e chiome sciolte.
Stan ruminando i buoi, dura l’attesa:
ultim’ora di veglia delle scolte
cittadine; e mi piego al rito della notte
dei galli, quando – in spalla il carico di strazio
del viaggio – guardavano lontano umidi occhi,
e pianto di donne al canto si univa delle muse.

Chi, alla parola «commiato», sa quale
distacco giungerà per noi fra poco,
che cosa presagisce lo strepito dei galli
mentre la fiamma arde sull’acropoli,
e perché all’alba di una vita nuova,
mentre il bue rumina pigro nell’andito,
il gallo, araldo della vita nuova,
sulla cinta muraria sbatte le ali?

E amo il filato, amo la tessitura:
il fuso ronza, va su e giú la spola.
Guarda: scalza, leggera come fosse peluria
di cigno, Delia già incontro ti vola.
O gramo ordito del vivere nostro,
che povera è la lingua della gioia!
Tutto fu in altri tempi, tutto sarà di nuovo;
solo ci è dolce l’attimo del riconoscimento.

Ma cosí sia: giace in un lindo piatto
d’argilla una traslucida figura,
come una pelle stesa di scoiattolo,
e a scrutare la cera una ragazza è curva.
Non sta a noi trarre auspici sul greco Erebo:
la cera è per le donne ciò ch’è il bronzo per l’uomo.
Noi sfidiamo la sorte dei guerrieri;
destino è ch’esse traendo auspici muoiano.

 di Osip  Mandel’štam, 1918 (da "Ottanta poesie", Einaudi editore, traduzione di Remo Faccani)


Tristia è la lirica che dà il nome alla seconda raccolta di versi di Mandel´štam. Fin dal titolo rimanda all'opera di Ovidio, scritta durante l'esilio a Tomi sul Mar Nero, dove il poeta latino era stato relegato da un decreto di Augusto.  
Lo stesso Ovidio è l'eroe lirico della poesia qui presentata: è l'ultima sua notte a Roma. Il tempo scorre lentamente, si carica di fatica, come il ruminare dei buoi, sulle spalle è già pronto il fardello della sacca, il carico di strazio; è l'ultima guardia, le sentinelle stanche forse già attendono la fine del loro travaglio. Un pianto di donne si unisce al canto delle muse, il rumore delle ali di un gallo sulle mura, il fuoco arde sull'acropoli. Ma chi conosce il senso di questi segni che annunciano la vita nuova  che attende?

Ecco una donna che, scalza e leggera, corre incontro al suo amato, porta il nome di Delia (la donna cantata nei carmi di Tibullo), un istante solo lungo l'ordito della vita: che povera è la lingua della gioia!  Già... quanto sono inadatte le parole a raccontarla.

Il tempo del commiato è trascorso, le donne proveranno a trarre auspici sul futuro, su pelli di scoiattolo e la cera fusa che si rapprende sull'acqua, il fuso riprende a filare, sola resta la strada...

Noi sfidiamo la sorte dei guerrieri

mercoledì 29 aprile 2020

Io crebbi in un silenzio arabescato




IL SALICE

Io crebbi in un silenzio arabescato,
in un'ariosa stanza del nuovo secolo.
Non mi era cara la voce dell'uomo,
ma comprendevo quella del vento.
Amavo la lappola e l'ortica,
e più di ogni altro un salice d'argento.
Riconoscente, lui visse con me
la vita intera, alitando di sogni
con i rami piangenti la mia insonnia.
Strana cosa, ora gli sopravvivo.
Lì sporge il ceppo, e con voci estranee
parlano di qualcosa gli altri salici
sotto quel cielo, sotto il nostro cielo.
Io taccio... come se fosse morto un fratello.

Anna  Achmatova

domenica 26 aprile 2020

sulle tenui frontiere che scorgi a malapena

Lobster girl, di Bob Bartlett, 2004


 PER LEI 

Potrebbe essere ovunque
una notte qualsiasi a tua scelta,
nella tua camera vuota e buia

o per strada
o sulle tenui frontiere
che scorgi a malapena, a malapena sogni.

Non proverai alcun desiderio,
niente ti metterà in guardia,
non un vento improvviso, non l'immobilità dell'aria.

Lei apparirà,
l'aspetto di una donna che conoscevi:
l'amica che ha buttato via la vita,

la ragazza seduta all'ombra della palma.
I bracciali le brilleranno,
diverranno le luci

di un paese cui volgesti le spalle anni fa.

da "L'ora tarda" di Mark Strand, traduzione di Damiano Abeni


domenica 19 aprile 2020

un angolo del mondo dove potresti aspettarmi.

"Tavola calda" di Edward Hopper, 1927


Cominciano ad accendersi
le domande alla notte.
Ve ne sono distanti, quiete,
immense, come astri:
chiedono da lassù
sempre
la stessa cosa: come sei.
Altre, fugaci e minute,
vorrebbero sapere cose
lievi di te e precise:
misura
delle tue scarpe, nome
dell’angolo del mondo
dove potresti aspettarmi.

Tu non le puoi vedere,
ma il tuo sonno
è circondato tutto
dalle mie domande.
E forse qualche volta
tu, sognando, dirai
di si, di no, risposte
miracolose e casuali
a domande che ignori,
che non vedi, che non sai.
Perché tu non sai nulla;
e al tuo risveglio,
loro si nascondono,
invisibili ormai, si spengono.
E tu continuerai a vivere
allegra, senza mai sapere
che per metà della tua vita
sei sempre circondata
da ansie, tormenti, ardori,
che incessanti ti chiedono
quello che tu non vedi
e a cui non puoi rispondere.

da "La voce a te dovuta", XLIII di Pedro Salinas


Prendono vita nella notte le domande del poeta, si accendono  - distanti - da lassù, chiedono sempre la stessa cosa ... Che altro c'è del resto che sia più importante sapere: come sei. Straordinaria intuizione questa, non come stai o cosa pensi, ma appunto come sei? Ci sono altre domande poi, fugaci e minute, sono lievi le cose che vogliono sapere di lei, anche se una sembra decisamente importante, una di quelle cose che, a saperle, cambia la vita: 

                       ... nome
dell'angolo del mondo
dove potresti aspettarmi.

Qui, quando per la prima volta ho letto questi versi, mi sono fermato a lungo. Non mi riusciva di andare avanti: un angolo del mondo ... dove potresti aspettarmi. Già, perché le persone che amiamo possono essere distanti, come sono distanti il poeta e la sua amata nella poesia. Magari sono dall'altra parte della città o solo poche scale più a destra, ma certo, anche  nella stanza accanto. E' possibile che abbiamo dimenticato di chiedere come sei e trascurato di interessarci  alle cose fugaci e minute, smesso di accogliere il miracolo di certe casuali risposte. Ma ... c'è un posto, un angolo del mondo, che è per noi, da sempre nostro. 

Ecco, forse lì, potresti aspettarmi.



mercoledì 15 aprile 2020

IL SIGNOR COGITO MEDITA SULLA SOFFERENZA


Tutti i tentativi di allontanare
il cosiddetto calice amaro —
con la riflessione
l’impegno frenetico a favore dei gatti randagi
gli esercizi di respirazione
la religione —
sono falliti

bisogna accettare
chinare mitemente il capo
non torcersi le mani
ricorrere alla sofferenza con misura e dolcezza
come a una protesi
senza falso pudore
ma anche senza inutile orgoglio

non sventolare il moncherino
sulle teste degli altri
non picchiare col bastone bianco
alle finestre dei sazi

bere l’estratto d’erbe amare
ma non fino in fondo
lasciarne avvedutamente
qualche sorso per l’avvenire

accettare
ma al tempo stesso
distinguere dentro di sé
e possibilmente
trasformare la materia della sofferenza
in qualcosa o qualcuno

giocare
con essa
ovviamente
giocarci

scherzare con essa
con grande cautela
come con un bambino malato
per strappare alla fine
con sciocchi giochetti
un esile
sorriso

da "Rapporto dalla città assediata e altri versi", di Zbigniew Herbert

Zbigniew Herbert, poeta, drammaturgo e saggista, nato il 29 ottobre 1924 a Lwów e morto a Varsavia il 28 luglio 1998, è senza dubbio uno dei più illustri protagonisti della storia della poesia polacca del dopoguerra, e uno dei più conosciuti e letti oltre i confini della Polonia. Ha ricevuto infatti importanti premi internazionali, tra cui ricordiamo: Nikolaus Lenau (1965), G. Herder (1973), Gerusalemme (1990), ed è stato tradotto in diverse lingue: tedesco, inglese, ceco, olandese, svedese, italiano a cura di Piero Marchesani.  Della sua poesia Iosif Brodskij ha detto «È un poeta di straordinaria economia. Nei suoi versi non c’è niente di retorico o di esortativo, il loro tessuto è quanto mai funzionale: è brusco piuttosto che “ricco”. La mia impressione complessiva delle sue poesie è sempre stata quella di una nitida figura geometrica (un triangolo? un romboide? un trapezio?) incuneata a forza nella gelatina della mia materia cerebrale. Più che ricordare i suoi versi, il lettore se li ritrova marchiati nella mente con la loro glaciale lucidità. Né gli succederà di recitarli: le cadenze del tuo linguaggio cedono, semplicemente, al timbro piano, quasi neutro, di Herbert, alla tonalità della sua discrezione». Su Herbert è possibile leggere un ottimo articolo su:




giovedì 9 aprile 2020

portami il girasole impazzito di luce



Vincent Van Gogh, Sunflowers, National Gallery, London



Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

       da OSSI DI SEPPIA, di Eugenio Montale.

E' questo il centesimo post da quando il viaggio "verso una stella tenue" è cominciato, mesi fa. E  credo che questa poesia di Eugenio Montale sia adatta  ad esprimere ciò che per me è il senso profondo della rotta che tento di seguire ...

"Tutta la legge della esistenza umana consiste solo in ciò: che l’uomo possa sempre inchinarsi dinanzi all’infinitamente grande.
Se gli uomini venissero privati dell’infinitamente grande, essi non potrebbero più vivere e morrebbero in preda alla disperanza".

F. Dostoevskij, Fratelli Karamàzov




domenica 5 aprile 2020

A che punto è la notte?




Gustav Dorè, Apparizione dello spettro di Banquo

La luce s'oscura, e il corvo
dirige il volo verso il bosco delle cornacchie;
le buone creature del giorno cominciano a vacillare e ad assopirsi
mentre i neri agenti della notte si destano per predare.
Tu ti stupisci alle mie parole: ma sta tranquilla:
le cose cominciate nel male traggono forza dal male.

                                                                                                                
Quando rivolge queste parole a sua moglie, Macbeth ha già preso la risoluzione di far uccidere il suo fidato compagno, il generale Banquo. Non è bastato uccidere a tradimento il sovrano legittimo, Duncan, suo cugino, un uomo onesto e generoso; viene quindi il turno dei testimoni del delitto e di coloro che lo sospettano. Poi i figli e gli amici, in una spirale di sangue che non si arresta di fronte a nulla, finché da ultimo  non viene ucciso lui stesso. 

Come ha notato Jan Kott in "Shakespeare nostro contemporaneo", nel Macbeth il sangue sommerge tutti, invade la scena; la storia è il rantolo dell'agonizzante, uno scintillio di spade, un colpo di pugnale. In questa prospettiva la trama si riduce ad un'unica essenziale distinzione: quelli che uccidono e quelli che sono uccisi. La scia di sangue che Macbeth lascia dietro di sé ha qualcosa dell'ossessione, dell'incubo da cui non è possibile risvegliarsi. La maggior parte delle scene, non a caso, si svolge di notte - è ancora Jan Knott a guidarci in questa rilettura della tragedia: "la notte è sempre presente, continuamente, insistentemente ricordata ed  invocata". Non c'è spazio per il sonno in questa notte, il delitto lo ha scacciato per sempre; solo rimane l'incubo, senza fine. 

La notte avvolge tutto: la notte che sta arrivando, come nei versi citati sopra, nei quali essa è oscuramento della luce; nel declinare del sole vacillano le buone creature, mentre si destano  i neri agenti della notte per inseguire e predare. Lo abbiamo visto: gli uomini si distinguono in quelli che sanno uccidere e quelli che esitano e vengono uccisi.  Qui la notte è desiderata, se non invocata per occultare gli assassini che già escono per dare la caccia a Banquo e a suo figlio. 

La notte che soffoca la luce del giorno. Anche quando il sole si muove nel cielo, tuttavia, è la notte a regnare. Proprio questo viene notato, dopo l'assassinio del re (siamo nell'atto II), da uno dei nobili di Scozia, Ross:

... per l'orologio è giorno,
e tuttavia l'oscura notte soffoca la mobile lampada.
E' per il predominio della notte, o per la vergogna del giorno
che l'oscurità seppellisce il viso della terra,
quando dovrebbe baciarla la luce viva?


Più volte, inoltre, i personaggi si domandano: a che punto è la notte? La prima volta è Banquo a chiederlo a suo figlio Fleance, quando il buon Duncan non è ancora caduto per mano di Macbeth. La luna è già tramontata e Banquo guardando il cielo soggiunge: 

... In cielo fanno economia,
hanno spento tutte le candele. 

Persino le stelle appaiono oscurate da questa notte che nessuno capisce quanto durerà...

La stessa domanda che Banquo fa a suo figlio la pone nel III atto Macbeth a sua moglie alla fine di una giornata di sangue. Il nuovo re, infatti, ha invitato i nobili di Scozia a festeggiare, con lui, ma l'atmosfera allegra del banchetto è subito spezzata: lo spettro di Banquo silenzioso compare davanti al re, si siede al suo posto, nessun altro pare vederlo. Macbeth è smarrito, pronuncia frasi senza senso, appare turbato, incapace di controllarsi. I nobili vengono invitati a congedarsi e sulla scena rimangono soli:  Lady Macbeth e suo marito. E' allora che la domanda risuona di nuovo nella bocca del nuovo re:

... a che punto è la notte?

Il senso di questa domanda, tuttavia, appare diverso dai precedenti. Vorrebbe Macbeth che l'alba non sorgesse mai e che la notte per davvero - non solo per via di metafora come nelle parole di Ross - estendesse il suo dominio a seppellire per sempre il viso della terra. La notte in cui sprofonda è sempre più fitta.

Macbeth non è solo una tragedia che disvela la forza distruttrice dell'ambizione e della brama di potere. Se fosse solo questo, molti - sentendosi al riparo da tali suggestioni - finirebbero per misurare con una certa serenità la propria distanza dalle passioni funeste del re assassino e della sua Lady. La vicenda di Macbeth ci riguarda molto più da vicino. Siamo noi Macbeth.

Secondo l'interpretazione di Jan Kott, Macbeth "si definisce per negazione": per se stesso egli è quello che non è, non è il re e non è e non sarà padre di una discendenza - ha avuto un figlio ma è morto. Né può aspettarsi che sua moglie ne generi degli altri, giacché questa, evocando gli Spiriti che presiedono a pensieri di morte, a loro domanda: toglietemi il sesso, rendete denso il mio sangue (alludendo qui all'interruzione del ciclo mestruale) e ancora, mutate il mio latte in fiele. Anche Lady, in un processo quasi simbiotico, desidera essere qualcos'altro: non vuole essere donna, o almeno non vuole quelle debolezze dentro di lei che ritiene incompatibili con il compito che si è data.

Macbeth non desidera le cose di Duncan, il suo castello, le sue terre, le sue qualità; anche lui, come sua moglie, desidera essere un altro, ciò che non può essere, dato che non può esservi un re senza discendenza. Ancor peggio - ed è la sua Lady a gettargli in faccia il rimprovero - non può illudersi di diventare re senza macchiarsi le mani di sangue innocente:

        ... non sei 
privo di ambizione, ma non vuoi
che il male la accompagni. Ciò che desideri
ardentemente, lo vorresti santamente.

Ciò che accende i desideri  di Macbeth è in verità non essere più Macbeth. Sceglie così di vivere i desideri di un Altro (soprattutto quelli della moglie) ma dopo ogni scelta si ritrova sempre più estraneo a se stesso e sempre più spaventoso.

Carl Gustav Jung a proposito di questo aspetto del desiderare ha scritto. "Troppi non vogliono sapere a che cosa anelano, perché ciò pare loro impossibile o troppo doloroso. Il desiderio è però la via della vita. Se non ammetti di fronte a te stesso il tuo desiderio, allora non seguirai te stesso ma strade estranee che altri hanno tracciato per te. Così non vivi la tua vita, ma una vita estranea. Ma chi altri deve vivere la tua vita, se non tu stesso? "

In questa strana Domenica delle Palme del 2020, in cui non ci sono processioni per le strade e le immagini di San Pietro vuota entrano nelle case e stringono il cuore, è di un'altra notte che vorrei parlare. Quella del Getsemani. A questa notte ha dedicato un piccolo, ma densissimo saggio Massimo Recalcati. Anche la notte del Getsemani è "una notte che non finisce mai": la caduta, la solitudine estrema e l'esperienza radicale dell'abbandono travolgono l'anima stessa di Cristo, prima che chiodi, percosse e spine facciano scempio del suo corpo.

Recalcati passa in rassegna il racconto dei Vangeli con la opportuna cautela di chi si accosti ad un testo da non specialista, non rinunciando al tempo stesso alla sua prospettiva di ricerca: è infatti uno psicanalista e non un biblista. Nella sua lettura del racconto del Getsemani si sofferma soprattutto su un punto che a noi sembra importante sottolineare: nelle ore buie di questa notte, nell'esperienza dell'abbandono assoluto che Cristo sperimenta, "non incontriamo solo il nostro dolore di uomini". Secondo Recalcati infatti, nella prostrazione di fronte al silenzio di Dio e al tradimento degli amici, Gesù - grazie alla preghiera  dialogo con il Padre - può trovare "un varco che gli consente di attraversare questa notte tremenda. Qui la lezione ultima del Getsemani incontra quella della psicoanalisi; "nelle parole con cui Gesù accetta che si compia la volontà del padre si realizza "la libera scelta di aderire al proprio destino, di scegliere [...] l'eredità che il Padre gli ha consegnato". A questo riguardo, nota ancora Recalcati, l'obbedienza di Gesù alla Legge (il progetto di salvezza del Padre per l'umanità) "coincide con l'obbedienza al proprio desiderio"; è grazie a questa svolta inaudita che Cristo può raggiungere una nuova versione della Legge (non più quella del sacrificio) ma "quella del dono di sé, dell'assumere la Legge del proprio desiderio".

Nelle notti interminabili di Dunsinane Macbeth ha cercato il nascondimento dei propri delitti, compiuti in nome di un desiderio che non è il suo, in quanto è desiderio di essere altro da sé, o al massimo desiderio di corrispondere alle ossessioni di un altro (il desiderio di sua moglie). Finisce così per scoprire che la vita è nulla:

La vita non è che un'ombra che cammina; un povero attore
che si pavoneggia e si agita per la sua ora sulla scena
e del quale poi non si ode più nulla: una storia
raccontata da un idiota, piena di rumore e furore,
che non significa nulla.

L'uomo del Gestsemani ci indica un'altra strada.


sabato 28 marzo 2020

destarsi fremendo al richiamo di Orfeo





II, 26

Come ci prende il grido degli uccelli...
Qualsiasi grido al suo crearsi primo.
Ma i bimbi già, all'aperto giocando,
alzano gridi accanto al grido vero.

 Gridano il caso. Dentro le fessure
dello spazio (ove penetra d'uccelli
puro il grido, come uomini nei sogni)
spingono i cunei dello strillo acuto.

 Ah, dove siamo noi? Sempre più liberi
come aquiloni a sbando, ci si butta
a mezzaria, con margini di risa,

laceri al vento. Ordina tu chi grida.
Iddio del canto - e fremendo si destino
in flutti, il capo recando e la lira.

Rainer Maria Rilke, dai "Sonetti a Orfeo", traduzione di Rina Sara Virgillito (Garzanti 2000)


Scrive Emile Cioran in uno dei Sillogismi dell'amarezza che "Anche quando siamo a mille miglia dalla poesia, partecipiamo ancora ad essa per questo bisogno improvviso di urlare - stadio ultimo del lirismo". Il dire poetico dunque è prossimo ad un bisogno improvviso di urlare, scaturisce dal profondo, emerge prepotente, come un urlo che non si può trattenere.

In modo per certi versi simile, nella poesia di Rilke sono associati insieme il grido e il poetare: qualsiasi grido fin dal suo primo crearsi, ma anche il grido di bambini che giocano all'aperto e infine quello che si ode quando nelle fessure dello spazio conficcano i cunei dello strillo acuto. Non più solo un grido, ma già uno strillogridano il caso. Di fronte a queste varie grida stanno gli uomini, evocati nel noi a cui è rivolta la domanda fondamentale, quella che non dovremmo dimenticare di farci: Ah, dove siamo noi? Siamo come aquiloni a sbando, che s'affrettano, buttati a mezz'aria, con margini di risa. Ora salgono, ora discendono veloci, laceri al vento. 

Come è noto, occasione reale - e non letteraria - dei "Sonetti a Orfeo" è la volontà di erigere un "monumento funebre" per la giovane Wera Ouckama Knoop, un'amica di famiglia morta precocemente di leucemia. Wera era una giovane artista, una talentuosa ballerina che era stata ammessa come membro permanente al corpo di ballo dell'Opera di Berlino. Rilke vide nella morte e nelle sofferenze di questa giovane votata all'arte, piena di speranze la lacerazione profonda che quelle speranze scuote e spezza, come i fili degli aquiloni strappatiNell'immagine che apre la poesia si salda forse, al dolore per la morte della giovane, anche la memoria delle gioie proprie della fanciullezza che al poeta furono negate. In ogni caso tutto, in questa prima parte della poesia, è nel segno del contrasto: c'è il grido alzato dai bambini accanto al grido vero, in un movimento errabondo, vago, senza un fine preciso, forse senza nemmeno una direzione. La vita è, di tanto in tanto, gioco felice, ma anche margini di risa, un aquilone senza filo trascinato dalla furia di un vento che diviene tempesta.

E' nella terzina finale che la poesia prende una svolta improvvisa, segnalata dallo scarto dell'avversativa e dal tu, con cui l'io lirico si rivolge al dio del canto, Orfeo. Il riferimento è ovviamente al dio, che già Pindaro chiamava "padre dei canti". Nella tradizione del mito Orfeo, inventa, suona la lira e canta, cioè è poeta, intesse storie di déi che mascherano la sapienza. L'arte del dio non deve essere interpretata come illusione consolatrice di fronte all'angoscia della vita o come pure illusorietà  - ce lo ha insegnato Giorgio Colli ne "La sapienza greca". E ben di più si chiede ad Orfeo nella poesia di Rilke: ordina tu chi grida!  Trasformare il grido in canto, il suono in armonia e musica, la lacerazione dell'angoscia in sapere esistenziale, è questa l'arte di Orfeo, un’arte che come nessun’altra riesce a chinarsi sulla musica dell’intangibile e dell’invisibile, i gridi nelle loro varie tonalità e intenzioni della nostra poesia - ma anche, altrove nei Sonetti, sulla foglia, sulla radice, sul letame, sulla pietra - per dire come la poesia, “fatta di pietre le più periture,/ edifica nello spazio inusabile la propria divina dimora” (2: X: 13–14).

domenica 22 marzo 2020

ricordate il vento del mattino e la steppa in argento?





Cari compagni di strada che con noi divideste l'asilo notturno!
Verste, e verste, e verste, e pane raffermo...
Rimbombo dei carri zigani,
di fiumi che fuggono a ritroso -
rimbombo...

Ah, nella precoce, paradisiaca, zigana aurora,
ricordate il vento del mattino e la steppa in argento?
La fumata turchina sulla montagna
e del re zigano -
la canzone ? ...

Nella nera mezzanotte, sotto la cortina dei rami antichi,

noi vi regalammo stupendi - come la notte - figli,
miseri - come la notte - figli, 
e rimbombava l'usignolo -
di gloria.

Non vi trattennero, compagni di strada di un'età portentosa,

le nostre povere voluttà e i poveri nostri conviti.

Ardenti fiammeggiavano i falò,

ci cadevano addosso sui tappeti -
gli astri ...


29 gennaio 1917

       di Marina Cvetaeva

Ci sono poesie che sono come un portale magico, o come una cabina di teletrasporto in un'astronave. Insomma, in un attimo sei lì, dove i versi ti precipitano, in un paesaggio di "interminati spazi", verste, e verste, e verste di cammino, condividendo pane raffermo, tra il rimbombo dei carri zigani e quello dei fiumi che fuggono a ritroso. Siamo in Russia lungo una strada che sembra non finire mai, ci accompagnano alcuni cari compagni di strada, con i quali a sera ci fermiamo per dividere l'asilo notturno. Una strofa appena e non ci sono più le mura di casa attorno, i corridoi che in queste giornate di quarantena percorriamo, gli oggetti quotidiani della nostra secessione dalla vita sociale.

Tutto è nel segno di un'esistenza girovaga, persino l'aurora si sveglia fuggendo ai suoi obblighi e reclama il diritto ad essere zigana; anche lei, di solito così puntuale. E l'immaginazione si lascia portare dal vento del mattino, percorre con lui la steppa vestita in argento, tende l'orecchio alla canzone del re zigano.

In ogni poesia, per quanto sia bella c'è sempre un verso in cui sembra che il poeta sia riuscito a concentrare una forza espressiva non comune, che urge e afferra e non lascia scampo. Per me Marina Cvetaeva ha fatto una specie di magia nell'ultima strofa: 

Ardenti fiammeggiavano i falò,
ci cadevano addosso sui tappeti -
gli astri ...





martedì 17 marzo 2020

Io vengo da mari lontani




J.M. William Turner, Stormy Sea with Blazing Wreck, Tate Gallery


Il porto

Io vengo da mari lontani –
io sono una nave sferzata
dai flutti
dai venti –
corrosa dal sole –
macerata
dagli uragani –

io vengo da mari lontani
e carica d'innumeri cose
disfatte
di frutti strani
corrotti
di sete vermiglie
spaccate –
stremate
le braccia lucenti dei mozzi
e sradicate le antenne
spente le vele
ammollite le corde
fracidi
gli assi dei ponti –

io sono una nave
una nave che porta
in sé l'orma di tutti i tramonti
solcati sofferti –
io sono una nave che cerca
per tutte le rive
un approdo.
Risogna la nave ferita
il primissimo porto –
che vale
se sopra la scia
del suo viaggio
ricade
l'ondata sfinita?

Oh, il cuore ben sa
la sua scia
ritrovare
dentro tutte le onde!
Oh, il cuore ben sa
ritornare
al suo lido! 

O tu, lido eterno –
tu, nido
ultimo della mia anima migrante –
o tu, terra –
tu, patria –
tu, radice profonda
del mio cammino sulle acque –
o tu, quiete
della mia errabonda
pena –
oh, accoglimi tu
fra i tuoi moli –
tu, porto –
e in te sia il cadere
d'ogni carico morto –
nel tuo grembo il calare
lento dell'ancora –
nel tuo cuore il sognare
di una sera velata –
quando per troppa vecchiezza
per troppa stanchezza
naufragherà
nelle tue mute
acque
la greve nave
sfasciata –

20 febbraio 1933

da "Parole" di Antonia Pozzi

Accade, camminando per sentieri poco battuti, di imbattersi in luoghi dove altri viaggiatori ci hanno preceduto: a volte sono orme di passi a indicare che la via non è persa, a volte segni appena visibili, lasciati di proposito. E ci sono luoghi dove le strade dei viaggiatori si incontrano, una rifugio in alta quota o un bivacco, un nascosto approdo, un piccolo porto. Si raccontano qui i viandanti delle strade che hanno percorso, delle rotte che hanno in cuore di intraprendere o scoprire.

La poesia di Antonia Pozzi "Il porto" l'ho conosciuta così, nasce da un'amicizia maturata  tra le colline della Galizia, alla luce di albe sorte fra boschi e torrenti. Non conoscevo la dolorosa storia di questa poetessa, il cui nome non compare quasi mai nelle raccolte antologiche della poesia del '900. Anche se un posto lo meriterebbe. Di lei vorrei ricordare qui solo il suo grande amore per le montagne e ciò che Eugenio Montale di Antonia Pozzi ebbe a dire:
 «Anima di eccezionale purezza e sensibilità, che non poté reggere al peso della vita, Antonia Pozzi richiede una lettura che faccia vivere in noi gli sviluppi ch’essa conteneva e non espresse che in parte; […] voce leggera, pochissimo bisognosa di appoggi, essa tende a bruciare le sillabe nello spazio bianco della pagina» (dalla Prefazione all’edizione delle poesie di Antonia Pozzi intitolata Parole, Milano, Mondadori, 1948).