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venerdì 30 agosto 2019

Il sorriso di lei



Leonardo da Vinci, Sant'Anna con la Vergine, il Bambino e l'agnello


                                                                                                                 
 Il sorriso di lei non era diverso dagli altri

Stessa forma, fossette ai lati

Eppure ti faceva stare male,

come quando un uccello 

si alza in volo, vuole cantare,

poi ricorda il proiettile che l'ha ferito

Allora si aggrappa a un ramo sottile,

convulso e la musica intanto si schianta

come perle  finite in un pantano.                                                                                                 



                                                               di E. Dickinson

mercoledì 28 agosto 2019

Cieco ero, nulla più...

                         
                                                             di Iosif Brodskij

Io ero solamente  ciò
che tu toccavi, quello
su cui - notte fonda, corvina -
la fronte reclinavi tu.

Io ero solamente ciò
che tu là in basso distinguevi:
sembiante vago, prima, e poi
molto più tardi, tratti.

Sei tu, ardente,  che
sussurrando hai creato
la conchiglia dell'udito
a destra, a a manca, là, qui.

Tu che nell'umida cavità,
tirando quella tenda, 
hai messo voce, perché 
potesse te chiamare.

Cieco ero, nulla più.
Tu, sorgendo, celandoti,
hai dato a me la facoltà
 di vedere. Si lasciano scie

così, e si creano così
mondi. Spesso, creati,
si lasciano ruotare così,
elargendo regali.

E, gettata così
in caldo, in freddo, in ombra, in luce,
persa nell'universo,
ruota la sfera e va.

1980

      Chi siamo? Lo abbiamo forse chiesto al filosofo, allo scienziato, al teologo, poche volte al poeta. Josif Brodskij prova a dircelo con i suoi versi: saremmo privi di consistenza, di solidità e volume, come meduse senza scheletro. Nessuna capacità di udire o di  parlare, ciechi incapaci di distinguere le cose intorno a noi... Così saremmo, nulla più, se non ci costituisse come persone in carne e ossa lo sguardo di chi ci ama e che noi amiamo. Il gesto delicato del viso che su di noi reclina, il sussurro, il sorgere e e il celarsi. Solo da tale incontro, che innanzitutto è dono gratuito, nascono mondi, universi che trovano la propria ragione d'essere nell'elargire regali, a nient'altro sono destinati.

Chi è Josif Brodskij?
                                                 
Il giorno 4 di giugno del 1972 abbandonava la Russia, con una piccola edizione delle poesie di John Donne in tasca e quasi nient’altro. La prima persona che Brodskij cercò in Occidente fu W.H. Auden. Su un prato del villaggio austriaco di Kirchstetten, il delfino dell’Achmatova e l’anziano poeta inglese, troppo chiaro per essere capito dai suoi contemporanei, si intesero in una communicatio idiomatum che non si sarebbe più interrotta, come testimonia la mirabile orazione funebre pronunciata da Brodskij nel decennale della morte del poeta: scritta in inglese, «per compiacere un’ombra». Da quel giorno Iosif Brodskij è diventato anche Joseph Brodsky, residente a New York ma di ascendenza tutta pietroburghese, se non vi è luogo come Pietroburgo «dove i pensieri si distacchino altrettanto volentieri dalla realtà». Così, «è con l’emersione di San Pietroburgo che la letteratura russa è entrata nell’esistenza». Molti dei tratti stilistici peculiari di Brodskij sembrano derivati, per osmosi, dalla città: la disciplina dei colonnati illusionistici, la luce pallida e diffusa, «dove occhio e memoria operano con inusuale acuità», l’onnipresenza dell’acqua, questa «forma addensata del Tempo», il soffio di vento saturo di alghe. In questo microclima alessandrino, dove l’Europa venne a riflettersi in uno specchio gigantesco, si è compiuta una prodigiosa eruzione di letteratura moderna, da Puškin a Mandel’štam, nel segno di un classicismo allucinatorio. E oggi quel luogo, che è un linguaggio, continua a vivere proprio in Brodskij, nelle schegge delle sue immagini, nei suoi metri sapienti, magari celati da una temeraria sprezzatura. In questo volume sono state raccolte, in accordo con l’autore, poesie degli anni 1972-1985, anni di un esilio che preesisteva alla partenza e al tempo stesso non sarà mai, perché Brodskij ha la sua patria nella lingua russa. Così ci accorgiamo di leggere i suoi versi, dopo Mandel’štam, la Cvetaeva, l’Achmatova, come parte di un’unica storia (dal risvolto del volume Poesie, Adelphi 1986).

Arrestato nel novembre del 1963, Iosif Brodskij, il poeta, fu processato il 18 febbraio 1964. Naturalmente, l’esito del processo era dato per ovvio: “Al processo non poterono assistere tutti coloro che lo avrebbero desiderato in quanto i posti furono occupati da lavoratori convocati dalle autorità per ingiuriare l’imputato nel corso delle udienze” (Marco Clementi, Storia del dissenso sovietico, Odradek Edizioni 2007, p.46). Il processo divenne emblematico: nonostante le promesse di apertura, l’Urss stritolava i dissidenti, mandava al confino i poeti. La trascrizione del dialogo tra il giudice e l’imputato, il poeta – il poeta per sua natura è sempre l’imputato, colui che è messo all’indice – ci è giunta, clandestinamente, grazie a Frida Vigdorova. Eccone alcuni passaggi.

Giudice: Qual è la sua specializzazione?
Brodskij: Sono poeta. Poeta e traduttore.
G: E chi l’ha riconosciuta come poeta? Chi ha inserito il suo nome tra quello dei poeti?
B: Nessuno. E chi ha inserito il mio nome tra quello degli uomini?
G: Avete studiato per questo?
B: Per cosa?
G: Per diventare poeta. Non avete frequentato un istituto dove preparano… dove insegnano…
B: Non credo che questo si possa ottenere con un’istruzione.
G: Ma con cosa, allora?
B: Io credo che… venga da Dio

Nel maggio 1972 Brodskij fu chiamato dall'ОVIR, il dipartimento per i visti e gli stranieri dell'Unione Sovietica. Lì viene posto davanti alla scelta: emigrazione immediata oppure prepararsi a subire quotidiani interrogatori, carcerazioni e reclusioni in ospedali psichiatrici. Intanto nel 1964 gli era già capitato due volte di essere ricoverato negli ospedali psichiatrici e questo era stato per Brodskij, stando ai suoi stessi scritti, molto peggio dell'esilio o del carcere. Brodskij non esita, a questo punto, a lasciare l'Unione Sovietica.


Un ottimo articolo, caldamente consigliato, su Iosif Brodskij  e la sua resistenza contro il Male lo trovate qui http://www.pangea.news/iosif-brodskij-poesie-carcere/.

domenica 25 agosto 2019

NEL CREPUSCOLO

                                                                         di William Butler Yeats

Fotografia di George Karbus


Logoro cuore in un tempo che si consuma
Lìberati dalla rete del torto e della ragione;
E ridi ancora, cuore, nel crepuscolo grigio,
Sospira ancora, cuore, nella rugiada del mattino

Tua madre Irlanda è giovane sempre,
La rugiada sempre riscintillante e il crepuscolo grigio;
Sebbene ti abbandoni la speranza e l'amore perisca,
Bruciando nei fuochi di una lingua calunniatrice.

Vieni, cuore, dove i colli si addossano ai colli:
perché laggiù la fratellanza mistica
Di sole e luna e bosco e valle
E fiume e rivo compie la sua legge;

E Dio suona il suo corno solitario,
E il tempo e il mondo sono sempre in fuga;
E l'amore è meno gentile del crepuscolo grigio,
E la speranza è meno cara della rugiada del mattino.


                               
                                                                                    traduzione di Giuseppe Sardelli

sabato 17 agosto 2019

Sorpreso dalla gioia



Sorpreso dalla gioia


Foto di Steve Harrington


Sorpreso dalla gioia - impaziente come il vento

mi voltai per condividere il mio rapimento - Oh con chi

ma con te, sepolta profondamente nella silente tomba

quel posto che nessuna vicissitudine può trovare?

Amore, fedele amore, ti richiamo alla mente -

ma come potrei dimenticarti?  - Attraverso quale potere,

anche per la parte più breve di un'ora,

sono stato così ingannato da essere cieco

alla mia perdita più atroce! - Il ritorno di quel pensiero

fu la peggiore fitta che il dolore mi inflisse mai,

salvarne uno, uno soltanto, quando mi trovavo desolato

sapendo che il più grande tesoro del mio cuore non c'era più

che né il tempo presente, né gli anni a venire

potranno restituire alla mia vista quel viso celeste

                                                                                                                William Wordsworth


Mi sono imbattuto in questo sonetto di Wordsworth grazie a C. S. Lewis che scelse di intitolare la sua 'autobiografia spirituale'  proprio con il verso Surprised by joy. 
Il poeta romantico ricorda il momento in cui è afferrato da una gioia improvvisa, subito dopo vorrebbe condividere questa sensazione, impaziente come il vento, ma il ricordo della morte della figlia rapido lo afferra e lo tiene stretto nelle sue mani, rinnovando sgomento e dolore e la consapevolezza che il tempo non potrà mai lenire una sofferenza tanto grande.

Wordsworth appare stupito dalla sensazione di una  gioia che non sa da dove provenga, tanto più che un'angoscia feroce gli opprime l'animo, la silente tomba, dove giace sua figlia, un luogo che nessuna vicissitudine può raggiungere. La condizione interiore del poeta, dominata da afflizione e lutto, per quanto sia il frutto di un'esperienza soggettiva, è in fondo paradigma di quella umana, poiché tutti siamo sottoposti allo stesso destino di dolente finitezza. È quello che Giacomo Leopardi ci fa sentire nei versi de L'ultimo canto di Saffo: Arcano è tutto/fuor che il nostro dolor. Negletta prole/ nascemmo al pianto... le parole che pronuncia la poetessa di Lesbo prima di morire.

Eppure la gioia ci sorprende, come un nemico in un'imboscata, pur trovandoci nella sventura, lì dove il pensiero non potrebbe dare ragione di alcuna speranza. Il poeta inglese è consapevole che la ferita che gli morde il cuore non la guarirà il tempo, eppure la gioia, inspiegabilmente, lo ha trovato, quando non era più attesa. L'inizio della poesia possiede il vigore di un fumo d'incenso che sale verso il cielo: la gioia che sorprende è associata all'impazienza di condividerla, come in un riflesso automatico, indipendente dalla volontà. Non è una cosa che possiamo trattenere o chiudere in un recinto questa gioia, perché non è nostra davvero se non la condividiamo.

C'è un punto all'esordio della poesia su cui mi sembra opportuno soffermare l'attenzione ed è quando la voce del poeta dice mi voltai.  Perché dice così? E perché merita che ci soffermiamo su questa immagine? Questo voltarsi è spostare lo sguardo dalla fonte della gioia verso qualcuno che sia un testimone della improvvisa felicità che ci ha trovato. È troppo diversa tale gioia da ciò che abbiamo sperimentato per essere vera, non assomiglia a nulla di quello che conosciamo, c'è bisogno di qualcuno che ce lo confermi. Nella poesia di Wordsworth tuttavia quel qualcuno è perduto, è in un luogo inaccessibile, lontano da ogni vicissitudine ma anche irraggiungibile da ogni richiamo. Ci si volta verso ciò che si ama, come Orfeo verso la sua sposa Euridice o verso qualcosa che mai penseremmo di poter perdere come Dante verso il suo maestro Virgilio nell'imminenza dell'incontro con Beatrice, sulla cima del Purgatorio. Wordsworth si volta indietro verso colei che ha amato di più e che la morte gli ha portato via. La gioia che lo ha toccato, come una scossa di luce, ha per un attimo lenito la piaga che non può guarire.

Quanto è umano e delicato questo voltarsiquanta poesia nasconde sotto la sua ombra.

Quando dunque il poeta inglese scrive mi voltai non distoglie lo sguardo da una presenza numinosa, la cui luce sfolgorante la vista umana non può sostenere, ma cerca un testimone di ciò che Milton,  sforzandosi di rappresentare l'Eden, chiama l'enorme beatitudine (dove enorme  deve essere inteso nel suo antico e pieno significato di "fuori dalla norma").

delucidare il significato profondo della gioia di cui parla il sonetto è  ancora C.S. Lewis. Nel primo capitolo della sua autobiografia (pp.17-19) egli descrive tre diversi momenti della sua infanzia in cui aveva sperimentato tale sensazione e collega il sentimento della gioia ad un desiderio intenso e indefinibile, che rapidamente dispare lasciando nell'animo insieme a turbamento e stupore la brama di riaccedervi e il senso di una vicenda incommensurabile. La gioia, nella prospettiva di Lewis ha poi nella sua natura il fatto che non è troppo diversa da una particolare forma di infelicità, da un dolore "di genere particolare", di un genere desiderabile, qualcosa di simile a ciò che in tedesco è chiamato sehnsucht. Se seguiamo ciò che scrive Lewis, al quale morì la madre quando aveva sette anni, negli stessi tempi in cui aveva vissuto quella prima trafittura della goia, tale esperienza si distingue da ogni altro piacere, in quanto si manifesta come una  fitta, uno spasmo, un'inconsolabile nostalgia. L'essere che la prova può perdersi - come a lui capitò - anche in un deserto esistenziale di ghiaccio millenario, non importa: all'istante si ritroverà "in un'unica, intollerabile sensazione di desiderio e di perdita", che d'un tratto diventa tutt'uno con la dissoluzione dell'emozione stessa. Infine questa particolare tipologia di gioia "non è mai in nostro potere": ci imbattiamo in essa, da lei siamo sorpresi, ma non potremmo mai possederla né anticipare la sua venuta, giunge come un ladro nella notte, quando meno ce lo aspettiamo.

In che relazione si trovano allora, nella poesia di Wordsworth, la gioia che sorprende e la desolata consapevolezza del dolore per cui pare non esserci rimedio? E non sembra forse che l'autore del sonetto consideri il rapimento della gioia come un inganno, come un'improvvisa perdita della vista?
In tal caso, il vedere, la consapevolezza, la realtà sarebbero solo nel distacco pieno di afflizione dal suo più grande tesoro. La gioia che sorprende, in questo senso, se non coincide con l'oscuramento della verità o con il suo impossibile oblio, nel suo dileguarsi è in relazione evidente con il ritorno del pensiero, che riporta il poeta alla condizione di desolazione in cui gli è impossibile persino salvare un solo pensiero: tutto torna - in un istante - sotto il dominio della necessità. Forse non è oscuramento né oblio, ma non dovremmo allora pensare alla gioia come una sospensione, provvisoria e infine più dolorosa, della consapevolezza?

Spesso è così e forse poté essere questa l'esperienza di Wordsworth la cui poesia si chiude con una commovente ammissione di un vuoto incolmabile. Tuttavia un'altra strada ci viene indicata dal momento in cui comprendiamo che la natura propria di questa particolare gioia, diversa da tutte le altre, non sta in ciò che essa è, ma in ciò che essa addita: "una nuda alterità, ignota, indefinita, desiderata" secondo quanto scrive Lewis. Lungi da essere un obnubilamento della coscienza, la gioia che sorprende si rivela piuttosto la sua espressione più limpida e lucida.

Et unde hoc mihi ? 

"A che debbo che la madre del Signore venga presso di me ?". Con queste parole, lo racconta l'evangelista Luca, Elisabetta saluta sua cugina Maria, che porta in grembo il figlio della promessa : sono parole che sgorgano impetuose suggerite dallo Spirito che la riempie. Da dove, perché giunge tutto questo a me ? sembra dire Elisabetta, lei la donna anziana e sterile che già aveva assaporato l'inattesa, impensabile, inesprimibile gioia di aspettare un figlio.

La gioia ci viene incontro, è lei a trovarci là dove non ci aspetteremmo di vederla. Tutte le trafitture della gioia non sono infine che tracce che immettono nei territori dello stupore.






domenica 11 agosto 2019

Un'inattesa felicità



  Felicità

                 di Raymond Carver


Talmente presto che fuori è ancora quasi buio.
Sto alla finestra con il caffè
E le solite cose della mattina presto
Che passano per pensieri.
A un tratto vedo il ragazzo e il suo amico
Venire su per la strada
Per consegnare il giornale.
Portano il berretto e il maglione
E uno la borsa a tracolla.
Sono così felici
Che non dicono niente, questi ragazzi.
Mi sa che se potessero, si prenderebbero sottobraccio.
Il mattino è appena sorto
E stanno facendo questa cosa insieme.
Avanzano lentamente.
Il mattino si fa più luminoso,
anche se la luna pende ancora pallida sul mare.
Una tale bellezza che per un attimo
La morte e l’ambizione, perfino l’amore
Non riescono a intaccarla.
Felicità. Arriva
Inaspettata. E va al di là, davvero,
di qualsiasi chiacchiera mattutina sull’argomento.

La poesia di Carver non ha tra i suoi punti di forza la musicalità. Il ritmo, piuttosto, appare piano, appena modulato qui e là da un'accelerazione o da una pausa che di raro assumono l'intensità di un canto. Felicità non fa eccezione a questa tendenza generale: le immagini appaiono nitide, illuminate dalla luce del mattino appena sorto; lo sguardo si sofferma su oggetti consueti, una strada in salita, due ragazzi che la percorrono lentamente, un berretto, un maglione, una cartella, la luna che pende ancora pallida sul mare.
Due giovani amici felici, che se potessero camminerebbero abbracciati, non c'è niente che valga la pena dire, essere insieme basta. Qualcosa di miracoloso accade nella poesia di Carver: felicità e bellezza si rivelano al di là dei pensieri della mattina presto, al di là delle parole astratte con cui cerchiamo di dare senso alle cose, la morte, l'ambizione, perfino l’amore. Ogni tentativo di fermare la vita in una definizione convincente, ogni sforzo di conteggio e bilancio della nostra allegria di naufragi si rivela inutile, una vana chiacchiera, perché la felicità giunge così, da una strada in salita, portata sulle spalle da due ragazzi sconosciuti, arriva inaspettata...

Una inattesa felicità.

Cosa intende Carver con questa espressione? Da dove scaturisce la fonte della gioia improvvisa di cui è testimone?

Inatteso è un aggettivo che possiamo usare in senso positivo, come quando ci riferiamo a "un inatteso colpo di fortuna" o per connotare, al contrario, una situazione spiacevole come "un inatteso voltafaccia". Anche rimanendo alla sua valenza positiva il termine assume sfumature significative: una vittoria inattesa di una squadra contro un'altra da tutti ritenuta imbattibile è cosa diversa rispetto alla vincita inattesa alla lotteria nazionale. Sebbene in tutti e due i casi l'aggettivo inatteso valga come imprevedibile, nel primo esempio la vittoria è frutto - anche - di un impegno agonistico straordinario, di un'ambizione determinata, nel secondo non vi è implicata, invece alcuna virtù, alcun merito.

Vi è poi una terza Valenza nell'uso del termine inatteso; mentre nei casi precedenti è in evidenza, pure se in forme diverse, l'agire umano che produce risultati imprevedibili, lo stesso termine circoscrive a volte un esperienza esistenziale del tutto differente.  Tale esperienza è simile, per continuare con esempi tratti dalla vita quotidiana, a quella di chi riceva una cospicua eredità da un lontano parente sconosciuto o a quella di una madre alla quale dopo molti anni recapitino una lettera di un figlio dato per morto.
In casi di questo genere ciò che non è aspettato, non è nemmeno immaginabile e la sua apparizione è in definitiva una rivelazione che ha i tratti della assoluta sorpresa, dello stupore illuminante.  È proprio secondo questa prospettiva  che Dante Alighieri descrive nelle pagine della Vita Nuova la prima volta in cui vede Beatrice.

La felicità inattesa è l'incontro con l'assolutamente altro e la poesia che ne deriva ci raggiunge, per usare un'espressione di Cristina Campo, come una professione di incredulità nell' onnipotenza del visibile.

venerdì 9 agosto 2019

In ogni ora




In ogni ora,
in ogni parola
continua sanguina
la ferita della creazione,

mutando la terra
e stillando il miele
al cuore del divenire
e in sé ritorna.

Diede ali a tutto
ciò che Dio creò,
agli Sciti le staffe,
all’unno lo zoccolo —

solo non far domande
e non voler capire;
è chi non si ferma
che regge il cielo,

solo quest’ora,
la sua luce di saga,
e poi la ferita,
di più non c’è.

I campi sbiancano,
il pastore chiama,
e questo è il segno:
bevi, dissetati,

lo sguardo nell’azzurro,
una vista lontana:
questa è la fedeltà,
di più non c’è,

fedeltà ai regni
che sono tutto,
fedeltà al segno
anche se passa,

uno scambio, una danza,
una luce di saga,
un silenzio che inebria,
di più non c’è.

                                                                      Gottfried Benn

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

mercoledì 7 agosto 2019





QUEI DUE ABBRACCIATI
di Izet Sarajlic
 
Quei due abbracciati sulla riva del Reno a Gottlieben
potevamo essere anche tu ed io,
ma noi due non passeggeremo mai più
su nessuna riva abbracciati.

Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia



Ci sono persone che la vita ci porta via, un amico ce lo strappa un brutto male, una parola tinta di menzogna conduce via un amore. A volte prendiamo strade diverse, che si allontanano senza mai fermarsi.

Nella poesia di oggi un uomo osserva una coppia che passeggia lungo le rive del Reno, l'abbraccio di quei due amanti fa presente una possibilità: potevamo essere noi, quella felicità poteva essere come la nostra, dice il poeta rivolgendosi alla sua amata.
Il verso successivo chiarisce ciò che l'uso del tempo imperfetto aveva preparato con pudore:
ma noi due non passeggeremo mai più... non c'è nessuno accanto al poeta, ma qualcuno può ancora ascoltare la sua voce, che ha un tono affettuoso, composto e delicato, che trova nella poesia il luogo di un umano miracolo.

Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia

Izet Sarajlic è nato a Doboj, Bosnia settentrionale, nel 1930. Si è trasferito a Sarajevo a quindici anni e lì ha vissuto fino alla morte, nel 2002. Poeta popolarissimo nella ex Jugoslavia, le sue opere complete sono stampate in tre volumi dall'editore Rabic. In italiano sono stati pubblicati quattro libri di poesie: Il libro degli addii (Magma 1996), 30 febbraio (San Marco dei Giustiniani 1999), Qualcuno ha suonato (Multimedia 2001), Un'altra volta saprei (Multimedia 2004); e il carteggio con Erri De Luca, Lettere fraterne (Libreria Dante & Descartes 2007).
Nel 2012 Einaudi ha pubblicato Chi ha fatto il turno di notte, con prefazione di Erri De Luca.


domenica 4 agosto 2019

Del più bello dei viaggi


Tornando a casa...



Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento,
e messi in un vasel ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio,

sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ’l disio.

E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch’è sul numer de le trenta
con noi ponesse il buono incantatore:

e quivi ragionar sempre d’amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
sì come i’ credo che saremmo noi.

Dante si rivolge a Guido Cavalcanti, il suo primo amico (così lo definisce nella Vita Nuova), per condividere con lui un desiderio:  insieme all'amico Lapo, essere presi per incantamento e messi in un vascello che navighi per ogni mare, guidato solo dalla loro volontà. Nessuna tempesta o tempo cattivo in questo viaggio, anzi avrebbero vissuto secondo un unico comune sentimento del piacere, sentendo crescere in loro 'l disio di essere insieme.
Con Dante, Guido e Lapo, la magia del buono incantatore avrebbe posto le tre donne amate dagli amici e ragionando sempre d'amore (espressione densissima di significati, per i quali il rimando più immediato è forse la canzone Donne ch'avete intelletto d'amore), con queste avrebbero trovato nuovi significati alla felicità.

Il sonetto di Dante Alighieri, uno dei più noti della sua produzione giovanile, ha il suo nucleo espressivo più forte in un'esigenza comune anche ai nostri giorni, quella di ricreare una speciale corte di spiriti uniti da affinità elettive, con i quali ritrovarsi nell'aspirazione a viaggiare evitando tempeste e nubi oscure e cariche di pioggia. Tale forma di amicizia, rara e preziosa, è resistente e fragile al tempo stesso, necessita di cure e ha un suo proprio stile che la distingue tra tutte le altre. Navigare - ma qui il senso del verbo si carica di ovvie valenze metaforiche - con amici di tal genere è un'esperienza straordinaria, senza la quale la vita rischia di diventare un ammucchiare i giorni, uno sull'altro.

Nell'atmosfera di questa poesia, rarefatta e sognante, intessuta di simboli e richiami a temi fiabeschi tipici  della letteratura cortese e cavalleresca, è possibile che il lettore moderno intraveda uno scarto con il nostro presente, segnato dall'eclissi dell'idea stessa di amicizia spirituale. E poi non si tratta in fondo di un sogno ? di un viaggio vissuto nell'immaginazione più che nella realtà?

Forse è bene riflettere sulla contrapposizione tra immaginazione e realtà. Secondo Carl Gustav Jung, ad esempio, nella attività dell'artista e nella vita psichica (ma il discorso in realtà va allargato a fenomeni di più ampia rilevanza) "ciò che dobbiamo al gioco dell'immaginazione è incalcolabile" e sarebbe segno di miopia trattare con disprezzo le fantasie a causa "del loro carattere singolare o inammissibile". In effetti anche secondo James Hillmann il legame tra le forme di interpretazione e conoscenza della realtà e l'attività immaginativa  e simbolica è molto forte tanto che arriva a scrivere che la coscienza dipende dall’immaginazione.

Tramite il sonetto di Dante dunque non solo viviamo una risolutiva esperienza estetica (chi volesse ascoltare il sonetto letto da Aroldo Foà può farlo qui: https://www.youtube.com/watch?v=2AcBJ7Ol3zI), ma sperimentiamo una diversa via di conoscenza del mondo e di noi stessi.

E' vero: quanto più il mondo moderno si allontana, o crede di allontanarsi, da questa forma di  sympatheia tanto più si diffonde il tipo umano del cinico e del beffardo. Non certo uno che Dante, Guido e Lapo, o le loro donne, avrebbero gradito sul loro vascello. In questo senso è possibile che rispetto alla forza evocativa del sonetto qualcuno sia preso da un sentimento di estraneità assoluta o peggio di  disillusione. La poesia di Dante, tuttavia, non è una bilancia sulla quale pesare ciò che ci manca, essa è piuttosto il sestante indispensabile a tracciare la rotta futura.

Il più bello dei viaggi è quello che abbiamo fatto con i nostri amici più cari e fidati oppure quello che stiamo per fare, anche solo con la forza dell'immaginazione, insieme ad un equipaggio che via via si va formando.

Forse non ci vorrà così tanto...

giovedì 1 agosto 2019

Con cuori leggeri e pensieri dalla forma di nuvole


Molti sono i modi in cui possiamo viaggiare, un ragazzo segna su una carta la destinazione del suo prossimo viaggio: Sidi bel abbes, Macao o Samarcanda. Lo spazio appare smisurato visto alla luce di una lampada.
Il ricordo, invece, ridimensiona le distanze, avvicina i confini, riporta l'ignoto al misurabile.
Alcuni viaggiano per fuggire. Altri con il cuore gonfio di rancore, altri infine sperano che il sole che li abbronza cancelli la traccia dei baci di un'amante crudele.

Poi ci sono i veri viaggiatori, quelli che partono per partire ... Cuori leggeri, quelli che mai pensano di sfuggire al proprio destino.
Tra questi c'è anche chi affronta quel tipo speciale di viaggio che alle donne tocca di fare quando sono sul punto di diventare madri. E c'è il monaco che veglia tutta la notte fino all'alba del giorno in cui sarà consacrato e c'è l'esule che per la prima volta si lascia alle spalle il confine della sua terra. A volte il viaggio è attraversare una soglia, oltre la quale nulla sarà come prima, per sempre...
Tutti i veri viaggiatori partono sempre con un desiderio nell'animo.

 Che tale desiderio possa essere come quei desideri di cui parla Baudelaire...

desideri che hanno forma di nuvole.

Per il ragazzo, amante delle mappe e delle stampe,
l’universo è pari al suo smisurato appetito.
Com’è grande il mondo al lume delle lampade!
Com’è piccolo il mondo agli occhi del ricordo!

Un mattino partiamo, il cervello in fiamme,
il cuore gonfio di rancori e desideri amari,
e andiamo, al ritmo delle onde, cullando
il nostro infinito sull’infinito dei mari:

c’è chi è lieto di fuggire una patria infame;
altri, l’orrore dei propri natali, e alcuni,
astrologi annegati negli occhi d’una donna,
la Circe tirannica dai subdoli profumi.

Per non esser mutati in bestie, s’inebriano
di spazio e luce e di cieli ardenti come braci;
il gelo che li morde, i soli che li abbronzano,
cancellano lentamente la traccia dei baci.

Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, s’allontanano come palloni,
al loro destino mai cercano di sfuggire,
e, senza sapere perché sempre dicono: Andiamo!

I loro desideri hanno la forma delle nuvole,
e, come un coscritto sogna il cannone,
sognano voluttà vaste, ignote, mutevoli
di cui lo spirito umano non conosce il nome!


da "Le voyage" di C. Baudelaire



mercoledì 31 luglio 2019

In viaggio con Pessoa


La gioia è dell'attimo

Fernando Pessoa

Se io, ancor che nessuno,
potessi avere sul volto
quel lampo fugace
che quegli alberi hanno,
avrei quella gioia
delle cose al di fuori,
perché la gioia è dell’attimo;
dispare col sole che gela.
Qualunque cosa m’avrebbe meglio
giovato della vita che vivo –
vivere questa vita di estraneo
che da lui, dal sole, mi era venuta!
Viaggiare! Perdere paesi!
Essere altro costantemente,
non avere radici, per l’anima,
da vivere soltanto di vedere!
Neanche a me appartenere!
Andare avanti, andare dietro
l’assenza di avere un fine,
e l’ansia di conseguirlo!
Viaggiare così è viaggio.
Ma lo faccio e non ho di mio
più del sogno del passaggio.
Il resto è solo terra e cielo.

                          di Fernando Pessoa

lunedì 29 luglio 2019

Haiku n.5

Chi è un viaggiatore?



Brughiera:

dirigo il mio cavallo

dove cantano gli uccelli.


                                          di Matsuo Bashō

Cosa fa di un uomo o di una donna un viaggiatore? Non uno che si limita a traslocare il proprio corpo in un altro luogo, anche lontano, ma quel particolare tipo della specie umana che chiamiamo viaggiatore?
Innanzitutto saper leggere una mappa, che sia una carta stradale, la mappa di intricati vicoli della città vecchia, o la carta di un sentiero, senza questa speciale qualità siamo destinati al novero dei "traslocatori". Il viaggiatore infatti non deve dimenticare di essere innanzitutto un esploratore.

Bashō, che percorse per anni strade e contrade del Giappone, ci indica in questo suo componimento un altro requisito irrinunciabile. Per quanto si possano programmare bene le tappe, le spese, i luoghi da visitare, il vero viaggiatore è dotato di un istinto che lo porta ad esplorare o ad abbandonarsi al vagabondare verso qualcosa che da qualche parte richiama. Nella poesia Bashō spinge il cavallo verso il canto degli uccelli, probabilmente allontanandosi dalla sua meta, spinto da un'urgenza che non ha nome.
Un improvviso riverbero della luce o un suono inatteso ed ecco che prendiamo una strada sconosciuta, poco battuta, a tratti impervia ... 
l'inatteso diviene meraviglia.

sabato 27 luglio 2019

Dall'isola di Rodi

Dove comincia un viaggio?


Quando sulla mappa la matita fa un cerchio attorno ad un nome e una voce esclama: "qui!" o quando si chiude la porta di casa e il primo passo è mosso lungo una strada che nessuno può sapere dove porterà?
A volte il viaggio comincia con un rammemorare...

Il mio viaggio è cominciato con Pindaro.

Pindaro VII Olimpica

Per Diagoras di Rodi, pugile


Come chi da mano generosa un calice
ribollente di rugiada di vite
in dono porga
al giovane sposo - e l’alzava brindando
da casa a casa massiccio d’oro, vertice dei beni:
lo splendore della festa
 e il genero onora, tra gli amici
presenti lo fa invidiato per nozze concordi -,
anch’io nettare distillato, omaggio delle Muse,
ai vincitori invio dolce frutto della mente,
e m’ingrazio
chi in Olimpia e in Pito
 prevalse. Felice chi parole di lode avvolgono:
ora l’uno ora l’altro protegge
 la Grazia feconda, spesso,
con cetra soave e flauto di mille voci.
Ed ecco al suono d’entrambi
 io con Diagóras venni, a cantare
la figlia marina d’Aphrodíte,
 Rhódos sposa del Sole:
e che il gigante dritto allo scontro,
 l’uomo incoronato sull’Alpheiós
e a Kastalía
io lodi in premio alla lotta, e con lui
 il padre Damágetos caro a Díke!
Vicino al rostro dell’Asia immensa un’isola
di tre città abitano con lancieri argivi.
Dall’inizio per essi, da Tlapólemos,
come pubblico bando volentieri io drizzo
una storia comune a loro,
stirpe possente di Heraklês. Ché Zeus
 vantano padre e sono per via materna
Amyntorídai da Astydámeia.
 Ma le menti degli uomini errori
infiniti assediano; né è dato trovare
ciò ch’è meglio per noi oggi e così alla fine.
In Tirinto infatti il fratello spurio
di Alkména,
Likýmnios giunto dal talamo di Midéa,
 colpì con mazza di duro olivo un giorno,
e l’uccise, il fondatore di questa
terra, irato: i sussulti dell’anima
travolgono anche il saggio. E venne a sondare il dio.
E a lui il Chiomadoro
 dal santurario odoroso disse uno stuolo
di navi dal lido lernèo
 dritto alla dimora cinta dal mare,
dove un tempo il re degli dèi inondava
 di aurei fiocchi la città,
e per l’arte di Héphaistos
con scure forgiata nel bronzo
 Atena sul capo del padre
balzando urlò con voce strapotente.
Ne tremarono il Cielo e la Terra madre.
Allora il dio Hyperionídes, luce ai mortali,
prescrisse ai figli d’adempiere
un dovere imminente:
primi alla dea ponessero
 un altare cospicuo e sacro rito facendo
scaldassero il cuore al padre
 e alla figlia lancia di tuono. Efficacia
e gioie largisce all’uomo la cautela del preveggente.
Ma cala non vista una nube d’oblio
e svia dalla mente il dritto
corso delle cose.
Perché salirono sì, ma non con seme
 di fiamma ardente: E con spenti sacrificî
fondarono il tempio sulla rocca.
 Una nuvola bionda gli addusse,
piovve abbondante oro: accordò la Glaukôpis
che in ogni arte valessero
 con mani eccellenti sui mortali.
Le vie recavano opere
 pari a viventi in cammino,
e fu alta la gloria. Nell’abile anche un’arte
 superiore si mostra onesta.
Dicono antiche storie
degli uomini che, quando la terra
 spartirono Zeus e gli dèi immortali,
invisibile ancora sul liscio mare Rodi
giaceva occulta in abissi salmastri.
Assente lui, di Hélios nessuno indicò la parte:
senza retaggio di terra lasciarono
il puro dio.
Al suo rimbrotto Zeus già estraeva le sorti
 di nuovo. S’oppose il Sole: vedeva,
disse, dentro le grigie acque
 dal fondo crescere un suolo,
terra feconda agli uomini, benigna alle greggi.
Súbito, ingiunge, Láchesis cinta d’oro
stenda le mani e proclami franco il giuramento
grande dei numi,
e col figlio di Krónos accenni:
 sarà suo quel dono per sempre
emerso nell’aria luminosa.
 Si compì il culmine delle parole
accadendo in realtà: sbocciò dal mare umido
l’isola, e la governa il padre
 principio di raggi appuntiti,
signore di cavalli soffianti fuoco.
 Là si congiunse a Rhódos e generò
sette figli dotati dei pensieri
 più destri tra gli uomini
di tempo remoto. Uno di loro Kámiros
generò e Iálysos il maggiore
 e Líndos; ebbe per sé ognuno,
tripartita la terra paterna,
appannaggio di città, sedi dai loro nomi.
Dolce compenso a sciagura pietosa
sta per Tlapólemos guida dei Tirintî -
destino eroico -
una processione pingue d’armenti
 e il giudizio nei premî. Quei fiori Diagóras
cinse due volte, e quattro
 sull’Istmo famoso vincendo,
e a Nemea una volta e un’altra, e in Atene rocciosa.
Lo conobbero il bronzo di Argo e i premî
in Arcadia e a Tebe e le cadenze festive
dei Beoti,
e Pellene: in Egina vinse
 sei volte né altro conto ha in Megara
la stele di pietra. E dunque,
 Zeus padre che regni sui gioghi
dell’Atabýrion, accresci il canto di rito al trionfo
olimpico e l’uomo che pugilando
 incontrò il successo. Dagli favore
e rispetto fra cittadini e stranieri.
 Perché una via nemica d’arroganza
percorre sicuro, ben sa cosa l’animo fermo
 gli insegna da nobili
padri. Non oscurare il seme
comune di Kalliánax:
 con le gioie degli Eratídai ha
anche la città una festa. In un unico istante
ondeggiano venti diversi veloci di qua e di là.

Nella poesia di Pindaro non è agevole addentrarsi per il lettore moderno: non solo per la lingua densa di immagini e espressioni omeriche e di rimandi al mito, che, evocato di continuo, si nasconde e torna a riaffiorare, spesso con salti arditi. Certo anche la profonda discontinuità che separa la nostra visione del mondo da quella della Grecia arcaica, l'orizzonte e la fonte di ispirazione del poeta di Cinocefale, contribuisce ad approfondire la sensazione di una distanza forse incolmabile.

C'è qualcosa di più.

Pindaro è noto soprattutto come poeta di epinici (poesie scritte per elogiare il vincitore di una gara, di una battaglia, ecc.), una poesia su commissione e ben remunerata, poco rispondente alla moderna concezione del poetico come ispirazione libera e priva da ogni vincolo di interesse, puro fluire della soggettività dell'autore.

Appena ci soffermiamo a contemplare il mondo interiore della Grecia arcaica, tuttavia, l'impressione di una poesia per così dire 'cortigiana' è destinata a dissolversi.

I Greci avevano elaborato una loro particolare etica, fondata sull'accettazione della morte come segno distintivo dell'umano: gli uomini non esistono se non come mortali (del resto thnetoi - mortali - è il nome comune usato in greco per indicare la stirpe degli uomini). La morte dunque è il limite che definisce allo stesso tempo le possibilità  e il confine entro i quali si svolge l'esperienza della vita.
 L'aldilà è di questa solo una pallida e triste imitazione, una umbratile sopravvivenza malinconica.

Questa profonda consapevolezza suscita nella Grecia arcaica un ammirevole amore per la vita, per l'inesausta tensione verso la perfezione del gesto dell'atleta, verso la gloria dell'azione eroica del guerriero, verso l'armonia dell'opera d'arte. Nella composta meditazione sulla precarietà della vita umana, che riluce nello spazio breve della bellezza della gioventù, l'uomo greco non cerca consolazioni né si compiace del rimpianto.

L'atleta, il guerriero, il poeta trovano nella vittoria il sigillo della propria presenza nel mondo, all'inevitabile trascorrere delle cose essi oppongono un gesto - l'incoronazione con le foglie di alloro - che riscatta tutte le fatiche, tutto il sudore, tutte le ferite e le sofferenze, persino la sventura che sempre incombe sulle sorti dell'uomo.

Accanto al gesto di porre sul capo del vincitore una corona ve n'è un altro senza il quale quanto abbiamo ora descritto rimarrebbe solo un evento felice come altri che capitano nelle vite dei mortali: il canto del poeta.

Se infatti l'incoronazione eleva il vincitore ad un rango quasi divino, sottraendolo alla sua evanescenza, solo la parola del poeta, intessendo le vicende umane a quelle degli dei e ai racconti del mito, fa sì che questa celebrazione, rigorosamente scandita dal ritmo dei versi cantati dal coro, diventi infine memoria collettiva, patrimonio pubblico, esemplare ammonimento per gli uomini tutti.

L'arte del poeta in tal modo gareggia anch'essa una sua
commovente e drammatica lotta per gettare una luce folgorante sulla bellezza effimera delle imprese dei mortali.

La poesia dunque contende con la morte stessa.


lunedì 22 luglio 2019

TIME ... Thought I’d something more to say





Scorrono via i momenti che rendono un giorno noioso
Sciupi e sprechi le ore in modo insolito
Tirando calci a un pezzo di terra nella tua città natale
Aspettando qualcuno o qualcosa che ti mostri la via.

Stanco di vivere al sole, resti a casa a guardare la pioggia
Sei giovane e la vita è lunga e c’è tempo da ammazzare oggi
E poi un giorno scopri che ti sei lasciato dietro dieci anni
Nessuno ti ha detto quando correre, hai perso lo sparo di partenza.

E' la traduzione del testo di Time, una canzone dei Pink Floyd scritta da Roger Waters e contenuta nell'album The Dark Side of the Moon (se volete sentirla in versione 'remastered' mentre leggete queste righe eccola qui https://www.youtube.com/watch?v=JwYX52BP2Sk  e non dimenticate di usare un buon paio di cuffie).

Non ci siamo forse noi in queste parole? Noi che misuriamo il tempo con le date del calendario? Il primo giorno di ferie, il compleanno dell'amico, l'ultimo appello della sessione estiva. Un elenco che potrebbe allungarsi con facilità, un pi greco dell'umano sforzo di "segnare" il tempo. Che ne sappiamo noi del "silenzioso cuore del non-tempo" di cui ha parlato Mario Polia a proposito dello haiku di Onitsura?


Ogni poeta che abbia scelto di percorrere la linea d'ombra, che corre tra le cose che ci sono attorno e la nostra esperienza di esse, ci invita a passare - per usare un'espressione di Cristina Campo - dalla vista alla percezione. C'è infatti uno sguardo di tutti i giorni, utile e necessario nelle faccende di tutti i giorni: è lo sguardo che pesa, misura, definisce tempi e spazi; fa bilanci, mette in ordine, classifica, distingue, a volte elimina oppure compra. Ciò che chiamiamo vista è ciò che si usa nelle relazioni di lavoro, tra conoscenti e vicini di casa. Tale senso agisce essenzialmente attraverso un meccanismo di 'riduzione' dell'ignoto (nel tempo e nello spazio) al fruibile. Non è usato tale termine nell'accezione meramente negativa di manipolazione o di appropriazione utilitaristica, in quanto l'orientamento nel tempo e nello spazio è una capacità fondamentale non solo per la sopravvivenza, ma anche per poter agire ed esercitare un accettabile livello di libertà.

La riduzione che la vista opera dell'ignoto al fruibile presuppone tuttavia il rischio della perdita, a volte dello smarrimento, fino alla dissipazione. Ciò è in particolare evidenza nel celebre carme in cui Orazio invita al carpe diem a cogliere l'attimo propizio, poiché il tempo è un invida aetas, un essere invidioso ed ostile, qualcuno di cui non ci si può fidare. A volte non dipende nemmeno da noi, il tempo fugge e inganna, come la canzone Time dei Pink Floyd mostra molto bene.

 Come allora  afferrare il punto di intersezione tra l’eterno e il tempo? E' davvero possibile tenere insieme il primo giorno dell'anno, quello in cui tutto è possibile perché tutto comincia, e il vento che da mille anni spira tra i pini? Come passare dunque dalla vista  alla percezione ?

Dobbiamo seguire il personaggio di Dante smarritosi nella selva oscura, per cogliere nitidamente tale differenza: è di certo grazie alla vista che l'exul immeritus può muoversi nella selva selvaggia orientandosi nei suoi meandri tortuosi e aspri: scorge un colle le cui balze gli appaiono vestite già de’ raggi del pianeta/che mena dritto altrui per ogne calle e verso quel colle muove i suoi passi con lena affanata. Avverte l'alba incipiente, quando il sole si appresta a scacciare le tenebre, decifra il dileguarsi dell'oscurità e il lento, ancora incerto,  avanzare della luce. Finché è dentro la selva la vista è ciò che gli serve, ciò che lo fa sopravvivere. Ma non basta.

Temp’era dal principio del mattino, 
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle 
ch’eran con lui quando l’amor divino 
       mosse di prima quelle cose belle; 

Su quel preciso momento dell'anno (la notte del Venerdì Santo, la notte della apparente sconfitta del Bene, in cui nulla ha significato) e su quell'ora indimenticata in cui tutto è in gioco si sofferma ora la mente del Dante narratore, dopo che è tornato dal suo viaggio attraverso i tre regni. E' lui che con sguardo ormai diverso percepisce, ricorda e vuole dircelo ... che in quella notte il sole si trovava in compagnia di quelle stelle/ch’eran con lui quando l’amor divino/mosse di prima quelle cose belle, ovvero quando le stelle si trovavano nella stessa posizione in cui erano quando, agli inizi dei tempi, Dio aveva creato l'Universo. L'inizio del viaggio di Dante è in consonanza con l'inizio della vita stessa; la energia irradiata in quel momento, in cui la Natura stessa non era ancora, è la stessa che ora si riverbera nel Cosmo per il suo viaggio. Entrambe le vicende sono guidate da un identico principio di amore che con la stessa intensità ha a cuore il dispiegarsi dell'Universo e la salvezza del poeta.

Ecco, la percezione nasce dall'essersi messo in viaggio e sopratutto dall'aver creduto ad un poeta come lui, Virgilio, l'amato maestro, la cui voce lo ha guidato al sentimento che la propria storia, il proprio tempo non è solo la notte oscura


Quanto ad afferrare il punto di intersezione tra l’eterno e il tempo,

si tratta di un’occupazione da santo,

non tanto un’occupazione ma qualcosa che è donato e ricevuto,

in un morire d’amore durante la vita,

nell’ardore, nell’abnegazione e nell’abbandono di sé.


                         Thomas S. Eliot, da: Quattro Quartetti



domenica 21 luglio 2019

Haiku n.4

di Uejima Onitsura (1660-1738)


Primo giorno dell'anno


un vento di mille anni fa


soffia tra i pini


Ô–ashita
mukashi fukinishi
matsu no kaze


In quasi tutti gli Haiku vi è un kigo, una determinazione precisa della stagione o della parte del giorno in cui al poeta si manifesta la scena che si ferma ad osservare.
In questo haiku il kigo è costituito dalla parola ô-ashita: lett. “grande giorno”, il capodanno giapponese.
Lasciamo la parola a Mario Polia (studioso di antropologia religiosa, etnografo e archeologo) per il commento a quest'altro capolavoro della poesia giapponese.
"Un nuovo anno inizia secondo il calendario degli uomini, ma il vento che oggi soffia tra i pini è lo stesso che vide nascere il mondo e lo vedrà morire.
Il tempo dell’esistenza si compie d’accordo alla durata d’ognuna di esse e secondo la percezione che ogni esistenza ha del proprio tempo.
Il tempo, ogni tempo, tuttavia, inizia e termina nel silenzioso cuore del non-tempo, così come appaiono e scompaiono le onde, o le bolle d’aria, sulla superficie del mare (https://www.musubi.it/it/biblioteca/haiku/383-matsu-kaze?showall=1)".


venerdì 19 luglio 2019

Viviamo vite instabili


  


A passeggio con te

                                                                                                      di Mark Strand


Priva dell'arguzia e della profondità
propria dei paesaggi
luminosi dei nostri sogni,
questa campagna
che percorriamo a piedi
non è meno bella per il fatto
che è solo ciò che sembra essere.
Innalzandosi dallo stagno
tinto della propria ombra,
l'albero a cui ci appoggiamo
non è mai stato inteso perché posasse
per qualcos'altro,
tanto meno per noi.
Né questi campi
e fossi erano stati progettati
con noi in mente.
Viviamo vite instabili
e restiamo in un certo posto
solo quanto basta a renderci conto
che non gli apparteniamo.
Perfino le nuvole, che si fermano
silenziose sopra di noi
sono nebulose pur senza
assomigliarci, e assalendo
l'aria vuota,
non prendono in considerazione
la nostra solitudine attuale.
Ma poi, perché dovrebbe importarci?
Ce ne stiamo già andando,
come a dire:
noi non siamo qui
noi siamo sempre stati lontani.

Due persone che percorrono a piedi una campagna: uno stagno, un albero, dei campi, sopra di loro nubi silenziose. Questo scorcio di natura non ha nessuna delle qualità che hanno i paesaggi luminosi che ci appaiono in sogno.
Solo uno stagno, un albero, dei campi, né per questo sono meno belli. Sono belli per quel che sono.
Non sono stati pensati per noi, né progettati in funzione nostra, non ci assomigliano - dice l'io lirico che qui parla al plurale - e noi non apparteniamo a loro.

Poi il verso bellissimo, essenziale, una sententiaViviamo vite instabili

All'uomo appartiene l'instabilità, l'effimera bellezza di una stagione che trascorre, l'ombra fugace sul volto che d'un tratto non è più quello conosciuto, il perduto vigore delle gambe aduse alle vette più ardite. Propria dell'uomo è l'incertezza e l'inquietudine.
Anche in questa poesia di Mark Strand tuttavia non dovremmo fare l'errore di concentrarci sulle ombre che le cose proiettano. Certo, non apparteniamo a quella sfera dell'essere a cui appartengono lo stagno, l'albero, i campi, persino le mutevoli nuvole.  Sarebbe solo illusione consolatoria il pensarlo.

Noi non siamo qui... noi siamo sempre stati lontani

Alla sostanziale estraneità dell'uomo rispetto al mondo Strand non intende lasciare l'ultima parola; in questo senso va inteso ciò che ha scritto Caterina Ricciardi,  secondo cui l'intento del poeta sarebbe "quello di inter­ro­gare entità inco­no­sci­bili, aprire porte proi­bite, come fecero altri in altri tempi e con altre alle­go­rie, e altri intenti, incluso quello di ritor­nare a rive­dere la luce" ("il Manifesto, 15/06/2014, "Mark Strand: aspetta, silenzio").

Se lo stagno, l'albero, i campi, le nuvole in cui si muovono i protagonisti della poesia appaiono del tutto insensibili al destino dei due viandanti e la voce dell'io lirico rimarca il fatto che condizione naturale e immutabile dell'uomo è l'essere lontani, proprio lungo quel confine incerto tra i due mondi, traversando quello spazio indicibile della linea d'ombra, lungo il meridiano zero dell'esistenza, proprio là deve incamminarsi il poeta.

martedì 16 luglio 2019

a tutti quelli che sognano di fuggire all'alba, verso le colline e a quei pochi, coraggiosi, che lo fanno davvero...





Group of Dock Workers Having Lunch by the Cuyahoga River in Cleveland, Ohio



Esterno 

                                                                                                        di Cesare Pavese


Quel ragazzo scomparso al mattino, non torna.
Ha lasciato la pala, ancor fredda, all'uncino 
- era l'alba - nessuno ha voluto seguirlo: 
si è buttato su certe colline. Un ragazzo 
dell'età che comincia a staccare bestemmie 
non sa fare discorsi. Nessuno
ha voluto seguirlo. Era un'alba bruciata 
di febbraio, ogni tronco colore del sangue 
aggrumato. Nessuno sentiva nell'aria
il tepore futuro.
                   Il mattino è trascorso
e la fabbrica libera donne e operai.
Nel bel sole, qualcuno - il lavoro riprende 
fra mezz'ora - si stende a mangiare affamato. 
Ma c'è un umido dolce che morde nel sangue 
e alla terra dà brividi verdi. Si fuma
e si vede che il cielo è sereno, e lontano 
le colline son viola. Varrebbe la pena
di restarsene lunghi per terra nel sole.
Ma buon conto si mangia. Chissà se ha mangiato quel 
ragazzo testardo? Dice un secco operaio,
che, va bene, la schiena si rompe al lavoro,
ma mangiare si mangia. Si fuma persino.
L'uomo è come una bestia, che vorrebbe far niente. 

Son le bestie che sentono il tempo, e il ragazzo 
l'ha sentito all'alba. E ci sono dei cani
che finiscono marci in un fosso. La terra 
prende tutto. Chi sa se il ragazzo finisce 
dentro un fosso affamato? E' scappato nell'alba 
senza fare discorsi, con quattro bestemmie, 
alto il naso nell'aria.
                                   Ci pensano tutti
aspettando il lavoro, come un gregge svogliato.


La poesia di Cesare Pavese, Esterno è tratta dalla raccolta Lavorare stanca; il titolo allude probabilmente alla condizione altra, 'esterna'  del ragazzo rispetto a un mondo in cui la schiena si rompe al lavoro,/ma mangiare si mangia . In tale prospettiva essa illumina pienamente anche il titolo dell’intera raccolta, in cui il lavoro è visto come insieme di rapporti umani caratterizzati dalla legge dello sfruttamento economico e della  necessità. 

In un mattino di febbraio un ragazzo scompare, appende il suo attrezzo ad  un gancio sul muro e si avvia da solo verso le colline, orgoglioso, alto il naso nell'aria, senza fare troppi discorsi. Nessuno ha voluto seguirlo, nessuno ha sentito in quel freddo mattino il tepore futuro della primavera che viene.

E' l'ora di pranzo. gli operai consumano il loro pasto, mangiano il pane che è frutto della schiena rotta dalla fatica; è un piccolo attimo di libertà in una situazione in cui, per il poeta, evidentemente, non si è liberi: la fabbrica libera donne e operai.

Il pensiero di tutti va a quel ragazzo che ha sentito un richiamo al quale non sa resistere:c'è un umido dolce che morde nel sangue/e alla terra dà brividi verdi. Si fanno domande gli operai sulla sorte a cui potrà andare incontro il fuggitivo, ma il pensiero ritorna al lavoro necessario, a quello che darà loro il pane per i propri figli: come un gregge svogliato gli operai attendono di ricominciare. Il corpo, la fatica, l'umiliazione è quello che oggi si prenderà la fabbrica, non il cuore, quello viaggia con il ragazzo che si è buttato verso le colline...

Quello che mi piace di questa poesia è che lo stesso sguardo, composto e benevolo abbraccia il coraggio del giovane che sceglie di buttarsi verso le colline e gli operai che rimangono prigionieri del loro lavoro opprimente.

Tutti sono  coinvolti nella dolorosa esperienza del mestiere di vivere...



lunedì 15 luglio 2019

Ci sono al mondo esseri superflui





Ci sono al mondo esseri superflui,

creature in più, aggiunte senza peso.

(Assenti dagli elenchi e dai prontuari,

inquilini dei pozzi più neri.)


Ci sono al mondo esseri cavi, esseri presi

a spinte, muti: letame

e chiodo per gli strascichi di seta.

Ripugnano anche al fango delle ruote.


Ci sono al mondo diafani, invisibili:

(screziati dal marchio della lebbra!)

Ci sono Giobbe, che potrebbero invidiare

Giobbe… ma ai poeti, a noi poeti,


noi paria e pari a Dio –

è dato, straripando dalle rive,

rotti gli argini, rubare

anche le vergini agli dèi.


22 aprile 1923

                                                                                       di  Marina Cvetaeva