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martedì 25 febbraio 2020
per iscoprire la fenditura della pietra
Essere un bel pino italico
sopra un colle romano,
quando la luna è colma;
e sentire il vento della notte
muovere le tenere cime
che rinascono in mezzo ai vecchi aghi
in sommo dei vecchi rami
rosee come dita di pargoli.
Essere il più alto e il più fosco cipresso
della Villa d’Este,
dopo il crepuscolo,
quando la fontana
rimuove il velo del capelvenere
dalla sua orecchia stillante
per ispiare il romore remoto
della cascata tiburtina;
e palpare la grazia della sera
con il chiaro verde sensibile
che orla il fogliame funerario.
Essere nel Fòro
lo spirito di una cieca erba
e penare paziente
per iscoprire la fenditura della pietra
veneranda
su cui scalpitarono i Trionfi;
e alfine trovarla,
e far forza con l’esile capo,
e spuntare, e inverdire, e gioire del sole
che mai vide alcuna cosa più grande di Roma.
di Gabriele D'Annunzio da Notturno
domenica 23 febbraio 2020
Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch’era il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.
Portami ancora per mano – Poesie per il padre (Crocetti, 2001)
A volte lungo la strada verso una stella tenue ci imbattiamo nel dolore di un altro viaggiatore. A questo mio compagno di viaggio dedico questa bella poesia di Camillo Sbarbaro.
mercoledì 19 febbraio 2020
Davanti alla canzone dei deboli, accesi la mia voce di tramonti
QUASI GIUDIZIO FINALE
Il mio girovago far niente vive e si scatena nella varietà della notte
La notte è una festa lunga e sola.
Nel mio segreto cuore io mi giustifico ed esalto:
ho testimoniato il mondo; ho confessato la rarità del mondo.
Ho cantato l'eterno: la chiara luna ritornante e le guance che invogliano l'amore.
Ho commemorato con versi la città che mi cinge e i sobborghi che si straziano.
Ho detto stupore dove altri dicono soltanto abitudine.
Davanti alla canzone dei deboli, accesi la mia voce di tramonti.
Gli antenati del mio sangue e gli antenati dei miei sogni ho esaltato e cantato.
Sono stato e sono.
Ho legato con salde parole il mio sentimento che poté essersi dissipato in tenerezza.
Il ritorno di una antica viltà ritorna al mio cuore.
Come il cavallo morto che la marea infligge alla spiaggia, ritorna al mio cuore.
Stanno ancora accanto a me, comunque, le strade e la luna.
L'acqua continua ad essere dolce nella mia bocca e le strofe non mi negano la loro grazia.
Sento lo sgomento della bellezza: chi oserà condannarmi se questa grande luna della mia solitudine [ mi perdona?
di Jorge Luis Borges
martedì 11 febbraio 2020
ELICONA PERSONALE
a Michael Longley
Da bambino non potevano tenermi lontano da pozzi
e vecchie pompe con argano e secchio.
Adoravo la discesa nel buio, il cielo intrappolato, gli olezzi
d’erbaccia acquatica, funghi e umido muschio.
Uno, in una mattonaia, aveva un’asse marcia sul colmo.
Gustavo l’intenso impatto quando un secchio
vi cadeva alla fine di una corda a piombo.
Così profondo che non vi si vedeva specchio.
Uno, sotto un muretto a secco, poco profondo,
fruttificava come un acquario. E se tiravi
lunghe radici dal pacciame sul fondo
un viso bianco vi aleggiava.
Altri avevano echi, restituivano i richiami
con una nuova nitida musica. E un altro
metteva paura perché laggiù, tra felci e digitali,
attraverso il mio riflesso schizzò un ratto.
Adesso, curiosare tra radici, tastare il limo,
contemplare, Narciso dai grandi occhi, qualche sorgente
va oltre ogni dignità di adulto. Rimo,
per potermi vedere, per rendere il buio echeggiante.
di Seamus Heaney
da Death of a Naturalist, 1966, traduzione di Marco Sonzogni
Il poeta irlandese Seamus Heaney (Mossbawn, Castledawson, Irlanda del Nord, 13 aprile 1939; Dublino, Repubblica d’Irlanda, 30 agosto 2013) ha rappresentato una delle voci più significative ed intense della letteratura mondiale, ha ottenuto nel 1995 il premio Nobel. Nel 2016 è uscito il Meridiano a lui dedicato a cura di Marco Sonzogni.
Il monte Elicona al quale si fa riferimento nella poesia si trova in Grecia, tra le sue balze vi era la sorgente Ippocrene, cara alle Muse. Chi si abbeverava alle acque che da essa scaturivano riceveva dalle dee l'ispirazione poetica. Il primo ad ottenere tale dono fu Esiodo che le aveva incontrate mentre pascolava le sue greggi sulle pendici del monte. Furono loro a ispirargli la Teogonia.
La sua Elicona personale Heaney la trovava tra vecchi pozzi, con argani e secchi, nel cielo intrappolato, fra gli odori d’erbaccia acquatica, funghi e umido muschio. Un ragazzo gioca tra un asse marcio e il rumore del secchio che cade a piombo su uno specchio di cui non si vede il riflesso. Il richiamo di una musica o di un'eco, un muretto a secco, la paura per un ratto che all'improvviso si palesa formano un insieme di suoni ed immagini da cui scaturisce la sua vocazione poetica. Sono come la fonte di Ippocrene. E' lì che Heaney ha incontrato le sue Muse: una terra viva di odori, tradizioni e colori, straziata da oppressione e tirannia . Il suo paesaggio, il suo orizzonte, le sue radici.
Nell'ultima stanza la voce del poeta ci confessa, con un tono in qualche modo amaro, che quei giochi non si addicono alla dignità di un adulto. Solo la poesia rimane, l'arte del rapsodo
per potermi vedere, per rendere il buio echeggiante.
sabato 8 febbraio 2020
Sono abitata da un grido
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| "Albero di Olmo", fotografia di Kim Murphy |
OLMO
Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa radice:
è quello di cui tu hai paura.
Io non ne ho paura: ci sono stata.
È il mare che senti in me,
le sue insoddisfazioni?
O la voce del nulla, che era la tua pazzia?
L’amore è un’ombra.
Come lo insegui con menzogne e pianti.
Ascolta: ecco i suoi zoccoli: è corso via, come un cavallo.
Per tutta la notte galopperò così, impetuosamente,
finché la tua testa non sarà una pietra, il tuo cuscino una zolla,
rimandando echi ed echi.
O vuoi che ti porti il suono dei veleni?
Ecco, questa è la pioggia ora, questo grande azzittirsi.
E questo è il suo frutto: bianco-stagno, come arsenico.
Ho patito l’atrocità dei tramonti.
Bruciati fino alla radice
i miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di ferro.
Ora mi rompo in pezzi che volano intorno come clave.
Un vento di tale violenza
non tollera neutralità: devo urlare.
Anche la luna è spietata: vuole trascinarmi
crudelmente, lei che è sterile
Il suo splendore mi folgora. O forse l’ho catturata.
La lascio andare. La lascio andare
diminuita e piatta, come dopo un intervento radicale.
Come mi possiedono e mi colmano i tuoi brutti sogni.
Sono abitata da un grido.
Di notte esce svolazzando
in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.
Mi terrorizza questa cosa scura
che dorme in me;
tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato, la malignità.
Le nuvole passano e si disperdono.
Sono quelli i volti dell’amore, quelle pallide irrecuperabilità?
È per questo che agito il mio cuore?
Sono incapace di maggiore conoscenza.
Che cos’è questo, questa faccia
così assassina nel suo strangolio di rami? –
Sibilano i suoi acidi serpentini.
Pietrificano la volontà. Queste sono le colpe isolate e lente
che uccidono e uccidono e uccidono.
di Sylvia Plath, traduzione di Giovanni Giudici
Mi chiedi da un po' di commentare questa poesia per te. La porti dentro, lo capisco e mi colpisce quanto ti rispecchi in quel verso incandescente Sono abitata da un grido. Eccoci allora, fermiamoci per qualche tempo, come sul ciglio di una strada faticosa.
E' il 19 aprile 1962 quando Sylvia Plath scrive Olmo, poco meno di un anno ci vorrà a quel giorno di febbraio in cui metterà fine alla sua dolorosa vita. La poesia è scritta su un confine, su un limite non ancora precisato e chiaro, alle soglie di ciò che fa ancora gridare, prima, forse solo un attimo prima che non si abbia più nemmeno voglia o necessità di gridare.
Su questa terra di confine dunque prende avvio il dialogo con un albero, forse uno di quelli che la poetessa poteva osservare dalla sua casa, è l'Olmo che dà il titolo alla poesia. Parla e una voce risponde, ma non è sempre facile capire chi sta parlando (anche per il fatto che l'Olmo nell'originale inglese è di genere femminile), fino a che le due voci, le due esperienze del dolore del mondo sembrano confondersi, diventare una sola nota dolente.
Il primo verso conferisce quel tono oscuro che domina l'intero componimento. Conosco il fondo, dice l'Olmo nella prima stanza. Le sue radici lo hanno esplorato, si sono fatte largo tra pietre ed oscurità; poi aggiunge: è quello di cui tu hai paura, ma l'altra voce, senza alcun compiacimento, conclude che non può avere timore, Io non ne ho paura: ci sono stata. Qui mi sembra marcata la differenza tra i due, mentre l'albero "conosce", trae vigore e forza dal fondo che giace sotto di lui, l'io lirico no. Il massimo che possiamo dire è che ne ha un'esperienza così profonda da non doverlo temere più, come forse dovrebbe.
Il dialogo continua nelle stanze successive, l'Olmo parla della sua vita, delle sue sofferenze ed esperienze, mentre la donna a cui l'albero si rivolge va scoprendo una comune identità interiore e fisica. La voce del mare che reca con sé l'insoddisfazione del nulla o la pazzia; la pioggia che lascia pozze di bianco veleno, il calore del sole con i rami bruciati fino alla radice ... i miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di ferro, il verso in cui qualcuno ha proposto di scorgere l'allusione alla pratica dell'elettroshock subita dall'autrice. Le sensazioni passano dall'Olmo alla donna e da questa all'albero fino alle stanze 10 e 11, che segnano un punto di svolta dopo il quale le voci della donna e dell'albero diventano indistinguibili.
La stretta della sventura si chiude su entrambi: ecco il verso che ha giustamente attirato la tua attenzione: Sono abitata da un grido che è dell'albero quanto della donna, ma ecco anche le nuvole effimere che passano e si disperdono, le pallide irrecuperabilità che segnano e scavano la corteccia ed il cuore, allo stesso modo, con la stessa indifferenza.
La stanza che si apre con il verso Sono incapace di maggiore conoscenza riprende l'inizio della poesia, quando l'Olmo aveva detto di conoscere il fondo. Per quanto le grosse radici abbiano scavato nella terra, per quanto la donna abbia sofferto, non sembra esserci limite alla desolazione. Le voci si fondono davvero in un congedo che va spegnendosi nella ripetizione:
... che uccidono e uccidono e uccidono
giovedì 30 gennaio 2020
e restare in se stesso nulla vuole
Campi dei non beati
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| fotografia di Ansel Adams |
Sazio son io della mia sete d'isole
del morto verde, dei muti greggi;
divenire voglio una riva, un piccolo golfo,
un porto di belle navi.
Da uomini vivi con caldi piedi
percorsa vuol sentirsi la mia spiaggia;
in bramosia d'offerta la sorgente
mormora e a gole vuol dar refrigerio
E tutto in sangue estraneo vuol levarsi
e in un diverso fiammeggiar di vita
annegare il suo anelito
e restare in se stesso nulla vuole.
di Gottfried Benn, da "Morgue" (Einaudi, traduzione di Ferruccio Masini)
Quando nel 1912 Gottfried Benn pubblica la raccolta "Morgue" ha ventisei anni, è un medico militare che esercita la sua professione a Prenzlau e a Berlino. Ferruccio Masini ha descritto l'atmosfera di quegli anni come un "periodo segnato dal sovvertimento dei vecchi schemi umanistico- liberali ad opera di una informe tempesta d'energie - l'espressione è di Musil.
La Morgue, il tavolo operatorio, i corpi dissezionati, le vite che questi resti impalliditi raccontano, sono lo strumento di una esigenza di svelamento della realtà che non procede solo nel segno della demolizione del linguaggio lirico e dei suoi clichés, dei valori del passato e delle sue liturgie. Tali immagini in Benn diventano, secondo Masini "i geroglifici di una negazione per la quale non occorre il grido, ma basta il gesto, e che non cerca figura né anima. "
“Imperdonabile Benn, - scrive Cristina Campo - e non certo nel suo sacco cinerognolo di peccatore politico [… ], bensì nella sua stola purpurea di confessore della forma: l’autore di alcune poesie solo possibili al magistero del più alto maestro in molti anni di lingua tedesca, poiché di questo si tratta, alla fine. Imperdonabile Benn, che afferma non dover essere il poeta lo storico del proprio tempo, anzi il precursore al punto da ritrovarsi di millenni alle spalle di quel tempo, l’antecessore al punto da poter profetare dei più lontani cicli avvenire. Testimone soltanto di ciò che immobilmente perdura: un guerriero, una stella, una morte, un cespuglio di sorbo".
La poesia Campi dei non beati è posta ad apertura dell'edizione Einaudi di Morgue, che raccoglie - ad opera del grande germanista Ferruccio Masini - i componimenti più significativi del periodo 'espressionistico' di Gottfried Benn, periodo al quale appartengono le cinque poesie che precisamente costituiscono il ciclo di Morgue. In questa poesia già dal titolo possiamo cogliere all'opera lo scrupoloso rovesciamento della prospettiva avviato dal poeta tedesco: non le "isole dei beati" dei poeti classici, non i campi Elisi di Virgilio sono qui la fonte d'ispirazione e l'oggetto del desiderio: Sazio son io della mia sete d'isole dice piuttosto il poeta. I luoghi verdeggianti e la mitezza delle greggi appaiono come un colore di morte e assenza di voce.
divenire voglio una riva, un piccolo golfo...un porto di belle navi. A tale immagine si sovrappone quella della spiaggia percorsa da uomini vivi, poi quella della sorgente desiderosa di offrire refrigerio.
Non si dovrebbe tuttavia scorgere in questi versi un accenno ad una visione solidaristica della vita o la fiducia in una forza immanente nella natura che inclina ogni aspetto di essa verso il suo scopo. Nel mondo di Benn - come nota il curatore dell'edizione italiana di Morgue - "sembrano salvarsi, sull'esile filo di una pietà non destinata all'uomo, solo le cose umili e dolci", mentre il tutto brama di annegare il suo anelito e non c'è nulla che voglia restare in se stesso. Ciò che è vivo vuole spegnere ogni desiderio di altra vita, se non quella 'assolutamente 'altra' che arde in un diverso fiammeggiar e nessuna cosa che contribuisce a formare tale tutto pare paga della condizione in cui si trova, del destino che gli spetterebbe.
Non si dovrebbe tuttavia scorgere in questi versi un accenno ad una visione solidaristica della vita o la fiducia in una forza immanente nella natura che inclina ogni aspetto di essa verso il suo scopo. Nel mondo di Benn - come nota il curatore dell'edizione italiana di Morgue - "sembrano salvarsi, sull'esile filo di una pietà non destinata all'uomo, solo le cose umili e dolci", mentre il tutto brama di annegare il suo anelito e non c'è nulla che voglia restare in se stesso. Ciò che è vivo vuole spegnere ogni desiderio di altra vita, se non quella 'assolutamente 'altra' che arde in un diverso fiammeggiar e nessuna cosa che contribuisce a formare tale tutto pare paga della condizione in cui si trova, del destino che gli spetterebbe.
sabato 25 gennaio 2020
Al risveglio
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| First sunrise on Annapurna Dakshin, di Tristan Brittaine |
Al risveglio ho trovato
con la luce una lettera.
Ma non posso sapere
che dice: non so leggere.
E non voglio distrarre
un sapiente dai libri:
ciò che c’è scritto forse
non lo saprebbe leggere.
La terrò sulla fronte,
la terrò stretta al cuore.
Quando scende la notte
ed escono le stelle,
la porterò sul grembo
e resterò in silenzio.
E me la leggeranno
le foglie che stormiscono,
e ne farà il ruscello
col suo scorrere un canto
che a me ripeterà
anche l’Orsa dal cielo.
Io non lo so trovare
quel che cerco, o capire
cosa dovrei imparare,
ma so che questa lettera
che non ho letto, ha reso
più lieve il mio fardello,
e tutti i miei pensieri
ha mutato in canzoni.
di Rabindranath Tagore
Capita a volte di trovarsi a camminare in questa nostra wasteland come nel labirinto della poesia di Wisława Szymborska, una via dopo l'altra,/ma senza ritorno. I corridoi, le svolte, le scorciatoie intricate,si aprono e si chiudono; ci addentriamo dove c'è buio
ed incertezza
ma insieme chiarore. Alcuni sentieri interrotti ci costringono indietro e di nuovo avanti e a volte, riprendiamo a immetterci sempre nello stesso cammino, un errare che sembra non finire. Il labirinto ha cessato di essere immagine del percorso che ogni uomo deve fare per raggiungere la parte più vera e nascosta di sé. "La prova del labirinto", come la chiamava Mircea Eliade, uno dei massimi esperti di religioni e tradizioni, che è innanzitutto ricerca del centro, del proprio centro interiore.
E' piuttosto il nostro un girovagare, un perdersi di qui o di qua/magari per di lì ...
che spesso rende l'animo pesante e il cuore gelido. Non è Teseo l'eroe che si addentra nel labirinto, ma il Dedalus dei romanzi di Joyce, il giovane artista desideroso di affrancarsi da ogni legame con le tradizioni della sua terra per esprimere integralmente se stesso. Come il solitario Dedalus i moderni girovaghi della wasteland cercano sopratutto di sfuggire alle insidie del labirinto, ai suoi inganni, alle sue tortuosità. Finiscono in tal modo per dimenticare che solo cercandone il centro e affrontando colui che vi abita potranno uscire fuori.
Viviamo in un labirinto, tutti noi, che lo sappiamo oppure no. Non fa differenza. E dai suoi meandri spesso vorremmo far sentire la nostra voce, parlare, scrivere, mandare un messaggio qualsiasi. Perché nel labirinto, come nel palazzo di Atlante creato dalla fantasia di Ariosto, alla fine siamo soli, inseguendo ciò che ci sfugge e che è destinato a deluderci. Come è naturale che accada quando cerchiamo fuori di noi ciò che dovrebbe dare senso alla vita.
Le parole tuttavia non sembrano funzionare così bene: piccole contorte parole, scarabocchiate su tutto il foglio le definisce Amy Lowell nella poesia che abbiamo pubblicato pochi giorni fa. Per quanto ci sforziamo di usarle bene, esse non sono che sciocche astuzie ed intrighi, incapaci di esprimere la florescenza del biancospino; la parola come la carta su cui viene scritta è fragile, muta, liscia, vergine di dolcezza.
Nel labirinto sperduti e senza più fiducia nella forza della parola. Tale mi appare la condizione dell'uomo moderno.
Il poeta indiano Rabindranath Tagore ci indica nella poesia Al risveglio una pista poco battuta, percorsa ormai di raro, una pista lontana dalle stazioni di cambio e dalle mura dei villaggi. Pochi segnavia indicano la strada, solo - a volte - una stella tenue.
martedì 21 gennaio 2020
E questa carta è fragile, muta, liscia, vergine di dolcezza
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| James McBey, Girl writing a letter, 1923 |
Lettera
Piccole contorte parole, scarabocchiate su tutto il foglio
Come zampe di mosche infangate,
Che cosa potete dire della fiammante luna
Trapuntata dalle foglie della quercia?
O della mia finestra senza tende,
E del nudo pavimento al chiaro di luna?
Le vostre sciocche astuzie e i vostri intrighi
Non hanno nulla della florescenza del biancospino.
E questa carta è fragile, muta, liscia, vergine di dolcezza
Sotto la mia mano.
Sono stanca, amore mio, di riscaldare il mio cuore
Contro il tuo volere;
Di spremerlo in macchioline d’inchiostro,
E di spedirlo per posta.
Ed io qui sola, brucio, sotto il fuoco
Della grande luna.
di Amy Lowell
domenica 19 gennaio 2020
ama e non si rende conto d'amare
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| Guido Reni Atalanta ed Ippomene |
Il mito di Atalanta è molto antico, compare già in un frammento di Esiodo, Omero poi conosceva il racconto della caccia di Calidonia e della triste fine di Meleagro, in cui la bella cacciatrice - ma questo Omero preferisce tacerlo - ebbe un ruolo fondamentale. La storia di Atalanta, è ripresa infine da Ovidio nel decimo libro delle Metamorfosi; per bocca della stessa Venere veniamo a sapere del modo in cui finalmente la giovane figlia di Scheneo giunse alle nozze e all'amore.
Atalanta rifiuta il matrimonio, le sta stretto il ruolo di moglie, piuttosto che allevare figli preferisce vagare per monti e selve armata di arco e frecce. La sua bellezza però attirava pretendenti da tutta la Grecia. Ad essi imponeva una dura condizione: una corsa avrebbe deciso il loro destino, le nozze per chi l'avesse vinta, la morte per chi risultasse sconfitto. Al luogo della gara era giunto anche il giovane e bellissimo Ippomene, che vinto dal desiderio per la bella cacciatrice decide di accettare la sfida. Atalanta sa che il giovane non ha alcuna speranza e per la prima volta prova un sentimento a cui non sa dare nome ...
Ippomene tuttavia riuscirà vittorioso, grazie ad alcune mele d'oro, avute in dono da Afrodite, dalle quali emanava un fascino irresistibile e che decideranno la gara. E' proprio questa la scena raffigurata da Guido Reni nel quadro esposto al Museo Nazionale di Capodimonte.
Lasciamo la parola ora ad Ovidio
e più non sa cosa preferire, se vincere o essere vinta.
E pensa: 'Quale dio, nemico della bellezza, vuol perdere
costui, spingendolo a chiedere la mia mano, a rischio
della sua vita preziosa? Non penso di valere tanto!
E non è la sua bellezza a toccarmi (anche se toccarmi potrebbe),
ma il fatto che è ancora un ragazzo. Non mi turba lui, ma l'età sua.
Ma poi, è tanto prode da non tremare al pensiero della morte?
è veramente il quarto nella discendenza dal nume del mare?
e ancora, mi ama e brama di sposarmi sino al punto
di morire, se una sorte crudele dovesse negarmi a lui?
Vattene, straniero, finché puoi; rinuncia a queste nozze di sangue.
Matrimonio crudele è il mio. Nessuna rifiuterà di sposarti,
troverai sicuramente una fanciulla saggia che ti desideri.
Ma perché per te mi angoscio, dopo averne mandati a morte tanti?
Vedrà lui! Che muoia dunque, se la strage di tanti pretendenti
non gli è servita di lezione e in tale disgusto tiene la vita.
Ma allora morirà, perché con me voleva vivere,
e sconterà con una morte ingiusta la colpa d'avermi amato?
La mia vittoria non sarà certo tale da suscitare invidia.
Ma non è colpa mia. Avessi tu almeno il senno di rinunciare!
o, visto che non ragioni più, fossi almeno più veloce!
Oh, che sguardo virgineo in quel suo viso di fanciullo!
Povero Ippòmene, come vorrei che tu non m'avessi mai visto!
Meritavi di vivere; e se più fortunata io fossi,
se un destino inesorabile non m'impedisse le nozze,
tu eri l'unico, che avrei voluto avere accanto nel mio letto'.
Così ragiona, e inesperta com'è, toccata dal suo primo amore,
non sapendo che cosa sia, ama e non si rende conto d'amare.
I versi di Ovidio ci mostrano i momenti precedenti l'inizio della gara e si concentrano sull'interiorità della bionda cacciatrice. Il suo animo è per la prima volta incerto, non sa cosa sia meglio, non sa cosa lei vuole davvero. Vincere o essere vinta ed amare? Sembra quasi che smarrisca il senso stesso della sua identità quando si chiede se davvero vale così tanto. Tutto il discorso di Atalanta è scandito da un incessante sequenza di ma e di antitesi, da un alternarsi di decisioni e di ripensamenti, di speranze - rinuncia a queste nozze di sangue - e rassegnazione - Povero Ippòmene [...] Meritavi di vivere. Nel turbamento dell'animo risuonano i congiuntivi dell'impossibilità: Avessi tu almeno il senno di rinunciare! o ancora, fossi almeno più veloce! Fino al verso più bello, perché in fondo sappiamo tutti che non è vero quel che la mente della bella Atalanta va ripetendosi: vorrei che tu non m'avessi mai visto!
Nel racconto di Ovidio l'amore è prima di tutto un mutamento del senso della vista. Quello che abbiamo sempre veduto in un certo modo ora diviene altro: il contendente da sconfiggere ora diventa un giovane che merita di vivere, il ruolo che si crede di aver scelto una sorte crudele, un destino inesorabile. Tale visione ha come effetto quello di mutare non di meno il soggetto che osserva il mondo attorno a sé. Egli non sa più con certezza chi è, Ma perché per te mi angoscio, dopo averne mandati a morte tanti? La bionda guerriera, "un'Artemide alla sedicesima" - come alcuni l'hanno definita - non può smettere di porsi domande alle quali non aveva mai pensato prima. Non è più la stessa, quasi contro la sua volontà e prima ancora di cogliere le mele d'oro che l'astuto Ippomene getterà sul suo cammino, non sapendo che cosa sia, ama e non si rende conto d'amare.
Il poeta persiano Jalal ad-din Rumi, detto il Moulana (il Maestro) nato nel 1207, mi sembra esprimere al meglio tale forza dell'amore in questi versi tratti dal suo canzoniere, il Divan:
Tu mi domandi, "A chi appartieni?" "Che cosa ne so, io?"
Mi chiedi: "Perché sei così pazzo?" "Che cosa ne so, io?"
Mi domandi:"Come puoi, così vecchio e malfermo,
aspirare al mio amore?" "Che cosa ne so, io?"
Sono sbattuto tra le onde dell'oceano del tuo amore.
Mi domandi:"Dove sei?" "Che cosa ne so, io?"
Mi domandi:" Ma perché sei in questa gabbia,
se sei un uccello dell'aria? " Che cosa ne so, io?
Camminavo sulla buona via, ma mi smarrii
a causa di quel Turco del Katai . Che cosa ne so, io?
E ora non distinguo sventura da piacere.
Tu sei il culmine nella gioiosa avversità. Che cosa ne so, io?
L'esperienza dell'amore non è solo lo sconvolgimento di cui i poeti hanno cantato, ma uno sguardo che non osserva più il mondo nello stesso modo, una temperatura della luce che sfida le leggi della fisica e del tempo ... il congiuntivo dell'impossibilità che custodisce da sempre il respiro degli amanti.
domenica 12 gennaio 2020
da ovunque verso ovunque
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| Convesso e concavo, di M.C. Escher |
Labirinto
E ora qualche passo
da parete a parete,
su per questi gradini
o giù per quelli,
e poi un po' a sinistra,
se non a destra,
dal muro in fondo al muro
fino alla settima soglia,
da ovunque, verso ovunque
fino al crocevia,
dove convergono,
per poi disperdersi
le tue speranze, errori, dolori,
sforzi, propositi e nuove speranze.
Una via dopo l'altra,
ma senza ritorno.
Accessibile soltanto
ciò che sta davanti a te,
e laggiù, a mo' di conforto,
curva dopo curva,
e stupore su stupore,
e veduta su veduta.
Puoi decidere
dove essere o non essere,
saltare, svoltare
pur di non farti sfuggire.
Quindi di qui o di qua
magari per di lì,
per istinto, intuizione,
per ragione, di sbieco,
alla cieca,
per scorciatoie intricate.
Attraverso infilate di file
di corridoi, di portoni,
in fretta, perché nel tempo
hai poco tempo,
da luogo a luogo,
fino a molti ancora aperti,
dove c'è buio ed incertezza
ma insieme chiarore, incanto
dove c'è gioia, benché il dolore
sia pressoché lì accanto
e altrove, qua e là,
in un altro luogo e ovunque
felicità nell'infelicità
come parentesi dentro parentesi,
e così sia
e d'improvviso un dirupo,
un dirupo, ma un ponticello,
un ponticello, ma traballante,
traballante, ma solo quello,
perché un altro non c'è.
Deve pur esserci un'uscita,
è più che certo.
Ma non tu la cerchi,
è lei che ti cerca,
e lei fin dall'inizio
che ti insegue,
e il labirinto
altro non è
se non la tua, finché è possibile,
la tua, finché è tua
fuga, fuga.
di Wislawa Szymborska, dalla raccolta Due punti (Adelphi). Traduzione di Pietro Marchesani
venerdì 10 gennaio 2020
la gelida onda dell'eternità
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| For the glory of Kaiser, di Cyril Barraud |
LAMENTO
Sonno e morte, le cupe aquile
sussurrano la notte, intorno al mio capo:
che dell’uomo l’aurea immagine
sommerga la gelida onda
dell’eternità? Ai paurosi scogli
schiantasi il coro purpureo.
E lamenta la cupa voce
sopra il mare.
Sorella di tempestosa tristezza
guarda: un impaurito battello affonda
dinnanzi a stelle,
al muto volto della notte.
di Georg Trakl
Traduzione di V. degli Alberti ed E. Innerkofler
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"La poesia di Trakl - ha scritto Claudio Magris nella prefazione all'edizione Garzanti delle sue poesie - è una fondazione del mondo; egli è uno di quei poeti che, come Hölderlin, sono chiamati a fondare una verità o a svelarne l'assenza, a rendere abitabile la terra o a mostrarne l'inabitabilità. Leggere Trakl significa interrogarsi sulle cose ultime, sulla possibilità stessa della poesia, sul senso estremo della vita. Le interpretazioni di Trakl sono dei confronti con l'essenza del nostro destino".
Georg Trakl allo scoppio della prima guerra mondiale fu inviato al fronte come ufficiale di sanità; qui ebbe le prime devastanti esperienze assistendo, senza aiuto o medicinali, centinaia di feriti e moribondi. In questa poesia, scritta poco prima di morire il poeta espressionista dà vita ad una serie di immagini di straordinaria forza evocativa che scaturiscono dallo sconvolgimento di quei mesi terribili del 1914.
lunedì 6 gennaio 2020
Ci fu una Nascita, certo
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| Adorazione dei Magi (incompiuto) di Leonardo da Vinci, Uffizi |
Viaggio dei Magi
“Freddo è stato il nostro cammino,
Giusto il periodo peggiore dell’anno
Per un viaggio, e un viaggio così lungo:
Le strade infossate e il freddo pungente,
Davvero la stagione morta dell’inverno.”
E i cammelli piagati, ostinati, con le zampe gonfie,
Che si stendevano nella neve molle.
A volte rimpiangevamo
I nostri palazzi d’estate sulle colline, con le terrazze,
Le giovani avvolte di seta che portavano sorbetti.
Poi i cammellieri che bestemmiavano e complottavano,
Se ne andavano, o chiedevano vino e donne,
E i fuochi dei bivacchi che si spegnevano, i pochi alloggi,
Le città ostili e i paesi inospitali
E i villaggi sporchi che alzavano i prezzi:
Un cammino duro è stato.
Alla fine preferimmo viaggiare di notte,
Sonnecchiando a tratti,
Con voci che cantavano alla nostre orecchie,
Che questa era tutta follia.
Poi all’alba siamo scesi in una valle temperata,
Stillante, sotto la linea della neve, profumata di vegetazione,
Con un corso d’acqua e un mulino che batteva nel buio,
E tre alberi sullo sfondo di un cielo basso.
E un vecchio cavallo bianco partì al galoppo sul piano.
Quindi arrivammo a una taverna con una vite sulla soglia,
Sei mani alla porta aperta che giocavano a dadi per monete d’argento,
E piedi che scalciavano otri vuoti.
Ma non c’erano notizie, così proseguimmo
E arrivammo di sera, non un momento troppo presto,
E trovammo il posto: era (si può dire) soddisfacente.
Tutto questo fu molto tempo fa, ricordo,
E lo rifarei anche, ma scrivi
Questo scrivi
Questo: abbiamo fatto tanta strada per vedere
Una Nascita o una Morte? Ci fu una Nascita, certo,
Ne abbiamo avuto le prove oltre ogni dubbio.
Avevo visto nascita e morte,
Ma pensavo fossero diverse: questa Nascita era
Per noi un’agonia dura e amara, come una Morte, la nostra morte.
Ritornammo ai nostri luoghi, a questi Regni,
Ma non eravamo più a nostro agio qui, nelle antiche disposizioni,
Con un popolo estraneo aggrappato ai suoi dei.
Sarei contento di un’altra morte.
di T.S. Eliot da "The Ariel poems", traduzione di Massimo Bagicalupo
Dove comincia la storia che ha ispirato la poesia di Eliot ? Forse comincia in quelle terre prossime ai Due Fiumi, dal desiderio di un uomo di nome 'Aḇrāhām (che tra l'altro vuol dire Padre di molti): una discendenza. Esci dalla tua terra, dalla casa di tuo padre e va' nel paese che ti indicherò.
Come 'Aḇrāhām anche i nostri Magi se ne vanno dalla loro terra: non più i palazzi d’estate sulle colline, con le terrazze,/ Le giovani avvolte di seta ... via, lungo una strada di strade infossate e freddo pungente, nelle orecchie le risa beffarde degli uomini concreti, voci che cantavano alla nostre orecchie,/Che questa era tutta follia...
Eliot - lo avrete notato - in questa poesia dà voce ad uno dei Magi della tradizione inaugurata dal vangelo di Matteo (se volete informazioni maggiori sugli aspetti storici e sapienziali della storia in questo link trovate un articolo sintetico ma completo di Franco Cardini Giù le mani dai Re magi! di Franco Cardini); quello che rende la poesia di Eliot così suggestiva e potente è il fatto che la scena si svolge dopo che questo sapiente è tornato al suo paese. In tal modo il viaggio diviene, nel suo ricordo, un iter tanto fisico quanto spirituale e le riflessioni che ne scaturiscono, le domande che presuppongono, le verità a cui alludono vanno al cuore dell'esperienza di quella notte in cui trovarono il posto che cercavano:
abbiamo fatto tanta strada per vedere
Una Nascita o una Morte?
Certo è una Nascita quella che li attendeva, Ne abbiamo avuto le prove oltre ogni dubbio. Ma questa Nascita è diversa, è come un’agonia dura e amara, come una Morte, la nostra morte. Questa morte è allegoria di ciò che l'uomo è chiamato ad abbandonare, dopo essersi imbattuto nel Mistero ed aver sperimentato quella che C. S. Lewis chiama "trafittura della gioia".
Il ritorno alla vita precedente diventa impossibile, non ci si riconosce più nelle antiche disposizioni, qualcosa è cambiato e nulla sarà più lo stesso. Al cospetto della Nascita qualcosa "deve" morire perché si possa vivere davvero.
Una Nascita o una Morte?
La domanda contiene probabilmente un'allusione alla passione di Cristo. Lo confermerebbe anche il riferimento ai tre alberi sullo sfondo di un cielo basso, che secondo la critica è un'allusione alle tre croci del Calvario. Del resto già nel racconto di Matteo l'esegesi ha scorto riferimenti alla passione nel dono della mirra, utilizzata nei riti di sepoltura. Anche la tradizione iconografica, specie in Oriente ha da sempre collegato simbolicamente il momento della nascita di Cristo e quello della sua passione.
Nella celebre icona della Natività di Rublev il bambino è collocato in un antro scuro, come quello del sepolcro ed il suo corpo è fasciato in un modo che ricorda quello di un defunto.
Anche l' Adorazione dei Magi di Leonardo da Vinci sembra riprendere tale allegoria. Nel quadro, a cui era legato moltissimo il regista russo Andrej Tarkovskij (sui rapporti tra Tarkovskij e la pittura di Leonardo: leonardo-da-vinci-nei-film-di-tarkovskij), l'albero occupa il centro spaziale e costituisce l'asse attorno al quale tutti i personaggi - e il senso stesso della rappresentazione - si dispongono. L'albero, che è uno dei pochi elementi completati nel disegno e nel colore di tutta l'opera, è secondo una tradizione molto antica risalente ai Padri della Chiesa immagine della Croce: il nuovo albero della Vita, destinato a prendere il posto di quello del giardino edenico. Non solo strumento di morte e umiliazione dell'innocente ma sorgente di una vita nuova.
L'accostamento tra albero della Vita e Santa Croce ad esempio è al centro di un componimento in esametri, per lo più sconosciuto, risalente ad un periodo tra III e IV secolo, il De Ligno Crucis, noto anche come De ligno vitae. Protagonista del componimento è un albero che sorge al centro della Terra, raggiunge con la sua chioma il cielo e diffonde i suoi rami in tutto il mondo.
È l’Albero della Vita, un simbolo che, sicuramente, non nasce con il cristianesimo ma venne riadattato dagli autori cristiani accostandolo all’immagine della Croce. Non si dimentichi che in epoca medievale la simbologia dell’Albero della Vita e del Legno della Croce sarà davvero molto diffusa, come si vede nel mosaico absidale di San Clemente, risalente al secolo XII, in cui questa valenza del simbolo cristiano per eccellenza appare in modo evidente. La croce fiorisce su un verde e lussureggiante cespo di acanto, dal quale si dipartono numerosissimi girali che si estendono in tutte le direzioni, con i loro fiori e i loro frutti.
Una Nascita o una Morte?
Il viaggio dei Magi, nella poesia di Eliot, è un viaggio soprattutto interiore, il suo punto di arrivo è un'esperienza su cui l'io lirico è - per così dire - reticente o elusivo: E trovammo il posto: era (si può dire) soddisfacente. Tuttavia l'inaspettato mette in discussione certezze e abitudini, costringe a farsi domande. Al cospetto di quella Nascita in terra straniera c'è qualcosa che va abbandonato, qualcosa che deve morire per poter nascere di nuovo e vivere pienamente.
giovedì 2 gennaio 2020
dove nessuno ci possa trovare
Stiamocene un po’ in cucina assieme,
l’aria è dolce di bianco cherosene;
un coltello tagliente e una pagnotta…
Se vuoi, prepara ben bene il fornello;
altrimenti raduna e intreccia corde;
prima dell’alba fa’ una grande sporta:
fuggiamo a una stazione, ad un binario
dove nessuno ci possa trovare.
di Osip Mandel’štam
Ottanta poesie (Einaudi, 2009), trad. it. R. Faccani
Una poesia breve per riprendere il nostro viaggio "verso una stella tenue". Una poesia semplice: un uomo, una donna, una cucina domestica, che odora di bianco cherosene e ha il sapore della dolcezza.
Stiamocene un po' insieme, qui in questo piccolo spazio, per il poco tempo che la sorte o il destino ci concederà. Non molto altro possiamo chiedere alla vita, forse. un coltello tagliente e una pagnotta, un fornello preparato ben bene...
Ma forse il tempo non c'è, in questa notte che declina all'alba che viene. Meglio allora intrecciare corde per fare una sporta, qualcosa lungo la strada si troverà.
Fuggiamo, dice il poeta. Una stazione, un binario, una destinazione qualsiasi, perché stare insieme è l'unica cosa che conta, non farsi trovare il solo modo di ingannare - almeno per un po' - il tempo invidioso e conservare il sapore dell'aria dolce di una piccola cucina.
Fuggire, dove nessuno ci possa trovare.
lunedì 30 dicembre 2019
un’Itaca di verde eternità
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| Tetons and Snake river by Ansel Adams |
ARTE POETICA
Guardare il fiume ch’è di tempo e acqua
e ricordare che anche il tempo è un fiume,
saper che ci perdiamo come il fiume
e che passano i volti come l’acqua.
Sentire che la veglia è anch’essa un sonno
che sogna d’esser desto e che la morte
che teme il nostro corpo è quella morte
di ogni notte, che chiamiamo sonno.
Decifrare nel giorno o l’anno un simbolo
dei giorni dell’uomo e dei suoi anni,
convertire l’oltraggio empio degli anni
in una musica, un rumore e un simbolo,
dire sonno la morte, nel tramonto
vedere un triste oro, è la poesia
eterna e povera. La poesia
che torna come l’aurora e il tramonto.
A volte appare nelle sere un volto
e ci guarda dal fondo d’uno specchio;
l’arte deve esser come quello specchio
che ci rivela il nostro stesso volto.
Narran che Ulisse, stanco di prodigi,
pianse d’amore nello scorgere Itaca
verde e umile. L’arte è anch’essa un’Itaca
di verde eternità, non di prodigi.
È anch’essa come il fiume interminabile
che passa e resta e riflette uno stesso
Eraclito incostante, che è lo stesso
ed un altro, come il fiume interminabile.
di Jorge Luis Borges
giovedì 26 dicembre 2019
l'inflessibile fato di lui
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| Natività di Andrej Rublev, galleria Tret'Jakov di Mosca |
Se in te semplicità non fosse, come
T’accadrebbe il miracolo
di questa notte lucente? Quel Dio,
vedi, che sopra i popoli tuonava
si fa mansueto e viene al mondo in te.
Più grande forse lo avevi pensato?
Se mediti grandezza: ogni misura umana
dritto attraversa ed annienta
l’inflessibile fato di lui. Simili
vie neppure le stelle
hanno. Son grandi, vedi, questi re;
e tesori, i più grandi agli occhi loro,
al tuo grembo dinanzi essi trascinano.
Tu meravigli forse a tanto dono:
ma fra le pieghe del tuo panno guarda,
come ogni cosa Egli sorpassi già.
Tutta l’ambra imbarcata dalle terre più remote,
i gioielli aurei, gli aromi
che penetrano i sensi conturbanti:
tutto questo non era che fuggevole
brevità: d’essi, poi, ci si ravvede;
ma è gioia – vedrai – ciò che Egli dà.
di Rainer Maria Rilke
E' alla Vergine Maria che la voce di questa poesia si rivolge, a lei che è il fulcro attorno al quale ogni rappresentazione artistica della Natività si è costruita nei secoli, lei termine fisso d'etterno consiglio .
Se non vi fosse stata nella sua natura semplcità, il miracolo di questa notte lucente mai avrebbe potuto essere: l'immensamente grande che si fa mansuetudine. Rilke coglie con grande lucidità la dismisura enorme tra le leggi remote che regolano gli interminati spazi delle stelle e la precarietà di quella notte a Betlemme.
Sempre Maria vediamo dominare al centro della stupenda icona di Rublev dedicata alla natività: non è rivolta verso il bambino, ma verso i Magi che giungono, è rivolta verso il mondo potremmo dire. Colei che ha generato il suo Creatore, rappresenta la nostra umanità, il suo grembo è nello stesso asse di simmetria della stella e quindi del bambino. Colpisce il fatto che non lo guardi, significa che anche lei è compenetrata dal Mistero che l'attende, assorta nella contemplazione di quanto di straordinario è avvenuto: “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2, 57).
Questo atteggiamento pensoso, meditativo di Maria lo ritroviamo anche nei versi di Rilke: fra le pieghe del tuo panno guarda/come ogni cosa Egli sorpassi già. Dentro di sé dovrà guardare per vedere al di là delle fugaci apparenze e svelare la fuggevole brevità degli ornamenti terreni.
In quello sguardo distolto dalla grotta oscura dove il bambino riposa nella mangiatoia, un evidente richiamo al sepolcro della deposizione, in quell'invito rivolto a Maria - fra le pieghe del tuo panno guarda - sta probabilmente il segreto della forza di suggestione che da secoli la figura della Vergine continua a suscitare in artisti, poeti e negli uomini a cui accade ciò che Rimbaud ("Natale sulla terra") dice :
Dallo stesso deserto,
nella stessa notte,
sempre i miei occhi stanchi si destano
alla stella d’argento,
sempre
sabato 21 dicembre 2019
Solstizio d'inverno
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| Utagawa Hirosige, Bel tempo dopo la neve |
Languore d’inverno:
nel mondo di un solo colore
il suono del vento.
di Matsuo Bashō
Salutiamo il solstizio d'inverno con un haiku di Matsuo Bashō. Un minimo orizzonte di parole, secondo la definizione di Roland Barthes, racchiude tutto ciò che vedete, un frammento del fluire della vita dell'Universo sospeso in una percezione irripetibile:
uno stato di estenuazione fisica ed interiore, ma al tempo stesso di composto rilassamento ... languore d'inverno.
La vista percorre lo spazio d'intorno, un mondo di un solo colore. Tutto è bianco per la neve caduta, immobile, la natura sembra trattenere le sue voci, sospendere il suo stesso respiro, ma ecco a risvegliare in noi la consapevolezza del trascorrere di ogni cosa, anche del gelido inverno, anche della notte che lentamente retrocede al giorno, ... il suono del vento.
Ci sono tempi 'invernali' che dobbiamo attraversare, ore in cui sembra che tutto è diventato di un solo colore e che tutto sia cristallizzato, spossessato da ogni vitalità. Orazio ha colto in modo molto efficace questa sensazione in una delle sue Odi più celebri:
Tu vedi come si levi, bianco per la neve profonda,
il Soratte, come non sostengano più il peso
i boschi affaticati e per il gelo
penetrante i ruscelli si siano fermati.
Ogni verbo in questi versi indica una stasi, una fissità addirittura innaturale per i boschi e i fiumi. Così si sente il poeta nella stagione della sua vita in cui la giovinezza è già un ricordo. L'inverno della vita non genera rimpianto, ma l'invito al suo amico a porre legna abbondante sul fuoco e a versare il vino migliore per scacciare freddo e paura. L'amicizia e il vivere dando valore al giorno (quem Fòrs dièrum cùmque dabìt lucro/adpòne) sono i rimedi dati all'uomo.
Bashō ci mostra una strada diversa, che conduce nel cuore stesso di quel mondo di un solo colore, lì tra il bianco della neve, tra i boschi che quasi non ne sostengono più il peso e dove l'acqua stessa pare fermarsi ... tendere lo spirito, affinare la percezione, ecco
... il suono del vento.
giovedì 12 dicembre 2019
Io vivo nella Possibilità
Io vivo nella Possibilità,
una casa più bella della Prosa,
di finestre più adorna,
e più superba nelle sue porte.
Ha stanze simili a cedri,
impenetrabili allo sguardo,
e per tetto la volta
perenne del cielo.
L’allietano visite dolcissime.
E la mia vita è questa:
allargare le mie piccole mani
per accogliervi il Paradiso
di Emily Dickinson (traduzione di Margherita Guidacci)
Forse è in questa lirica di Emily Dickinson che è possibile trovare la più convincente definizione di poesia... il luogo della possibilità. Una casa ricca di finestre e superba nelle sue porte, stanze che si innalzano come cedri del Libano verso la volta perenne del cielo.
Se c'è qualcosa che vale la pena fare abitando nella possibilità questo è mettersi in ascolto, ricevere ciò che è più grande e che discende dall'Alto...
allargare le mie piccole mani
per accogliervi il Paradiso
sabato 7 dicembre 2019
dove tutto piange per come va il mondo
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| Foto di Rachel Talibert |
CENTO VIRGILIANUS
E così, passando sotto la cupola del cielo immenso,
sospinti da tempeste e mari in burrasca, giungemmo,
chiedendoci su quale spiaggia del mondo
fossimo stati gettati. L'ululare dei cani
si udiva per tutto il crepuscolo
e sulle tombe il crepitare che fa
un fuoco di stoppie sferzato dal vento;
e poi, da cortili ghiacciati
i lamenti striduli delle donne si alzarono
contro le silenti stelle dorate.
All'inizio, non ci mancavano le città da cui eravamo partiti -
le case dipinte di rosa e di verde, i cigni che si cibano
tra le canne del fiume, gli scrosci di luce estiva
che scorrono sui pascoli.
Che importava se avevamo sperato di trovare Apollo qui,
finalmente in trono, che importava se un freddo attanagliante
ci gelava le ossa. Eravamo giunti in un luogo
dove tutto piange per come va il mondo.
di Mark Strand
Un "centone" è un componimento costruito con la giustapposizione di espressioni, versi o emistichi di un autore famoso, questo genere fu particolarmente coltivato nella classicità e nel Medioevo.
L'ispirazione di questa poesia, composta nel 1987, venne a Strand durante un periodo di inattività che lo aveva portato a dedicarsi al giornalismo e alla critica, fino a quando - è stato lui stesso a dichiararlo - fu ispirato da un seminario su Virgilio e dalla lettura della traduzione dell'Eneide di Robert Fitzgerald. Cento Virgilianus apparve poi nella raccolta The Continuous Life, pubblicata nel 1990.
A parlare in questa poesia è uno dei marinai di Enea, uno qualunque, nemmeno il nome sappiamo di lui, descrive il viaggio sotto la cupola del cielo immenso, una navigazione perigliosa, segnata da burrasche e tempeste che hanno gettato i Troiani, profughi per volere del Fato, su una terra ignota e straniera.
Sono le sensazioni uditive a colpirci: l'ululare dei cani, il crepitare del fuoco, i lamenti striduli delle donne. Mentre nel crepuscolo la vista coglie un paesaggio ostile: tombe su cui si accendono fuochi di stoppie e cortili ghiacciati. Non sembra un bel posto per costruirci una casa, del resto non è che l'hanno scelto, vi sono stati gettati. Eppure...
Eppure la felicità passata non è rimpianta, né le speranze deluse lasciano nello sconforto. Apollo non abita in questa terra desolata così come il caldo e la luce delle pianure della Troade sono solo un ricordo lontano, ma non motivo di lamento.
Sono le sensazioni uditive a colpirci: l'ululare dei cani, il crepitare del fuoco, i lamenti striduli delle donne. Mentre nel crepuscolo la vista coglie un paesaggio ostile: tombe su cui si accendono fuochi di stoppie e cortili ghiacciati. Non sembra un bel posto per costruirci una casa, del resto non è che l'hanno scelto, vi sono stati gettati. Eppure...
Eppure la felicità passata non è rimpianta, né le speranze deluse lasciano nello sconforto. Apollo non abita in questa terra desolata così come il caldo e la luce delle pianure della Troade sono solo un ricordo lontano, ma non motivo di lamento.
... Eravamo giunti in un luogo
dove tutto piange per come va il mondo.
Che importa tu dici, coraggioso compagno di Enea, che importa questo freddo che un fuoco di stoppia non riscalderà, che importa il trono vuoto di Apollo che non indicherà la rotta, almeno per il momento. E' qui, dove tutto piange per come va il mondo, il luogo dove vale la pena stare, qui dove il destino di ogni essere ferito da sventura e miseria è sottratto a oblio e indifferenza.
mercoledì 4 dicembre 2019
quella notte di dicembre
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| Una rara foto di Bobby Sands scattata nell'Agosto del 1976, pochi giorni prima del suo arresto |
UN PENSIERO NELLA NOTTE
Mentre dall'oscurità esterna la pioggia veniva giù pesante,
in lastre d'argento che precipitano
sulla superficie nera d' asfalto
scagliando fuori un milione di fate,
di figure da favola
che saltavano e si aggiravano in movimenti frenetici,
il vento urlava triste
e sfiorava i bagliori di un migliaio di luci che illuminano il [ cielo.
Quando il vento si mosse all'attacco,
chilometri di grigio filo spinato iniziarono ad ondeggiare
ed agitarsi in segno di protesta.
Un cancello non chiuso sbatté
e l'abbaiare spaventato di un cane da guardia
serrò il vento e lo portò dentro la notte.
Poi, come se il buon Dio avesse schioccato le dita,
cadde il silenzio.
Il vento era domato e le fate
si aggrappano al filo grigio
come una moltitudine di perle scintillanti.
La calma che seguì
e l'improvviso silenzio sospeso,
come soprannaturale, rimase,
finché non la turbò un gemito
dal cancello non chiuso
e le urla penetranti e taglienti
di viaggiatori notturni non visti
misti a urla di uccelli.
Le pozzanghere di pioggia argentata
luccicavano, mentre la notte,
passando, si assestava per ristabilirsi
dalla dura violenta prova.
E io guardavo una stella lontana
per sognare
nella tranquillità rinata.
Intanto volava
la fredda umidità
di quella notte di dicembre.
Prigione di Long Kesh, Irlanda del Nord
di Bobby Sands
Bobby Sands era un volontario del Provisional Irish Republican Army, fu arrestato nel 1977 e condotto nei famigerati H blocks nella prigione di Long Kesh. All'interno della struttura i detenuti repubblicani vengono sottoposti a un regime durissimo: soprusi, fame, freddo, torture, umiliazioni. Bobby Sands scrive articoli e testi di nascosto su cartine per sigarette o su pezzi di carta igienica, i suoi scritti sono fatti uscire dal carcere con numerosi stratagemmi e pubblicati dal giornale repubblicano An Phoblacht-Republican News. Organizza e guida varie proteste contro il sistema carcerario inglese, rivendicando sopratutto lo status di prigioniero politico, ma le richieste dei militanti repubblicani vengono di fatto respinte, perciò i prigionieri indicono un nuovo sciopero della fame. Bobby Sands inizia a rifiutare il cibo il 1 marzo del 1981 e morirà in carcere nelle prime ore del 5 maggio dello stesso anno, all'inizio del suo sessanteseiesimo giorno di sciopero della fame.
Il testo che propongo qui, in ricordo di quella notte di dicembre non è scritto in forma di poesia, ma ha un suo ritmo speciale intrinsecamente poetico così come di poesia hanno il sapore le parole e le immagini usate da Bobby Sands.
domenica 1 dicembre 2019
come una parola che matura ancora nel silenzio
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| Rainer Maria Rilke ritratto da Leonid Pasternak |
Esordio
Chiunque tu sia: esci la sera
dalla tua stanza ove sai ogni cosa;
ultima prima della lontananza è la tua casa:
chiunque tu sia.
Con i tuoi occhi stanchi che a fatica
si staccano dalla soglia consunta,
sollevi lentamente un albero nero
e lo metti davanti al cielo: snello, solo.
E hai fatto il mondo. E il mondo è grande
e come una parola che matura ancora nel silenzio.
E appena la tua volontà ne intende il senso,
dolcemente lo lasciano i tuoi occhi
R.M. Rilke, da Il libro delle immagini
Chiunque tu sia ... esci dalla tua stanza. Cosa è questa stanza se non quel luogo dove pensiamo di conoscere ogni cosa ? Gli oggetti ci sono consueti, persino lo scorrere del tempo segue un percorso familiare, riconoscibile. Abbiamo preso le misure al mondo: ciò che ci circonda parla secondo una grammatica rassicurante. Non fa differenza chi siamo, in questa stanza è così che si vive.
Una soglia consunta separa la casa da un altro spazio, lo spazio della lontananza. La soglia è consunta, ma sembra che uscirne fuori non sia cosa frequente, né agevole, altrimenti gli occhi stanchi non si staccherebbero da essa a fatica. Non è quindi dall'uso continuato che la soglia è consunta. Piuttosto sembrerebbe che chi vi abita abbia spesso indugiato su di essa, soffermandosi incerto su quel confine senza superalo. La stasi paralizzante non l'attraversamento, il soffermarsi invece dell'uscire fuori.
Frutto del luogo in cui conosciamo il nome di tutte le cose e della casa che si trova ultima sul confine con la lontananza, è la stanchezza: gli occhi sono stanchi di guardare senza trovare il sentiero che conduce oltre. Le parole anche risuonano stanche lì dove sappiamo ogni cosa, perché vengono scovate dentro di sé, radunate da un io che rovista con lo sguardo rivolto a profondità ctonie.
Come ha notato Amelia Valtolina (che insegna Letteratura Tedesca all’Università degli Studi di Bergamo ed è un'esperta di letteratura e poesia tedesca del Novecento) in questa poesia è rintracciabile un “rinnovato sguardo sulle cose”: «Nel rischio di una visione liberata dall’intralcio dell’io (“Chiunque tu sia”) sorge una parola orfica: l’albero – lo stesso che si eleverà nel primo dei Sonetti a Orfeo».
Un albero si leva – o puro sovrastare!
Come canta Orfeo! – e il grande albero è in ascolto!
E tutto fu silenzio. Ma proprio in quel tacere
avvenne un nuovo inizio, cenno, mutamento.
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| Orfeo che suona la lira, di Henri Martin |
Solo là, nella lontananza, tra le orme dei passi difficili mossi oltre la soglia consunta è possibile il gesto di Orfeo:
sollevi lentamente un albero nero
e lo metti davanti al cielo ...
La parola pronunciata dal poeta è creatrice di un mondo grande, il quale ascolta raccolto in un silenzio assoluto e proprio in quel tacere, finalmente ... ecco un nuovo inizio.
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